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Le parole sono importanti!

A proposito dell'Appello approvato all’unanimità dalla Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea il 17 marzo 2021

Di:Fosco Giannini
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Pietro Ingrao svolse il ruolo di direttore de “L’Unità” dal febbraio del 1947 al gennaio del 1957. Un decennio durante il quale incorse più volte (con qualche fibrillazione d’animo possiamo ragionevolmente pensare) nel “metodo Togliatti”, che consisteva essenzialmente, a fini pedagogici, nel far sì che l’alto dirigente che si rivolgeva al segretario generale del P.C.I., chiedendogli consigli/pareri in relazione ad una scelta importante, assumesse invece lui, il richiedente, una propria decisione, per crescere politicamente, per “farsi” dirigente. Una fibrillazione forte, una vera e propria tachicardia dell’animo, Ingrao dovrebbe averla sicuramente vissuta nell’ottobre del 1956, quando si rivolse a Togliatti, da direttore de “L’Unità” che doveva commentare l’intervento sovietico a Budapest, per sapere che posizione prendere e far prendere al quotidiano del P.C.I. E “il Migliore” rispose che la decisione da prendere toccava a lui, direttore de “L’Unità”, e poi, in base alla decisione presa, il partito avrebbe giudicato. Fu molto probabilmente quest’ultima parte della risposta di Togliatti a indurre Ingrao ad assumere una linea politica che il tempo avrebbe dimostrato non essere precisamente la sua, quando nell’editoriale del 25 ottobre del 1956 sui fatti di Ungheria, il famoso editoriale “Da una parte della barricata”, scrisse che l’interventismo imperialista in corso richiedeva di stare dalla parte della barricata sovietica.

Vi fu un’altra occasione, ben prima del ’56, quasi agli esordi da direttore de “L’Unità”, in cui Ingrao incappò nel “metodo Togliatti”. Fu quando chiese al segretario che linguaggio dovesse usare per i lettori operai, contadini, proletari del quotidiano del partito. Se avesse dovuto usare il proprio linguaggio, da intellettuale marxista, o utilizzare un linguaggio il più semplice e “povero” possibile, “per farsi capire”. Crediamo che anche in questa occasione la risposta di Togliatti non sia stata facile da reggere emotivamente, per l’allora direttore de “L’Unità”. Infatti, Togliatti chiese ad Ingrao se la cultura che aveva accumulato non andando in fabbrica o nei campi voleva tenerla tutta per sé o condividerla con “la classe”, aggiungendo che utilizzare un linguaggio volutamente “povero”, per “la classe”, significava non rispettarla, umiliarla, mentre utilizzare e divulgare le conoscenze a disposizione era un modo per acculturarla.

Mi è tornato in mente, “il metodo Togliatti”, nel leggere, nel rapportarmi, con l’Appello lanciato, lo scorso 17 marzo, dalla Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea. Non bisogna mai dimenticarsi di questo “secondo nome”, di questo attributo del PRC – “Sinistra Europea”, appunto – al fine di non cadere in un errore di misconoscimento, interpretando cioè il PRC come un partito comunista conseguente, mentre invece è una forza “di sinistra” in perenne e agitata ricerca di sé, in attesa di un Godot dell’identità che non sembra mai arrivare.  Un partito, il PRC, che nella fase della segreteria Bertinotti fondò, con altri partiti, la Sinistra Europea, rompendo il fronte del movimento comunista europeo.

Col “metodo Togliatti”, che è un puro rasoio di Occam, noi possiamo approcciarci all’Appello del PRC-Sinistra Europea – che sarebbe, nelle intenzioni, un Appello alle forze comuniste e di sinistra italiane per l’unità d’azione e per prospettive ancora più strutturalmente “unitarie” – con un tentativo di decodificazione del testo che non rimanga alla superfice semantica, a quella perniciosa ed equivoca “schiuma” linguistica che irretisce il più sprovveduto senso comune, ma cerchi di mettere in luce, come ci insegna la “conceptual semantics” (la semantica concettuale), il “sotto testo”, per far emergere la verità, quella nascosta sotto le parole scarlatte (che Gramsci proprio non sopportava, distinguendole dalla passione con cui si confrontava con Hegel e Croce, con la storia e la filosofia, come si sa).

