“L’essenza, per le fondamenta” intervista a Daniela Talarico

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Daniela Talarico è nata a Torino, dove svolge la professione di avvocato interpretando da sempre la tutela dei diritti con occhio attento agli squilibri sociali e ai rapporti di forza.

Ha maturato soprattutto a partire dal governo Monti una consapevolezza che l’ha portata ad analizzare e approfondire la natura e le dinamiche dell’Unione Europea e del neoliberalismo, analisi che è sfociata nella ricerca di una “casa politica” e quindi, alcuni anni dopo, nella militanza nel Fronte Sovranista Italiano/Riconquistare l’Italia, approdando poi recentemente al Partito Comunista guidato da Marco Rizzo come candidata indipendente al Comune di Torino.

Uno dei temi di cui attualmente si parla parecchio è il “sovranismo”. La battaglia culturale e politica infuria, opponendo chi insiste sulla necessità di una prospettiva europeista, e chi invece ribatte che solo il sovranismo potrebbe offrire all’Italia una speranza di uscire dall’interminabile crisi in cui si dibatte. Ma bisognerebbe prima capire qual è la differenza sostanziale tra sovranità e sovranismo…

La nozione autentica di sovranismo evidenzia la sovranità nazionale di uno stato o di un popolo in contrapposizione al modello del trasferimento di poteri e alla cessione di sovranità a una o più̀ organizzazioni internazionali che limitano o sopprimono la sovranità popolare, la democrazia rappresentativa e i diritti sociali. 

Qual è, quindi, secondo te il vero significato di “sovranismo”? 

Quello che intendo io per sovranismo in Italia altro non è che la difesa della sovranità popolare così come sancita e definita nell’art. 1 della Costituzione, è il ripudio del cosiddetto vincolo esterno che, esautorando lo Stato della propria indipendenza da poteri esterni e privati lo rende incapace di applicare e tutelare i processi democratici, i quali rimangono in vigore quali meri meccanismi formali svuotati di potere e di sostanza in maniera progressivamente sempre maggiore.

Un sovranismo autentico dovrebbe sostenere il primato dello Stato e della politica sull’economia, sulla finanza e sul mercato, entità che dovrebbero essere soggette al controllo pubblico e regolamentate anche attraverso l’intervento diretto dello Stato, come pure previsto nella nostra Costituzione, intendendo dunque riaffermare il primato del diritto pubblico sul diritto privato in ottica di garanzia dell’interesse generale e della giustizia sociale, fuori dalle logiche di carattere mercantile e di profitto, ontologicamente e intrinsecamente non democratiche, essendo espressione di interessi privati. 

Dopo aver analizzato e definito in questa specifica maniera il significato di sovranità e sovranismo, viene immediatamente da chiedersi come mai oggi queste tematiche siano patrimonio quasi esclusivo delle destre. Cosa ne pensi? 

Il pensiero unico neoliberista e globalista della sinistra occidentale, la quale detiene un potere costante nei più recenti decenni – anche quando governa la destra, avendo il dominio ininterrotto dello “Stato profondo”, degli apparati, della burocrazia, dei media, del mondo accademico, della cultura, dell’arte e dell’intrattenimento di massa –, etichetta la ricerca di sovranità come nazionalismo, evocando i nazionalismi novecenteschi, i fascismi, il concetto della supremazia della nazione in chiave di aggressione, prevalenza e non cooperazione con le altre nazioni, (da qui slogan stucchevoli come “l’Unione europea ci ha regalato 70 anni di pace”).

La destra, dal canto suo, variamente, da Trump a Le Pen, da Salvini a Meloni si è fatta portatrice di una sorta di populismo che ha avuto e ha tuttora una certa presa e un comprensibile consenso presso le classi popolari, data la totale assenza, l’ostentata indifferenza e il disprezzo verso le classi non garantite da parte della sinistra saldamente ancorata alle élites e ossessionata da presunti diritti civili individuali, isolati e scollati dai diritti sociali. 

Perciò la destra, oggi, mentre ottiene il consenso delle classi lavoratrici, della classe media impoverita e precarizzata del lavoro autonomo, della piccola impresa, delle professioni, ma anche presso la classe operaia ripudiata dalla sinistra che ha scelto di stare con i padroni, tradisce totalmente queste aspettative.

