Alessandro Volponi, laureato in filosofia e giurisprudenza, ha insegnato per qualche decennio storia e filosofia nel liceo classico di Fermo; durante gli anni ‘70, militando nel P.C.I., ha ricoperto ruoli istituzionali come consigliere e assessore comunale e in seguito, negli anni ‘90, consigliere e assessore provinciale con Rifondazione. Collabora con diverse riviste, tra cui “Cumpanis”, nonché con l’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione. È membro del direttivo della sezione provinciale dell’A.N.P.I. 

Le teorie degli economisti classici, “eretici” e marxisti, al di là delle inevitabili e ben conosciute differenze, manifestano talora inaspettati e sorprendenti punti di convergenza; potresti dirci cosa ne pensi?

Se c’è un “eretico” divenuto nel tempo un classico, quello è certamente John Maynard Keynes, protagonista inconsapevole del più straordinario caso di convergenza tra economisti dal background così diverso quale quello dell’accademico inglese e quello di Michal Kalecki. 

Lord Keynes rifiuta persino di leggere Marx, malgrado l’insistenza dell’amico Sraffa, arriva a rivalutare Malthus per affermare la centralità del problema della domanda effettiva, scopre delle verità contro-intuitive come il fatto che è falso che la flessibilità dei salari renda impossibile la disoccupazione e finalmente sconcerta il mondo proponendo il deficit di bilancio come rimedio alla crisi; Kalecki, scrivendo in polacco tre anni prima della Teoria generale e poi ancora un anno prima, formula nel modo più preciso ed essenziale i temi sostanziali della “rivoluzione keynesiana”. 

Il suo punto di partenza è costituito, però, dagli schemi della riproduzione di Marx che, riformati, lo portano ad una geniale e realistica teoria della dinamica. Difficile immaginare basi di partenza più diverse (Marshall e Marx) e approdi così simili in termini di politica economica. Keynes vuole salvare il capitalismo (e la democrazia), promette uno splendido futuro grazie a razionali politiche economiche: tre ore di piacevole lavoro al giorno per tutti nel benessere generale (e ignorava l’affermazione di Marx che la vera misura della ricchezza consiste nel tempo libero). Kalecki che, forse, come nessuno sarebbe stato capace di governare un’economia capitalistica, conserverà un pessimismo insuperabile verso questo sistema che, a suo avviso, non poteva sopportare una stabile piena occupazione salvo che in un regime di tipo nazista. 

E dopo questo inedito parallelismo tra Keynes e Kalecki, ci sono altri esempi, magari contemporanei, di simili convergenze?

Per venire al nostro tempo penso a due studiosi come Stiglitz e Krugman, alla loro critica spietata, a partire dagli U.S.A., delle politiche economiche di governi e banche centrali, del mondo della finanza, degli assetti monopolistici, della distribuzione del reddito e delle storture del prelievo fiscale; essi analizzano, magistralmente, “il prezzo della diseguaglianza” in termini di sviluppo e stabilità, pensano, come Keynes, che razionali politiche possano trasformare il mondo nel paese di Bengodi. Nulla da invidiare, nei limiti dell’ideologia del mercato e della concorrenza, alla migliore letteratura marxista contemporanea e, in più, una conoscenza minuziosa, dall’interno, dell’establishment. 

Vorrei infine menzionare Piketty e i suoi collaboratori che hanno raccolto e, in parte, pubblicato una enorme mole di dati statistici e di stime ragionevoli, sforzandosi di assumere un punto di vista storico anche nella trattazione dell’attualità economica e sociale; non sosteneva forse Lukács che tipica del borghese è l’incapacità di pensare il presente come storia?

Da un punto di vista strategico, anche se potrebbe sembrare inattuale o comunque prematuro parlare di “uscita dall’euro”, pochi hanno affrontato la tematica nel dettaglio. Quali sono le tue considerazioni sul tema?

Il progetto di uscita dall’euro, se non è solo uno slogan elettorale, richiede una ricerca preliminare che consenta di definire uno scenario attendibile del dopo, ma, almeno che io sappia, non esiste, per esempio, uno studio completo dell’elasticità dell’export e dell’import; con una moneta prevedibilmente svalutata (di quanto?) è più facile esportare ed è più costoso importare ma buona parte dell’export, quanto meno dell’industria, consiste di prodotti basati su materie prime importate, i loro prezzi non potrebbero non risentire della svalutazione, ma in quale misura esattamente? 

Le importazioni italiane sono piuttosto rigide, mi pare, per via delle componenti energetica e alimentare, è quindi possibile che la svalutazione si aggravi senza decisivi miglioramenti dell’export; c’è poi il problema del debito pubblico e delle immaginabili ritorsioni per la sua ridenominazione nella nuova moneta (sarebbe insostenibile onorare il debito in euro), per non parlare della necessità del controllo sui movimenti di capitale. 