Quella verità di cui parlavano Eraclito e Parmenide, quella contrapposta alla conoscenza sensibile e all’“opinione” (la “doxa”, sulla quale sembra poggiarsi l’Appello del PRC-SE, in grandissima parte costruito sui luoghi comuni più abusati e ormai consunti della “sinistra radical”). La verità da constatarsi attraverso il principio, proposto appunto da Parmenide, di non-contraddizione o attraverso la formulazione di Aristotele: “dire di ciò che è che non è, o di ciò che non è che è, è falso”. Mentre tutta la trama semantica dell’Appello del PRC-SE appare piuttosto segnata da quella concezione della verità formulata, per il cristianesimo, da Agostino d’Ippona, per il quale la verità sarebbe un’illuminazione dell’anima per volontà della Grazia divina. Peraltro, a modestissimo parere di chi scrive, buona parte del’impianto politico, culturale e dialogico dell’attuale PRC-SE sembra aver spostato il proprio asse molto all’indietro nel tempo, nell’ambito del cristianesimo francescano, a detrimento dell’impianto materialista e marxista.

Cominciamo a sottoporre uno dei passaggi centrali  dell’Appello ad una prova di “conceptual semantics”.  Il passaggio è il seguente: “Vi invitiamo quindi ad affrontare insieme un percorso processuale di dialogo e cooperazione che valorizzi tutte le esperienze che operano sul piano sociale, culturale e politico e si muovono nella prospettiva di trasformare in modo profondo e radicale un sistema che antepone il profitto ai diritti delle persone e alla tutela della natura e dei beni comuni. Un percorso con l’obiettivo di porre le basi per una aggregazione unitaria e plurale, per una soggettività che per dimensioni e credibilità possa rappresentare una alternativa ai poli politici oggi esistenti”. 

 Bene: potrebbe anche starci che un partito comunista, come ancora il PRC pretende di essere, lanci un appello per “Un percorso con l’obiettivo di porre le basi per una aggregazione unitaria e plurale”.

 Dov’è, tuttavia, l’elemento di contraffazione, che anche gli aderenti all’Appello dovrebbero smascherare? La contraffazione sta nel fatto che la proposta si lascia percepire come un espediente politico-semantico che rinuncia alla parola d’ordine “ricostruire l’unità dei comunisti e delle forze della sinistra”, una parola d’ordine molto più  razionale, popolare, che affonda le proprie radici nella storia del movimento operaio e rincula nell’idea di ricostruire solo una, misteriosa, “aggregazione unitaria e plurale”, (una parola d’ordine ben più elitaria, che rompe col sentimento popolare e allude a quell’inclinazione prettamente bertinottiana volta ad enfatizzare anche il più sparuto dei movimenti) al fine di allargare i confini unitari. Questa ragione di fondo è lasciata intendere, attraverso un “machiavellismo” che nulla ha a che fare con Machiavelli, da diversi dirigenti del PRC – SE, come ragione tattica.

Ma non lo è, non è una ragione tattica, ma strategica. Poichè il problema risiede nella storia ormai lunga del PRC e della sua degenerazione ideologica bertinottiana, attraverso la quale davvero, e non tatticamente, questo partito (PRC-SE) tende sempre più a farsi, seppur vaga, “sinistra plurale”. Il passaggio dell’Appello  che abbiamo messo in luce, dunque, indica davvero un itinerario strategico e non tattico: il PRC-SE in verità, lancia l’idea di un’ “aggregazione unitaria e plurale”, abbandona il progetto – anche sul piano semantico – dell’unità dei comunisti e della sinistra non perchè “l’aggregazione” sia un disegno potenzialmemte più vasto (nella realtà delle cose è il contrario) ma perchè ormai da un lungo tempo il PRC – SE cerca esso stesso di essere un'”aggregazione”, che aborre un sistema di pensiero politico forte, ideologicamente omogeneo (seppur unitario: non vi è contraddizione in ciò) chiamando anche gli aderenti all’Appello a condividere il progetto. Gli stessi partner possono anche chiarire, urbi et orbi, che non parteciperanno al progetto strategico di farsi “aggregazione unitaria e plurale”. Ma il punto è che per aderire all’Appello del PRC-SE devono comunque, concretamente e sin da subito, rinunciare alla parola d’ordine, che sarebbe la più consona per i partiti comunisti e la più utile per “la classe”, “unità dei comunisti e della sinistra”.

