lunedì, Novembre 29, 2021
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Democrazia Cristiana, mafia e corruzione politica

L’attualità della lotta di Danilo Dolci


Di:Giustino Scotto d’Aniello
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La “Democrazia Cristiana fu assolta nei tre gradi di giudizio in quanto non ritenuta responsabile né della presenza mafiosa su quei territori, né tantomeno delle povertà denunciate da Danilo Dolci”, cosi sentenziò, Il 17 mar 2021 il giornalista Paolo Mieli, conduttore della rubrica pomeridiana di RAI3 “Passato e Presente”, ospite lo storico Agostino Giovagnoli, l’occasione offerta dall’approfondimento della figura di Danilo Dolci (poeta, educatore, sociologo), nato il 28 giugno 1924 in provincia di Trieste, a Sesana, oggi città slovena, morto il 30 dicembre 1997 a Partinico (PA). Impegnato negli anni ’50 e’60 in un duro scontro con il sistema politico mafioso imperante nella Sicilia Occidentale, precisamente Trappeto e Partinico. A chi gli chiedeva perché avesse scelto quei territori dove vivere, Danilo rispondeva: “perché questo era “il paese più misero” che avesse mai visto.

Tralascio, per opportuna sintesi, di descrivere l’intensa attività di Danilo Dolci, segnalo a tal fine il testo “Piantare Uomini” di Giuseppe Casarubbea, ed. Castelvecchi, 2017.

Due furono gli eventi giudiziari che videro Danilo Dolci imputato, precisamente:

Il primo processo (Tribunale penale di Palermo, Sezione I), tenutosi nel marzo del 1956, Piero Calamandrei faceva parte del Collegio di difesa di Dolci, (la sua arringa difensiva rimase nella storia giudiziaria italiana, v. https://canestrinilex.com/risorse/in-difesa-di-danilo-dolci-di-piero-calamandrei/), capo d’imputazione “invasione dei terreni” durante uno “sciopero alla rovescia” dei disoccupati, arrestato insieme ad altri quattro “scioperanti”, detenuto per 50 giorni condannato, sia pure con il riconoscimento dell’attenuante “dei motivi di particolare valore morale e sociale”.

Il secondo, a cui faceva riferimento Paolo Mieli nella sua improvvida affermazione sulla “innocenza” della D.C., fu Il processo, dinanzi alla IV sezione penale del Tribunale di Roma che ebbe inizio il 20 novembre 1965.

Evidenzio che sia il Conduttore che lo Storico hanno fatto molta attenzione, con evidente imbarazzo, a non pronunciare mai i querelanti, che hanno attivato detto processo, ci sarebbe da chiedere loro, il perché di tanta reticenza, per dovere di cronaca, provo a dare una risposta nel merito.

I querelanti interessati al procedimento erano due esponenti di rilievo della Democrazia Cristiana, precisamente: Bernardo Mattarella, Ministro per il commercio con l’estero e Calogero Volpe, Sottosegretario alla sanità. Bernardo Mattarella, padre di Piersanti Mattarella, già Ministro dell’Interno e Presidente della Regione Sicilia, vittima della mafia in data 6 gennaio 1980 e di Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica in carica; avvocati difensori di Mattarella erano Giovanni Leone (nel dicembre del 1971 eletto Presidente della Repubblica) e Girolamo Bellavista, quest’ultimo del Foro di Palermo. 

Per un approfondimento degli atti processuali torna utile lo scritto “Una autoanalisi popolare sull’associazione”, del 1966, unitamente al testo di Giuseppe Casarrubea citato.

La risposta sul perché di tanta discrezione sugli Attori del processo, oltre Danilo Dolci e Franco Alasia, sta nella continuità storica della D.C., ancora una volta Paolo Mieli ha validato l’egemonia democristiana vigente.

Il paradosso è che a smentire quanto affermato da Mieli, sono gli stessi atti processuali, in quanto, l’oggetto della sentenza non era la purezza della D.C., ma, come lo steso avvocato Leone affermò: ” Il processo non può e non deve uscire dai suoi limiti, in esso non si possono affrontare problemi generali dovendosi esso riferire a problemi personali…”. Il Tribunale accolse questa tesi. Con tale decisione, la posizione processuale degli imputati era definitivamente pregiudicata. In altri termini, la Commissione parlamentare antimafia aveva rinunziato ad esprimere un giudizio politico sulla vicenda, dal momento che della questione era stato investito il Tribunale competente. Il Tribunale ritenne che non si dovevano affrontare questioni generali, perché la controversia era limitata alla tutela della onorabilità di persone.

Con una lettera del gennaio 1967, Dolci ed Alasia comunicarono al Presidente del Collegio giudicante la loro decisione di astenersi, per protesta, dal partecipare alle ulteriori udienze. Dolci fu condannato a due anni di reclusione e a 250 mila lire di multa, oltre al pagamento delle spese processuali. La pena, però, fu condonata. 

Bernardo Mattarella uscì vittorioso dalla contesa giudiziaria, ma a partire dal 23 febbraio 1966, quando si costituì il terzo governo Moro, non fu più ministro. Lo stesso materiale documentario relativo al processo è stato pubblicato, in precedenza, nel libro “Chi gioca solo” (Torino, Einaudi, settembre 1967).

L’ultima chicca, di stampo anticomunista, per non essere equivocati, è stato, giustappunto, l’attacco a Danilo Dolci per aver accettato il Premio Lenin per la Pace attribuito dallo Stato Sovietico nel 1958.

Nel maggio successivo, con i soldi del Premio, si costituisce il Centro Studi e Iniziative per la Piena Occupazione, con sedi in diversi Comuni dell’Isola, che diventerà rapidamente uno straordinario strumento al servizio dello sviluppo di tutta la Sicilia Occidentale.

p.s.il materiale utilizzato per la ricostruzione degli eventi è tratto da“Danilo Dolci e la dimensione utopica”, di Livio Ghersi

https://centrostudialeph.it/archivio/dolci/web_site/dda/ghersi.html