Che cosa è il CAI? 

Il Comprehensive Agreement on Investment (CAI) è un accordo globale sugli investimenti tra Cina e Unione Europea. L’accordo UE-Cina, negoziato che è durato sette anni a partire dall’ottobre 2013, è andato a rilento ed è stato concordato in linea di principio il 30 dicembre 2020. L’accordo mira a sostituire decine di trattati bilaterali di investimento tra i 27 Stati membri dell’UE e la Cina.

Questo accordo mira a facilitare l’accesso delle due parti ai reciproci mercati e in particolare, per quanto riguarda l’Europa, un’apertura più ampia al mercato cinese. 

Il CAI è diverso dall’accordo di Fase Uno USA-Cina, che non solo richiede un maggiore accesso al mercato cinese per le aziende americane, ma obbliga Pechino ad acquistare beni americani, dall’agricoltura alla manifattura. Alcuni di questi sostituiscono beni precedentemente acquistati dall’Europa (Keegan 2020). Comprensibile, dunque, che gli USA si oppongano ad un approfondimento dei rapporti commerciali tra Cina e Europa che eventualmente comporterebbe un danno per Washington. Gli americani, a differenza degli europei, non sono stupidi.

Il CAI non è un accordo di libero scambio. Si tratta di un accordo di investimento internazionale che si situa nella tradizione dei trattati bilaterali di investimento. Gli accordi di libero scambio cercano di liberalizzare il commercio internazionale, nelle sue varie forme, attraverso riduzioni tariffarie, impegni di accesso al mercato e molteplici disposizioni normative relative al commercio. Gli accordi come il CAI, d’altra parte, cercano di regolamentare il modo in cui gli stati ospitanti trattano gli investitori stranieri prevenendo l’espropriazione discriminatoria, non compensata e altre pratiche vessatorie.

L’accordo rimuove le barriere agli investimenti stranieri per alcune industrie europee, come le auto elettriche, i servizi di cloud computing, i servizi finanziari, la sanità. Dovrebbe essere il primo accordo a imporre norme “liberiste” per la limitazione del mercato alle imprese di proprietà statale e regole trasparenti per i sussidi statali (Fatiguso 2020).

Come scrive Pasquale Cicalese: «Sia la BDI, sia la Camera di Commercio UE in Cina, che la Commissione Europea non perdonano alla Cina il connubio formidabile tra imprese pubbliche e private nei settori tecnologicamente avanzati e che vede in Made in China 2025 la sua struttura portante. Al pari degli americani, gli europei vorrebbero lo smantellamento dell’apparato pubblico la cui economia di scala e l’innovazione tecnologica, unita ad una potenza di fuoco data dal bilancio pubblico, non permette agli europei, e agli americani, aggiungo, di fronteggiare le mirabolanti innovazioni tecnologiche cinesi» (Cicalese 2019). Questo è poi quanto rende vitale il sistema cinese.

Stato dell’accordo. Perché è stato sospeso? 

L’accordo però non è ancora stato firmato ed è in attesa della ratifica da parte del Parlamento europeo. Probabilmente la firma verrà rinviata sine die. L’ambasciatore a Pechino dell’Unione Europea ha dichiarato che l’EU non cerca un’escalation nelle tensioni con la Cina e la situazione dell’accordo di investimento in stallo sarebbe meno drammatica di quanto si pensi (Reuters). 

Nel mese di marzo 2021, viene riferito che ci sarebbero seri dubbi circa l’approvazione al Parlamento europeo. Ciò sarebbe dovuto al comportamento “inaccettabile” della Cina che ha sanzionato 10 funzionari dell’UE, di cui 5 sono membri del Parlamento europeo e di 4 entità dell’UE, per lo più think tank anticinesi europei. Quella cinese era la risposta all’azione congiunta della UE con Stati Uniti, Regno Unito e Canada, che ha imposto sanzioni, le prime dal 1989 all’epoca dei fatti di Tienanmen, a quattro funzionari cinesi per l’abuso dei diritti umani e il preteso “genocidio” uiguro in corso nella regione cinese dello Xinjiang. Lo Xinjiang, è una zona strategica per la via della seta terrestre, e le misure seguono la spinta degli Stati Uniti a schierare i propri alleati per contrastare la politica estera di Pechino. La reazione stizzita dell’EU è del tutto illogica dato che Pechino, come dovrebbe fare qualsiasi paese realmente indipendente, non può rinunciare a difendere la propria sovranità nazionale facendo rispettare le “linee rosse” da non oltrepassare perché sa che l’Occidente altrimenti non la rispetterà.