La coda del passaggio citato, poi, indicando l’obiettivo di una  “soggettività che per dimensioni e credibilità possa rappresentare un’ alternativa ai poli politici oggi esistenti” a questa minuscola “aggregazione” italiana, peraltro in traballante costruzione, la dice lunga sul carattere massimalista, molto scarlatto e ancora bertinottiano del PRC-SE.

Possiamo enucleare altri passaggi semantici dell’Appello del PRC-SE, che nell’ottica di quello spregiudicato politicismo ormai egemone possono essere liquidati come “inessenziali” o mero artifizio linguistico (come se il linguaggio fosse azione neutra) dagli estensori dell’Appello e forse anche da coloro che a questo Appello hanno aderito, per i quali questi passaggi non inficerebbero l’essenza dell’Appello: la proposta dell’unità.

Si scrive all’inizio dell’Appello: “Noi, compagne e compagni del Partito della Rifondazione Comunista, impegnate/i a costruire la più ampia e unitaria opposizione al governo Draghi, riteniamo urgente aprire una fase di dialogo e di ascolto reciproco fra tutte le donne e gli uomini che condividono l’urgenza della costruzione dell’alternativa”.

Perché si dice “fra tutte le donne e gli uomini”? Il loro insieme rappresenta una nuova classe sociale? Perché si utilizza questa immagine paleocristiana, teologica, spesso rilanciata, nel suo “discorso” pontificale, da Paolo VI? Sembra già di sentirli, gli affrettati politici “unitari” che “vanno al sodo” e non hanno tempo per perdersi in queste elucubrazioni. Pare di vederli mentre scuotono la testa. Possiamo rinunciare a citare Ferdinand de Saussure, il grande linguista e semiologo svizzero padre del segno come insieme di significato e significante, per capire cosa c’è dietro quella strana e religiosa figura retorica (fra tutte le donne e gli uomini che condividono ecc..) e ci facciamo bastare la disperazione di Michele Apicella – Nanni Moretti in “Palombella Rossa” – (“le parole sono importanti!”) di fronte al linguaggio tanto radical, quanto conformista e involuto della giornalista che lo tampina.

Tuttavia, questa proposta volta al fatto che “si apra una fase di dialogo e di ascolto reciproco fra tutte le donne e gli uomini” al fine di costruire l’opposizione al governo Draghi e, addirittura, costruire l’alternativa, non è già di per sé un segno probante di quanto un equivocato e impoverito neo umanesimo già inconsapevolmente scivolato nella religiosa (re-ligere: legare insieme le anime: per il PRC- SE tutte le anime belle?) cancelli prepotentemente ogni residuo di cultura di classe, materialista, marxista?

Perché l’enfatica vaghezza di “uomini e donne”, e non la classe operaia (7 milioni di uomini e donne, in carne e tuta di lavoro, per non ripetere la tautologia di “carne ed ossa”), il popolo dei dipendenti pubblici, la marea di disoccupati, di inoccupati, i 10 milioni di poveri, gli emarginati sociali, i pensionati a 600 euro al mese, i cassaintegrati col rischio forte del licenziamento post lockdown, i commercianti, gli artigiani, i piccoli imprenditori travolti dalla crisi pandemica e soprattutto dalla durezza di classe degli ultimi governi, compreso il governo Draghi? Perché un linguaggio “altro” da quello della realtà? Perché è più aulico, più “trascendente” parlare di “uomini e donne”?

