Il presente e il futuro si costruiscono solo grazie alla comprensione profonda e alla critica del passato. Per poter pensare alla ricostruzione di una prospettiva comunista in Italia, bisogna fare i conti una volta per tutte con le ragioni che hanno provocato il disfacimento e il crollo del Partito Comunista Italiano e la crisi dell’attuale movimento comunista italiano. Cosa ne pensi?

È una cosa giusta e imprescindibile e nessuno potrebbe mai essere così stupido da dire di no; il punto è però, come farlo? Noi stiamo riflettendo e stiamo guardando in faccia la realtà da un certo periodo.

Abbiamo realizzato un libro nel 2017 in cui non abbiamo fatto una commemorazione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre, ma ci siamo interrogati seriamente sulle cause del crollo del socialismo: in sintesi abbiamo formulato lo slogan “Non è fallito il socialismo, ma la sua revisione”. 

Abbiamo indicato da dove si doveva ripartire, le cause dell’indebolimento di quella grande costruzione che ci volle più tempo per abbattere che per costruire; abbiamo fatto una riflessione critica della conduzione della politica del PCI dopo la Liberazione. 

Non abbiamo mai abbracciato tesi “romantiche” sulla possibilità della svolta rivoluzionaria in Italia, ma abbiamo criticato in modo documentato il percorso che è stato scelto, indicando in Secchia il più coerente sostenitore di una possibile scelta “rafforzativa” rispetto a quella di Togliatti. Ne abbiamo parlato diffusamente nel nostro corso di formazione.

Abbiamo fatto una critica ancora più radicale rispetto alle scelte berlingueriane che, oltre ad abbracciare e promuovere teorie eclettiche, hanno causato un danno enorme al movimento comunista internazionale anche fuori dall’Italia, facendo da sponda a schiere di opportunisti annidati o dirigenti di vari partiti comunisti, anche nel PCUS.

Abbiamo criticato (con una personale severa autocritica) le scelte a perdere che hanno fatto i partiti scaturiti dallo scioglimento del PCI, scelte che sono state caratterizzate non dalla ricerca di ottenere migliori condizioni di vita e di diritti alle classi lavoratrici, che sarebbe stato sacrosanto, ma solo la garanzia per la sopravvivenza politica opportunistica di quei partiti.

Non abbiamo mai teorizzato la categoria del “tradimento”. Con alcune eccezioni, Gorbacev, Occhetto e Bertinotti. Per tutto il resto abbiamo ragionato in modo anche sofferto e mai autoassolutorio. E questo al solo scopo di imparare dagli errori del passato.

Ma non ci fermiamo certo qui. Continuiamo costantemente la nostra analisi, l’analisi del nostro recente passato che riguarda la giovane vita del nostro partito, così quella del movimento comunista internazionale.

Da più parti ormai, persino da alcune aree comuniste, si leva la critica al sistema di pensiero marxista e leninista, giudicato dogmatico e ossificato. Qual è il tuo pensiero a riguardo?

Per chi ha letto anche solo poche righe di Marx o di Lenin queste affermazioni sono semplicemente ridicole: fanno ovviamente parte dell’offensiva della propaganda borghese nel campo proletario per indebolirne la saldezza ideologica, che oggi, diciamo, va ricostruita dalle fondamenta, dopo decenni di teorie velenose che hanno imperversato e che imperversano anche e soprattutto nei partiti che si sono fregiati della falce e martello.

Marx ed Engels sono i Maestri che hanno fatto del metodo dialettico materialistico lo strumento più duttile ed efficace in mano al proletariato. 

“Ad ogni scoperta scientifica il materialismo deve cambiare forma” (Engels); Lenin è l’uomo dell’“analisi concreta della situazione concreta”; Stalin è l’uomo che è riuscito a guidare il suo Paese tra scogli e pericoli tremendi, ideologici e politici e militari, portando l’URSS dall’aratro alla bomba atomica. 

Ma di cosa parlano questi intellettuali che non hanno mai letto un rigo (né dato un volantino, aggiungo)?

