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Le dissonanze

della sinistra araba

Pubblichiamo questo importante contributo all’analisi

della sinistra araba. L’articolo è stato pubblicato in origine

sulla rivista libanese “Al Adaab” e l’Autore lo ha inviato a “Cumpanis”,

continuando la sua collaborazione alla nostra rivista (f.g.)

Tradotto dall’arabo in inglese da Samir Taha.

Tradotto in italiano da Nunzia Augeri.

di Hisham Bustani

Nato ad Amman, Giordania, nel 1975. Scrittore (Of Love and Death, 2008;

The Monotonous Chaos of Existence, 2010; The Perception of Meaning, 2012).

Giornalista, attivista politico della sinistra giordana progressista,

panaraba e antimperialista. Già membro dell’Alleanza Patriottica Irachena.

 

Parlare del secolare progetto democratico della sinistra nel mondo arabo significa parlare di una crisi – una crisi che si manifesta in due aspetti. In primo luogo, c’è la questione fondamentale se quel progetto esista davvero in forma coerente e completa, o non sia piuttosto una giustapposizione di dichiarazioni e proposte che si contraddicono a vicenda, e poi i presupposti su cui si vorrebbe fondarlo. L’incoerenza si manifesta con chiarezza nella maniera in cui i partiti politici e gli individui che aderiscono al progetto lo presentano, con opportunismo, parzialità e demagogia. Contraddicendo i valori che dicono di voler abbracciare, questi rappresentanti della “sinistra” spesso rifiutano di impegnarsi nelle lotte necessarie per definire e attuare il loro preteso progetto.

In secondo luogo, le proposte relative al progetto non si addentrano abbastanza a fondo nell’analisi delle classi e delle formazioni sociali che sarebbero potenzialmente i maggiori fruitori degli obiettivi del progetto. La maggior parte degli aderenti provengono dalle classi medie e sono attratti dalla parziale “apertura” e dalla libertà sociale, che per loro non emerge da una crisi epistemologica ed esistenziale (alienazione di classe) e neppure dalla coscienza di una reale emarginazione economica e sociale (coscienza di classe). Il discorso di sinistra assume spesso perciò solo una forma social-liberale, mentre le classi veramente oppresse vengono attratte dalla conservazione sociale e religiosa, diventandone il maggiore sostegno.

Il secolare progetto democratico di sinistra comprende un ampio ventaglio di correnti e proposte politiche. In questo articolo ci limitiamo a discutere la corrente “di sinistra” che include comunisti, nazionalisti e progressisti. Le rivolte arabe hanno rivelato la grande crisi strutturale che investe la sinistra araba e ne hanno messo in luce incoerenze, fratture ed esitazioni di fronte al movimento della storia; e anche la sua dipendenza dai regimi arabi e dagli interventi militari delle grandi potenze mondiali cui pretende di opporsi. La realtà di quelle sollevazioni e il fatto che nessun partito, di sinistra o meno, abbia saputo svolgere qualche ruolo nel promuoverle o nell’indirizzarle, ci offre una chiave per capire quelle crisi.

 

 

 

Carenze teoriche

 

La sinistra araba è emersa nel contesto delle lotte anticoloniali. Il suo discorso si è delineato all’epoca dei movimenti di liberazione del terzo mondo, sull’onda della seconda guerra mondiale e dell’ascesa dell’Unione Sovietica come seconda potenza mondiale, alla pari con gli Stati Uniti. Ma poi, da allora, il discorso non ha avuto alcuna evoluzione, per varie ragioni. In primo luogo, la mancata realizzazione dei progetti di liberazione nazionale, derivante dall’oggettiva impossibilità di raggiungere i loro scopi entro le frontiere fissate dai colonialisti allo scopo di mantenere i territori sotto il loro controllo: dipendenti, socialmente distorti e svuotati di ogni potenziale di emancipazione. In secondo luogo, la mancanza di intellettuali di rilievo – con l’eccezione di Mahdi Amel, Samir Amin e pochi altri – in grado di analizzare le strutture e le formazioni economiche e sociali allo scopo di definire i segmenti della società aventi il maggiore interesse al cambiamento in senso progressista. In terzo luogo c’è la struttura autoritaria e stalinista della maggior parte dei partiti arabi di sinistra, che non favorisce il pensiero critico e la discussione teorica. Nel migliore dei casi, nelle sedi del partito ci si limita a ripetere le opinioni dell’ufficio politico e del segretario del partito, abituando gli iscritti a vedere le decisioni prese dall’alto esattamente come i seguaci di una religione vedono le interpretazioni delle scritture date loro capi.

