D. Lo sviluppo di una società socialista presuppone condizioni oggettive e soggettive ben precise. A tuo avviso, queste condizioni sono presenti oggi o sono ancora molto al di là da venire?

R. Ponendo attenzione alle contraddizioni immanenti al processo di accumulazione, si entra nel cuore della crisi attuale, di massa di plusvalore prodotta che non può essere realizzata, cioè trasformata in profitto. Per questo si licenzia senza grossi intralci normativi, riducendo il più possibile i costi relativi al capitale variabile, cercando contemporaneamente di stabilire accordi vantaggiosi per l’acquisto di materie prime a prezzi minori, e se non è possibile mediante la diplomazia, lo spionaggio o i servizi segreti, si destabilizzano paesi con guerre a bassa intensità o per interposta persona a scopo di rapina delle risorse, come possibile. In altri termini lo sfruttamento lavorativo, mai sufficiente per l’accumulazione di plusvalore, dev’essere integrato con la ricerca delle priorità immediate sulla concorrenza internazionale, nella corsa infinita alla supremazia pena la distruzione o vendita necessitata della propria attività produttiva, o in forma mediata, finanziaria. Il ricorrente fenomeno delle controverse dislocazioni produttive mostra inoltre non solo l’attivazione continua del dumping salariale, ma soprattutto la concorrenza tramite l’uso degli stati nell’ottenimento di facilitazioni fiscali, legislazioni depenalizzanti, fruizione di infrastrutture gratuite, appalti per investimenti a basso rischio, ecc.

Questo per quanto concerne la produzione. Per quanto invece riguarda la distribuzione del valore e plusvalore prodotto, a sfruttamento compiuto, i problemi delle proporzioni tra diversi rami produttivi e delle capacità di consumo delle società cui ci si rivolge (nazionali o estere) consistono nella distribuzione antagonistica, propria del capitale, per cui questa avviene in modo sperequato tra una grande massa di persone e una più ristretta di ceti abbienti. Un ulteriore limite distributivo è dato dal costante impulso ad accumulare, la cui legge viene a stabilirsi entro: 1) le incessanti rivoluzioni dei metodi produttivi (le cosiddette ristrutturazioni, anche quella in atto), da cui poi il capitale esistente subisce 2) un deprezzamento, oltre ad affrontare 3) una concorrenza in continuo mutamento, dovendosi infine 4) perfezionare la produzione ed ampliarne le dimensioni, pena, come si è detto, a rovina. In tali condizioni soggette alla costante trasformazione, risulta evidente la estrema difficoltà, se non proprio impossibilità del mantenimento di un controllo, da parte di qualsiasi organismo internazionale, non parliamo nemmeno se da parte dei lavoratori.

A tutto ciò si aggiunge un eccesso di popolazione dovuta proprio all’eccesso di capitale. La sovrappopolazione relativa oggi risulta visibile non solo nelle parcellizzazioni lavorative, nei licenziamenti o nel numero dei senza lavoro, scoraggiati, ecc., ma anche nel fenomeno migratorio solo in parte riutilizzabile come forza-lavoro a basso costo, accompagnata da tutti i risvolti di emarginazione sociale deliberata. La perdita di vite umane nei trasferimenti forzati diventa il prezzo della sottomissione dei sopravvissuti. Se elementi di socialismo siano presenti in questo brevissimo ed emblematico quadro del nostro presente, non è dato sapere al momento. Le trasformazioni dell’imperialismo tuttora dominante non mostrano spazi per il superamento del sistema, ma solo l’acuirsi preoccupante di contraddizioni che pongono numerosi ostacoli alla vita in genere sul pianeta. La consapevolezza delle masse non ha raggiunto livelli che permettano la capacità di unirsi, organizzarsi in base a finalità strategiche definite. Il piano della protesta, della rivolta, degli scioperi, ecc. rimane settoriale, empirico, occasionale, limitato a sezioni minime e isolate del funzionamento del sistema. Non bisogna chiedersi a che ora si instaurerà il socialismo, ma studiare le modalità di trasformazione di questo sistema, in particolare i suoi errori, per intervenire – se e quando possibile – per far cadere definitivamente il tasso del profitto, eliminati i salvataggi antagonisti continuamente attivati dal capitale ma, è certo, non in eterno, impossibilitati ad annullarne la necessità intrinseca al sistema stesso.