Certo, è vero che a un certo punto si è assistito a una minore intensità rivoluzionaria anche e soprattutto nell’URSS da Kruscev in poi, e questo è stata una delle cause che ha minato e inaridito tutto il campo socialista; ma stranamente sono stati proprio i critici più pungenti del marxismo-leninismo che hanno portato al disastro, in URSS, in Europa e in Italia.

 

Assistiamo ogni giorno di più a spinte imperialiste volte alla militarizzazione e alla guerra, non solo “fredda”. Potresti farci conoscere il tuo pensiero sulla situazione geopolitica odierna?

Oggi si sta assistendo ad un’accelerazione dell’offensiva statunitense – politica, ideologica, commerciale, finanziaria, mediatica e militare – mai vista negli ultimi decenni; naturalmente la scomparsa dell‘URSS consente all’imperialismo americano di “dettare l’agenda” laddove comanda. 

Ancora negli anni Settanta e Ottanta, il PCI, pur dentro il processo di “mutazione genetica” organizzò e guidò una protesta di massa contro la guerra in Vietnam, contro gli euromissili, con una forza di cui oggi possiamo solo avere nostalgia.

Questa offensiva ha cause di fondo che vanno ricercate in primis nella base economica del capitalismo USA: esso è largamente dominato dalla finanza. La quota del manifatturiero in USA è inferiore all’11 percento, contro il 28 della Cina, il 27 della Corea del Sud e poco più del 20 di Giappone e Germania; ciò significa che siamo in presenza di un capitalismo che non produce plusvalore in casa, ma lo deve andare a rapinare fuori.

Poi c’è la forza dello sviluppo impetuoso della Cina, che straccia record su record di incremento del prodotto che è capace di fare e di commercializzare. Ma c’è un’altra ragione di contrapposizione alla Cina: questa sta diventando una nazione che avrà sempre meno bisogno di esportare, grazie alla creazione di un mercato interno vastissimo, e quindi il coltello alla gola puntato contro le sue esportazioni sarà sempre meno efficace; l’imperialismo USA deve passare a fatti molto più forti e togliersi i guanti gialli.

Quel ristretto circolo del G7 appare molto coeso di facciata, ma è diviso in modo drammatico all’interno: gli interessi della Germania divergono radicalmente, la Francia cerca di giocare una sua partita, l’Italia è una pedina debole nel grande gioco, non glielo consentono…

Oltre a ciò, c’è tutto il resto del mondo che tutto sommato è molto di più di quello che abbiamo fin qui preso in esame: Russia, Iran, America latina, per non parlare di tutta l’Africa. Ormai i diktat statunitensi, dopo la figuraccia delle elezioni di Biden vs Trump, trovano sempre meno i paesi sull’attenti a obbedire; è il segno che il dominio si va sgretolando. 

Ma questo è pericolosissimo perché potrebbe dare adito ad azioni disperate da parte dei circoli guerrafondai; per questo riteniamo che non solo si debba costruire nel mondo una grande alleanza che dissuada i più forsennati bellicisti americani e faccia ragionare tutti gli altri, facendo apparire l’opzione militare su larga scala per quello che è, una follia.

Anche il movimento comunista internazionale deve contribuire a questo obiettivo. Oggi è il momento di unire tutte le forze contro le guerre e i pericoli concreti di guerra nel mondo.

 

Sulla base delle riflessioni fatte finora, quali sono a tuo avviso i punti chiave per poter pensare ad una prospettiva unitaria tra i comunisti in Italia?

Intanto è necessario definire con precisione il perimetro: non bastano la falce e martello. Coi finti comunisti che hanno inneggiato contro il “Gheddafi macellaio” noi non possiamo pensare ad avere alcun tipo di unione, sbanderemmo alla prima curva, così come i punti che ho enunciato prima per noi sono certamente discutibili, ma non possiamo rinunciarci per mero amore di una unità eterogenea ed eclettica; diceva Secchia: “Unità sì, ma con chi e per che cosa?”. Mi pare che non si possa dire meglio.

