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La vicenda della sede mantovana della multinazionale di derivazione svizzera Selecta che gestisce Argenta, rappresenta il paradigma di come funzionano e muoiono, le imprese che in origine rappresentavano il vanto dell’imprenditoria locale ma che vengono spinte al capolinea, snaturando la propria storia organizzativa, sempre e comunque a danno dei lavoratori.

Anche in questo caso, infatti, si tratta di una intrapresa avviata da un produttore locale, che come quasi tutti, aveva iniziato con poco per poi espandersi e conseguire profitti all’inizio non immaginabili.

Era il “vecchio padrone” conosciuto personalmente dagli operai, magari loro vicino di casa, riconosciuto e troppo spesso, benvoluto.

Le lotte, nei 30 anni di attività, sono state poche, quasi mai di carattere locale ma in risposta agli scarsi e sempre più flebili richiami scanditi dai sindacati confederali, insediatisi da sempre in quelle mura e ancora oggi prevalenti, anche nel portare la classe alla sconfitta.

Giunti all’apice questi “padroni di una volta”, in tempi propizi, hanno venduto le loro creature alle multinazionali che, ai tempi d’oro, facevano la fila per acquisire marchi e siti produttivi.

In molti casi le attività produttive hanno visto l’affermazione delle delocalizzazioni più spericolate, sia della produzione che della gestione amministrativa, cosicché in loco non è rimasto nulla se non le mura vuote e abbandonate di stabilimenti ormai in pieno degrado che, aspettando il momento opportuno per essere abbattute, lasciano le aree disponibili a nuovi e più redditizi cambi di destinazione d’uso.

I cimiteri industriali, del resto, riempiono le nostre periferie, sempre che le amministrazioni “pubbliche” non le abbiano inserite in qualche “hab” (area commerciale, N.d.R.) pronta far man bassa dei finanziamenti pubblici con insediamenti più o meno improbabili che potranno sempre essere nuovamente abbattuti e “riqualificati” se interverrà un’opportuna convenienza.

E così siamo giunti alla storia di ARGENTA che a S. Giorgio occupava 70 lavoratori, molti dei quali in servizio da circa 20 anni, altri ancora sotto le grinfie del jobs act.

Il sito era il più importante del nord Italia, sede di partenza di tutte le manutenzioni e riparazioni di macchine automatiche per la distribuzione di bevande e alimenti dal Piemonte alle Marche, con l’officina attrezzata più grande del gruppo.

Il lavoro non mancava ma il sentore della crisi era giunto alle orecchie dei lavoratori (non dei sindacati – sic!) quando si è saputo che Selecta, in Spagna aveva chiuso gli stabilimenti e messo alla porta 400 lavoratori che non hanno avuto via di scambio, proprio all’insorgere della crisi sanitaria.

Tornando all’azienda, dopo vari passaggi di mano, oggi è di proprietà della multinazionale svizzera Selecta presente sul mercato col proprio marchio e che ha acquisito nel tempo altri marchi locali, di fatto divenuti interscambiabili, di distributori automatici di alimenti e bevande presso uffici e pubblici esercizi.

La crisi economica scaturita da quella sanitaria per la multinazionale che detiene il pacchetto Argenta, ha rappresentato un’occasione irripetibile: con l’ormai becero messaggio del venerdì sera, è stato comunicato ai 70 dipendenti dello stabilimento mantovano che il lunedì avrebbero dovuto prendere servizio a Peschiera Borromeo, ovvero a 170 km da Mantova, in quanto il sito di Mantova sarebbe stato chiuso: prendere o lasciare, dunque, in caso contrario sarebbero stati licenziati.

A questo punto e come triste consuetudine, fuori tempo massimo, sono intervenuti i sindacati, peraltro solo dopo la solidarietà espressa dal territorio; c’è stato oltre un mese di sciopero con presidio davanti ai cancelli ma lo scontato finale, si è ben presto avverato.

Tutti a casa, tranne 5 lavoratori che hanno accettato il trasferimento a Milano.

