Peace - Burial at Sea exhibited 1842 Joseph Mallord William Turner 1775-1851 Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/N00528

D. In questa fase storica, stiamo assistendo all’esplodere di innumerevoli contraddizioni in seno al capitalismo, contraddizioni di quelle che Lenin definì magistralmente “l’imperialismo, fase suprema del capitalismo”. Dal tuo punto di vista, quali sono i punti salienti della situazione odierna per ciò che concerne la situazione politico-economica?

R. In primo luogo, credo sia importante riportare la definizione di Imperialismo che Vladimir Ilic Uljanov, detto Lenin, diede nel 1916: “stadio monopolistico del capitalismo”.

Ad essa, il padre della rivoluzione bolscevica associò cinque tesi:

I. La concentrazione della produzione e del capitale (il secondo è l’aspetto preponderante) con conseguente formazione dei monopoli;

II. La fusione del capitale bancario col capitale industriale (con tendenziale prevalenza del primo sul secondo) e conseguente creazione di una oligarchia finanziaria;

III. Il prevalere dell’esportazione di capitali su quella delle merci;

IV. La nascita di associazioni monopolistiche transnazionali;

V. La ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche (aspetto militare).

A mio avviso, tutti i “cinque i principali contrassegni” suggeriti al tempo da Lenin mantengono tutt’ora la loro validità, anche se andrebbero profondamente aggiornati in base alla realtà attuale.

Desidero suggerire qualche spunto di riflessione in merito alla centralizzazione della produzione e del capitale in questa fase di ripresa del processo di accumulazione dopo le crisi del 2007-09 e 2020, se non altro per le implicazioni politiche che ne conseguono.

Nonostante gli stessi Karl Marx e Lenin spesso utilizzino i termini “centralizzazione” e “concentrazione” come se fossero sinonimi, più precisamente, per concentrazione dei capitali, si intende il processo di accumulazione di “nuovo” capitale e non già “esistente” come nel caso della centralizzazione.

L’analisi della legge di tendenza verso la centralizzazione dei capitali mette in luce il passaggio di mano di un capitale già esistente come esito di una lotta incessante tra capitali per la conquista dei mercati, una lotta che porta al fallimento dei più deboli o alla loro acquisizione da parte dei più forti. Questo conflitto determina sempre di più una concentrazione della proprietà del capitale in poche mani.

La legge di tendenza marxiana “dell’espropriazione dei capitalisti ad opera del capitalista” trova oggi importanti conferme empiriche soprattutto, per quanto attiene i capitali finanziari, ma non solo, grazie agli studi di economisti marxisti come Emiliano Brancaccio ed altri ancora.

In merito alla centralizzazione della produzione invece – che K. Marx intendeva come impianti produttivi che per le loro dimensioni realizzano economie di scala – secondo E. Brancaccio non si può delineare una chiara legge di tendenza come nel caso del capitale.

Nel settore dell’energia degli Stati Uniti d’America, di cui mi occupo per lavoro, dalla metà del 2020 in poi, sono in atto una serie di fallimenti, liquidazioni, fusioni, acquisizioni dei capitali nazionali ad opera di altri capitali nazionali, ma non stranieri, al momento, in conseguenza della forte diminuzione della domanda mondiale di petrolio (-9.000.000 b/g nel 2020, pari all’11% circa dei consumi globali) con conseguente crollo del prezzo del barile. Capitali di piccole e medie dimensioni, come le società Parsley Energy e Pioneer Natural Resources, nonostante l’intervento in loro soccorso di una parte del potere politico statunitense (precisamente, il commissario alle Ferrovie texane, Ryan Sitton), sono finite sotto il controllo delle “associazioni monopolistiche transnazionali” ExxonMobil, ConocoPhillips e Chevron espressione dell’American Petroleum Institute (grande capitale Usa).

