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Il contesto nel quale ci troviamo a militare è quello della cosiddetta “società liquida” e – mi viene da aggiungere – anche “post-tutto”: è una società post-moderna, post-democratica, post-fordista. Oggi addirittura ci sono pure le... post-verità! In questo genere di società capitalista occidentale (ormai decadente), i partiti politici diventano semplici gruppi di individui privi di programma e di sostanza: sono appunto una realtà “liquida” e molto mediatica, insomma un bluff continuo in cui si sviluppa l’anti-politica che è l’anticamera di nuove forme di fascismo. Il fatto drammatico è che proprio la sinistra, producendo un ceto politico letteralmente inconsistente (tutto costruito su banalità e “indignazione” fine a se stessa), sta gettando le basi del suo suicidio politico.

L’unica forma di partito vittoriosa – nel senso di riuscire a compiere una rivoluzione profonda dei rapporti di forza e dell’ordinamento sociale ed economico egemone – ha dimostrato di funzionare in modo totalmente diverso rispetto agli schemi dei partiti attuali della sinistra liberal o, appunto, post-moderna. Il nostro scopo è oggi quello di ricordarne i principi e di continuare il percorso di strutturare un tale Partito nella nostra difficilissima realtà: non si tratta infatti “solo” di contrastare la radicatissima borghesia svizzera, si tratta anche di lanciare la sfida di una sinistra 2.0 che aborrisca i “nuovismi” e anzi sappia riprendere, ovviamente aggiornandoli, i valori veri e unici del pensiero forte che il movimento operaio e progressista ha forgiato.

 

 

 

Il Partito del socialismo scientifico

 

Il Partito di nuovo tipo, concepito da Vladimir Ilic Lenin, che trionfa nell’Ottobre 1917 si distingue per cinque caratteristiche che qui ricordiamo:

1. Il Partito è un reparto d’avanguardia

2. Il Partito è un reparto organizzato

3. Il Partito è la forma suprema dell’organizzazione di classe

4. Il Partito è uno strumento di potere

5. Il Partito è un reparto unitario e centralista

E sono cinque anche le caratteristiche che un buon militante di un tale Partito deve avere, e che possiamo ricavare parafrasando Antonio Gramsci:

1. curare la propria formazione marxista-leninista

2. essere in prima linea nelle lotte proletarie

3. aborrire dalle pose rivoluzionarie: essere non solo rivoluzionario ma anche un politico realista

4. giudicare le situazioni e gli accadimenti dal punto di vista della propria classe e del proprio Partito

5. essere internazionalista.

Un Partito concepito in questo modo (e composto di tali militanti) dispone, almeno teoricamente, degli strumenti non solo organizzativi ma anche intellettuali per iniziare ad agire concretamente in una prospettiva socialista con metodo scientifico, con l’obiettivo di incidere nella realtà pur senza finire in quello sterile riformismo fine a se stesso che ha portato molti partiti operai a finire assimilati, prima ancora che dalle dinamiche del sistema, da concezioni culturali non appartenenti alla propria tradizione, rinunciando così all’indipendenza ideologica senza la quale è impossibile anche solo immaginare realisticamente il superamento della società borghese. Non ci sfugge infatti che “le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti cioè la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono altro che l'espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l'espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio”

 

 

 

Il Partito come reparto d’avanguardia

 

Il pensiero di Lenin chiarisce come il Partito non possa essere davvero tale “se si limita a registrare quello che la massa della classe operaia sente e pensa, se si trascina alla coda del movimento spontaneo, se non sa superare l’inerzia del movimento spontaneo, se non sa elevarsi al di sopra degli interessi momentanei del proletariato”, il Partito deve insomma saper vedere più lontano della classe operaia. Deve ciò elevare le masse, non piegarsi ad esse!