La Cina sta solo cercando di proteggere la propria sovranità e domanda agli altri di avere rispetto per i suoi interessi ritenuti fondamentali. L’Occidente crede di avere il diritto di imporre la propria volontà alla Cina, di minare la sua sovranità nazionale, di disintegrare il paese e allo stesso tempo di sfruttarlo economicamente. La Cina non è disposta a scambiare la sua sovranità con accordi come il CAI. Non ci possono essere compromessi. Avendo affrontato l’eredità delle potenze occidentali che la violano continuamente, mancano di rispetto e interferiscono negli interessi sovrani e nell’integrità territoriale del paese, la Cina moderna è stata costretta a difendere fermamente i propri diritti sovrani a tutti i costi (Fowdy 2021). I paesi stranieri non possono pretendere di sfruttare i mercati interni della Cina cercando di minare i suoi interessi politici. Questo poteva avvenire nell’epoca d’oro dell’imperialismo, nel secolo dell’umiliazione, quando la Cina non è stata trattata con rispetto, ma non siamo più nel XIX secolo.

Il rapporto dell’Occidente con la Cina si è tradizionalmente basato sull’inuguaglianza. L’Occidente non riesce capire che, a causa dell’esperienza storica, la sovranità nazionale è una questione estremamente delicata per la Cina. O forse proprio perché lo comprende, il capobranco degli ex paesi coloniali esorta i paesi sudditi ad esercitare provocazioni in tal senso.

L’Occidente si riserva la posizione di imporre la sua visione del mondo alla Cina, che Pechino non ha alcuna possibilità di mettere in dubbio. Pertanto, una energica deterrenza è l’unica lingua che l’Occidente capirà nella difesa degli interessi fondamentali della Cina. Il problema è che questa pratica sostanzialmente colonialista e razzista tratta ancora la Cina come il malato dell’Asia mentre i malati sono altri.

Molti parlamentari europei spingono contro la ratifica del patto dopo che la Cina ha risposto con le sue legittime contro-sanzioni. Reinhard Bütikofer, presidente della delegazione del parlamento per le relazioni con la Cina, un verde (oggi forse il principale partito filoamericano) colpito dalle sanzioni cinesi, ha dichiarato che il patto andava messo in discussione. La Francia ha convocato l’ambasciatore cinese per la “inaccettabile” risposta cinese alle sanzioni contro Pechino. Così il 24 marzo, Valdis Dombrovskis, commissario UE per il commercio, ha messo in dubbio la ratifica del trattato.

Le contro sanzioni cinesi non sono altro che una risposta simmetrica ai sensi del diritto internazionale, adottando così il principio occhio per occhio cosicché nessuna provocazione rimarrà mai senza risposta adeguata sebbene Pechino non sembri propensa a intensificare le divergenze con l’Unione Europea. Le mosse sono per lo più simboliche, ma mostrano che Washington sta cercando di riguadagnare la sua influenza egemonica sull’UE e questo non sembrerebbe sempre nell’interesse dell’Europa (Korybko 2021). Le sanzioni di ritorsione cinesi sono comunque una lezione per l’UE di non essere il cane da guardia degli Stati Uniti. Analoghe sanzioni contro l’Inghilterra hanno avuto un epilogo sorprendente. L’Essex Court Chambers che aveva rilasciato un parere a favore del genocidio uiguro ha cancellato dal proprio sito la delibera e ha subìto un fuggi fuggi dei suoi membri in particolare di origine cinese o di Singapore dopo le sanzioni che vietavano ai suoi membri di entrare in territorio cinese.

