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Quito, novembre 2020

Dopo un anno di proteste di massa dei popoli latinoamericani, si cerca di fare un bilancio generando proposte per la soluzione della crisi nel continente piú disuguale del pianeta. I movimenti indigeni giocano ancora un ruolo importante per la forte capacitá organizzativa e di lotta che condiziona l’agenda politica regionale.

Le forti critiche sollevate alla fine del 2019 contro le ricette neoliberiste imposte dal Fondo monetario internazionale (Fmi) sono ancora in piedi e potrebbero ripresentarsi con l’acutizzarsi della crisi economica. Ne abbiamo parlato con Leonidas Iza, leader del movimento indigeno dell’Ecuador, che lo scorso ottobre 2019 guidò all’insurrezione migliaia di ecuadoregni contro le politiche economiche anti-popolari del governo Moreno.

 

I primi a ribellarsi sono stati i movimenti indigeni dell’Ecuador. Perché?

La sollevazione dell’ottobre 2019 in Ecuador non ebbe come unica causa l’emanazione del Decreto 883 (abolizione dei sussidi al carburante, ndr), ma anche l’applicazione delle politiche economiche neoliberiste a partire dal 2018. La flessibilizzazione e la precarizzazione del lavoro, la privatizzazione delle imprese pubbliche, la riduzione della spesa corrente per la salute e l’educazione, l’abbandono del progetto di educazione bilingue avevano sancito la fine del dialogo con il governo. Il ritorno del paradigma neoliberista nel continente ha provocato una forte crisi economica che ha spinto alla ribellione i popoli di Haiti, Cile e Colombia.

 

Dopo 12 giorni di lotta, al tavolo del dialogo si ottenne la deroga del decreto. Ma c’erano altre 11 rivendicazioni: perché il dialogo si è interrotto?

Il governo è sotto il ricatto del Fmi. Se avesse dialogato, non avrebbe avuto accesso alle risorse economiche concesse dagli Organismi multilaterali che hanno condizionato l’agenda politica e ne controllano l’economia. Tuttavia, siamo coscienti dei nostri errori nella fase post-dialogo. Nel frattempo il governo ha continuato ad applicare la strategia del divide et impera, polarizzando il discorso e perseguendo i «violenti». Inoltre, lo stesso Decreto 883 è stato ripresentato in altra forma nel marzo 2020 con il sistema di fasce di prezzo. Che con l’incremento del 5% mensile eliminerà in un anno e mezzo il 100% dei sussidi.

 

Cosa fare?

Dobbiamo passare alla fase della proposta. In primis riaffrontare il problema dell’estrattivismo. Il 15% del territorio nazionale – di cui il 70% si concentra nella nostra zona – continua ad essere martoriato dalle politiche estrattiviste. Altre questioni come il trasporto comunitario, il riconoscimento dell’educazione bilingue, il cambio di matrice produttiva e la giustizia indigena devono essere riaggiornate. Noi, continueremo nella lotta affinché ci sia una comprensione e una soluzione organica.

 

Il prossimo febbraio 2021 si eleggerà il nuovo presidente e il nuovo Parlamento. Cosa si delinea al momento?

L’attuale ufficialismo ha una bassa legittimità popolare e per proseguire il modello di sviluppo neoliberale appoggia il candidato della destra (Guillermo Lasso, ndr). Per la stessa ragione, sta utilizzando i mezzi di comunicazione (suoi alleati) per costruire una cortina di fumo permanente coi casi di corruzione, gli scandali giudiziari che cercano di nascondere la crisi economica profonda che attraversa il paese. Nella nostra Costituzione dal 2008 vengono riconosciute tre forme di democrazia: la rappresentativa, la diretta e la comunitaria. Ma solo formalmente, a mio avviso. Noi, come organizzazione di massa, abbiamo un compito importante: incrementare la partecipazione popolare e criticare il sistema della partitocrazia che indebolisce la democrazia.