Il sindacato confederale che nelle realtà periferiche è ancora quello dominante a fronte di una mancata (e di un rifiuto) sindacalizzazione da parte dei lavoratori, in particolare dei più giovani, al termine di una trattativa che si è protratta svogliatamente, a fronte del primo muro opposto dai referenti della evanescente proprietà finanziaria, ha addirittura gridato vittoria, rivendicando che grazie al suo lavoro, si sono portate a casa alcune mensilità pro capite (peraltro non di pari importo) e la cassa integrazione fino alla scadenza dello stop ai licenziamenti previsti dalla recente normativa.

In realtà… una sconfitta su tutta la linea che in modo spudorato e colpevole, è stata spacciata per vittoria, come ormai è consuetudine.

La lotta non è esistita: in questo come in molti altri casi, il sindacato è connivente con le linee guida del padronato, non vi è più nemmeno la necessità di “lavorare” per giungere ad un risultato concordato, essendo la risoluzione finale, quella predefinita dalla proprietà, tuttalpiù con qualche benevola concessione che può essere conseguita con una semplice telefonata o addirittura con un messaggio proveniente da un qualunque referente dell’Ufficio risorse umane.

Il peso di tale immensa e devastante responsabilità, questo sindacato nemmeno lo avverte, i funzionari (sindacalisti di loro stessi!), gestiscono le pratiche come se si trattasse di quelle del patronato e, come sovente avviene, pure in modo sbagliato!

La classe operaia di queste piccole ma numerosissime realtà, resta indifesa, maldisposta verso lo stesso sindacato con cui non è in sintonia e che reputa, appunto, alla stregua di centro servizi fiscali e non certo baluardo in difesa dei diritti sociali, ed è scettica verso la politica. L’adesione alle strampalate e superficiali teorie della destra acchiappavoti, prevale sui rari casi di adesione fideistica alla scatola vuota di una sinistra evocata che non si può materializzare perché, a dispetto dei sogni, difende interessi opposti ai suoi.

Il degrado delle condizioni di vita e più in generale di quelle socio/culturali e della flebile consapevolezza di chi vive del proprio lavoro, è evidente e difficile da affrontare.

La rappresentanza degli interessi dei lavoratori è stata defraudata da chi, pure a livello pratico, non ha lavorato nemmeno un giorno in quelle fabbriche e con quegli operai che si arroga di rappresentare, limitandosi oggi a riperpetuare dolosamente, ordini impartiti dalle centrali di potere, ben sapendo che non dovrà pagare pegno per ogni ennesimo tradimento.

Dopo i picchetti, le lotte, le note di stampa, la solidarietà pelosa dei rappresentanti dei partiti di governo che, da impudenti, nemmeno si preoccupano di essere i responsabili di questo scempio, essendo gli autori di una serie infinita quanto logica, di provvedimenti legislativi che hanno deliberatamente spinto i lavoratori in questo angolo buio, non resta niente.

Pochi mesi di stipendio, la cassa integrazione, la disoccupazione e poi l’umiliazione di doversi “reinventare”, come propone il modello globale, rivestendo una posizione di ulteriore debolezza e fragilità nei confronti del sistema.

Va aggiunto, poi, lo scempio ambientale, l’abbandono degli stabili spesso nati orribili, il degrado edilizio di interi quartieri che, con spudorata disinvoltura, negli scorsi decenni, le pubbliche amministrazioni avevano concesso ai nuovi capitani di industria, ansiosi di costruire a poco prezzo capannoni e centri servizi nelle periferie di tutte le città lombarde, oggi in gran parte abbandonati e difficili da riconvertire, assegnati ad un incuria che scatta, in modo a dir poco plastico, una foto del tutto.

Un danno doppio, quindi, alla qualità della vita dei lavoratori e del territorio dove vivono.

Nessun responsabile pagherà per tutto ciò.

Il tessuto industriale, nella provincia lombarda, è in via di estinzione: la produzione ormai da venti anni, è stata delocalizzata all’estero, dove costo del personale e carico fiscale sono irrisori, il conflitto sociale nemmeno accennato e non organizzato e le connivenze con potere politico e amministrativo sono dato acquisito a livello formale, senza bisogno di quella trasformazione da illecito illegale a illecito permesso, così come avviene da noi.

Restano in vita la logistica e la prestazione di servizi, ovvero realtà che senza fatica alcuna, possono essere chiuse e trasferite altrove e che non richiedono alcun tipo di professionalità e specializzazione; si tratta, infatti, di lavori di facchinaggio e trasporto che possono essere svolti più o meno da chiunque e scatenano una grande competizione al ribasso fra i lavoratori.

