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Le contraddizioni fra USA e UE

e la prospettiva

dei comunisti

da #politicanuova, quadrimestrale marxista della Svizzera italiana, n. 11, febbraio 2019

di Alessandro Lucchini

vice Segretario del Partito Comunista (Svizzera)

A seguito della decisione del presidente statunitense Donald Trump di imporre dei dazi doganali a danno dell’economia dei paesi dell’Unione Europea (UE), leggiamo la tendenza, perlomeno in alcuni settori del movimento comunista europeo, a tentare di smussare la pregiudiziale anti-europeista per evitare di favorire l’imperialismo americano. C’è chi addirittura – pur di non sembrare simpatizzante del nuovo governo italiano – sta un po’ goffamente prendendo le difese dell’UE in chiave anti-USA, quasi a ipotizzare un “euro-comunismo” 2.0.

L’UE è in realtà ancora succube degli USA. Più che frantumare l’UE, a Washington vedono con favore piuttosto mantenere su di essa l’egemonia economica, militare e culturale. La Casa Bianca ha infatti tutto l’interesse a disporre di un mercato di sbocco europeo capace d’assorbire la sua (sovra)-produzione nazionale ed è con l’impostazione attuale, quella liberista degli accordi TTIP/TISA ad esempio, che gli USA riescono a mantenere la loro egemonia sull’UE.

Il Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC) parla esplicitamente di mondo multipolare. L’Europa (quindi non per forza l’UE!) ha chiaramente un ruolo in questo progetto. La Cina attualmente vuole un mercato europeo forte per non sforzare il conflitto con gli USA e per continuare a diversificare i suoi partner economico-commerciali. I comunisti cinesi insomma prendono atto di quello che c’è e, come da loro tradizione, non sono propensi a voler modificare l’impostazione politico-economica degli altri paesi o unione di Stati.

L’UE non è riformabile e dobbiamo superarla da sinistra. Dobbiamo agire nel nostro territorio e non ragionare su “cosa vogliono o non vogliono gli USA” (premesso che, come detto, gli USA in realtà vogliono questa UE liberista, succube ai loro interessi). Per superare l’UE ci vuole da un lato l’uscita in senso progressista dai diktat di Bruxelles e dall’altro lato sono necessari degli accordi con Cina e Russia per garantire la stabilità economica (e il debito pubblico) ed evitare così l’isolamento politico ed economico.

Possiamo certamente discutere se occorra o meno un’unità politica ed economica tra i PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, i paesi dell'UE accomunati da situazioni finanziarie non virtuose) per permettere l’uscita di paesi come la vicina Italia dall’UE, oppure se valutare altre modalità di “exit”, ma il concetto di fondo è uno: è illusorio attualmente credere che esista un conflitto inter-imperialista tra USA e UE! Ci sono normali contraddizioni, che in futuro potrebbero esacerbarsi, certo, ma non (ancora) un conflitto e sarebbe idealistico vederne uno per correre a cambiare immediatamente la strategia dei partiti comunisti.

 

Prima, insomma, di immaginare un conflitto inter-imperialista fra USA e UE vanno anzitutto create le basi per un’indipendenza economica, poi culturale e infine militare dagli USA. Attenzione quindi a leggere, come fa qualcuno a sinistra, il militarismo francese o tedesco (quello del futuro esercito europeo) come un’opportunità per indebolire la NATO: è infatti più probabile che questo degeneri per ora in un rafforzamento congiunto dell’imperialismo e della guerra globale.

I comunisti devono lavorare nelle contraddizioni che si sviluppano fra Washington e i vari paesi membri dell’UE per indebolire l’imperialismo, ma non lo si può fare né difendendo (anche solo tatticamente) l’UE, né illudendo la popolazione che l’UE possa diventare qualcosa di diverso da quello che conosciamo.

Teniamo presente che la Francia fa la voce grossa contro Trump, ma nella realtà in politica estera porta avanti una strategia (economica, militare, …) perfettamente compatibile con quella della Casa Bianca. La Germania peraltro è ancora occupata militarmente dalla NATO. È evidente che all’interno di questi stessi paesi agisce un conflitto tra una borghesia più orientata agli interessi nazionali e una borghesia del tutto venduta al grande capitale transnazionale atlantico e questo può confondere i piani, ma sarebbe un errore intellettualistico anticipare le situazioni. La dialettica presuppone il materialismo, che non permette di correre con la mente!

Nell’ottica di una geopolitica multipolare è chiaro che ci vorrà in futuro un progetto per rendere l’Europa (non l’UE!) un soggetto geopolitico con un certo grado di indipendenza. Per arrivare a questa situazione – progetto tutt’altro che evidente – che, a questo punto sì, inevitabilmente, genererà un conflitto con gli USA (e che dovrebbe impegnarci in prima linea come comunisti), ci vorrà verosimilmente prima una tappa in cui l’UE sia “indebolita” da movimenti cosiddetti “sovranisti” sia di destra (cioè la borghesia “nazionale”) sia di sinistra (sui modelli unitari evocati da Jean-Luc Mélenchon o da Sahra Wagenknecht, in cui però i comunisti dovranno costruirsi un ruolo!) e dunque una fase di ritorno agli Stati nazionali “sovrani” che potranno creare liberamente tra loro accordi di cooperazione bilaterale e multilaterale.

Un Partito Comunista del nostro tempo deve ridare vita alla soggettività che vogliamo rappresentare: innanzitutto nella nostra realtà locale, così da avere una voce sufficientemente forte al fine di agire in seguito sul piano continentale per imbastire un fronte unito (sarebbe ridicolo lanciare una nuova Internazionale dai numeri irrisori a rischio di totale autoreferenzialità). Un fronte unito, al di là di schemi ideologici troppo stretti, che – quello sì – potrà davvero permetterci di inserirci in un discorso che ora è occupato al 99% da un battibecco tra le sole destre.

Senza tutto ciò il rischio è, naturalmente, il “codismo” (subendo l'egemonia altrui, in questo caso leghista) oppure finire definitivamente nei manuali di storia delle dottrine politiche alla voce “marxismo”, cioè sparire! La sfida della nostra generazione è proprio quella di uscire da questo vicolo cieco.