Si dirà: ma è scontato che il PRC-SE pensi a questi soggetti sociali. Sì, siamo certi che il PRC-SE abbia ancora in testa questi soggetti: ma il problema è che l’ideologia è una concreta potenza in atto e l’attuale ideologia in transizione del PRC-SE (in viaggio, secondo noi, al termine della notte) può spingere oggettivamente i post-bertinottiani ad emarginare “la classe”. E si va verso “uomini e donne”.

Poche righe più avanti, l’Appello afferma: “Confidiamo che questa ‘chiamata di emergenza’ possa essere utile alla definizione e alla nascita di una prospettiva unitaria, in un confronto aperto e all’altezza della gravità di questo momento drammatico per il paese e per l’umanità tutta”.

Per l’umanità tutta? La chiamata d’emergenza del PRC-SE dovrebbe essere all’altezza del momento drammatico dell’umanità tutta? Anche in questo caso, da dove esce un linguaggio così roboante, lontano dalla realtà, dalle possibilità oggettive, oggi infinitesimali di Rifondazione e dei suoi debolissimi alleati di avviare, almeno, un inizio di lotta in Italia?

Da dove proviene questo linguaggio così chiaramente escatologico, se non da una interiorizzazione della cultura politica radical, incline a rimuovere ogni verità materiale, per costruire sogni iperbolici e idealistici che proprio per questa natura non possono avere le masse proletarie come punti di riferimento ma solamente alcune “tribù” radical che ancora persistono nella fiducia ad un post bertinottismo sempre più di maniera?

Più avanti ancora, si dice che vi è “la necessità di modificare urgentemente e radicalmente lo stato di cose presente. Occorre cambiare direzione, non tornare a prima!”. Ma non ha, questo Appello, la pretesa di elevarsi a documento politico per l’unità a sinistra, per l'”aggregazione”? Se ha questa velleità, come fa a cadere in tanta approssimazione e persino in questa sciatteria politica e programmatica? “Occorre cambiare direzione, non tornare a prima!”. Sì, cambiare direzione, ma per andare dove? E per “prima” che cosa si intende? D’accordo, un Appello non è un documento politico-programmatico, ma la parola d’ordine “cambiare direzione” lasciata solo a se stessa, senza nessun’altra, minima indicazione, somiglia più alla parola d’ordine scaturita da una discussione in un bar di provincia la domenica mattina piuttosto che alla proposta di una linea politica di massa.

In un passaggio successivo, si afferma che occorrerebbe “socializzare la politica e politicizzare il sociale”. Va bene, riusciamo ad intuirne, vagamente, il senso. Tuttavia, occorrerebbe mettere alla prova tale asserzione con lo stato d’animo e il senso politico di quegli operai ai quali non sarà rinnovata la cassa integrazione.

Ma perché questa riassunzione di slogan tardo-sessantottini, consunti, vuoti di senso politico e sociale reale, lontani da ogni necessità concreta delle masse, che altro non fanno che produrre un’ulteriore distacco tra queste forze “di sinistra” e il movimento operaio concreto e complessivo? Di che natura ideologica è la spinta (incontrollabile?) a mettere su carta pensieri tanto stravaganti e vacui? Ciò è forse determinato da una natura ideologica ormai lontana dalla quella materialista?

Ma abbandoniamo la semantica ed entriamo nei passaggi politici dell’Appello. Nel primo terzo del documento si afferma: “Il governo Draghi esprime la convergenza di centrodestra, centrosinistra e movimento 5 stelle attorno alle politiche neoliberiste. Non si tratta di una novità assoluta: le diversità tra i poli politici oggi esistenti hanno il loro baricentro all’interno del ‘pensiero unico’”.