D. Come inquadreresti l’acutizzarsi dell’imperialismo e la sua natura specifica nel contesto odierno?

R. Non mi pare che l’imperialismo segnali un’acutizzazione, bensì proceda nel suo percorso di “normale” avanzamento verso la definizione di un’egemonia mondiale, tendenzialmente costituita ovviamente dall’eliminazione progressiva di concorrenti troppo potenti. L’erosione delle zone di approvvigionamento di determinati stati, ad esempio, può avviare conflitti più o meno giustificabili – ma questo non è poi un grande problema – più o meno duraturi, più o meno estensibili, ma efficaci al fine di far rispettare comandi altrimenti inaccettabili. Ad esempio, l’indebolimento politico in Europa mediante le richieste Nato, o l’imposizione di petrolio Usa al posto di quello russo (proposto in Polonia), sono senz’altro la condivisione di costi militari non solo finanziari ed anche umani, ma forse più ancora la ricerca di un’egemonia politica mondiale non più basata sulla supremazia economica, sostituita da quella delle armi – sia come potenziamento di eserciti (ormai sempre più contractors oltre quelli professionali) sia di merci. Le due guerre in Iraq, quella in Afghanistan, in Siria, ecc. stanno a dimostrare la difesa militare della onnipresente egemonia del dollaro, per le prime due soprattutto. L’introduzione di un nemico irrintracciabile solo sul piano territoriale come il terrorismo per le ultime due, anche se con chiaro impegno in funzione antirussa, da poter condividere sia con partners che con nemici, nello stesso intento di unificazione coatta a proprio vantaggio.

E’ necessario tornare alle cause dei primi due conflitti sopra citati per capire che lo spodestamento del dollaro ha radici ormai lontane. L’imposizione del dollaro come valuta privilegiata avviata alla fine del 2°conflitto mondiale, in una fase cioè di crescita capitalistica, ha dovuto affrontare una contraddizione interna nel momento in cui, nel mercato mondializzato, la fase è diventata transnazionale. Pur essendo sempre su base Usa, il dollaro non ha più rivestito il precedente ruolo di facilitatore dell’accumulazione di plusvalore, ma è stato soggetto a una ridefinizione delle aree valutarie, in cui ha tentato di mantenere un vantaggio competitivo all’interno di una nuova divisione internazionale del lavoro (dislocazioni, esternalizzazioni, subforniture su scala mondiale, ecc.). Il difficile tentativo di Saddam di sostituire il dollaro come valuta di riferimento con l’euro ha così determinato l’accelerazione della sua fine, impensabile finché la sua politica di sterminio dei curdi o di guerra all’Iran per ordine Usa non preoccupava le coscienze mondiali sulla violazione dei cosiddetti “diritti umani”.

L’ideologia neo-corporativa divenuta necessaria come forma di controllo nella politica economica mondiale, non ha più una nazionalizzazione identificabile, ma attraversa l’intero mercato mondiale nell’abbattimento di tutte le frontiere esistenti. Il contrasto, non contraddittorio però, con l’innalzamento dei muri e delle frontiere anti-immigrazione è evidente, come pure gli inni nazionali e le bandiere a ricordare la divisione mantenuta per le masse e gli stati agli ordini del capitale, libero questo, invece, di spaziare ovunque sia possibile investire o speculare per ramazzare il plusvalore in crisi. L’unica libertà salvaguardata è dunque quella del capitalismo monopolistico finanziario nell’indirizzare e controllare ormai l’economia reale, nell’individuazione delle aree d’investimento più proficue e l’allargamento oltre confine dell’area valutaria del dollaro. Strategie industriali, commerciali, bancarie, assicurative, ecc. possono così essere spostate a seconda dell’uso trasversale di aree valutarie differenti e indipendenti dalle zone geografiche d’influenza. Ciascuna area di riferimento mondiale poi viene gestita dalle banche centrali, dalle borse e dai governi dei maggiori stati imperialistici, che così mantengono e ridefiniscono il loro ruolo all’interno di una centralizzazione strategica finanziaria (holdings) con decentramento operativo produttivo, per specificare il rapporto mutevole tra costi di produzione e prezzi di vendita dei beni finali o prodotti intermedi.