Riteniamo che le idee non vadano “mediate”, ma si debba scegliere la migliore, se qualcuno ci dimostra che ha un’idea migliore della nostra sui vari punti, siamo dispostissimi a discutere e a cambiare; ma, ad esempio, lontani anni luce dal PD e da qualunque cosa assomigli ad un suo anche lontano satellite. Del resto, come dicevo, aggiorniamo e continueremo ad aggiornare costantemente la nostra linea politica.

Ma il vero punto è un altro: di questa “prospettiva unitaria” si parla sempre in prossimità delle elezioni e purtroppo non è un bello spettacolo che diamo a quella classe a cui dovremmo andare non solo a chiedere un voto, ma che dovremmo invece tornare a rendere protagonista.

Vediamo se riusciamo a parlare di unità fuori dalle campagne elettorali; ho lanciato, abbiamo lanciato come forze del Comitato 27 Febbraio contro il Governo Draghi una proposta: fare insieme una manifestazione antimperialista in occasione del prossimo G20 a Roma il 30 ottobre. Noi ci stiamo muovendo, vedo interesse sulla proposta. Bene, vediamo se nel concreto possiamo fare qualcosa insieme.

“Speciale”

L’essenza, per le fondamenta

Interviste sul Comunismo

Progetto politico-editoriale di Fosco Giannini e Alessandro Testa

Interviste a cura di Alessandro Testa

Quadro internazionale e pericoli di guerra; imperialismo/antimperialismo dopo la caduta dell’URSS; crisi del movimento comunista in Italia; percorsi per l’unità dei comunisti e delle comuniste. “Cumpanis” interroga i dirigenti, gli intellettuali, gli economisti, i filosofi comunisti, marxisti italiani per contribuire a una prima “accumulazione intellettuale originaria” da investire per il grande compito che la fase oggettivamente richiede: ricostruire un partito comunista nel nostro Paese all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe, un partito di quadri con una linea di massa. 

Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario. Non si insisterà mai troppo su questo concetto in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica”. Lenin, 1902, Che fare. 

La prima parte di questa affermazione di Lenin è tanto nota da essere divenuta una sorta di litania tra i militanti comunisti: litania, certo, ma mai “prassi teoretica” da parte dei gruppi dirigenti comunisti italiani successivi alla lunga “cronaca annunciata” del suicidio del PCI. 

Mai questa litania si è concretizzata nell’impegno a sciogliere i grumi teorici che la storia del dissolvimento e depauperamento del movimento comunista italiano – che tra il lungo processo di socialdemocratizzazione del PCI e questi ultimi, “nostri”, tre decenni è giunta al mezzo secolo di azione attiva nefasta – è andata moltiplicando. 

Di fronte ai compiti che poneva la crisi del movimento comunista italiano, invece di districare i nodi attraverso una dialettica del contenuto di verità e realtà, le esperienze comuniste successive al PCI hanno scelto la strada, paradossale, della costruzione di “cattedrali” ideologiche fondate, di volta, in volta, o sulla sabbia del movimentismo totale, o su quella dell’istituzionalismo totale, o su quella della nostalgia totale, la nostalgia acritica del vecchio PCI, oggettivamente funzionale, peraltro, a rimuovere la stessa, temporalmente lunga, “mutazione genetica” del PCI. 

Invece di far di nuovo brillare, nei nostri giorni, il rosso del pensiero materialista e rivoluzionario, si ridipingeva di grigio il grigio, così come Hegel affermava.

Nessun scioglimento di nodi, in quest’ultimo trentennio: solo polvere sotto il tappeto. Da questa mancanza di lavoro teorico, di “scavo” propedeutico all’allestimento delle fondamenta, possiamo agevolmente, quanto razionalmente, far dipendere in larga parte il fallimento dei tentativi di ricostruzione di un forte, radicato, coeso partito comunista successivo all’autosciogimento del PCI.