Il sovranismo non può che essere interpretato nell’ottica della lotta di classe, e però la destra sotto questo punto di vista carpisce consensi attraverso un sovranismo fittizio e propagandistico che promette ciò che non può realizzare.

Il cosiddetto sovranismo delle destre, agitato come uno spauracchio dall’intero sistema mediatico, altro non è che una forma di euroscetticismo o di “altreuropeismo” che pretenderebbe di perseguire un ritorno all’autonomia e all’indipendenza legislative e amministrative degli Stati membri, senza tuttavia (con l’eccezione della sola Inghilterra) mettere in discussione l’impianto unionista. 

Salvini, ma anche il movimento 5 stelle prima maniera, e in parte Meloni, hanno preso i voti dei sovranisti italiani promettendo obiettivi irraggiungibili all’interno dell’Unione europea alla quale peraltro si sono saldamente ancorati una volta terminata la campagna elettorale.

In sintesi, il sovranismo di una parte (peraltro minoritaria) della lega e di FdI non è che una forma di populismo a volte tinteggiato di nazionalismo, fatto di un retorico e generico euroscetticismo che si concretizza in slogan come “battere i pugni in Europa” o ”contare di più in Europa” oppure il patetico “ottenere qualcosa di più”; detti slogan hanno facile gioco nell’attuale desolazione valoriale della politica e della società in cui tutti i partiti sono, fatte salve le evidenziate differenti sfumature, espressione dell’unica ideologia corrente, il neoliberismo. 

Il patriottismo, però, è un tema che è sempre stato molto presente negli scritti di Lenin, Stalin, Gramsci e altri importanti teorici marxisti: ma qual è a tuo avviso la differenza tra patriottismo e nazionalismo? 

Quel che è veramente sconcertante, ed è, a mio avviso, forse il nocciolo del problema, è il ripudio totale di ogni forma di amore per il paese da parte della sinistra: come si è detto le uniche forme labili e ipocrite di patriottismo sono rinvenibili esclusivamente nella destra. 

Il progressismo neoliberale è stato abbracciato in modo assoluto dalla sinistra che è giunta a teorizzare la globalizzazione addirittura come valore e a ritenerla irreversibile, (lo stesso irrealistico e antistorico, quasi mistico aggettivo viene usato per l’euro).

Forse è il momento di sfatare il falso mito che associa la sinistra al socialismo facendo esclamare a molti socialisti “questa non è vera sinistra”, in realtà l’attuale sinistra torna alle origini in quanto liberale e progressista di stampo ottocentesco, in versione smart, politically correct, sostenibile, green, lgbt e ipertecnologica, ma pur sempre ottocentesca in quanto elitaria. 

Dovrebbe apparire evidente come un potere sovranazionale basato sul capitalismo finanziario sia del tutto incompatibile con la democrazia e con i diritti sociali e sia ben prossimo a un potere di tipo imperialistico, nulla di innovativo nè moderno, piuttosto restaurazione attualizzata di un modello antichissimo. 

La sinistra, dopo la liquidazione del blocco sovietico, ha abbandonato ogni forma di coscienza politica nazionale che oggi equipara a “fascismo” e “nazionalismo”, vi è chi, nella post sinistra extraparlamentare che si definisce socialista o comunista, confonde il globalismo e il cosmopolitismo con l’internazionalismo socialista che invece presupponeva la patria e l’indipendenza dei popoli.

Al contrario, i lavoratori senza le radici territoriali vengono annientati, senza l’ancoraggio al territorio come mezzo necessario per la dialettica fra lavoro e capitale non può esservi alcuna lotta e rivendicazione di diritti sociali. 

I mercanti sono stati cosmopoliti dai secoli più remoti, il denaro e i traffici non hanno mai avuto patria, le lotte dei lavoratori hanno invece bisogno di patria e radici nel territorio, per Gramsci il patriottismo costituisce “il nesso reale tra governati e governanti”, identificare il patriottismo con il nazionalismo è una vera e propria aberrazione oltre che un vergognoso falso storico. Tale scempio ideologico da parte della sinistra è immane e imperdonabile. 

Concludendo, mi piacerebbe chiederti quali sono a tuo avviso i punti chiave per la ricostruzione di una prospettiva Comunista in Italia. 

Traendo le logiche conseguenze ritengo, da socialista, che la ricostruzione di una prospettiva comunista in Italia sia auspicabile per riequilibrare i rapporti di forza, in chiave demistificatoria e per riportare la lotta politica nella giusta prospettiva e nel terreno della lotta di classe. 