Il cosiddetto dominio della “finanziarizzazione” è in realtà la mancanza di comprensione del mutamento imperialistico nell’estensione del mercato mondiale del capitale – così adeguato al suo concetto sottolineerebbe Marx – che però noi oggi, abituati al pressappochismo aconcettuale della compagneria della frase, possiamo solo correggere con lo sviluppo del denaro come capitale (non come reddito), sedimentato nel cuore dominante della concentrazione finanziaria, nella visibilità e nell’organizzazione prevaricante tutto il decentramento produttivo e distributivo, sparso ovunque sia più conveniente ai capitali più forti.

Il mantenimento della base finanziaria localizzata, relativamente a tutte le aree del pianeta, diventa visibile soprattutto con gli Ide (investimenti diretti all’estero), che si indirizzano proprio là dove il costo complessivo del lavoro oltre all’area valutaria di riferimento risulta più basso. Quindi si provvede alla segmentazione in filiere produttive dei cicli lavorativi, compreso il lavoro a domicilio, se si ravvisa conveniente tutto l’insieme anche relativo a trasporti e infrastrutture per un’economia più competitiva. I costi da sostenere non dovranno essere pagati in valute locali inferiori ai prezzi finali di vendita, presumibilmente fatturati in dollari, che quindi saranno responsabili di sperequazioni foriere di insostenibili indebitamenti. La fluttuazione del corso dei cambi risulterebbe perciò letale per le economie “emergenti”, o sommerse che siano, dato che se si fosse “ancorati” al dollaro l’indebitamento eventuale sarebbe molto più elevato di quello realizzato nelle più modeste valute locali, soggette mediamente a forte inflazione e così a un corso dei cambi troppo mobile. L’enorme disavanzo commerciale Usa è stato ripagato dal drenaggio in dollari di capitali ide o di portafoglio da tutto il resto del mondo. Qualunque potenziale intervento sul corso dei cambi dei paesi dominati è stata vanificata, realizzando in tal modo una quota di ricchezza appropriata ed estorta a tutti i lavoratori dei paesi esteri.

Oggi la dollarizzazione del mercato mondiale presenta varie crepe dovute proprio alla perdita di controllo della produzione mondiale sostenuta dal potere militare e politico Usa, affiancato da altre potenze e da organismi sovrastatuali che ne ridisegnano l’influenza entro anche i gravi problemi posti dal degrado planetario. “La natura specifica” dell’imperialismo va inquadrata quindi nel dominio, per ora scarsamente contrastato, del denaro-capitale nella sua forma ultima della transnazionalità e della permanenza della tradizionale conflittualità duplice a) tra capitali, e b) nei confronti della forza-lavoro, da ridurre a sola forza produttiva capitalistica. Tutti i problemi legati alla sopravvivenza, oltre che alla vita in generale sul pianeta, sono considerati indifferente retorica rispetto all’agognata valorizzazione.

D. Come leggi la realtà presente della conflittualità sociale? Con quali strumenti il capitale sta tentando di recidere alla radice la possibilità della creazione di una coscienza di classe?

R. Anche qui la conflittualità sociale attuale parte da lontano. La coscienza di classe è tuttora appannaggio delle classi dominanti internazionali nell’esercizio del potere e soprattutto dell’arbitrio. Il potere significa proseguire nel drenaggio di ricchezza socialmente prodotta da estorcere alle masse sottomesse, attraverso una produzione ormai sottratta ai bisogni e finalizzata alla sola realizzazione del plusvalore. Per questo è necessario essersi impadroniti dello sviluppo scientifico indirizzato e utilizzato nei suoi risultati verso i fini lucrativi suddetti, superando pertanto gli ostacoli posti dalle contraddizioni intrinseche al sistema, nel rinvio continuo degli impedimenti materiali e nell’offuscamento di qualunque barlume di consapevolezza nelle masse da sfruttare. Non potendo impedire del tutto il sorgere di una coscienza individuale, nonostante i limiti che le si frappongono se non proprio persecuzioni o singola eliminazione, che almeno questa non si espanda in forme collettive e soprattutto organizzate. A ciò non si risparmiano mezzi.