I sostenitori di destra dell’Italexit, peraltro ad oggi ormai eclissatisi, sono solo ipocriti demagoghi, mentre i suoi sostenitori di sinistra, concentrati sulla sacrosanta sovranità monetaria e politica, mi pare sottovalutino la concreta pericolosità dell’uscita dall’euro; decisiva, però, mi sembra l’obiezione politica: una classe dirigente di mentecatti, qual è l’élite politica, economica e burocratica nazionale, potrebbe forse governare un’operazione di tale complessità anche se divenisse improcrastinabile a fronte di una catastrofe economica e sociale? Concludendo, l’entrata nell’euro è stata una scelta sciagurata anche per la difficoltà di uscirne.                                                                           

Oggi viviamo in un modello economico, direi di più, in un modello sociale quasi completamente basato sul debito. Quali sono le tue riflessioni in merito? 

La crescita del debito pubblico (e privato) e la riduzione (o l’entità negativa come nel caso italiano) del patrimonio netto degli Stati è un connotato evidente del capitalismo contemporaneo al quale corrisponde, ovviamente, un analogo aumento di patrimoni privati sempre più concentrati e composti, in misura crescente, di titoli del debito pubblico; è naturale che il problema della sua solvibilità assilli i grandi creditori, di qui la sacralità della “finanza sana”, del pareggio di bilancio eccetera. 

Il sistema, decrepito, richiede, però, e richiederà l’intervento crescente degli Stati senza il quale si profilerebbe inevitabilmente la catastrofe e, quindi, l’insolvibilità. Così si è diffusa la ciclotimia degli economisti che di fronte alla crisi reclamano miliardi a go-go dagli Stati per salvare il salvabile ma, appena si intravede una ripresa, ricominciano con la litania della finanza sana, pur con qualche distinguo: sì agli investimenti pubblici ma taglio della spesa corrente il che, nel nostro paese, significa grandi opere demenziali senza gare d’appalto e drastici tagli a scuola, pensioni e sanità.

Molto scoraggiante. Non esiste proprio alcuna alternativa?

Certamente, esiste in effetti un’alternativa al debito: nel lontano 1945 un economista norvegese, allievo di Ragnar Frisch, intendendo difendere il keynesismo dall’obiezione del debito che si accumula, “scopriva” che l‘aumento del livello del bilancio in pareggio (maggiore spesa compensata da pari aumento delle entrate) genera un corrispondente incremento del P.I.L. reale. Naturalmente, questo avviene finché c’è capacità produttiva inutilizzata dopo di che avremo solo inflazione, non diversamente dal deficit spending. 

Tutto ciò significa che mentre la spesa pubblica in disavanzo ha un moltiplicatore keynesiano che dipende dalla propensione marginale al consumo, l’effetto Haavelmo è invece pari a 1, quindi sicuramente minore ma senza deficit. Se, ad esempio, la recessione richiede una spesa in deficit di 10 col moltiplicatore keynesiano di 2,5, la maggiore spesa in pareggio dovrà essere invece di 25. 

Se questi straordinari economisti avessero avuto un approccio marxista al problema dell’accumulazione, avrebbero compreso che l’intervento pubblico non può essere circoscritto ai punti bassi del ciclo ma deve essere storicamente crescente; dunque o accumulazione di debito o assorbimento nel bilancio dello Stato di quote sempre più grandi del P.I.L.       

È evidente che questa seconda alternativa, l’unica sostenibile nel lungo periodo, che lo spensierato Keynes non voleva prendere in considerazione (“nel lungo periodo saremo tutti morti”), richiede un prelievo fiscale sempre più pervasivo e sempre più progressivo ed è precisamente questa la ragione del prevalere della prima alternativa accompagnata da periodici e severi moniti sul pericolo-debito; presto o tardi i padroni del mondo opteranno per la monetizzazione del debito pur di evitare la via del fisco o, forse, non sanno proprio come uscire pacificamente dal labirinto del capitalismo senile.

Teniamo presente che lo Stato sociale è finanziato dai poveri (in particolare nel nostro paese per via della spaventosa evasione fiscale) e caricarli della redenzione del debito, oltre che del soccorso dei poverissimi, significherebbe il crollo della domanda effettiva con tutte le sue conseguenze. Concludo osservando che i padroni del mondo non sono tali solo perché sono padroni del capitale ma anche, e forse soprattutto, perché sono padroni dello Stato. 

Concludendo, mi piacerebbe chiederti quali sono a tuo avviso i punti chiave per la ricostruzione di una prospettiva comunista in Italia.