Per il discorso politico sono necessarie delle basi intellettuali, altrimenti la pratica politica, a lungo termine, diventa caotica e inefficace. Lo possiamo vedere chiaramente nel corso delle rivolte arabe. Mancando le fondamenta intellettuali su cui i movimenti popolari possano basarsi, e mancando le organizzazioni capaci di agire quei principi, le rivolte popolari vanno rapidamente in crisi, non riescono ad abbattere il sistema perché per loro non esiste alcun sistema nuovo o alternativo. Nella mente della nuova generazione di attivisti si è insinuato un certo disprezzo per le “teorizzazioni”, sull’onda di un’epoca in cui le organizzazioni politiche erano macchine per produrre teorie politiche destinate a giustificare la loro incapacità di cambiare la realtà. Molti giovani attivisti oggi sono inclini a lavorare solo “sul terreno”, senza “perdere tempo con le teorie”, dimenticando che la teoria fornisce ad ogni movimento politico il fondamento logico e ne impedisce le deviazioni.

 

 

 

Divisione e frammentazione

 

Le organizzazioni della sinistra araba hanno subito il maggior numero di divisione e rotture di ogni altra organizzazione politica negli ultimi tempi. Nel 1964, il Partito comunista siriano si è scisso in due partiti, uno in Libano e l’altro in Siria. Il Partito comunista giordano si è analogamente scisso secondo due linee nazionali: uno giordano, l’altro palestinese. Il Movimento nazionalista arabo (Harakat al-Qaomiyyeen al-Arab) si è diviso in almeno tre fronti palestinesi. Il partito nazionalista Baath si è diviso in due partiti in conflitto, uno in Siria e l’altro in Iraq. E come se questo non bastasse, il Baath siriano si è allineato con l’Iran, il “nemico nazionale” degli arabi contro l’Iraq, il “fratello nazionale” arabo nella prima guerra del Golfo. Poi ha combattuto contro l’Iraq, di nuovo sotto il comando del “nemico imperialista americano” nella seconda guerra del Golfo.

La prassi politica di sinistra è stata spesso screditata dal qutri (un termine politico arabo che significa “territoriale”, o basato sui confini degli Stati postcoloniali), “specificità” che hanno contribuito a legittimare le suddivisioni coloniali come “naturali” I partiti politici di sinistra che si fondavano sull’idea della lotta contro il colonialismo sono arrivati a riconoscere il risultato più diretto del colonialismo, cioè lo Stato qutri, territoriale. E poi, per di più, con il pretesto della “specificità politica”, sono arrivati ad accettare posizioni contrarie ai loro principi fondamentali. Per esempio, la maggior parte dei partiti comunisti arabi non ha mosso alcuna obiezione alla partecipazione del Partito comunista iracheno al governo instaurato dagli occupanti americani in Iraq nel 2003. Il partito resta implicato nel “processo politico” avviato con la benedizione degli occupanti e continua ad assumere posizioni settarie. Questa sfacciata complicità con l’occupazione è stata considerata da altri comunisti come una necessità imposta dalle “circostanze specifiche” della scena politica irachena.

Un altro esempio patente di questa ipocrisia è la posizione della sinistra sulla Siria. Molti partiti della sinistra e nazionalisti non hanno esitato, in nome del momana’ah (un termine politico arabo che indica regimi e organizzazioni posti sulla lista nera americana, che rifiutano l’egemonia USA nella regione) a sostenere il regime di Assad, i cui vizi di corruzione, repressione politica, liberalizzazione economica e il riconoscimento di Israele sono anche troppo simili a quelli di altri (servili) regimi arabi.

Il ricorso alla specificità del qutri permette di non intraprendere alcuna azione unitaria e promuove ogni reazione locale allo status di strategia specifica. Viene impedita così la costruzione di un’azione collettiva che trascenda gli interessi soggettivi. L’azione unitaria diventa solo un gesto di solidarietà. C’è una grande differenza fra il considerarsi, come individui o come organizzazione, parte di un’azione oppure considerarsi soltanto solidali, senza partecipare e senza sostenere l’azione specifica.