Il più efficace e tradizionalmente testato è l’impoverimento proprio del sistema. La produzione parallela di miseria – necessaria – viene rinforzata dal trasferimento della crisi di capitale (ininterrotta di fatto dalla seconda metà degli anni ’60) in crisi di lavoro, arricchita, quando opportuno, da repressioni stragistiche (sempre rinnovabili alla bisogna) o corporative (mediate da governi “tecnici” e sindacati collusi), da inoculazioni di razzismo, xenofobia, rigurgiti fascisti scambiati per folklore, ecc. La sostanza di questo mix sempre aperto sta nel veicolare nel lavoro una miriade di differenziazioni e frantumazioni, volte non solo al frazionamento salariale e quindi all’uso parcellizzato della forza-lavoro, ma anche all’impossibilità di riconoscersi da parte di questa nell’identità di classe da occultare. L’introduzione di macchine ormai generalizzata ha ridotto numericamente la necessità di lavoro umano, ma non la quantità lavorativa per addetto, e per giunta meno remunerata, inducendo così a una pluralità di jobs, o lavoretti, che consentano di vivere prima di arrivare all’elemosina. Se nel nostro “occidente” pacificato la flessibilità del lavoro – e cioè la svalorizzazione costante della forza-lavoro mercificata – ha permesso quest’immagine desiderabile del sistema, che lascia convivere mafie e governi, pandemie e sanità privatizzate previo smantellamento di quelle pubbliche, ecc., nel sottomondo dell’imperialismo visibile l’immiserimento delle popolazioni viene organizzato con mirati colpi di stato, o con guerre “a bassa intensità”, che, pena la morte, producano profughi bisognosi in prospettiva proni a qualsiasi ricatto lavorativo si vorrà loro imporre. Nel nostro Bengodi, invece, licenziamenti e morti sul lavoro insegnano a chi vive di lavoro che l’insicurezza delle proprie condizioni è strutturale, ma – c’è da crederci – può esser mitigata con le leggi sulla sicurezza varate dal governo. Peccato che queste siano l’uso della legalità borghese per la sola protezione dei ceti abbienti, contro “l’invasione” degli immigrati: forza-lavoro potenziale da mettere nelle condizioni di inferiorizzazione costruita, rispetto a cui potersi sentire tutti più garantiti e mantenere intatto il comando sul lavoro!

La coscienza in chi subisce si produrrà per effetto dello sviluppo ulteriore delle forze produttive, ancora gestite entro un’organizzazione sociale inadeguata e frenante. L’acculturazione “degli incolti” – secondo la lezione engelsiana – contro la cultura dominante potrà concretizzarsi solo se spinta dalle necessità materiali, quale forma di moto del modo di produzione capitalistico. Tutte le mistificazioni, i diversivi, gli occultamenti che il capitale organizza per arginare la crescita coscienziale di classe avversa sono sicuramente efficaci dissuasori, ma non possono cancellare la realtà della distruttività naturale e storica di questo processo, quella da cui promana la coscienza. Il conflitto sociale è ineliminabile in questo sistema e riposa (si fa ironia!) sul concetto di lavoro salariato.

Non viene capito il rapporto sociale anche perché la stessa apparenza di salario occulta il reale. Sembra infatti scambio tra eguali mentre al contrario non si rileva la superiorità contrattuale di chi acquista rispetto a chi vende la propria forza-lavoro alle condizioni imposte. Il salario non ripaga tutto il lavoro erogato, ma solo una quota che viene continuamente minimizzata, rosicata a favore di quell’altra parte onnipresente gratuita. Solo la conoscenza scientifica permette di rintracciare l’origine dello sfruttamento, della dipendenza, della ineguaglianza, della esclusione dalla ricchezza prodotta, in una parola dell’appartenenza alla classe subalterna, privata della proprietà dei mezzi di produzione.