Se provassimo ad azzardare un parallelo con l’Italia e l’Europa (intesa come UE) che va ben oltre l’energia, lo scontro politico in atto nel mercato energetico statunitense tra capitali nazionali Usa di piccole-medie dimensioni e capitali transnazionali Usa di grandi dimensioni – scontro tra diversi segmenti della medesima classe sociale, i quali però permangono nel contempo uniti contro il fattore lavoro – non è altro che la riproposizione del leitmotiv sovranismo versus  europeismo/globalismo. La legge di tendenza verso la centralizzazione dei capitali è la base scientifica di questo conflitto politico.

Secondo il compianto Augusto Graziani, a partire dagli anni Ottanta in poi, i processi di fusione e acquisizione sono avanzati parallelamente “alla frammentazione del processo produttivo (intese come unità produttive che non si ricollegano necessariamente alle economie di scala di cui parlava K. Marx) che genera un qualsiasi prodotto finito. Esso appare suddiviso in fasi successive, ognuna delle quali viene svolta in un paese diverso e in luoghi geograficamente anche molto distanti l’uno dall’altro”. Questa sarebbe la “principale novità storica della globalizzazione”. In Italia, “la frammentazione” ha avuto un peso maggiore rispetto ad altri paesi a capitalismo avanzato in virtù di alcune precise caratteristiche del nostro sistema di accumulazione.

È importante precisare che la centralizzazione del capitale e la contestuale frammentazione del processo produttivo in unità produttive non sono affatto processi in contraddizione tra loro, bensì complementari, nella misura in cui il controllo di più impianti fa capo a sempre meno soggetti.

Nel contempo, sono in particolar modo all’origine della perdita di una coscienza di classe, della frammentazione della stessa classe lavoratrice quindi, della sua debole capacità rivendicativa nei confronti del capitale date le modificazioni intervenute nei rapporti di potere tra capitale e lavoro.

Ritengo altresì che una corretta lettura dei conflitti inter-capitalisti, nonché quelli tra paesi a capitalismo maturo e paesi guidati da partiti social-comunisti o con posizioni oggettivamente antimperialiste (penso, in primo luogo, alla Federazione Russa), debba tenere conto delle ulteriori evoluzioni della globalizzazione.

A tal riguardo, a ottobre 2020, il Financial Times – che nel 2018 ha celebrato il bicentenario della nascita di K. Marx, dichiarando che questo autore “è più rilevante che mai” – pubblicò un articolo, ripreso da Contropiano, dal titolo: “The New Cold War” (La Nuova Guerra Fredda).

Esso verteva sul confronto Usa versus Cina e descriveva i cambiamenti in corso nella cosiddetta supply chain (catena produttiva) cinese, nonché sul processo di avanzamento della divaricazione delle filiere produttive tra i maggiori poli mondiali. Lo scenario che prefigurava era quello di una spinta verso network di produzioni regionali con una feroce concorrenza per accaparrarsi le risorse strategiche e a non permettere all’avversario di goderne, filiere produttive re-internalizzate e misure protezionistiche tra i vari blocchi. Ciò equivaleva alla morte (seppur parziale) della globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta nel trentennio post Guerra Fredda, in una competizione che affidava un peso centrale alla sfida tecnologica e all’abbassamento del costo del lavoro.

D. Come sottolineavi prima, il problema dell’energia e dell’ambiente è centrale nel dibattito che si è sviluppato in seno al pensiero liberista. Abbiamo assistito al progressivo radicalizzarsi di due posizioni apparentemente antitetiche, l’una fortemente catastrofista e l’altra sostanzialmente negazionista: che ne pensi?

R. Purtroppo, non ci troviamo affatto dinanzi ad una “presa di coscienza” reale riguardo al diffondersi e all’intensificarsi della crisi ambientale a livello planetario.

Il limite principale che sembra accomunare la discussione attorno alla transizione energetica risiede nell’interpretazione della pressione crescente del processo di accumulazione del capitale sul vincolo – finito, nel senso di quantitativamente e qualitativamente limitato – delle risorse naturali.