 

 

 

L’errore dell’allineamento con il nazionalismo arabo

 

Numerosi studi hanno analizzato l’impatto del modello europeo dello Stato nazione, come espressione degli interessi capitalistici in un determinato spazio geografico, sulla nascita del movimento nazionalista arabo alla metà del XIX secolo. Il nazionalismo arabo non è sorto come risposta di una classe nazionale borghese che cercasse di affermare il proprio controllo su una certa area geografica che ne costituiva il mercato nazionale. Malgrado il malcontento nei confronti dell’impero ottomano e il desiderio di rendersi indipendenti, e nonostante la lingua comune, la storia e il “sentimento nazionale”, il nazionalismo arabo non sorge sulla base di una precisa necessità storica e materiale. E non ha mai prodotto un discorso che non fosse inquinato da romanticismo, egotismo e ambizioni di instaurare un “super-stato arabo unito” che avrebbe rimesso gli arabi al loro meritato posto sulla carta politico-economica del mondo – presumibilmente, come aveva fatto l’impero arabo degli Omayyadi.

È quindi un sogno di impero e di potere, non di giustizia e di uguaglianza fra gli esseri umani, e non di eliminare dal mondo l’oppressione e le persecuzioni, che ha animato e motivato quei nazionalisti. Ancora oggi, i nazionalisti arabi non riescono a rispondere alla questione fondamentale di chi è arabo, e in che cosa un arabo o araba si distingua dagli altri esseri umani; e quale dovrebbe essere la loro posizione nei confronti di popolazioni non arabe che abitano la regione e ne formano parte integrante. Ogni risposta sensata a queste domande ci porterebbe nella sfera ampia dell’umanità, estranea al nazionalismo arabo, mentre ogni risposta che adottasse criteri razziali o culturalisti di nazionalismo arabo – che sono entrambi escludenti e portano al predominio degli uni sugli altri e perfino in fondo al fascismo – sarebbe moralmente discreditata.

La verità è che il discorso nazionalista spesso è venato di disprezzo razzistico verso i non arabi. Il nazionalismo è propriamente un appello ad affermare l’identità specifica di una nazione, che la distingue dalle altre. Si tratta di un’idea e di un movimento di lotta che vuole instaurare uno Stato per gli arabi. È facile percepire il disprezzo razzista ogni volta che i non arabi sono oggetto del discorso nazionalistico. Gli iraniani sono demonizzati come persiani o safavidi, mentre i turchi sono turaniani o selgiuchidi. I curdi sono tutti agenti di Israele. Si sono dedicati molti studi a dimostrare l’origine araba del popolo berbero o amazigh, come se ciò fosse un requisito indispensabile per qualificarsi come popolo rispettabile e onorevole, nel tentativo di convincerli a rinunciare alla propria cultura e adottare gli ideali del nazionalismo arabo. Il discorso nazionalista mette in contrasto ebrei ed ebraismo, e non sionismo e sionisti. Interpreta la lotta in Palestina come una guerra contro l’ebraismo come religione, invece che contro il sionismo come movimento coloniale.

Mentre la sinistra in tutto il mondo ha organizzato proteste e manifestazioni a sostegno di cause arabe (Iraq, Palestina, le primavere arabe) è raro vedere dimostrazioni di solidarietà da parte degli arabi per cause non arabe in altre parti del mondo. Ed è altrettanto raro che la sinistra araba si muova a favore dei lavoratori immigrati: spesso anzi li vede come una minaccia demografica, culturale e securitaria. Su questo problema pare che la sinistra araba voglia adottare le stesse posizioni dell’estrema destra europea. Il discorso nazionalista è fondamentalmente isolazionista. Malgrado che Esmat Sayf-el-Dawla inizi la sua definizione di nazionalismo arabo negando che esso “ignori le cause che toccano l’umanità intera o qualsiasi gruppo all’interno di essa”, egli più avanti riafferma l’isolazionismo limitando l’adesione ad altre cause “nella misura in cui esse toccano l’esistenza nazionale e i suoi movimenti”. Ogni considerazione di tipo umano è subordinata all’interesse nazionale, non viceversa. Sayf-el-Dawla afferma: “l’esistenza nazionale è un’esistenza specifica. È perciò un’addizione, e non una sottrazione, rispetto all’esistenza di altri gruppi umani. Il nazionalismo diventa così un rapporto di accettazione e di rispetto per l’esistenza specifica di ogni società umana”.