Certi “populisti” di sinistra e di estrema sinistra che per prendere qualche voto in più si muovono invece proprio seguendo una sorta di “operaiolatria”, dove l’operaio ha sempre ragione ed è in sé espressione di saggezza, non solo cadono nel ridicolo, ma fanno un danno enorme a ogni progetto di trasformazione sociale. Il socialismo scientifico riconosce certamente nella classe operaia il settore sociale che potrà determinare – date le condizioni oggettive e soggettive – un processo rivoluzionario di superamento del capitalismo, ma ciò non significa che si debba accettare una sorta di visione “messianica” della classe operaia stessa.

Naturalmente essere avanguardia non significa essere élite: bisogna essere nel contempo parte della classe che si considera protagonista del futuro cambio sociale, legarsi ad essa per comprenderne gli orientamenti, i bisogni, le necessità, e dunque per sapere come convincerla ad assumere una determinata impostazione di analisi e quindi di lotta, ma non bisogna scordarsi il fatto di essere appunto alla sua avanguardia: seguirne le “percezioni”, anche quando imprecise, non è dunque un errore in sé, purché il Partito sappia quale sbocco politico dare alle stesse.

Nel nostro territorio abbiamo avuto di recente due esperienze di intensa lotta operaia: nel 2008 le maestranze entrano in sciopero per un mese alle Officine ferroviarie di Bellinzona e nel 2017 incrociano le braccia anche i dipendenti della Navigazione del Lago Maggiore. In queste due vertenze abbiamo avuto due partiti di orientamento anti-capitalista che godevano di posizione estremamente vantaggiose nel sindacato di categoria: il Movimento per il Socialismo (MPS) nel primo caso e il Partito Operaio e Popolare (POP) nel secondo. La differenza nella capacità di lavoro spiccano subito agli occhi: mentre MPS – che alle Officine disponeva di militanti e funzionari sindacali – nel 2008 faceva un’elaborazione costante sui vari mezzi a disposizione e sugli sbocchi che la lotta operaia poteva assumere, uscendo addirittura con anticipo sugli eventi e rendendo evidente a tutti come i trotzkisti sapevano indirizzare l’elaborazione della strategia sindacale in fabbrica. Il che dimostra come il PS, benché sindacalmente forte, non disponeva della capacità di agire e di fatto era in balìa di quanto i quadri trotzkisti dettavano alla base. Ben diverso si è mosso invece nel 2017 il POP, il quale non solo disponeva fra i funzionari sindacali alcuni dei propri dirigenti, ma che potenzialmente disponeva di militanti con tempo a disposizione per poter seguire attivamente la vertenza. Il tutto si è invece ridotto a due comunicati stampa, roboanti nella retorica ma anche relativamente banali nell’analisi, una striminzita presenza militante e un praticamente nullo ruolo di avanguardia nella conduzione della lotta. Il POP risulta ideologicamente inclassificabile talmente è povera la sua analisi: potremmo quasi definirlo “codista” essendo incapace di elaborare strategie proprie. Il Partito Comunista, per contro, ha lavorato conscio dei propri limiti: non disponendo di sindacalisti nel settore (e non avendo dunque entrature adeguate nella vertenza in corso) ha optato per un impegno collaterale di altro tipo, cercando comunque di svolgere il proprio compito. Anzitutto abbiamo garantito una presenza costante di delegazioni militanti ad ogni evento di solidarietà, abbiamo preso contatto con il Partito Comunista Italiano (PCI) attivo sull’altra sponda del lago Maggiore diramando una dichiarazione congiunta che non solo desse un valenza internazionalista alla lotta, ma che sapesse delineare un’ipotesi di lungo periodo sul piano dello sviluppo, attraverso ricerche universitarie, dell’economia lacustre di ambo i paesi; abbiamo sfruttato la nostra presenza parlamentare per promuovere una interrogazione al governo in cui – per primi sul piano istituzionale – abbiamo messo le mani avanti sul rischio di liberalizzazione del trasporto su acqua. Se a ciò avessimo potuto aggiungere una nostra presenza sindacale stabile (come ad esempio ha avuto il POP senza saperla però sfruttare) avremmo potuto oggi dirci totalmente soddisfatti nel nostro intervento. C’è quindi ancora da lavorare, ma possiamo affermare già oggi che il nostro impegno commisurato alle attuali nostre forze è stato assolutamente dignitoso.