Vorrei premettere che a questa questione non mi sento di offrire risposte dettagliate e sicure: troppe sono le incertezze, troppo profonda la crisi che pervade il movimento comunista in Italia, troppo grave e onnipervasivo l’abbruttimento culturale in cui il nostro Paese si dibatte. Ma mi proverò comunque a ragionare su alcuni elementi di massima che però, voglio ripeterlo, non hanno alcuna pretesa di esaustività.

In Italia e nel mondo, penso non vi siano mai state condizioni oggettive tanto favorevoli al socialismo quanto oggi: sviluppo tecnologico, crisi ambientale, impoverimento di massa nei paesi “ricchi”, concentrazione e centralizzazione dei capitali, degrado del lavoro, persino la potenza di calcolo a disposizione di un pianificatore centrale ma soprattutto l’assenza di futuro per intere generazioni; è però parimenti difficile rinvenire, nella storia del ‘900, condizioni soggettive più sfavorevoli.

Dobbiamo ammettere che il capitale ha vinto, mettendo in campo mezzi tanto colossali quanto abietti, la battaglia per l’egemonia, e il principale risultato di questo trionfo è l’impensabilità dell’alternativa per masse sterminate di uomini; è infinitamente più presente la possibilità della fine del mondo che quella della fine del capitalismo. 

D’altra parte, se pensiamo alle “doglie del parto” del modo di produzione capitalistico e agli orrori del ‘900 che hanno accompagnato la sua crisi epocale, possiamo farci un’idea approssimativa di cosa sarà capace il capitalismo decrepito nei confronti del pianeta e dell’umanità. Nel nostro paese, alla metà degli anni ’30, il regime fascista raggiunse il massimo del consenso; c’era, però, un’opposizione clandestina, un partito che dal carcere e dal confino studiava e si preparava a scendere in campo; c’era un intellettuale collettivo, con ampi collegamenti internazionali, che forniva ai militanti gli strumenti per comprendere il nemico e che incubava una coscienza politica di massa. 

Non dobbiamo dimenticare che il P.C.I. di Togliatti (e di Gramsci) vinse la battaglia per l’egemonia e che furono necessarie la strategia delle stragi, la poderosa controffensiva anglosassone degli anni ’80 e il processo degenerativo della sinistra per rovesciare la situazione. Penso che dobbiamo ripartire da lì, dall’intellettuale collettivo che, studiando il capitale e i suoi apparati ideologici, produca un nuovo senso comune, ma questa è un’impresa erculea vista la disparità degli strumenti. Dalla nostra abbiamo soltanto l’assurdità di un sistema capace di trasformare i più formidabili progressi della scienza e della tecnica in un incubo per la specie umana.

“Speciale”

L’essenza, per le fondamenta

Interviste sul Comunismo

Progetto politico-editoriale di Fosco Giannini e Alessandro Testa. 

Interviste a cura di Alessandro Testa

Quadro internazionale e pericoli di guerra; imperialismo/antimperialismo dopo la caduta dell’URSS; crisi del movimento comunista in Italia; percorsi per l’unità dei comunisti e delle comuniste. “Cumpanis” interroga i dirigenti, gli intellettuali, gli economisti, i filosofi comunisti, marxisti italiani per contribuire a una prima “accumulazione intellettuale originaria” da investire per il grande compito che la fase oggettivamente richiede: ricostruire un partito comunista nel nostro Paese all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe, un partito di quadri con una linea di massa. 

Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario. Non si insisterà mai troppo su questo concetto in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica”. Lenin, 1902, Che fare. 

La prima parte di questa affermazione di Lenin è tanto nota da essere divenuta una sorta di litania tra i militanti comunisti: litania, certo, ma mai “prassi teoretica” da parte dei gruppi dirigenti comunisti italiani successivi alla lunga “cronaca annunciata” del suicidio del PCI. 

Mai questa litania si è concretizzata nell’impegno a sciogliere i grumi teorici che la storia del dissolvimento e depauperamento del movimento comunista italiano – che tra il lungo processo di socialdemocratizzazione del PCI e questi ultimi, “nostri”, tre decenni è giunta al mezzo secolo di azione attiva nefasta – è andata moltiplicando. 

Di fronte ai compiti che poneva la crisi del movimento comunista italiano, invece di districare i nodi attraverso una dialettica del contenuto di verità e realtà, le esperienze comuniste successive al PCI hanno scelto la strada, paradossale, della costruzione di “cattedrali” ideologiche fondate, di volta, in volta, o sulla sabbia del movimentismo totale, o su quella dell’istituzionalismo totale, o su quella della nostalgia totale, la nostalgia acritica del vecchio PCI, oggettivamente funzionale, peraltro, a rimuovere la stessa, temporalmente lunga, “mutazione genetica” del PCI. 