Quasi tutti, infatti, trascurano la possibilità che questa pressione stravolga le attuali condizioni di riproduzione dei rapporti sociali e preferiscono invece concentrarsi direttamente sulla eventualità che la medesima pressione finisca per compromettere le condizioni di riproduzione della stessa vita sulla Terra (ipotesi catastrofista, intesa come fine del “loro” mondo, della “loro” storia, del “loro” uomo), sempre che non la neghino (ipotesi negazionista).

Senza un’analisi materialistica, o “di classe”, non si riuscirà mai ad individuare il soggetto sociale – quindi, politico, non “passivo”, ma “attivo” che sa come uscire dalla crisi e battersi, organizzandosi – sul quale la crisi ambientale maggiormente si ripercuote e dal quale ci si può quindi attendere un concreto interesse a mutare il corso degli eventi. Infatti, oggi più che mai, le imprese (fattore capitale) riescono a scaricare sui lavoratori (fattore lavoro) il peso delle rendite minerarie spettanti ai possessori di risorse primarie.

Inoltre, la questione della tutela ambientale potrà assumere concreto rilievo politico solo attraverso un continuo sforzo di intersezione tra l’analisi dello sfruttamento della natura e l’analisi dello sfruttamento del lavoro.

Senza dubbio, trattasi di una impresa ardua, a livello teorico e pratico, ma necessaria, e deve concernere non soltanto il tema dei consumi, bensì – in primo luogo – la sfera della produzione.

Di fatto, il tema della transizione energetica ripropone una serie di domande che la fine del Novecento – e con essa, la presunta “fine della Storia”, secondo alcuni sedicenti intellettuali borghesi – pareva avere seppellito e cioè: che cosa produrre, dove produrre, attraverso quali forme organizzative del lavoro e tecniche di produzione e soprattutto, produrre a favore di chi e contro chi!

Alle nuove generazioni del Friday for Future che – giustamente – protestano per l’ambiente e il loro futuro dovremmo avere la schiettezza di chiedere: che cosa vuol dire per voi vivere nel 21° secolo una vita dignitosa – per tutti – in un pianeta dalle risorse finite?

D. Oggi, siamo davanti a quella che potrebbe essere definita “la Guerra Fredda dell’Energia”, un conflitto senza quartiere tra gli Usa e i paesi che non vogliono sottomettersi al suo dominio. Quali sono secondo te i punti chiave ed i rischi di questa situazione?

R. Da un punto di vista geopolitico, secondo Guido Salerno Aletta, editorialista di Milano Finanza e già alto dirigente di Stato nella Prima Repubblica, il piano da 3 mila miliardi di dollari lanciato dal Presidente Usa, Joe Biden, per ricostruire industria e infrastrutture, incentrato sull’obiettivo zero emissioni, avrebbe come scopo quello di ottenere un vantaggio strategico sulla Cina. Infatti, premesso che il paniere energetico cinese è attualmente composto da carbone per il 58%, il corrispondente costo di decarbonizzazione dell’economia del Paese di Mezzo è stimato in 15 trilioni di dollari al 2050.

Aletta precisa che “La sfida (statunitense) è duplice: per un verso, si tratta di innovare i prodotti e i processi nella manifattura, segmentando il mercato globale e quindi creando barriere tecniche all’importazione dei beni che hanno standard ambientali inferiori; dall’altra, si prevede di penalizzare con dazi all’importazione le produzioni straniere che, anche se rispettano i nuovi requisiti, siano state fabbricate utilizzando fonti energetiche fossili”.

Il rischio è l’alba di una nuova Guerra Fredda – il che vuol dire in primo luogo “costringere il nemico” visto che egli vuole quella “calda” – o, se preferite, “dalla corsa al riarmo alla corsa alla decarbonizzazione dell’economia”.

