Pannello di Rea Silvia, Ara Pacis, Roma

L’età imperiale può essere così divisa concettualmente in tre periodi artistici. 

Il primo è costituito dal lungo pontificato di Augusto, in cui si assiste all’interruzione dello sperimentalismo sviluppato in età repubblicana, con una riconversione alle radici della stagione classica greca. 

Agli occhi degli intellettuali d’età augustea i modelli dell’ellenismo parvero moralmente deboli svelando un’instabilità religiosa e militare, mentre Augusto intendeva ristabilire la sobrietà dell’età classica e reincarnarne il ruolo etico. Tutto questo si evidenzierà nella ritrattistica del periodo e nelle maniere scultoree e iconografiche dell’“Ara Pacis”.

L’Ara Pacis Augustae, la cui gestazione va dal 13 al 9 a. C., riafferma il rilancio dell’armonia greca applicato ai rilievi che celebrano la cerimonia d’insediamento dell’imperatore e della sua famiglia. 

Il fregio mostra la Processione della Gens Julia i cui membri sono ritratti idealizzandone i volti. A ciò è associato un riquadro narrativo-simbolico in cui sono presentate le divinità sotto la cui egida è cresciuta la gloria di Roma. 

Nel Pannello di Rea Silvia la dea Tellus domina i tre regni d’aria, terra e acqua, incarnati da altrettante figure simboliche. La dea terra, identitaria di Rea Silvia, reca in grembo i gemelli Romolo e Remo, mentre ai suoi piedi appaiono un bue e una pecora, animali sacrificati agli dei assieme a pregiati volatili nelle cerimonie di purificazione dette “suovetaurilia”. 

Nel frammento conservato al Museo del Louvre, il sacrificante togato, con la testa coperta alla maniera del cinctus Gabinus, ritrae Augusto.

Nelle allegorie dell’altare sopravvivono alcune entità animistiche della tradizione etrusca, mentre avviene il graduale adattamento delle divinità greche alle varie funzioni del pantheon romano. 

Nell’Ara Pacis appare anche il fregio con tema Sacrificio di Enea ai Penati, in cui l’eroe troiano col figlio Ascanio offre una scrofa bianca in dono agli antenati, che assistono racchiusi nel tempietto in alto a destra sullo sfondo privo di un corretto orientamento prospettico.

La nuova soggettistica ruoterà da Augusto in poi attorno all’allegoria mitologica, contemplando altresì la tradizione con cui sarà decantato il ruolo dei personaggi storici. Roma istruisce così un “pantheon latino”, in parte mutuato da quello greco, in parte frutto della raccolta delle più diffuse e influenti divinità incontrate durante le campagne di conquista dei regni italici. L’Etruria reca dunque un contributo, ridimensionato dai contatti con i popoli della Magna Grecia.

Augusto renderà univoca l’arte del primo impero, mentre, all’indomani del suo pontificato, il genio italico tornerà ad inseguire nuove formule, ridimensionando l’influenza greca in favore di una creatività italica, sebbene talora eclettica.

Il tratto di storia dell’arte che va da Tiberio a Vespasiano e Tito può essere considerato il secondo lungo “laboratorio evolutivo”, che culminerà con l’architettura simbolo di tale processo: il “Colosseo”. L’idea di un “teatro doppio” (anfi-teatro) cambierà le regole dell’architettura di tutti i tempi, rinfocolando un’attitudine al continuo aggiornamento dei criteri ingegneristici, attingendo da un più vasto repertorio geografico-culturale. 

Il secondo periodo dell’arte imperiale segna un apogeo, incarnato dagli imperatori Traiano e Adriano. Se i concetti di purezza augustei erano stati teorizzati dai trattati di Vitruvio (primo ideologo di un neo-classicismo), per Traiano, e parte del pontificato di Adriano, l’architetto mito e simbolo sarà Apollodoro di Damasco. 

Apollodoro orienterà l’architettura contro la conservazione proto-classica, verso un eclettismo cosmopolita, definibile come “neo-ellenistico”. Nativo di Damasco, progetterà per l’imperatore Traiano, suo mentore, il più articolato foro imperiale, operando anche un delicato intervento urbanistico livellando l’inter-sella tra i colli del Campidoglio e del Quirinale.

Per alcuni storici Apollodoro – tra professionisti scoperti da Traiano al fine reificare i propri “sogni” – sarà anche l’ideatore del ciclo narrativo di rilievi della Colonna Traiana, che centrava l’area sacra del foro imperiale. 

Per tali cantieri autocelebrativi sarà messa a disposizione qualsiasi risorsa economica e umana, quasi come avvenuto nell’arte mesopotamica ed egizia.

Alla torbida morte di Apollodoro, forse ucciso per volere di Adriano, sarà scritturato Diogene Ateniese come “architetto-ombra” dell’imperatore al suo ritiro nella Villa di Tivoli, ove darà applicazione ad un solipsismo monocratico, perpetrato a dispetto delle sofferte condizioni dello Stato. Adriano penserà soltanto a che il suo “Buen Retiro” divenga sempre più articolato e sfarzoso, benché fosse crescente la necessità di controllare i confini dell’impero e il Cristianesimo attuasse un’erosione ideologica degli antichi principi. 

La crisi dell’apogeo comincerà proprio all’indomani della morte per malattia di Adriano a Baia nel 138, quando l’impero passa ad Antonino Pio, consigliere e figlio adottivo del defunto.

Il nuovo sovrano orienterà l’arte verso il cosiddetto “Barocco Antoniniano”, durante il quale, sebbene con minori fondi e facoltà artistiche, gli artisti di corte creeranno opere sovrabbondanti di decori, quanto eclettiche nei riferimenti simbolici e ornamentali.

La crisi vissuta dal regime di Antonino, come dalla società minuta, condurrà ad una rapida regressione delle competenze classiche compiendo un cammino inverso, durante cui si perderanno prima l’espressività, poi il dinamismo fisico, quindi la scientificità anatomica, infine la proporzioni delle raffigurazioni corporee.

Nell’epoca di Settimio Severo si evidenzia un ulteriore arretramento, che diverrà massimo sotto il pontificato di Costantino, avanzando con l’inarrestabile impoverimento figurativo nel periodo tardo-antico. Tutto culminerà nel ritorno all’“arcaismo infantile” a cavallo del crollo dell’impero, fenomeno che si farà evidente tra l’arte ravennate e l’arte longobarda, già espressione della cultura barbarica.

Evento determinante per tale retrocessione sarà il trasferimento della capitale dell’impero a Costantinopoli. Nascerà qui il termine “bizantinismo” per indicare lo stile, che prenderà nome da come Costantinopoli sarà chiamata dopo il 660 d.C. La condizione formale imposta da Bisanzio si consoliderà in tutto il mondo occidentale, attuando un “sistema estetico” derivato dall’involuzione poc’anzi descritta. 

Alcuni aspetti della “classicità” tenteranno soffertamente di rifluire pur nella nuova soggettistica cristiana nell’età di Teodosio (379-395 d. C.), che sposterà la capitale dell’impero occidentale a Milano. A Ravenna assisteremo poi al passaggio di una lenta ma inesorabile perdita delle acquisizioni dell’antico e all’avvio delle nuove sintetiche rappresentazioni musive.