Invece di far di nuovo brillare, nei nostri giorni, il rosso del pensiero materialista e rivoluzionario, si ridipingeva di grigio il grigio, così come Hegel affermava.

Nessun scioglimento di nodi, in quest’ultimo trentennio: solo polvere sotto il tappeto. Da questa mancanza di lavoro teorico, di “scavo” propedeutico all’allestimento delle fondamenta, possiamo agevolmente, quanto razionalmente, far dipendere in larga parte il fallimento dei tentativi di ricostruzione di un forte, radicato, coeso partito comunista successivo all’autosciogimento del PCI.

Peraltro, la seconda parte dell’affermazione di Lenin, che succede all’esigenza della teoria rivoluzionaria, (“Non si insisterà mai troppo su questo concetto, in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica”) molto meno “recitata” della prima ma ugualmente densa sul piano ideologico, proprio in virtù di questa densità andrebbe utilizzata come griglia di lettura in relazione alle “forme più anguste di azione pratica” messe in campo dai sempre incompiuti, e a volte persino stravaganti, partiti comunisti apparsi in Italia dopo il XX° e ultimo Congresso del PCI, con le loro fumisterie teoriche e il loro abbandono dei territori e dei luoghi del conflitto capitale/lavoro.

“Cumpanis” fa parte di quel “fronte”, che si va fortunatamente allargando, che crede nella necessità sociale, politica, persino storica di un’attiva e pesante presenza partitica comunista in Italia, e crede che per giungere a tale obiettivo occorra unire i comunisti e le comuniste italiane – sia quelli che militano negli attuali partiti comunisti italiani che quelli al fuori di essi – sulla base di un profilo politico e teorico alto, adatto ai tempi, non dogmatico né liquidazionista rispetto al grande patrimonio ideologico, teorico e politico dell’intera storia del movimento comunista e operaio italiano e internazionale; un profilo che esca da una vasta e collettiva ricerca tra comunisti e si offra ad essi come base ideologica omogenea e comune.

Per questo obiettivo di fondo, con le sue modeste forze, è nata “Cumpanis”; per questo obiettivo, in questo “Speciale”, la rivista coinvolge, in una vasta e preziosa discussione, i dirigenti e gli intellettuali comunisti e marxisti italiani.

Hanno già aderito alla nostra iniziativa e risponderanno alle nostre domande: Maurizio Acerbo, segretario nazionale del PRC; Mauro Alboresi, segretario nazionale del PCI; Marco Rizzo, segretario nazionale del PC. E, tra dirigenti e intellettuali: Fulvio Bellini, ricercatore politico; Nunzia Augeri, saggista; Ascanio Bernardeschi, studioso di questioni economiche, esponente del giornale comunista on-line “La Città Futura”; Renato Caputo, docente di filosofia, esponente de “La Città Futura”; Bruno Casati, saggista e presidente del Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano; Marcello Concialdi, docente di filosofia, Torino; Manlio Dinucci, saggista e geografo; Salvatore Distefano, docente e storico del movimento operaio; Ferdinando Dubla, docente e storico del movimento operaio; Carla Filosa, docente, saggista, già redattrice de “La Contraddizione”; Federico Fioranelli, docente di economia e diritto; Demostenes Floros, economista e docente di geopolitica; Carlo Formenti, saggista; Gianni Fresu, saggista, studioso di Gramsci e docente all’Università di Cagliari; Wladimiro Giacché, economista e saggista; Rolando Giai-Levra, direttore di “Gramsci Oggi”; Aldo Giannuli, storico del movimento operaio; Alberto Lombardo, docente Università di Palermo e membro dell’Ufficio Politico del PC; Alfredo Novarini, già dirigente del PCI e del movimento operaio milanese, dirigente del Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano; Alessandro Pascale, storico del movimento operaio; Fabio Pasquinelli, avvocato, Centro culturale “Cumpanis”; Marco Pondrelli, saggista e direttore di Marx 21.it; Giorgio Riolo, saggista, traduttore, tra l’altro, delle opere di Samir Amin in Italia; Francesco Schettino, economista, saggista, ricercatore Università di Napoli e Roma; Alberto Sgalla, docente di diritto e scrittore; Silvano Tagliagambe, filosofo; Daniela Talarico, avvocato, Torino; Salvatore Tiné, docente Università di Catania e storico del movimento operaio; Tiziano Tussi, docente e storico del movimento operaio; Alessandro Volponi, docente di filosofia e studioso di economia e storia dell’economia; Chiara Zoccarato, studiosa di questioni economiche. 

Le interviste saranno pubblicate in ordine di arrivo.