“Si fa politica perciò (anche) estera, pronta a condizionare i propri aiuti al rispetto di obiettivi climatici e a «rally the rest of the world» nel perseguire l’obiettivo emissione zero. Provate a filtrarlo con le lenti della diversità di costo della decarbonizzazione negli Stati Uniti e in Cina. Riuscire a farne tema di concorrenza per la supremazia (a qualcuno potrebbe venire in mente un parallelo con come gli Stati Uniti dissanguarono l’Unione Sovietica, imponendole come priorità la corsa al riarmo; ma quella fu un’altra storia), riuscire insomma ad imporre ai cinesi di accelerare la decarbonizzazione cinese procura, o almeno credono, vantaggio alla causa americana”, ha sostenuto Massimo Nicolazzi, di formazione socialdemocratica (keynesiana, non marxista), docente di Economia delle fonti energetiche all’Università di Torino ed ex presidente di Centrex Italia.

Nell’ipotesi in cui gli Usa riuscissero ad imporre a livello globale un limite all’utilizzo delle fonti fossili, potrebbero ridisegnare completamente gli equilibri geopolitici.

Parafrasando il Segretario di Stato Usa, Anthony Blinken, se Washington non aumenterà gli investimenti verdi, “l’America perderà l’opportunità di modellare il futuro climatico del mondo, in un modo che rispecchi i nostri interessi e valori, e perderemo innumerevoli posti di lavoro”.

Senza dubbio, gli Stati Uniti imporrebbero un freno alla crescita della Cina, mentre Federazione Russa e OPEC pagherebbero il prezzo più alto.

Parafrasando Lenin: “quanto più il capitalismo è sviluppato, quanto più la scarsità di materie prime è sensibile, quanto più acuta è in tutto il mondo la concorrenza e la caccia alle sorgenti di materie prime, tanto più disperata è la lotta per la conquista delle colonie”.

D. Concludendo, mi piacerebbe chiederti quali sono a tuo avviso i punti chiave per la ricostruzione di una prospettiva comunista in Italia.

R. In premessa, ritengo che sia fondamentale rafforzare le relazioni internazionali tra tutti i partiti comunisti che si rifanno alla III Internazionale e tra quest’ultimi e le organizzazioni sindacali di classe più avanzate presenti, in primo luogo, nei luoghi della produzione del plusvalore, così come in quelli della sua realizzazione. Tale rafforzamento deve assolutamente prevedere un forte ricambio generazionale – nei fatti cioè, nei comportamenti – e non nelle “chiacchiere” come è invece stato negli ultimi 15 anni.

Attualmente, esistono le condizioni per una nuova Internazionale? No, non esistono, ma è doveroso porre il tema all’ordine del giorno, così come è necessario analizzare le cause della grave divisione esistente tra le organizzazioni sindacali a livello internazionale, affinché si faccia prevalere – nella lotta – ciò che oggi le unisce rispetto a ciò che le divide.

Inoltre, credo che sia necessario comprendere le cause che hanno portato alla sconfitta – momentanea – del movimento comunista internazionale, a partire dall’URSS e dagli Stati che facevano parte del Patto di Varsavia. È importante che tale analisi avvenga con metodo scientifico cioè, attraverso l’utilizzo delle categorie interpretative proprie del marxismo, senza gettare bambino e acqua sporca, anche per quanto attiene le esperienze di socialismo tutt’ora esistenti a partire da quelle cubana e cinese.

In secondo luogo, è doveroso studiare l’attuale fase capitalistica, approfondendo gli elementi strutturali e sovrastrutturali intervenuti nel corso degli ultimi tre decenni nei paesi a capitalismo avanzato, onde individuare da chi è composta la nostra classe di riferimento, chi sono oggi i soggetti subalterni materiali e immateriali produttori di plusvalore.

In terzo luogo, dovremmo cercare per lo meno di porre all’ordine del giorno la seguente complicatissima domanda: come si prende il potere nelle odierne società occidentali?