In realtà, senza che debba apparire paradossale, tale prospettiva è importante non solo per i comunisti ma anche per tutti i non comunisti, promuovendo l’alleanza sociale fra tutti coloro che vivono del proprio lavoro e che subiscono ugualmente la precarizzazione e la marginalizzazione, che siano dipendenti o autonomi, operai, artigiani, commercianti o professionisti, recidendo senza alcuna esitazione ogni residuo contatto con quel certo sinistrismo che ancora vede una inattuale contrapposizione fra lavoro dipendente e autonomo, considerando gli autonomi quali “padroni” ed evasori fiscali e rendendo così un gran servizio al capitale nel tradizionale schema del divide et impera, oltre che naturalmente alla destra.

Il conflitto capitale-lavoro non potrà che essere pensato e attuato assieme alla lotta per la sovranità nazionale, la negazione del conflitto sociale e la riduzione di ogni dialettica politico-sociale a logica di mercato è una tale mostruosità che potrà essere combattuta solo attraverso una ideologia forte che possa fare da contrappeso. 

Tutti coloro che non si riconoscono nell’attuale sistema dovrebbero giungere a prendere atto di non aver alcuna rappresentanza in parlamento e per ciò stesso rafforzare e appoggiare la prospettiva comunista per opporsi all’Europa tecnofinanziaria e imperialistica.

Deve però essere chiaro e non posto in discussione che nessuna forma di socialismo sarà mai possibile senza la comprensione e la conoscenza profonda dei trattati europei e del funzionamento dell’Unione europea in essi delineato, occorre abbandonare l’errata convinzione che qualcosa non abbia funzionato a dovere nel processo di integrazione europea e che sia migliorabile; tale equivoco è ancora molto presente nell’area di riferimento.

Occorre invece giungere al riconoscimento della sua irriformabilità e al suo ripudio, e dunque all’affermazione dell’uscita dall’UE come necessaria e indispensabile per il ripristino dei diritti sociali e della giustizia sociale.

“Speciale”

L’essenza, per le fondamenta

Interviste sul Comunismo

Progetto politico-editoriale di Fosco Giannini e Alessandro Testa. 

Interviste a cura di Alessandro Testa

Quadro internazionale e pericoli di guerra; imperialismo/antimperialismo dopo la caduta dell’URSS; crisi del movimento comunista in Italia; percorsi per l’unità dei comunisti e delle comuniste. “Cumpanis” interroga i dirigenti, gli intellettuali, gli economisti, i filosofi comunisti, marxisti italiani per contribuire a una prima “accumulazione intellettuale originaria” da investire per il grande compito che la fase oggettivamente richiede: ricostruire un partito comunista nel nostro Paese all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe, un partito di quadri con una linea di massa. 

Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario. Non si insisterà mai troppo su questo concetto in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica”. Lenin, 1902, Che fare. 

La prima parte di questa affermazione di Lenin è tanto nota da essere divenuta una sorta di litania tra i militanti comunisti: litania, certo, ma mai “prassi teoretica” da parte dei gruppi dirigenti comunisti italiani successivi alla lunga “cronaca annunciata” del suicidio del PCI. 

Mai questa litania si è concretizzata nell’impegno a sciogliere i grumi teorici che la storia del dissolvimento e depauperamento del movimento comunista italiano – che tra il lungo processo di socialdemocratizzazione del PCI e questi ultimi, “nostri”, tre decenni è giunta al mezzo secolo di azione attiva nefasta – è andata moltiplicando. 

Di fronte ai compiti che poneva la crisi del movimento comunista italiano, invece di districare i nodi attraverso una dialettica del contenuto di verità e realtà, le esperienze comuniste successive al PCI hanno scelto la strada, paradossale, della costruzione di “cattedrali” ideologiche fondate, di volta, in volta, o sulla sabbia del movimentismo totale, o su quella dell’istituzionalismo totale, o su quella della nostalgia totale, la nostalgia acritica del vecchio PCI, oggettivamente funzionale, peraltro, a rimuovere la stessa, temporalmente lunga, “mutazione genetica” del PCI. 

Invece di far di nuovo brillare, nei nostri giorni, il rosso del pensiero materialista e rivoluzionario, si ridipingeva di grigio il grigio, così come Hegel affermava.