 

 

 

Il Partito come reparto organizzato

 

Il Partito non può essere una somma di gruppi militanti o di singoli compagni: deve essere, al contrario, un tutt’uno organizzato e disciplinato. Da qui derivano due questioni assolutamente dirimenti nello stato di cose attuali della sinistra svizzera:

a) bisogna rifiutare con forza al “trade-unionismo”: se ogni scioperante, ogni simpatizzante, ogni elettore lo facciamo figurare quale membro del Partito magari anche con diritto di voto, il Partito verrebbe semplicemente snaturato, diventando una entità amorfa, poiché avrebbe cancellato ogni frontiera fra il Partito appunto e la classe sociale. Il Partito risulterebbe in questo modo disarmato sia organizzativamente sia ideologicamente. Questa è la modalità di presunta “organizzazione” che riscontriamo nella Gioventù Socialista (GISO), la quale sembrerebbe una associazione di massa con numeri elevatissimi di membri, quando in realtà essa dispone una capacità di intervento reale e militante assolutamente più modesto, rispetto a quanto essa stessa ammetta e i media compiacenti cercano di comunicare. Basti qui vedere le sole 75 firme (sulle 150 promesse) portate in occasione del referendum contro gli sgravi fiscali che proprio la GISO aveva innalzato a priorità assoluta nella lotta interna al PS.

b) bisogna in secondo luogo rifiutare con altrettanta forza il “franchising” del proprio marchio (che a volte rasenta un’attitudine non solo opportunistica, ma di patologica schizofrenia). Questa è quanto avviene in ormai molti partiti: ad esempio nel Partito Socialista (PS) dove una sezione comunale diverge dall’altra e dove ogni esponente (anche di punta) parla a titolo personale su ogni tema anche in contraddizione con la linea politica del proprio partito. Ma ancora più grave – vista la pretesa matrice comunista – è la situazione nel Partito Svizzero del Lavoro (PSdL/POP): così abbiamo avuto nel 2005 la sezione del Canton Ginevra che proponeva di chiudere le frontiere ai lavoratori francesi e lo stesso Partito nel Canton Vaud che, proprio nel medesimo periodo, perorava invece la causa europeista e della libera circolazione della manodopera. Così abbiamo il POP ticinese che esprime ben due dei propri dirigenti nell’Ufficio esecutivo del Partito della Sinistra Europea (SE), nonostante il suo segretario cantonale utilizzi una retorica inferocita contro Bruxelles e fino a pochi anni fa si ergeva ad avversario totale della SE, senza porsi però problemi – di fronte alla vittoria elettorale di SYRIZA in Grecia – di uscire pubblicamente sulla stampa in sostegno a Alexis Tsipras rivendicandone addirittura l’appartenenza al medesimo sodalizio europeo! Così abbiamo sezioni del PSdL che teorizzano la “nonviolenza” e altre sezioni che invitano i giovani a recarsi a scuola reclute per imparare l’uso delle armi in vista della... rivoluzione proletaria e che passano il loro tempo a fraternizzare con organizzazioni armate estere che agiscono (clandestinamente) nel nostro Paese. Insomma un gigantesco pasticcio…

 

 

 

Il Partito come forma suprema dell’organizzazione di classe

 

Il Partito non è l’unica organizzazione di classe che esiste: ce ne sono altre di utilissime e necessarie, a partire dal sindacato, dalle cooperative di consumo fino alle redazioni di giornali indipendenti, alle associazioni culturali, ai movimenti giovanili, ecc. Esse servono a consolidare le posizioni di classe nei diversi ambiti di lavoro e di vita sociale e, alla lunga, sono necessarie al fine di creare quel “duopolio di potere” che è preludio di una fase potenzialmente rivoluzionaria, quando cioè al fianco del potere costituito a dominio borghese si creano le cosiddette “casematte” di gramsciana memoria, dove cioè si intravvedono settori sotto egemonia operaia.