Nonostante esistano le condizioni oggettive per una prospettiva comunista in Italia, temo che il nostro attuale limite sia dato dalla mancanza di condizioni soggettive. Non mi riferisco unicamente alle nostre divisioni interne figlie di una sconfitta storica che ci sta portando all’atomizzazione, bensì alla ben più grave assimilazione dei comportamenti piccolo-borghesi e micro-competitivi tipici dei nostri avversari di classe. Essi sono il segnale più chiaro della loro vittoria culturale e, di converso, della nostra totale sconfitta. Urge il lancio di un nuovo “umanesimo”, inteso in senso marxiano, che potrà germogliare solamente grazie ad un grande sforzo empatico tra tutti coloro i quali ritengono che la “questione comunista” non sia ancora chiusa in Italia.

Nel 1939, alla vigilia dello scoppio della II Guerra Mondiale, nessuno avrebbe mai immaginato che dopo meno di un decennio, dalle ceneri del III Reich sarebbe nata la Repubblica Democratica Tedesca (DDR). Al pessimismo della ragione leghiamo quindi l’ottimismo della volontà.

“Speciale”

“L’essenza, per le fondamenta”

Interviste sul Comunismo

Progetto politico-editoriale di Fosco Giannini e Alessandro Testa. 

Interviste a cura di Alessandro Testa

Quadro internazionale e pericoli di guerra; imperialismo/antimperialismo dopo la caduta dell’URSS; crisi del movimento comunista in Italia; percorsi per l’unità dei comunisti e delle comuniste. “Cumpanis” interroga i dirigenti, gli intellettuali, gli economisti, i filosofi comunisti, marxisti italiani per contribuire a una prima “accumulazione intellettuale originaria” da investire per il grande compito che la fase oggettivamente richiede: ricostruire un partito comunista nel nostro Paese all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe, un partito di quadri con una linea di massa. 

Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario. Non si insisterà mai troppo su questo concetto in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica”. Lenin, 1902, Che fare. 

La prima parte di questa affermazione di Lenin è tanto nota da essere divenuta una sorta di litania tra i militanti comunisti: litania, certo, ma mai “prassi teoretica” da parte dei gruppi dirigenti comunisti italiani successivi alla lunga “cronaca annunciata” del suicidio del PCI. 

Mai questa litania si è concretizzata nell’impegno a sciogliere i grumi teorici che la storia del dissolvimento e depauperamento del movimento comunista italiano – che tra il lungo processo di social democratizzazione del PCI e questi ultimi, “nostri”, tre decenni è giunta al mezzo secolo di azione attiva nefasta – è andata moltiplicando. 

Di fronte ai compiti che poneva la crisi del movimento comunista italiano, invece di districare i nodi attraverso una dialettica del contenuto di verità e realtà, le esperienze comuniste successive al PCI hanno scelto la strada, paradossale, della costruzione di “cattedrali” ideologiche fondate, di volta, in volta, o sulla sabbia del movimentismo totale, o su quella dell’istituzionalismo totale, o su quella della nostalgia totale, la nostalgia acritica del vecchio PCI, oggettivamente funzionale, peraltro, a rimuovere la stessa, temporalmente lunga, “mutazione genetica” del PCI. 

Invece di far di nuovo brillare, nei nostri giorni, il rosso del pensiero materialista e rivoluzionario, si ridipingeva di grigio il grigio, così come Hegel affermava.

Nessun scioglimento di nodi, in quest’ultimo trentennio: solo polvere sotto il tappeto. Da questa mancanza di lavoro teorico, di “scavo” propedeutico all’allestimento delle fondamenta, possiamo agevolmente, quanto razionalmente, far dipendere in larga parte il fallimento dei tentativi di ricostruzione di un forte, radicato, coeso partito comunista successivo all’autosciogimento del PCI.