Nessun scioglimento di nodi, in quest’ultimo trentennio: solo polvere sotto il tappeto. Da questa mancanza di lavoro teorico, di “scavo” propedeutico all’allestimento delle fondamenta, possiamo agevolmente, quanto razionalmente, far dipendere in larga parte il fallimento dei tentativi di ricostruzione di un forte, radicato, coeso partito comunista successivo all’autosciogimento del PCI.

Peraltro, la seconda parte dell’affermazione di Lenin, che succede all’esigenza della teoria rivoluzionaria, (“Non si insisterà mai troppo su questo concetto, in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica”) molto meno “recitata” della prima ma ugualmente densa sul piano ideologico, proprio in virtù di questa densità andrebbe utilizzata come griglia di lettura in relazione alle “forme più anguste di azione pratica” messe in campo dai sempre incompiuti, e a volte persino stravaganti, partiti comunisti apparsi in Italia dopo il XX° e ultimo Congresso del PCI, con le loro fumisterie teoriche e il loro abbandono dei territori e dei luoghi del conflitto capitale/lavoro.

“Cumpanis” fa parte di quel “fronte”, che si va fortunatamente allargando, che crede nella necessità sociale, politica, persino storica di un’attiva e pesante presenza partitica comunista in Italia, e crede che per giungere a tale obiettivo occorra unire i comunisti e le comuniste italiane – sia quelli che militano negli attuali partiti comunisti italiani che quelli al fuori di essi – sulla base di un profilo politico e teorico alto, adatto ai tempi, non dogmatico né liquidazionista rispetto al grande patrimonio ideologico, teorico e politico dell’intera storia del movimento comunista e operaio italiano e internazionale; un profilo che esca da una vasta e collettiva ricerca tra comunisti e si offra ad essi come base ideologica omogenea e comune.

Per questo obiettivo di fondo, con le sue modeste forze, è nata “Cumpanis”; per questo obiettivo, in questo “Speciale”, la rivista coinvolge, in una vasta e preziosa discussione, i dirigenti e gli intellettuali comunisti e marxisti italiani.

Hanno già aderito alla nostra iniziativa e risponderanno alle nostre domande: Maurizio Acerbo, segretario nazionale del PRC; Mauro Alboresi, segretario nazionale del PCI; Marco Rizzo, segretario nazionale del PC. E, tra dirigenti e intellettuali: Fulvio Bellini, ricercatore politico; Nunzia Augeri, saggista; Ascanio Bernardeschi, studioso di questioni economiche, esponente del giornale comunista on-line “La Città Futura”; Renato Caputo, docente di filosofia, esponente de “La Città Futura”; Bruno Casati, saggista e presidente del Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano; Marcello Concialdi, docente di filosofia, Torino; Manlio Dinucci, saggista e geografo; Salvatore Distefano, docente e storico del movimento operaio; Ferdinando Dubla, docente e storico del movimento operaio; Carla Filosa, docente, saggista, già redattrice de “La Contraddizione”; Federico Fioranelli, docente di economia e diritto; Demostenes Floros, economista e docente di geopolitica; Carlo Formenti, saggista; Gianni Fresu, saggista, studioso di Gramsci e docente all’Università di Cagliari; Francesco Galofaro;  Wladimiro Giacché, economista e saggista; Rolando Giai-Levra, direttore di “Gramsci Oggi”; Aldo Giannuli, storico del movimento operaio; Alberto Lombardo, docente Università di Palermo e membro dell’Ufficio Politico del PC; Alfredo Novarini, già dirigente del PCI e del movimento operaio milanese, dirigente del Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano; Alessandro Pascale, storico del movimento operaio; Fabio Pasquinelli, avvocato, Centro culturale “Cumpanis”; Marco Pondrelli, saggista e direttore di Marx 21.it; Giorgio Riolo, saggista, traduttore, tra l’altro, delle opere di Samir Amin in Italia; Francesco Schettino, economista, saggista, ricercatore Università di Napoli e Roma; Alberto Sgalla, docente di diritto e scrittore; Silvano Tagliagambe, filosofo; Daniela Talarico, avvocato, Torino; Salvatore Tiné, docente Università di Catania e storico del movimento operaio; Tiziano Tussi, docente e storico del movimento operaio; Alessandro Volponi, docente di filosofia e studioso di economia e storia dell’economia; Chiara Zoccarato, studiosa di questioni economiche. 

Le interviste saranno pubblicate in ordine di arrivo.