 

Si aspettava una sua candidatura in queste elezioni, ma il vostro candidato è Yaku Pérez. Cosa è successo?

Personalmente, avevo dichiarato pubblicamente di non candidarmi in nessun ambito. Rispetto alla candidatura di Yaku Pérez, sin dall’inizio, ho manifestato la mia contrarietà sulle modalità che hanno determinato il binomio presidenziale del partito Pachakutik. Alcuni compagni dirigenti hanno legittimato la partecipazione individuale degli affiliati e non hanno rispettato il processo collettivo, così come viene stabilito dallo statuto della Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador (Conaie). Sono state stroncate alcune candidature per aspirazioni individuali e se si riconosce, nella Carta Magna, la democrazia comunitaria, dobbiamo applicarla noi per primi.

 

Dal 18 al 30 settembre è stato in giro negli Stati uniti presentando il suo libro «Estallido: la rebellión de octubre en Ecuador». Com’ è andata?

L’obiettivo principale della mia visita era quella di generare le condizioni di unità per la lotta contro il razzismo, il fascismo e lo sfruttamento. L’indipendenza degli Stati uniti, dall’anno 1776, si regge anche sulle lotte di liberazione degli schiavi; per questo abbiamo realizzato una serie d’incontri coi fratelli afrodiscendenti in lotta oggi contro il razzismo. Ci auguriamo di poter presentare il libro anche in Europa per incrementare i processi unitari di lotta contro l’espansione di un ordine mondiale basato sull’ideologia fascista.

Durante il suo tour negli Usa, si sono registrate delle manovre politiche: la visita di Yaku Pérez nella sua regione, le candidatura del suo braccio destro Peter Calo al Parlamento e quella ancora in bilico di Jaime Vargas. Come interpreta queste mosse?

Il viaggio di Pérez indica il non rispetto dei processi collettivi e questo è molto doloroso per tutti. Il 2 ottobre Jaime Vargas fu eletto come candidato degli aderenti collettivi in rappresentanza delle popolazioni indigene, ma i dirigenti di Pachakutik non hanno dato seguito alla decisione. Tuttavia abbiamo detto che sosterremo il programma politico del movimento indigeno dell’Ecuador.

 

I sondaggi danno primo Andrés Arauz (candidato della Unión por la Esperanza – Unes, ndr) e secondo Lasso. In caso di ballottaggio cosa farà il movimento indigeno?

In un probabile ballottaggio il candidato della sinistra Arauz e Lasso, il mio collettivo non appoggerà di certo quest’ultimo. Non possiamo compromettere il nostro progetto politico e assoggettarlo a qualsiasi forza.

 

Intanto in Bolivia il Mas ha stravinto le elezioni presidenziali. Quale sarà la maggiore sfida di Arce?

Il popolo boliviano ha dimostrato un grande coraggio. Non si è fatto intimorire dalle politiche razziste e denigranti del governo di destra. I movimenti indigeni della Bolivia hanno saputo elevare il conflitto all’ambito politico e qualificare il programma del neo presidente Arce. La maggioranza ha detto basta al modello di sviluppo neoliberista. Tuttavia, bisogna fare delle critiche e imparare dagli errori del passato: il binomio Arce-Choquehuanca ha vinto grazie all’appoggio delle organizzazioni sociali e dei movimenti indigeni, pertanto l’azione politica del governo si dovrà gestire sulla base di queste alleanze. Nel passato abbiamo criticato il modello sviluppista che aggrediva i territori delle nazionalità indigene in Bolivia. È necessario un equilibrio di sviluppo con una visione anche dei popoli originari. Bisogna ridiscutere le conseguenze negative delle politiche economiche centrate sull’estrattivismo. Il progressismo latinoamericano gode ancora di un’adesione popolare che rappresenta una resistenza alle ricette trentennali del Fmi che hanno implementato le crisi in cui ci troviamo oggi. Dobbiamo lavorare in tutto il continente affinché ci sia un’unità della sinistra contro il neoliberismo.