Ognuna di queste associazioni di massa e collaterali agisce nel settore che gli è proprio, non si devono pestare i piedi a vicenda, ma devono comunque agire in modo coordinato. Tutte devono lavorare in una sola direzione, perché servono a una sola classe e agli interessi di questa sola classe. A determinare la direzione strategica comune è, secondo Lenin, sempre il Partito come nucleo centrale, il nucleo attorno al quale si riuniscono e si aggregano gli elementi più preparati della classe, i quadri politici migliori.

Ma ci sono anche organizzazioni di massa di persone senza partito: qui non è fattibile una nostra direzione formale, ma devono essere i membri del partito che, facendo parte di tali associazioni, portano al loro interno la linea elaborata dal Partito e, democraticamente e con la persuasione, convincere gli altri partecipanti della correttezza della proposta comunista. Lenin diceva che “la teoria opportunista della neutralità delle organizzazioni senza partito, che genera i deputati indipendenti o i sindacalisti super-partes, ecc. non è solo sbagliata, ma è falsa ed è una truffa”!

Siamo così arrivati al punto di dover chiarire la necessità del rafforzamento della disciplina operativa dei marxisti: “il Partito Comunista non accetta la divisione dei compiti (…) per cui i partiti non si occupavano dei sindacati ma solo delle elezioni (…). Bisogna invece occuparsi di tutte le manifestazioni di vita della classe proletaria a cominciare dal sindacato, operandovi in maniera intelligente e organizzata, per cercare di influenzarlo, contrastarne la burocratizzazione, orientarlo alla lotta, conquistarne la direzione”

Situazioni interessanti le abbiamo viste svilupparsi anche nella nostra realtà, ad esempio con i militanti di MPS attivi in UNIA (almeno fino al 2009), oppure con i giovani del PC attivi nel SISA fin dal 2006. Piuttosto inversa invece la situazione nel POP, dove – almeno di primo acchito – sembra essere il sindacato a dettare l’agenda al partito (senza che ciò peraltro produca alcunché di concreto sul piano di massa).

 

 

 

Il Partito come strumento di potere

 

Si tratta, questo, di uno dei punti ormai più difficili da accettare nella sinistra post-moderna e liberal che oggi va per la maggiore. Una certa cultura idealista di tipo anarco-libertario, che rifiuta ogni potere (e così facendo, involontariamente, approva il potere attuale!), considera che un partito di sinistra debba quasi ridursi a mero strumento di riflessione, di opinione e di discussione intellettuale, la cui azione si riduca al massimo a prevedere forme di aiuto assistenziale, quasi la sinistra fosse una realtà caritatevole.

E invece no! Gramsci è chiarissimo in questo: il Partito “non è una società di mutuo soccorso” affermava il comunista sardo! L’obiettivo di un partito politico è sempre – soprattutto se si pone in ottica di superamento del capitalismo – quello di prendere, né più né meno, il controllo politico della società e sempre Gramsci, a tal proposito, chiariva: “noi intendiamo per partito la organizzazione politica di una determinata classe, e non semplicemente un gruppo di cittadini che la pensa alla stessa maniera”.

Lenin definiva il partito “lo stato maggiore”, proprio come in un esercito, capace di raccogliere intorno a sé le organizzazioni di massa e di centralizzarne l’azione con lo scopo molto concreto di ...governare! L’Accademia delle scienze della ex-URSS nel suo “Manuale del marxismo-leninismo” spiegava come i comunisti, pur denunciando il capitalismo, non debbano limitarsi a criticare senza fornire risposte su quanto bisogna fare concretamente oggi: Lenin rifiutava in effetti la tendenza a lanciare slogan intesi solo ad “acutizzare” la coscienza di classe: una critica al sistema che non è unita ad una azione positiva altro non è che una declamazione priva di contenuto, del tutto inutile al fine della lotta di classe. È l’esperienza concreta, infatti, che fa crescere la coscienza.