Aiutato dall’abbaglio fenomenico, il capitale ha avuto – finora – buon gioco a sostituire alla coscienza di classe l’omogeneizzazione dei consumi, modelli, aspirazioni, immaginario, divertimento (peraltro antico: panem et circenses!), e ogni dissimulazione delle differenze, che però riappaiono oggi, sorprendentemente in aumento (!) da sotto il tappeto della crisi mondiale irresolubile. “Prima condizione dell’emancipazione sociale è la consapevolezza”! Ma chi conosce oggi Marx, chi ha letto “Lavoro salariato e capitale” in cui questa affermazione era la premessa di tante informazioni da dedicare ai lavoratori del 1847-49? Il capitale sfruttava diversamente 174 anni fa? I lavoratori erano più intelligenti e/o capaci? A queste domande volutamente senza risposta possiamo solo replicare, come posteri, che i capitalisti hanno studiato attentamente questo breve saggio ed hanno loro sì risposto: hanno isolato i conflitti sociali, diviso senza sosta i lavoratori, istituzionalizzato e legalizzato le loro fragili organizzazioni, criminalizzato il dissenso e organizzato il consenso tramite partiti, sindacati, intellettuali organici alla borghesia, politiche sul lavoro, welfare (introdotto per primo da Bismarck!), infine 2 guerre mondiali di sterminio delle popolazioni civili, del cui effetto boomerang seguìto alla prima, hanno pagato un prezzo durato più di 70 anni, che non vorranno più pagare.

La violenza strutturale e monopolizzata nella legalità di questo potere deve occultare, non generare sapere reale che potrebbe riconoscerne l’origine e magari restituire una risposta rivoluzionaria come “levatrice della storia”! I guardiani di questo reparto di ostetricia sono però attenti a spargere le virtù del subire, quali pazienza, spirito di sacrificio (sempre richiesto, anche dai sindacati!), la neutralità al di sopra delle parti cui è inserita anche l’informazione, l’Economia, l’ideologia scientista e ogni altra rappresentazione spacciata per verità invece di essere quella degli interessi dominanti. E questi si esprimono nella conoscenza del solo particolare, nel solo pragmatismo o nella barbarie intellettuale, quale contagio sociale permanente. La visibile violenza politica dei tempi feudali – che garantivano nell’obbligo la produzione del pluslavoro – ha spento i riflettori nel passaggio al diritto capitalistico, al contratto economico con una forza-lavoro ormai libera di disporre di sé giuridicamente tranne che per campare, il cui nuovo obbligo, questa volta apparentemente interno alla necessità della propria sopravvivenza, la spinge a vendersi a qualunque condizione pretesa. Riaccendere i riflettori su questa nuova violenza sotterranea , radicata ormai in tutto il mondo e che emerge non solo in forme militari ma nell’immiserimento e distruttività del pianeta in tutti i continenti e in tutti i paesi, secondo un disegno di classe che la teoria rivoluzionaria marxista è in grado di individuare, illuminare questa realtà al netto delle mistificazioni orchestrate può essere un primo passo per ricostruire il tessuto sociale disgregato e disperso nei fittizi individualismi il cui destino somiglia a quello dei ciechi di Bruegel.

D. Concludendo, mi piacerebbe chiederti quali sono a tuo avviso i punti chiave per la ricostruzione di una prospettiva comunista in Italia.