Che significa, sul piano di una lettura di classe della fase italiana? In modo totalmente politicista (termine che fa peraltro tanto orrore ai radical) si elevano i “poli” di centrodestra e centrosinistra e il M5S a motori reali della realtà italiana. E dove è finito il grande capitale italiano, che ruolo sta giocando la grande borghesia italiana, il potere economico e finanziario, a che punto è e quanto condiziona l’intera economia italiana la penetrazione imperialista in Italia? Straordinaria è la “chiusa” del pensiero: “le diversità tra i poli politici oggi esistenti hanno il loro baricentro all’interno del ‘pensiero unico’”. Ma che cosa è ‘sto pensiero unico – altra parola scarlatta – che sostituisce il potere capitalistico e imperialista? Siamo tornati a Toni Negri? All’Impero unico e privo di contraddizioni interimperialistiche, alle “moltitudini” e alla concezione di “uomini e donne” al posto dei popoli e della classe?

Più avanti: “Il bipolarismo è servito principalmente ad espungere la rappresentanza delle classi popolari e dei loro interessi dal sistema politico, a sostituire l’alternanza all’alternativa”.

Ma se lo ricorda il PRC-SE che l’espulsione dei comunisti dal parlamento è stata diretta conseguenza del fallimento dell’Arcobaleno, della svendita bertinottiana al governo Prodi e della subordinazione dello stesso PRC – SE a quel governo? Bertinotti era, nella fase precedente il governo Prodi, al culmine del proprio linguaggio scarlatto e movimentista.

Non è che questa inclinazione politico-culturale dannunziana, di cui non si vede la fine, è speculare alla moderazione e all’abbandono del sistema di pensiero materialista, dell’impianto marxista e comunista stesso? E non è che tutto ciò sta riapparendo in questo Appello per costruire un’aggregazione unitaria e plurale?

Andiamo avanti: “Il principale elemento di controtendenza, in questa situazione altrimenti desolante, è costituito da un esteso tessuto di pratiche sociali, culturali e politiche – in cui siamo quotidianamente impegnate/i anche noi di Rifondazione Comunista – che alimenta dall’esterno del parlamento il conflitto di classe e ambientale, la dialettica sociale e democratica, il mutualismo e la solidarietà, le pratiche femministe e le campagne per i diritti e contro ogni discriminazione e razzismo. Vi sono reti, intelligenze e soggettività – associazioni, comitati, settori sindacali conflittuali, movimenti, partiti, liste ed esperienze civiche legate al territorio – che operano positivamente senza però avere quel profilo politico comune che è necessario al fine di costituire uno stabile punto di riferimento per le classi popolari e per larga parte del paese”.

Questa è una fiction rai, non è il racconto della realtà italiana. In questo film si vede un intero popolo in movimento “che alimenta dall’esterno del parlamento il conflitto di classe ambientale, la dialettica sociale e democratica” Ma dov’è questo grande movimento che sembra scuotere il potere italiano? Ne hanno timore i grandi poli capitalistici italiani, la Confindustria, il governo Draghi? La NATO? Esso riempie le cronache della lotta di classe? Di nuovo: siamo nel sogno “soreliano” dell’insurrezione sociale permanente, nelle lucciole che si scambiano per lanterne e soprattutto siamo nella malinconia profonda dell’autoinganno.

Ancora: Vogliamo cooperare per lo sviluppo di un movimento che, dall’opposizione al governo Draghi, a partire dalle questioni sociali, ambientali, democratiche, da quelle legate alla differenza di genere, porti alla costruzione, tanto difficile quanto necessaria, di una aggregazione, di una soggettività che da sinistra, insieme a forze ambientaliste e civiche, si batta per l’alternativa alla barbarie neoliberista e ai poli politici oggi esistenti”.

A meno che non si intenda che nelle vaghe “questioni sociali” vi siano quelle del lavoro, la classe operaia e l’immenso, assolutamente prioritario mondo generale del lavoro non fanno parte di questo schieramento “per l’alternativa alla barbarie neoliberista e ai poli politici oggi esistenti”. Per inciso: perché alternativa solo al neoliberismo e ai poli politici? Al capitalismo, no? Così parlò Willy Brandt, forse Achille Occhetto, non Marx, non Lenin, non Gramsci. E senza mondo del lavoro esplicitamente alla testa della lotta basterà la guida delle forze ambientaliste e civiche?