In base a questa definizione, sembra che l’“umanità” sia una collezione di “esistenze specifiche”: un concetto isolazionista non dissimile da quello di setta o tribù. Di fatto, si potrebbe sostituire il termine nazionalismo con “settarismo” o “tribalismo” senza modificare il senso della definizione. E può rappresentare un modo specifico di esistenza umana, incentrato sulla religione o il parentado, oppure, nel caso moderno, sulla razza e la cultura etnica, o anche qualche raggruppamento contingente. Oltre a ciò, l’idea nazionalista di “nazione” – che non è ancora pienamente formata entro lo Stato nazione – non include una dimensione di classe, o una qualche distinzione fra oppressori ed oppressi, ma anzi occulta tali dimensioni di frattura e di disparità interne. Il nazionalismo inoltre presenta numerose incoerenze e fratture ideologiche, avendo in un primo tempo ripreso caratteri economici e laici di tipo socialista, ma poi, in una versione più recente, ha virato verso il liberismo e il mercato con un ritorno alla religione, o, in altre versioni, a posizioni islamiche-nazionaliste. Per tutte queste ragioni, il discorso nazionalista ha dato luogo a uno sciovinismo etnico contro persiani, curdi, berberi e turchi, favorendo l’uso di queste divisioni da parte di regimi locali o potenze mondiali. In Giordania, per esempio, alcuni nazionalisti di sinistra sono arrivati a sostenere lo Stato qutri riprendendo e accentuando la divisione fra giordani dell’East Bank e giordani di origine palestinese. Su scala araba più ampia, molti nazionalisti di sinistra appoggiano l’intervento settario degli Hezbollah in Siria, ma rifiutano l’ideologia sciita adottata dal partito e la sua adesione al regime iraniano del wilayat al-faqih (governo dei giuristi islamici sciiti).

Influenzata dalle proposte nazionaliste, la sinistra non ha proposto un progetto di autentica emancipazione che tenda alla giustizia per tutti i popoli della regione, incluse le cosiddette “minoranze etniche”, come curdi o berberi. Queste minoranze sono componenti autentiche della popolazione della regione e la loro causa dovrebbe essere parte fondamentale di ogni progetto di liberazione. Non dovrebbero essere trattati da stranieri (confinati entro il concetto del loro specifico cerchio di esistenza), né dovrebbero essere costretti ad assumere un’identità araba per essere legittimati e accolti entro lo specifico cerchio di esistenza degli arabi.

 

 

 

Diritto alle libertà civili

 

La posizione della sinistra dovrebbe essere di fiera difesa delle libertà civili e della libertà di culto e di espressione. Ma per varie ragioni, inclusa l’alleanza con gli islamici precedente alla rivolta siriana, la sinistra araba appare molto timida in materia di libertà civili, seppure ancora ci crede. (Qui però vorrei fare un’eccezione per le sinistre di Tunisia, Marocco e Algeria). Sembra timida nel difendere la libertà di espressione e la libertà religiosa, in particolare quando si parla di laicità o di critica alle religioni del Libro. La libertà per loro assume un significato ristretto alla politica. La sinistra tradizionale evita di parlare della riproduzione dei rapporti di potere all’interno della famiglia, e non tenta neppure una critica storica, esplicita e dettagliata, della religione. Non c’è alcun discorso di sinistra sul ruolo svolto dai sistemi religiosi nel bandire il pensiero critico o nel mantenere le strutture patriarcali della società. Per di più la sinistra araba è afflitta da un forte pregiudizio omofobico. Non riconoscono agli omosessuali alcun diritto alla propria inclinazione sessuale. Talvolta capita perfino che interpretino l’omosessualità come il risultato di una cospirazione imperialista/ebraica, malgrado il sostegno che molte organizzazione omosessuali prestano alla causa araba, con un’attiva partecipazione, in Palestina e in Iraq (prima e dopo l’occupazione).