Hanno perso la battaglia per la globalizzazione e ora puntano sulla pretesa superiorità morale 

Il punto dell’Occidente è che ha perso la battaglia sulla globalizzazione e il libero commercio. Questa battaglia è stata vinta dalla Cina che ha dimostrato di avere un sistema superiore senza per altro transitare verso il sistema economico-politico liberale come ingenuamente pensava l’Occidente, in base a strampalate teorie sull’avanzata della classe media. La Cina era considerata il migliore amico dell’Occidente contro l‘Unione Sovietica finché era scarsamente influente sulla scena internazionale, e ora è diventata il principale nemico. Era inevitabile. Si punta sulla generale demonizzazione del paese asiatico che come dice Paul Taylor, collaboratore di Politico potrebbe «eventualmente portare a un conflitto armato. Il pensiero unidimensionale del “pericolo giallo” non rende giustizia alla straordinaria ascesa della Cina dalle ceneri del maoismo» (Taylor 2021).

Ora l’Occidente punta sulla superiorità morale, se non fosse che quasi tutti i paesi anglosassoni si sono fondati proprio sul genocidio delle popolazioni autoctone e la schiavitù. Gran parte di quelli occidentali si sono basati sul colonialismo che è stata la scuola del nazismo. L’immensa ipocrisia occidentale continua imperterrita a usare i diritti delle minoranze e le libertà civili come arma politica per perseguire i propri interessi economici voltando la faccia dall’altra parte quando sono i governi occidentali ad applicare i medesimi metodi. Assange docet. Oppure i loro alleati storici: Israele, Arabia Saudita (Khashoggi, Yemen) ecc.

Screening sicurezza per gli investimenti stranieri  

Le tensioni tra Cina e Unione Europea indurranno Pechino a chiudere parzialmente i suoi mercati alle compagnie occidentali o meglio a non aprirli completamente. Cosa a cui Pechino poi non è così contraria, in mancanza di contropartite adeguate. Infatti, se aumentano le opportunità di investimento nei servizi aumentano anche di conseguenza i pericoli per il governo centrale di avere settori cruciali in mano straniera. Se adeguatamente contrattato e in cambio di adeguate concessioni, i rischi sarebbero calcolati ma, in mancanza di questi, perché rischiare inutilmente. Quindi all’inizio di quest’anno la Cina ha messo le mani avanti e per tutti gli investimenti nel paese occorrerà una completa analisi dell’impatto sulla sicurezza nazionale che dà ampi margini al governo di rifiutarlo o annullarlo. Vi è un ufficio apposito che si occupa delle pratiche in grado di intervenire rapidamente. Mentre in precedenza lo strumento era riservato alla acquisizione totale o parziale di aziende cinesi da parte di investitori stranieri oggi si rivolge a tutti, anche alle acquisizioni di azioni. Il controllo scatta automaticamente con una partecipazione straniera superiore al 50 percento (Fatiguso 2021).

Aumento degli investimenti e degli scambi commerciali con la Cina 

Per altro tutto questo non scoraggia gli investimenti. L’aumento degli investimenti è poi il fine a cui si punta con questi accordi. Nel 2020 la Cina è riuscita a sorpassare gli Usa con ben 163 miliardi di dollari di investimenti. Nel mondo, complessivamente, gli investimenti diretti (IDE) arrivano a 859 miliardi, una cifra dimezzata rispetto all’anno precedente. Nel 2021 il totale in Cina è addirittura in aumento con 44,86 miliardi nel primo trimestre (+43,8%) e più 38,6% nei primi 4 mesi del 2021. Sulla base del fatto che gli IDE della Cina del 2020 hanno superato quelli degli Stati Uniti, diventando i più grandi del mondo, la Cina non perderà troppo se l’UE invertirà la rotta. Il rischio per la UE è invece di perdere il più grande mercato di consumatori del mondo e anche quello in maggiore rapida ascesa. 

Nel frattempo, le esportazioni della Cina negli Stati Uniti sono aumentate del 49,3% da gennaio ad aprile. Segno che non è poi detto che il nostro “alleato” (tra un tradimento e l’altro, ben si intende) sia necessariamente portato a prestarci soccorso nel momento del bisogno. Comunque, nemmeno il commercio di Pechino con l’Europa se la passa male. La Cina supera per la prima volta gli USA come principale partner commerciale della UE. Per quanto riguarda l’Italia, le nostre imprese in Cina, secondo il sito info.mercatiesteri.it, sarebbero circa 2.300 di cui 400 iscritte alla Camera di Commercio italiana in Cina.