Nel caso della prestazione dei servizi, come nel caso di Argenta, protagonista di questo pezzo, poi, la chiusura dei siti, così come la chiusura e l’assorbimento di marchi, è cosa assai semplice per le nuove proprietà dai fumosi contorni economico/fiscali, poiché il servizio che si rende è di provenienza indefinita e per definizione di scarsa qualità, quindi facilmente sostituibile in un mercato che cannibalizza velocemente i prodotti e i marchi “deboli”.

E cosa c’è di più debole di un caffè della “macchinetta”, chi si accorge e a chi importa che l’etichetta sul distributore porti un logo piuttosto che un altro?

Eppure dietro questo prodotto “debole”, come nel nostro caso, solo a Mantova c’erano 70 lavoratori che “servivano” un vasto territorio, fino ai confini fra Marche e Abruzzo.

Le incontrastate scelte padronali permettono di licenziare senza colpo ferire 65 dipendenti, il cui lavoro sarà assorbito da chi resta a condizioni capestro presso altre sedi, in attesa, molto probabilmente, di chiudere i battenti e riaprire altrove, con un altro marchio e con altri dipendenti, assunti con formule contrattuali più convenienti. Proseguendo, insomma, quell’opera di devastazione che al capitalismo riesce alla perfezione.

A fronte di questo strapotere, occorre assumere consapevolezza che la lotta operaia non può più seguire i canoni dettati dal sindacalismo confederale: in realtà non si tratta nemmeno di una lotta di retroguardia ma solo della rivendicazione che piatisce qualche mensilità in più in una buona uscita che resta a discrezione del padrone.

Difficile è anche il radicarsi del sindacalismo di base nelle sue forme più autentiche, di quelle che non hanno acquisito lo stile politicamente ed eticamente corrotto dello storico indifferenziato trio, rappresentato da CGIL CISL e UIL.

Tuttavia, a dispetto delle difficoltà di questa tragica fase, i comunisti devono riuscire a stare nelle lotte, condividerle coi propri compagni delle realtà piccole e grandi, da quelle più critiche, caratterizzate dal precariato imperante a quelle definite “garantite” da una narrazione raccontata da chi la classe ha sempre voluto dividerla.

Non possiamo non ricordare a chi lotta e a tutti i lavoratori che i diritti sociali (oggi defraudati) vanno estesi e non tolti e che le sacrosante rivendicazioni salariali (di salari da fame) non possono essere barattate con le assenze salariali altrui. Il lavoro va retribuito il giusto e l’equiparazione non potrà mai operarsi dal basso.

Occorre rivendicare la capacità di essere critici, di analizzare lucidamente tutte le contraddizioni e di farle emergere, di proporre una unità sociale che unisca tutti i fronti di crisi, dalle piccole alle grandi realtà.

Dai 70 lavoratori del distributore Argenta ai 500 dipendenti (fra sede centrale ed indotto) della Corneliani, a cui politica e pubblica amministrazione locale avevano dato una risposta parziale poco prima della scadenza elettorale di settembre ma che oggi si ritrova nella medesima situazione di partenza: dovranno essere i comunisti a riaprire fronti di lotta politica unitaria, non solo rivendicativa.

Per l’area più florida del paese, qual è la Lombardia, un futuro complessivamente precario, come quello che si prospetta oggi, soprattutto con l’insorgere dell’aspetto economico della crisi sanitaria, deve essere affrontato con la consapevolezza, da trasmettere e radicare, che il modello capitalistico non può garantire nessun futuro per le classi lavoratici.

Occorre avere la capacità di trasmettere e radicare la convinzione che non è utopistico pensare ad un nuovo modello sociale, una società dove non difetti il necessario a discapito del superfluo e dove tutti i diritti sociali siano garantiti.

Si parte sempre dal lavoro perché la sua organizzazione degna significa nel contempo sanità e scuola pubblica di qualità, cultura, formazione, servizi.

Un ragionamento complessivo e complesso per una società basata sui principi semplici e universali di eguaglianza, solidarietà, giustizia, una società che è arduo ma necessario raggiungere. Una società socialista.