Peraltro, la seconda parte dell’affermazione di Lenin, che succede all’esigenza della teoria rivoluzionaria, (“Non si insisterà mai troppo su questo concetto, in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica”) molto meno “recitata” della prima ma ugualmente densa sul piano ideologico, proprio in virtù di questa densità andrebbe utilizzata come griglia di lettura in relazione alle “forme più anguste di azione pratica” messe in campo dai sempre incompiuti, e a volte persino stravaganti, partiti comunisti apparsi in Italia dopo il XX° e ultimo Congresso del PCI, con le loro fumisterie teoriche e il loro abbandono dei territori e dei luoghi del conflitto capitale/lavoro.

“Cumpanis” fa parte di quel “fronte”, che si va fortunatamente allargando, che crede nella necessità sociale, politica, persino storica di un’attiva e pesante presenza partitica comunista in Italia, e crede che per giungere a tale obiettivo occorra unire i comunisti e le comuniste italiane – sia quelli che militano negli attuali partiti comunisti italiani che quelli al fuori di essi – sulla base di un profilo politico e teorico alto, adatto ai tempi, non dogmatico né liquidazionista rispetto al grande patrimonio ideologico, teorico e politico dell’intera storia del movimento comunista e operaio italiano e internazionale; un profilo che esca da una vasta e collettiva ricerca tra comunisti e si offra ad essi come base ideologica omogenea e comune.

Per questo obiettivo di fondo, con le sue modeste forze, è nata “Cumpanis”; per questo obiettivo, in questo “Speciale”, la rivista coinvolge, in una vasta e preziosa discussione, i dirigenti e gli intellettuali comunisti e marxisti italiani.

Hanno già aderito alla nostra iniziativa e risponderanno alle nostre domande: Maurizio Acerbo, segretario nazionale del PRC; Mauro Alboresi, segretario nazionale del PCI; Marco Rizzo, segretario nazionale del PC. E, tra dirigenti e intellettuali: Fulvio Bellini, ricercatore politico; Nunzia Augeri, saggista; Ascanio Bernardeschi, studioso di questioni economiche, esponente del giornale comunista on-line “La Città Futura”; Renato Caputo, docente di filosofia, esponente de “La Città Futura”; Bruno Casati, saggista e presidente del Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano; Marcello Concialdi, docente di filosofia, Torino; Manlio Dinucci, saggista e geografo; Salvatore Distefano, docente e storico del movimento operaio; Ferdinando Dubla, docente e storico del movimento operaio; Carla Filosa, docente, saggista, già redattrice de “La Contraddizione”; Federico Fioranelli, docente di economia e diritto; Demostenes Floros, economista e docente di geopolitica; Carlo Formenti, saggista; Gianni Fresu, saggista, studioso di Gramsci e docente all’Università di Cagliari; Wladimiro Giacché, economista e saggista; Rolando Giai-Levra, direttore di “Gramsci Oggi”; Aldo Giannuli, storico del movimento operaio; Alberto Lombardo, docente Università di Palermo e membro dell’Ufficio Politico del PC; Alfredo Novarini, già dirigente del PCI e del movimento operaio milanese, dirigente del Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano; Alessandro Pascale, storico del movimento operaio; Fabio Pasquinelli, avvocato, Centro culturale “Cumpanis”; Marco Pondrelli, saggista e direttore di Marx 21.it; Giorgio Riolo, saggista, traduttore, tra l’altro, delle opere di Samir Amin in Italia; Francesco Schettino, economista, saggista, ricercatore Università di Napoli e Roma; Alberto Sgalla, docente di diritto e scrittore; Silvano Tagliagambe, filosofo; Daniela Talarico, avvocato, Torino; Salvatore Tiné, docente Università di Catania e storico del movimento operaio; Tiziano Tussi, docente e storico del movimento operaio; Alessandro Volponi, docente di filosofia e studioso di economia e storia dell’economia; Chiara Zoccarato, studiosa di questioni economiche. 

Le interviste saranno pubblicate in ordine di arrivo.