Nel 2019, secondo l’Eurostat, la UE ha esportato beni per 198 miliardi (242miliardi di dollari) in Cina e importato beni per 362 miliardi di euro, con un commercio bilaterale pari a 560 miliardi di euro. La Cina continua ad essere la seconda meta di investimenti europei dopo gli Usa, inclusi 1,6 miliardi di dollari annunciati da aziende europee in Cina nell’ultimo trimestre del 2020.

Intanto la politica americana di disaccopiamento dalla Cina non sembra avere avuto un grande successo. Lo squilibrio commerciale degli Stati Uniti è balzato a un record di 74,4 miliardi di dollari a marzo. Il deficit con la Cina è aumentato del 22%, mentre il deficit con il Messico è aumentato del 23,5%. L’UE è già in declino. Il XXI secolo non sembra troppo brillante per il nostro continente, non possiamo permetterci mosse autolesioniste interpretando sceneggiature americane.

Accordo ambizioso con grandi concessioni, apertura del mercato e volontà politica di compromesso 

L’accordo concluso dalla Commissione europea – sotto la direzione di Germania e Francia e con il consenso di tutti i paesi membri – può migliorare le condizioni per le aziende europee che fanno affari nella seconda economia del mondo, creando posti di lavoro in Europa e Cina, dando a Pechino un incentivo a cooperare con l’Europa. Da parte europea la filosofia alla base è stata quella che agendo come un insieme di 27 paesi si potesse ottenere di più. Ragionamento del tutto logico. Secondo il parere di Claudia Vernotti, direttore di ChinaEU: «il CAI denoterebbe una forte volontà politica da parte del governo cinese e delle istituzioni dell’UE e di giungere a importanti compromessi e concessioni per salvare un accordo negoziato da sette anni e che dovrebbe dare certezza giuridica migliorando la concorrenza per le imprese che investono all’estero» (Garofalo 2020).

Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, le aziende dell’UE che oggi lavorano in Cina devono affrontare un regime di investimenti esteri diretti ancora restrittivo e questo accordo supererebbe questi ostacoli. Questo è «l’accordo più ambizioso che la Cina abbia mai concluso» aprendo in modo significativo il suo mercato interno alle imprese dell’UE. La Cina aveva già allentato le restrizioni agli investimenti esteri in vista degli ultimi colloqui. L’elenco delle industrie cinesi del 2020 che sono limitate o vietate agli investitori stranieri è stato ridotto a 123, dai 131 dell’anno precedente. Già da marzo 2019 è stata modificata la legge cinese sugli investimenti che consente la detenzione di maggioranze assolute nei consigli di amministrazione da parte degli stranieri nelle aziende miste e una maggiore protezione sul piano tecnologico. BMW, BNPParibas e Deutche Bank ne hanno subito approfittato (Cicalese 2019).

L’accordo apre i nuovi settori industriali agli investimenti europei, in particolare nei servizi finanziari e nelle auto elettriche, e pone alcuni vincoli al comportamento cinese in materia di trasferimento di tecnologie e di proprietà intellettuale, eliminazione dei requisiti di joint venture e sovvenzioni. Proteggerà anche gli investimenti diretti esteri dell’UE in Cina con meccanismi per esaminare le controversie. Rivede i massimali azionari e le restrizioni quantitative in una serie di settori in cui opera la maggior parte delle attività commerciali dell’UE in Cina.

Nel settore manifatturiero, dove si trova la metà degli IDE europei, la Cina «corrisponderà all’apertura dell’UE»; una concessione che non ha precedenti negli accordi commerciali o di investimento cinesi e che è vista come un passo significativo verso una maggiore liberalizzazione del mercato interno. Con il CAI, secondo la Commissione europea, ci sarebbe l’accordo a rispettare gli obblighi per il comportamento delle imprese statali e le regole di trasparenza complete per i sussidi.

Secondo il punto di vista europeo l’accordo mirerebbe a riequilibrare una situazione asimmetrica e ad assicurare che le imprese dell’Unione Europea abbiano in Cina lo stesso trattamento che l’UE riserva a quelle cinesi in Europa, aumentando anche la trasparenza sui sussidi nel settore dei servizi. 