Allineamento con i regimi arabi e gli Stati qutri

Rendendomi conto dell’impossibilità di ogni progetto di emancipazione entro i limiti dello Stato territoriale qutri, ho cercato con molti compagni arabi di costruire una nuova forma aperta di coalizione antimperialistica che speravamo potesse superare i confini degli Stati-nazione. Il motto sotto cui ci siamo raccolti era “Verso un’alleanza dei popoli arabi per la Resistenza”. Abbiamo scritto un documento di base, formulando i principi politici del progetto, che è stato sottoscritto da decine di individui e gruppi di sinistra e nazionalisti di tutto il mondo arabo. Ma abbiamo lavorato al progetto solo per pochi anni, dal 2005 al 2008. Dopo quattro anni, tutto quel che restava era una mailing list con quel titolo.

Il secondo paragrafo del documento fondativo diceva: “Le classi dirigenti e i regimi dominanti negli Stati arabi dipendono dall’imperialismo e ne privilegiano gli interessi. Perciò non possono mai stare dalla parte degli interessi del popolo. La “riforma” promossa da quei regimi è di fatto solo una menzogna. La lotta contro di loro è una parte essenziale della lotta contro l’imperialismo”.

Questa è stata la “concezione strategica” dei regimi arabi da parte degli arabi di sinistra (e nazionalisti) fin dalla metà del XX secolo. Ma si resterebbe ancora più stupiti della distorsione di questa concezione strategica leggendo i nomi di alcuni dei firmatari del documento. Per alcuni, il regime siriano è diventato ora un’entità “resistente” e non solo momana’ah. E le rivolte arabe (eccetto quella del Bahrein che secondo loro è associata con l’asse momana’ah) dopo l’inizio della rivolta siriana, sono diventate tutte una cospirazione americana-israeliana-saudita-qatariana. Intere popolazioni, le cui rivolte sono state quasi una sorpresa per molte di queste sinistre, sono improvvisamente diventate tutte agenti controllati e manipolati da stranieri.

Molti “nazionalisti di sinistra” sono diventati fieri sostenitori non solo del regime siriano, ma anche dello Stato qutri arabo, che prima usavano regolarmente denunciare come prodotto dell’era coloniale. Per loro, la caduta del regime siriano e dello Stato qutri in generale è diventato sinonimo di caos. Come se il sistema politico arabo non fosse già un caos, contenuto con l’oppressione. E seguendo la stessa logica, i regimi arabi sono diventati Stati veri e propri, per quanto gli attuali Stati arabi abbiano poco in comune con uno Stato moderno. Questi regimi si regolano solo sulla volontà del governante di turno, senza leggi né istituzioni di governo, e senza giustizia – al punto che in alcune repubbliche arabe il figlio del presidente ne eredita il ruolo.

In Egitto, una delle più poderose e vivaci rivolte arabe, il popolo è riuscito ad abbattere tre regimi in un breve periodo di tempo, con manifestazioni di massa contro il governo di Mubarak, poi dei militari e dei Fratelli musulmani; molte sinistre, dentro e fuori del paese, sono accorse il 3 luglio 2013 ad appoggiare il colpo di stato militare contro i Fratelli musulmani, che rappresentavano un ritorno diretto al vecchio regime esistente prima della rivolta del 25 gennaio 2011. Invece di lavorare per rafforzare il nascente movimento di protesta e contribuire a costruirne la struttura organizzativa e la piattaforma strategica, la sinistra egiziana ha usato la più assurda e propagandistica apologetica per giustificare le brutali repressioni dei militari. Per quanto esistano alcuni pochi gruppi di sinistra, come i Socialisti rivoluzionari, che si oppongono sia ai Fratelli musulmani che ai militari, la loro posizione resta un’eccezione del tutto minoritaria nell’ambito della sinistra egiziana.