Nel testo, dopo la rituale presa d’atto delle differenze tra i soggetti che aderiscono all’Appello e senza avere “la pretesa di cancellare le differenze o di ridurre ad uno la pluralità delle diverse esperienze”, il disegno strategico esce, tuttavia, prepotentemente fuori dal cappello del PRC-SE, che propone (torniamo su questo passaggio per aggiungervi una riflessione) “Un percorso con l’obiettivo di porre le basi per una aggregazione unitaria e plurale, per una soggettività che per dimensioni e credibilità possa rappresentare una alternativa ai poli politici oggi esistenti”.

Di “soggettività”, si parla. Chissà se gli estensori dell’Appello hanno pensato, proponendo una nuova soggettività, all’Izquierda Unida, all’interno della quale il Partito Comunista di Spagna si è pressoché liquefatto, favorendo con il proprio indebolimento lo spostamento su derive moderate della stessa IU; se hanno pensato a Podemos, interessante quanto si voglia, ma non proprio l’avanguardia rivoluzionaria spagnola; se hanno pensato all’esperienza del Synaspismos greco, che formatosi come area moderata all’interno del Partito Comunista di Grecia (KKE), era giunto a pretendere per il KKE la linea di Occhetto, al fine di trasformare il partito comunista in una sorta di PDS greco. Possono avere pensato, gli estensori dell’Appello, persino a Syriza, a Tsipras, molto amato e vastamente e per lunghi anni imitato dal PRC-SE, almeno sino al momento in cui Tsipras tradisce drammaticamente il popolo greco.

Ultima notazione, e non certo ultima per importanza: nell’intero Appello, che in fondo ha la pretesa di delineare un contesto sociale e politico all’interno del quale costruire l’alternativa, non appare mai la parola “imperialismo”, mai la parola “capitalismo”, mai la parola USA, mai la parola NATO, mai la parola Unione Europea, mai la parola Euro.

Ma contro chi dovrebbe battersi quest’aggregazione plurale  se i nemici principali del movimento operaio complessivo e della democrazia sono tutti rimossi?

Non si usa mai (mai!) la parola comunista, comunisti. Eppure l’Appello è lanciato da un partito, il PRC-SE, ancora nominalmente comunista e le prime adesioni sono di forze esplicitamente comuniste. Non è una stravaganza?

Non si usano mai, mai, le parole “unità dei comunisti”. Nella legge di ogni linguaggio una rimozione così pesante non può essere casuale. Si è contrari all’unità dei comunisti, come primo, necessario passo per la ricostruzione di un unico e più forte partito comunista in Italia? Si contrappone ad essa, schematicamente, in una sorta di settarismo della moderazione, “l’aggregazione plurale”? Sembra proprio così.

Noi crediamo che il vuoto più grande, nel nostro Paese, sia dato proprio dall’assenza di un forte partito comunista, omogeneo, unito, organizzato, di lotta, antimperialista, che lotti per l’uscita dell’Italia dalla NATO, dall’UE e dall’Euro, che lotti contro il grande capitale e a fianco del movimento operaio complessivo italiano: progetti, parole, soggetti, tutti questi, accuratamente espunti dagli estensori dell’Appello del PRC-SE. Sappiamo che è persino difficile crederlo, per i lettori. Bene: leggete l’Appello! Che va letto, compreso nella sua essenza, prima di essere firmato.

Qualcuno inverte drammaticamente i passaggi per giungere alla lotta per l’alternativa: lo fanno coloro che puntano alla costruzione di un’aggregazione  dai vaghi contorni, all’interno della quale la questione comunista non è presente. È rimossa. Noi, al contrario, crediamo che risolvere la questione comunista, in Italia, costruire un più solido partito comunista, dal profilo politico e teorico forte e all’altezza dei tempi e dello scontro di classe, sia la premessa concreta e ineludibile per costruire anche un fronte vasto di classe e di massa.

Ma non è che è tempo di elezioni e si corre ad unirsi, anche in stravaganti “aggregazioni”, per prendere qualche percentuale da numeri telefonici in più, sacrificando a questo “grande obiettivo” la linearità, la chiarezza, la popolarità del progetto dell’unità dei comunisti e della sinistra di classe?