L’accordo di investimento offre all’Europa assicurazioni sugli standard del lavoro. La Cina dovrebbe anche aderire alle convenzioni fondamentali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sul lavoro forzato tanto mitizzato quanto mai dimostrato proprio per quanto riguarda lo Xinjiang.

Inoltre, a causa delle dimensioni economiche della Cina e dell’UE, i loro legami stabilizzeranno senza dubbio l’economia globale e contribuiranno ad aumentare gli investimenti in tutto il mondo. Questa potrebbe essere la base per futuri negoziati di libero scambio. 

Mettersi al passo con USA e Asia 

La Cina ha firmato due grandi accordi commerciali nel 2020: l’accordo commerciale di Fase Uno con Stati Uniti e Partenariato Economico Globale Regionale (RCEP Asia), sebbene il trattato con l’Europa ha uno scopo diverso. Il che semplifica le regole e gli standard commerciali per incoraggiare il flusso di beni e servizi, ma non specificamente gli investimenti.

Quindici paesi dell’Asia-Pacifico, hanno firmato il Partenariato con Pechino, il più grande accordo di libero scambio al mondo, senza peraltro garantire alcun impegno sulle norme del lavoro. Ciò non ha suscitato indignazione nei paesi democratici asiatici. Anche perché ci sono paesi tra i firmatari in cui le condizioni di lavoro cono abbondantemente peggiori di quelle cinesi.

Secondo l’UE l’accordo commerciale di Fase Uno tra Stati Uniti e Cina, che l’amministrazione Biden ha promesso di continuare, ha dato all’America vantaggi rispetto all’UE in termini di scambi preferenziali e investimenti con la Cina. Bruxelles stava semplicemente tentando di ottenere vantaggi simili a quelli stabiliti nell’accordo commerciale USA-Cina. Valdis Dombrovskis, il commissario per il commercio dell’UE, aveva affermato che il CAI impedirà alle società dell’UE di essere svantaggiate dall’accordo commerciale USA-Cina. Il Parlamento europeo menziona l’accordo commerciale degli Stati Uniti con la Cina come motivo per cui l’UE cerca concessioni commerciali simili da Pechino. Ma questa è una minaccia per gli interessi americani e dunque non si può fare. Tra l’altro i critici hanno menzionato la sfiducia nella Cina su questioni come lo sviluppo sostenibile dove, peraltro, sembrerebbe proprio che i cinesi siano all’avanguardia. Gli americani hanno insistito che comunque sarebbe stata una vittoria per la Cina proprio su Biden con cui non erano state fatte consultazioni anticipate.

Accordo favorevole all’Europa 

Per quanto detto precedentemente l’accordo è molto più favorevole all’UE piuttosto che alla Cina, assomiglia all’accordo di Fase Uno degli USA dal punto di vista dei vantaggi e coloro che lo hanno affossato in realtà non hanno fatto un favore all’Europa ma hanno lavorato a favore degli interessi americani. Ossia, sono stati dei buoni “patrioti americani”. Il congelamento del CAI è più un danno per le imprese dell’UE che per quelle cinesi. Questo è l’esatto opposto di quanto si era ripromessa una politica navigata come Angela Merkel che voleva mettere davanti al fatto compiuto i politici americani per riaffermare il ruolo dell’Europa come player politico-economico globale. Le sanzioni non sono la causa della sospensione del CAI ma solo un sintomo di una tendenza più generale: l’allontanamento tra Cina e Occidente. La debolezza politica della Unione Europea le ha impedito di assumere posizioni contrarie agli interessi americani. 

Se il CAI non verrà approvato, metterà in evidenza solo l’inutilità del parlamento dell’UE, che, qualcuno sospetta, possa essere la strategia della Cina. Inoltre, se viene respinto, i singoli paesi dell’UE saranno in grado di continuare gli accordi da soli, il che è probabilmente ciò che accadrà. Alla fine, la maggior parte dei 27 paesi faranno quello che gli pare, rendendo inefficace il parlamento europeo. Un autentico harakiri per questa istituzione. In ogni caso, la Cina può stare tranquilla.