 

 

 

Spinte alla xenofobia

 

Proprio perché il progetto della sinistra araba non ha chiare fondamenta intellettuali, chiunque voglia definirsi di sinistra può farlo, anche se i suoi propositi sono in netta contraddizione con i principi fondamentali della sinistra. In questo contesto si capisce facilmente perché alcuni rappresentanti della sinistra chiedono che i rifugiati siriani in Giordania vengano isolati. Alcuni hanno anche chiesto che sia loro vietata l’attività politica, e che le autorità giordane intervengano con la forza per vietarlo. E abbiamo anche visto che esiste una sinistra che mitizza l’identità e l’appartenenza nazionale qutri, ignorando del tutto la storia coloniale che ha creato quelle identità e considerando come un tradimento ogni appartenenza che non sia quella alla propria “patria”.

In Egitto, il fervido nazionalismo che ha accompagnato il colpo di Stato militare del 3 luglio ha prodotto ondate di odio xenofobo e di atteggiamenti fascisti. Molti personaggi nazionalisti e di sinistra hanno partecipato a un’escalation dell’intolleranza e hanno incitato all’odio contro i non egiziani presenti in Egitto, in particolare palestinesi e siriani. Hanno anche contribuito a creare un discorso sciovinista e isolazionista che nega ai non egiziani di parlare dell’Egitto, e nega lo status di egiziano a chiunque si opponga ai militari. Un tale nazionalismo è sicuramente un’arma a doppio taglio, in quanto ne sono vittime sia gli egiziani sia coloro che non lo sono, negando ai primi il diritto al dissenso e relegando i secondi a un grado inferiore. Un esempio divertente ne è stata un’intervista televisiva al noto campione di calcio egiziano Abu Trikah, che è stato espulso dalla rappresentativa nazionale perché la sua opposizione ai militari equivale a una rinuncia al suo essere egiziano. “Fatelo giocare per Hamas o per la Turchia”, ha detto il presentatore televisivo che lo intervistava, implicando: fatelo giocare per quegli stranieri inferiori che sostengono i Fratelli musulmani.

In Giordania la situazione non è molto migliore, dato che il nazionalismo isolazionista giordano si è infiltrato saldamente fra le opposizioni e si identifica sempre più con la “sinistra progressista”. Molti politici e intellettuali giordani nazionalisti mantengono stretti legami con i servizi di intelligence del governo e hanno perfino ammesso di aver collaborato. Uno di loro, Mowaffaq Mahadin, ha scritto le lodi più esaltate delle élites militari del mondo arabo, indicandole come l’istituzione più “civile”, capace di governare una massa turbolenta e potenzialmente esplosiva di popoli ignoranti e divisi. In un altro articolo ha sostenuto la centralità della sicurezza dello Stato, ponendola “al di sopra di tutto”. Questi slogan hanno sempre fatto parte della propaganda dei regimi arabi, per giustificare la persecuzione e l’oppressione dei dissidenti.

 

 

 

Nessun ruolo significativo

 

I gruppi di sinistra non hanno svolto alcun ruolo significativo nelle rivolte arabe. Hanno invece contribuito a legittimare l’attività politica, sostenendo la tesi illusoria che sia possibile una riforma “dall’interno”. La loro compiacente partecipazione ha contribuito a creare l’aura di legittimità democratica che circonda e nasconde la prassi di divisione e oppressione dei regimi autoritari.

Le rivolte arabe sono sorte spontaneamente e hanno avuto una progressione esponenziale. Sono iniziate ad opera di un segmento della società quasi del tutto politicamente ignorato: i giovani di classe media che non avevano alcuna speranza. Come risultato, la “sinistra” araba ha mostrato la sua impotenza e il suo fallimento intellettuale, politico e strategico. Si è violentemente scontrata con la propria incapacità organizzativa e con la mancanza di ogni aggancio popolare. Si è accorta di essere totalmente incapace di agire sulla nuova realtà. Che fare allora? Ha accusato le rivolte arabe di “sudditanza” e di essere elementi di una cospirazione universale, finendo per lottare a favore del mantenimento del sistema ufficiale arabo e dello Stato qutri. Gli eserciti arabi, che prima erano considerati garanti delle frontiere di Israele e dei regimi arabi, sono diventati – con una giravolta politica da togliere il fiato – i garanti più importanti della sovranità e dell’indipendenza nazionali. Gli Stati definiti nell’accordo Sykes-Picot fra le grandi potenze imperialiste alla fine della prima guerra mondiale, e i loro governi asserviti, vanno ora difesi contro “il caos e il disordine”. Il negazionismo storico ha raggiunto un livello incredibile, e il regime siriano è visto in termini quasi utopici. Tutti i suoi crimini e massacri, come quello di Tal-Za’atar, la sua partecipazione militare alla guerra degli USA contro l’Iraq ad Afr El Batin, il suo allineamento con gli israeliani nella guerra civile del Libano, la partecipazione alla conferenza di Madrid per la “pace” con Israele, tutto è stato dimenticato. Il regime siriano viene invece descritto come occupato giorno e notte a liberare le alture del Golan dall’occupazione di Israele.