“Una conoscenza più o meno completa del marxismo costa oggi dai 20 ai 25.000 marchi-oro, e senza tutte le finezze e i dettagli. L’efficienza diminuisce notevolmente, dopo una lettura approfondita di Marx; in determinati campi, come la storia e la filosofia, non si ridiventa mai più veramente «bravi» dopo esser passati attraverso Marx”. Con questa citazione dai Dialoghi di profughi (1941) di B.Brecht comincio a rispondere dato che per parlare di “prospettiva comunista” bisognerebbe sapere cosa sia “prospettiva” non meno di “comunismo”, e qui allora conoscere Marx, e non a peso. Se si rivolge uno sguardo patriottico alla sinistra italiana – e non solo -, fuori e dentro il parlamento, si notano gli effetti di sforzi compiuti in un recente passato per eliminare Marx dal novero della conoscenza, per terminare con l’eliminazione anche di questa, nell’ambito della “storia e della filosofia” che dava conto di un filone analitico denominato materialismo, in cui potesse dimostrarsi la vita sociale in tutte le sue espressioni essere determinata da condizioni materiali mutevoli del ricambio organico (o metabolismo) con la natura. Senza gridare subito al determinismo, dato che si tratta di una concezione dialettica, anch’essa rimossa in quanto disarmonica col pensiero dominante che si è voluto considerare “unico”, le conseguenze di quegli sforzi, sotto i nostri occhi oggi, hanno prodotto un “comunismo” senza Marx, un marxismo sezionato e “innovato” divenuto plurale e commestibile nei molti marxismi, a piacere, e per quanto riguarda il processo della transizione da stravolgere, ci si interroga su prospettive astratte da basi inesistenti. Quell’amico quasi sconosciuto di Marx, Engels , nel parlare sulla “guerra dei contadini” del 1525 (!) riuscì a vedere analogie con la repressione subìta dopo il 1848 in Germania, ancora presente mentre scriveva a due anni di distanza, e sosteneva che: “Sarà dovere dei capi di tenersi di più in più al corrente di tutte le questioni teoretiche, di liberarsi di tutte le frasi morte, appartenenti alla vecchia concezione della vita, e di tenere presente che il socialismo, da quando è divenuto scienza, deve esser trattato ed esercitato come una scienza, cioè studiato”.

Queste parole non servono a niente se si pensa che la presa del potere la si può scambiare con una poltrona da sindaco, assessore, deputato o altro, lasciando senza commento chi invece dagli scranni che contano abolisce la povertà per decreto o, nel trastullo di escort e politiche difensive degli interessi privati, si è attenti ai soli piani alti di una politica da imitare o in cui inserirsi ad ogni costo.

In una delle vignette di Altàn, due omini con basco in testa si confrontano, dicendo l’uno “hanno ottenuto quello che volevano” e l’altro in risposta con sguardo fisso nel vuoto “tanto, noi non volevamo niente”. La genialità sintetica di Altàn esprime sì l’amarezza della delusione, ma ciò che interessa qui è l’alto livello di astrazione di processi andati in porto, quali un dominio incontrastato di forme determinate della produzione capitalistica capace di trascinare oggettivamente, nella realtà sociale, l’oblio coscienziale di qualunque possibilità difensiva, di riscatto, di emancipazione dalla subordinazione costantemente sofferta dalla classe lavoratrice.

“Non volere niente” implica quindi non voler o saper indagare la realtà, la specificità di questo sistema nei suoi sviluppi continui, in un ambito teorico senza il quale ogni lotta è un tentativo casuale, un atto empirico accidentale dopo il quale può stare in agguato la delusione, il rivolgersi a propagande più convincenti o fascinose, perché no, anche destrorse!

“Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”.

Sono molti anni in cui la classe lavoratrice è stata lasciata allo sbando, senza una direzione né una formazione politica nella quale rappresentarsi o sentirsi rappresentata, e non a parole. In compenso aumenta il comando sul lavoro, aumenta l’impoverimento, aumenta la disgregazione sociale e lavorativa, aumentano frammentazioni contrattuali, aumenta la competitività e divisione della classe, aumenta l’espulsione lavorativa a causa delle ristrutturazioni con richieste di ulteriori specializzazioni, ecc. Bisognerebbe intanto che si prendesse atto di siffatta concretezza capitalistica – peraltro vissuta dai lavoratori in prima persona – riconducendola alle cause materiali, storiche, cioè transeunti, caduche, di questo sistema come potenzialmente trasformabile, non in vista del paradiso in terra, ma della possibile gestione razionale, collettiva dei produttori, per ora espropriati. Restituire in altri termini al comunismo la sua sostanza, al cui scippo ha partecipato allegramente tutta la sinistra opportunista in attesa di benefici dal potere borghese. Pretendere magari una legislazione a favore non della liberalizzazione della cannabis – come priorità – ma della legalizzazione degli immigrati, a che non vengano clandestinizzati né costituiscano forza-lavoro al ribasso salariale, unitamente allo ius soli come pratica di civiltà, potrebbe essere un doppio passo per riunificare la classe e renderla più forte sul piano contrattuale.