La Cina non ha bisogno del mercato dell’UE o degli Stati Uniti più di quanto questi abbiano bisogno della Cina. La Cina è un enorme mercato ancora in crescita e con uno straordinario potenziale. Le aziende UE e USA dipendono davvero dal mercato cinese per sostenersi e crescere. Non si riesce a immaginare cosa succederà a Ford, GM, Audi, BMW, Mercedes senza il mercato del grande paese asiatico. Nella Cina della “dual circulation strategy” chi rimane a piedi è fregato. E il “rimanere a piedi” è adeguato dato che parliamo di automobili.

Al Financial Times il Commissario europeo al Commercio, Valdis Dombrovskis, ha detto che l’intesa ottiene i «vantaggi più ambiziosi che la Cina abbia mai concordato con un paese terzo» per quel che riguarda l’accesso ai mercati, competizione leale e sviluppo sostenibile. Dombrovskis ha descritto l’accordo come un’occasione per le aziende europee di fronteggiare ad armi pari le loro concorrenti cinesi dopo anni di rapporti sbilanciati (Editoriale 2021).

Chi ci guadagna dal blocco 

Il professor David Camroux ha addirittura avvallato sul Financial Times la teoria complottistica che la Cina avendo fatto diverse importanti concessioni nei negoziati CAI per ottenere la firma dell’accordo prima dell’inaugurazione della presidenza di Biden, ora starebbe intenzionalmente usando le contro-sanzioni per dissuadere i deputati dal ratificarlo, dando modo alla Cina di tirarsi indietro da queste concessioni pur potendo mostrare le sue buone intenzioni a favore del multilateralismo. Questo sarebbe in linea con la diplomazia del Wolf warrior perseguita da Pechino. L’articolo è stato scritto in polemica con un altro di Ben Hall che sosteneva l’esatto contrario. Ma questo significa solo che l’accordo è particolarmente favorevole all’Europa.

Sebbene molti media sponsorizzati dagli Stati Uniti abbiano cercato di sabotare comunque l’intesa, e parlano della sospensione come di qualcosa con cui l’Europa tiene per la collottola la Cina, con Pechino disperata che ha completamente bruciato i suoi ponti per vendicarsi. In realtà è l’Europa che si è sforzata di cercare un maggiore accesso al mercato in Cina. La Cina rappresenta il 30% della crescita economica globale. L’Europa è in recessione e ha bisogno della Cina più che mai.

Sottomettersi al dominio americano. Da “America First” ad America capotavola 

Un approccio strategico verso la potenza in più rapida ascesa del mondo deve combinare la ricerca della cooperazione in aree di reciproco interesse, come il commercio, la lotta al cambiamento climatico, la promozione della salute globale e lo sviluppo sostenibile.

Washington non si è consultata con l’Europa quando Donald Trump lanciò la sua guerra commerciale unilaterale contro la Cina, né quando ha firmato il suo accordo commerciale parziale di Fase Uno con Xi Jinping. Al contrario, Trump ha utilizzato tattiche di bullismo e la minaccia di sanzioni extraterritoriali con l’accusa mai dimostrata di spionaggio per cercare di affossare il gigante delle telecomunicazioni cinese Huawei buttandolo fuori dal mercato europeo e possibilmente mondiale. Il divieto su Huawei significa che il 5G arriverà in Europa in ritardo e in un modo più costoso. Il deterioramento delle relazioni con la Cina significa che falliranno anche le iniziative che dovrebbero essere realizzate in alcuni settori dell’hi tech in Europa. Pertanto, questa politica è contro gli interessi economici dell’Europa. 

Biden ha promesso di coinvolgere gli alleati e lavorare per un approccio comune alla Cina. Ma se questo approccio comune è già fallito con il CAI che era nell’interesse dell’Europa è chiaro che ciò che offre Biden è semplicemente di allinearsi con l’America. Questo è il multilateralismo gradito agli americani che prevede che gli europei subiscano il veto sui loro accordi commerciali e di investimento con Pechino facendo finta che contino qualcosa. Multilateralismo che invece non prevede nessun ruolo per Russia e Cina.