Peraltro, la seconda parte dell’affermazione di Lenin, che succede all’esigenza della teoria rivoluzionaria, (“Non si insisterà mai troppo su questo concetto, in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica”) molto meno “recitata” della prima ma ugualmente densa sul piano ideologico, proprio in virtù di questa densità andrebbe utilizzata come griglia di lettura in relazione alle “forme più anguste di azione pratica” messe in campo dai sempre incompiuti, e a volte persino stravaganti, partiti comunisti apparsi in Italia dopo il XX° e ultimo Congresso del PCI, con le loro fumisterie teoriche e il loro abbandono dei territori e dei luoghi del conflitto capitale/lavoro.

“Cumpanis” fa parte di quel “fronte”, che si va fortunatamente allargando, che crede nella necessità sociale, politica, persino storica di un’attiva e pesante presenza partitica comunista in Italia, e crede che per giungere a tale obiettivo occorra unire i comunisti e le comuniste italiane – sia quelli che militano negli attuali partiti comunisti italiani che quelli al fuori di essi – sulla base di un profilo politico e teorico alto, adatto ai tempi, non dogmatico né liquidazionista rispetto al grande patrimonio ideologico, teorico e politico dell’intera storia del movimento comunista e operaio italiano e internazionale; un profilo che esca da una vasta e collettiva ricerca tra comunisti e si offra ad essi come base ideologica omogenea e comune.

Per questo obiettivo di fondo, con le sue modeste forze, è nata “Cumpanis”; per questo obiettivo, in questo “Speciale”, la rivista coinvolge, in una vasta e preziosa discussione, i dirigenti e gli intellettuali comunisti e marxisti italiani.

Hanno già aderito alla nostra iniziativa e risponderanno alle nostre domande: Maurizio Acerbo, segretario nazionale del PRC; Mauro Alboresi, segretario nazionale del PCI; Marco Rizzo, segretario nazionale del PC. E, tra dirigenti e intellettuali: Fulvio Bellini, ricercatore politico; Nunzia Augeri, saggista; Ascanio Bernardeschi, studioso di questioni economiche, esponente del giornale comunista on-line “La Città Futura”; Renato Caputo, docente di filosofia, esponente de “La Città Futura”; Bruno Casati, saggista e presidente del Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano; Marcello Concialdi, docente di filosofia, Torino; Manlio Dinucci, saggista e geografo; Salvatore Distefano, docente e storico del movimento operaio; Ferdinando Dubla, docente e storico del movimento operaio; Carla Filosa, docente, saggista, già redattrice de “La Contraddizione”; Federico Fioranelli, docente di economia e diritto; Demostenes Floros, economista e docente di geopolitica; Carlo Formenti, saggista; Gianni Fresu, saggista, studioso di Gramsci e docente all’Università di Cagliari; Francesco Galofaro;  Wladimiro Giacché, economista e saggista; Rolando Giai-Levra, direttore di “Gramsci Oggi”; Aldo Giannuli, storico del movimento operaio; Alberto Lombardo, docente Università di Palermo e membro dell’Ufficio Politico del PC; Alfredo Novarini, già dirigente del PCI e del movimento operaio milanese, dirigente del Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano; Alessandro Pascale, storico del movimento operaio; Fabio Pasquinelli, avvocato, Centro culturale “Cumpanis”; Marco Pondrelli, saggista e direttore di Marx 21.it; Giorgio Riolo, saggista, traduttore, tra l’altro, delle opere di Samir Amin in Italia; Francesco Schettino, economista, saggista, ricercatore Università di Napoli e Roma; Alberto Sgalla, docente di diritto e scrittore; Silvano Tagliagambe, filosofo; Daniela Talarico, avvocato, Torino; Salvatore Tinè, docente Università di Catania e storico del movimento operaio; Tiziano Tussi, docente e storico del movimento operaio; Alessandro Volponi, docente di filosofia e studioso di economia e storia dell’economia; Chiara Zoccarato, studiosa di questioni economiche. 

Le interviste saranno pubblicate in ordine di arrivo.