In altri termini più che di “ricostruzione” bisognerebbe parlare di costruzione del comunismo, dato che un secolo almeno di demolizione culturale, e non solo, hanno lasciato sopravvivere un’idea utopica di comunismo, cioè irrealistica, intorno a cui si è costruita una cintura sanitaria di disprezzo verso un tentativo loser, perdente, nel pieno rispetto dell’ideologia Usa, in seguito al “suicidio” dell’Urss e del Comecon, e sicuramente da abbandonare o compatire nei ricordi dei nostalgici. 

Costruire vorrebbe significare allora partire da questo zero raggiunto, inteso come riconquista della sua sostanza mistificata e poi cancellata, sostituita dal teatrino della illiberalità verso gli individui, nell’esecrazione del non rispetto di “diritti umani”, “mai coverti” (si direbbe a Roma!), della carenza di merci appetibili, del governo oscurantista, and so on denigrando. Bisognerebbe fare giustizia di tutte le fandonie made in Usa circa il “meno-stato-più-mercato” di marca reaganiana, che significava invece un più-stato finanziario entro un più-mercato e un meno-stato sociale di derivazione keynesiana. Questo attacco neoliberalmonterarista allo stato sociale cosiddetto è stato la premessa dell’ineffabile ’89, suicida per mano altrui. Di qui il fascino di un keynesismo apparso, all’incolta sinistra doc, come il socialismo avviato, da sostituire all’incomprensibile comunismo appaiato al fascio-nazismo come “totalitario”, ignorando peraltro che per il lord suddetto socialismo e sindacalismo erano solo il “microbo del «malessere» della civilizzazione”. Di contro, la sua proposta di “benessere” del welfare state che nasce dall’“atteggiamento dell’individuo e della comunità di fronte all’amore del denaro” oltre che dalla possibilità concessa “a un giovane rispettabile” nella “carriera di fare quattrini, quanti più quattrini possibile”. Ciò non ha destato sospetti sinistri in chi sosteneva che “un figlio dell’Europa occidentale, istruito perbene e intelligente” può essere comunista, nella “paccottiglia delle librerie rosse”, solo se è stato “precedentemente sconvolto da qualche strano e orribile processo di conversione”.

Fare pulizia non solo delle restaurazioni e relative ideologie, a partire da quella degli anni ’80 in poi, nell’ambito dei riferimenti teorici della cosiddetta sinistra, significa pertanto eliminare la credulità sapientemente indotta dagli interessi del grande capitale, non solo nei supposti rappresentanti del popolo indistinto, ma in quelle avanguardie che tuttora esistono e che possano schierarsi entro criteri di classe. Sparito che sia quello zero obbligato, dunque, ivi compreso l’attuale rovesciamento apparente del “più-stato-meno mercato”, l’analisi marx-engelsiana è l’unica forma di criterio scientifico di cui disponiamo per conoscere prima e poter combattere poi il sistema cangiante in cui siamo tuttora immersi. Oggi la classe sfruttata è mondiale, divisa per nazionalità, funzionalità produttive, etnie, lingue, ecc. O si capisce in che modo la nuova divisione del lavoro coarta in differenti forme i produttori, relativi eserciti di riserva e cascami umani da gettare al macero, o non riusciremo ad avere come prospettiva altro che la prosecuzione di questo sistema, la cui morte dipenderà dalla sola cancrena dovuta ai suoi limiti intrinseci.