Biden ha sostenuto che con la sua amministrazione, gli Stati Uniti sono “di nuovo a capotavola”, il che significa che l’Unione Europea deve tornare allo status quo precedente l’accordo per “suonare il secondo violino a Washington”. Praticamente la sovranità economica limitata è il prezzo da pagare per la protezione della NATO, ossia la cosiddetta dottrina Breznev in salsa occidentale (Taylor 2021).

Contenimento della Cina 

Blinken ha sottolineato che lo scopo del G7 non è contenere la Cina perché facendo pressioni su altre nazioni per formare una posizione anti-cinese unificata, alcuni alleati degli Stati Uniti potrebbero opporsi. Molti paesi hanno interessi importanti con la Cina per quanto riguarda gli scambi commerciali. Rileva giustamente l’ex sottosegretario Geraci che si fanno G7 contro la Russia e la Cina invece di pensare alle nostre 400mila imprese chiuse, alla disoccupazione e al turismo in ginocchio.

Bisogna poi decidere cosa vogliamo fare da grandi. Se non vogliamo gli investimenti perché perdiamo gli asset strategici, non vogliamo che le nostre aziende investono all’estero con la delocalizzazione, non vogliamo importare perché entriamo in deficit e infine non vogliamo esportare perché ci preoccupiamo che poi ci copiano il copyright, non andremo da nessuna parte. Ci lamentiamo delle delocalizzazioni ma l’Europa ha investito in Cina 140 miliardi mentre i cinesi 120 miliardi in Europa, una cifra quasi equivalente.

Il commercio è dato in grande ripresa, addirittura le importazioni in Cina sono a livelli massimi da dieci anni a questa parte. Un vero e proprio boom, più 32 per cento.

Nei primi due mesi del 2021 le esportazioni italiane verso la Cina sono cresciute del 41,1%. Dunque, non solo hanno recuperato, ma hanno aggiunto circa 10 punti percentuali rispetto all’anno pre-crisi 2019. Se la manifattura italiana regge l’urto della crisi, il merito è in gran parte della domanda cinese, che sta aumentando a livelli inconcepibili per l’Occidente. L’export verso Pechino aumenta, mentre le esportazioni in generale stanno calando (-0,7%), per la diminuzione degli ordinativi da Usa (-21%), paesi Opec (-20,2%). Le esportazioni italiane in Cina sono passate dal 2,7 al 3% del nostro export complessivo, ma se calcoliamo le subforniture, secondo Michele Geraci, oggi la Cina è il quarto partner dell’export italiano. Nel stesso tempo si assiste alla vergognosa campagna dei media contro la Cina mentre gli industriali – spesso proprietari di quei media stessi – fanno affari d’oro con Pechino rileva Cicalese (2021).

Percorso verso la guerra 

Disaccoppiare preventivamente la nostra economia da quella cinese e cercare attivamente di danneggiare l’economia di Pechino, come ha cercato di fare l’amministrazione Trump, è in definitiva un percorso verso la guerra (fredda, calda o riscaldata) che non è nell’interesse né degli Stati Uniti, né dell’Europa (Taylor 2021).

L’interdipendenza economica crea anche interessi comuni per la stabilità e un sistema internazionale fondato su delle regole. La Cina è oggi un partner economico vitale. «L’UE deve resistere alle pressioni statunitensi per tornare al modello screditato del pensiero a somma zero e invece abbracciare con orgoglio la filosofia win-win che definisce il nuovo modello di relazioni internazionali», secondo l’analista Andrew Korybko. «A differenza degli Stati Uniti, la Cina non fa pressione sui suoi partner, sia che si tratti di qualsiasi aspetto dei loro legami bilaterali o soprattutto non in termini di relazioni con terze parti. Tutto ciò che Pechino chiede è che la loro cooperazione pragmatica rimanga libera da influenze esterne e si concentri esclusivamente sul perseguimento di risultati vantaggiosi per tutti. Ciò indica come la Cina faccia tesoro dei principi di multipolarità così come articolati nella Carta delle Nazioni Unite, che contrasta con l’approccio statunitense di sfruttare elementi strategici delle sue relazioni con alcuni Stati allo scopo di promuovere risultati a somma zero rispetto alla sua percezione di rivalità con la Cina» (Korybko 2021).