Ecco perché sbagliava chi criticava la vocazione “di governo” (benché non “al governo”) che il Partito Comunista aveva espressamente sancito nelle proprie tesi congressuali del 2011 e da allora sempre ribadito. Come spiegava anche Armando Cossutta, insomma, occorre un Partito Comunista che non si limiti a fare “mera propaganda delle sue pur fortissime ragioni”. Ma per fare questo è necessario una disciplina ferrea. Lenin, non a caso, affermava: “i bolscevichi non sarebbero rimasti al potere nemmeno due mesi se non fosse esistita una disciplina severissima, veramente ferrea, se il Partito non avesse avuto l’appoggio pieno di abnegazione di tutto quanto vi è nella massa popolare di pensante, di onesto, di devoto, di influente, capace di condurre dietro a sé gli strati arretrati”. Il Partito, dunque, come realtà che educa allo spirito di disciplina, di organizzazione, creando una coesione e quindi una barriera contro le influenze culturali deleterie piccolo borghesi (ribellismo, anarchismo, ecc.).

 

 

 

Il Partito come reparto unitario e centralista

 

Ottenere qualcosa di concreto (e nel caso di Lenin compiere nientemeno che una rivoluzione) non è fattibile senza la necessaria compattezza. Se il Partito è una realtà eclettica con varie frazioni interne che si fanno la guerra a vicenda come è successo nel caso del Partito della Rifondazione Comunista in Italia (ma non solo) con quasi una decina di correnti organizzate, prima o poi si va allo sfascio oppure semplicemente si diventa un “salotto” intellettuale, ma dove non si conquista assolutamente nulla. Gramsci spiegava in effetti che il Partito “non è un’accademia in cui ognuno si batte per le sue idee personali”.

Ecco perché il Partito leninista è basato sul concetto imprescindibile, fondamentale e indiscutibile del centralismo democratico, che non può e non deve tollerare il frazionismo. La disciplina, tuttavia, non è cieca: solo una disciplina cosciente può essere effettivamente ferrea; finita la lotta di opinioni, esaurita la critica, presa una decisione, infatti subentra l’unità di volontà e di azione di tutti i militanti del Partito. La disciplina di partito nella società liquida oggi accettata anche dal resto della sinistra suona male, ma è caratteristica fondamentale, l’unica alternativa all’individualismo, senza riscoprire la quale non vi sarà possibilità di neppure pensare una prospettiva socialista.

C’è chi sostiene che si possa superare gli elementi opportunisti mediante la lotta ideologica all’interno del Partito: certamente tale confronto dialettico è utile e necessario, ma ponendo anche alcuni paletti, poiché è insito a ciò un pericolo non indifferente. Una lotta interna esasperata rischia infatti di portare letteralmente l’organizzazione alla paralisi: un’infermità cronica che spinge il Partito sulla via dell’opportunismo e quindi ne distrugge la propria indipendenza e, in ultima analisi, la sua stessa utilità per le classi sociali di riferimento. Può essere interessante ricordare qui il conflitto interno al Partito Comunista in Ticino sviluppatosi intorno al 2011 fra chi – poi confluito nel POP – pretendeva un Comitato Centrale come organismo di rappresentanza delle sezioni territoriali (come è il caso nel PS) e chi invece chiedeva, come è corretto che sia, un Comitato Centrale eletto su criteri di lavoro politico e di capacità militanti, dove cioè fossero abolite le rendite di posizione e i familismi che invece permangono (a livelli atroci!) nella sinistra ticinese. Allontanare dal Partito (o perlomeno dai suoi posti di vertice) gli elementi opportunisti e revisionisti è umanamente spesso una scelta dura, ma anche necessaria, poiché è atta a rafforzare l’unità del Partito d’avanguardia. Ciò va fatto, naturalmente, con ponderazione e buon senso, insistendo preventivamente con una buona formazione politico-ideologica degli aderenti, con una corretta cultura dialettica interna e una adeguata selezione di chi può passare dallo status di membro a quello di militante e quindi a quadro dirigente del Partito.