Un altro filone opposto della sinistra araba ha portato all’alleanza con gli Stati Uniti e con le potenze imperialiste. Tutto è cominciato nel contesto dell’appello degli USA per una “transizione democratica” nel mondo arabo, prima delle rivolte. Il Partito comunista iracheno, che partecipava al governo instaurato sotto l’occupazione USA, è stato il precedente di questa specie di alleanza compiacente con l’imperialismo americano. Molti hanno seguito le sue orme e hanno dimostrato in pieno la loro ipocrisia e la loro mancanza di principi collaborando con le monarchie del Golfo arabo che avevano sempre giudicato reazionarie e servili, oppure con gruppi religiosi e salafiti opposti alla sinistra sul piano sia ideologico che politico. L’alleanza con gruppi religiosi ha le sue radici nelle alleanze precedenti fra alcune sinistre e dei gruppi religiosi “moderati” come i Fratelli musulmani.

Esiste una sinistra nel mondo arabo?

Essere di sinistra significa essere consapevoli della divisione in classi, dirigere i movimenti sulla base di una dialettica fra oppressori ed oppressi, sfruttatori e sfruttati. Essere di sinistra significa lavorare con diligenza per definire e precisare i meccanismi di oppressione e di controllo, per poi smontarli per permettere alle maggioranze sfruttate di liberarsi dall’egemonia di una minoranza che monopolizza il potere e l’economia. Essere di sinistra comporta anche appoggiare le lotte per la liberazione sessuale e di genere, contro le strutture patriarcali. Significa appoggiare e lavorare per la liberazione delle donne e degli uomini dagli stereotipi di genere e contro l’attribuzione dei diritti in base al genere, cosicché le pratiche sessuali diventino un fatto di scelta personale. La sinistra riconosce che coloro che non si adeguano alle norme socialmente accettate in fatto di genere e di sessualità sono spesso vittime di forme di coercizione e di oppressione sociale, il che obbliga la sinistra a prendere le loro difese.

Una posizione di sinistra implica una ferma opposizione al colonialismo e all’insediamento dei coloni, un’opposizione che non riconosce la legittimità dei coloni e dei loro insediamenti, e che non accetta alcun compromesso con meccanismi di dominio coloniale e loro conseguenze.

La sinistra è internazionalista. Riconosce che la sua lotta è diretta contro il capitale come forza globalizzata, e sostiene un’alternativa altrettanto globalizzata, che trascenda i limiti nazionali ed etnici. Una vera sinistra inoltre non disprezza i migranti e i disoccupati, o coloro che fuggono i disastri della propria patria in cerca di lavoro e di una vita migliore: li accoglie invece e li abbraccia come protagonisti del proprio progetto.

In conclusione, si può affermare che con assai scarse eccezioni la tradizionale “sinistra” araba non è sinistra per niente. È un vuoto intellettuale incapace di produrre un discorso politico coerente con i principi cui dichiara di aderire. Ciò che esiste in realtà sono organizzazioni e individui “di sinistra” che hanno una composizione politica analoga a quella dei regimi arabi. Evitano il pensiero, la filosofia e la lettura. Sono lontani dalle piattaforme sociali che dovrebbero costituire il loro progetto. Collaborano con coloro cui si oppongono – i regimi arabi e gli Stati qutri territoriali da una parte, e dall’altra le forze imperialistiche e reazionarie – e li legittimano. Il fallimento è il risultato inevitabile di un progetto che poggia su basi così incoerenti. Questa non è una sinistra: è una raccolta di complessi e dissonanze di natura psicologica. Nel mondo arabo la sinistra non è ancora nata: ne resta la speranza.