Ursula von der Leyen e Josep Borrell hanno osservato: «La realtà è che l’Unione Europea e la Cina hanno divergenze fondamentali, riguardo i loro sistemi economici e di gestione della globalizzazione, della democrazia e dei diritti umani, e su come rapportarsi con altri Paesi». Ma come osserva Geraci: «Le differenze di sistema politico, economico e sociale tra Occidente e Cina resteranno per sempre, perché la Cina non cambierà mai il proprio sistema visto che per loro funziona. Noi non vogliamo cambiare il nostro, anche se non funziona, quindi ognuno fa a casa propria quello che ritiene opportuno» (Geraci 2021a). Infatti, il consenso cinese nei confronti del loro sistema è ai massimi storici. 

Il ruolo della Germania 

Da sempre i rapporti tra l’Unione Europea e la Cina sono dominati dalla Germania. All’approccio della rivalità sistemica tra Pechino e tutte le democrazie liberali, Berlino ha sempre preferito il “partenariato strategico”, anche in ragione delle intense relazioni economiche tra i due Paesi. Basti pensare che nel 2019 la Cina è stata il più grande partner commerciale della Germania per il quarto anno di fila e che le case automobilistiche tedesche vendono più veicoli in Cina che sul territorio nazionale. Non stupisce allora che Angela Merkel si sia sentita in dovere di dichiarare che «l’accordo è importante nonostante le difficoltà attuali».

Il premier cinese Li Keqiang ha affermato che, essendo due grandi economie e paesi molto influenti, sia la Cina che la Germania sono per il multilateralismo e il libero scambio, e che i due paesi devono dare l’esempio di apertura, reciprocamente cooperazione vantaggiosa per tutti. La consultazione si svolge ultimamente in un modo speciale di “dialogo cloud” con la partecipazione di 25 ministri di entrambe le parti, il numero più alto negli ultimi anni.

Sia la Cina che la Germania hanno svolto un ruolo importante nella risposta globale al COVID-19, la Merkel ha dunque affermato che la Germania è pronta a promuovere la cooperazione con la Cina sulla produzione di vaccini e sul riconoscimento reciproco. Infatti, stanno collaborando con un vaccino contro il Covid.

La Germania e la Cina sono partner strategici globali e la Germania spera di mantenere il dialogo e gli scambi con la Cina per aumentare ulteriormente la comprensione reciproca, ha affermato la Merkel. D’altra parte, il bilancio degli scambi è assai favorevole per la Germania il cui sistema industriale fa sì che abbia la leadership europea.

Gli USA sono contro la Germania che ambisce a essere player a tutto campo con il Nord stream dove gli USA fanno pressioni durissime. La Germania dal punto di vista economico dirige la catena del valore in uno spazio economico che comprende Austria, Cechia, Slovacchia, Ungheria, Olanda ecc., compreso il Nord Italia. Berlino può lasciare spazio all’intervento di Russia e Cina nel continente europeo. Biden cerca di ricompattare il fronte europeo esaltando i nemici come la Russia e la Cina e fomentando sullo scenario europeo l’aggressività nei confronti della Bielorussia. Come dice Dario Fabbri di Limes, il dossier sulla Cina competitor strategico riguarda i diritti umani, termine che viene usato dagli americani solo nel contesto di Iran e Cina ed esclusivamente e spudoratamente diretto all’Europa. Usarlo in altri contesti sarebbe ovviamente pericoloso e controproducente. Non esiste nessun altro contesto dove la retorica dei diritti umani venga presa sul serio, sebbene noi crediamo che siano universali. Gli europei hanno una posizione fortemente ideologica e prendono sul serio la questione. Blinken ha redarguito la Merkel sostenendo che prima occorreva che avesse ricevuto il semaforo verde da Washington. L’accordo è stato visto come una sorta di colpo di stato geopolitico della Germania che prendeva la leadership dell’Occidente contro l’isolazionismo trumpiano e dando un chiaro segnale a Biden. Col fallimento del CAI la prossima mossa dell’amministrazione americana sarà quella della partecipazione alle manovre navali anticinesi nel Mar Cinese meridionale a un passo dunque dalla guerra. 

La vera politica antitedesca (e antieuropea) è dettata dagli Stati Uniti, altro che sovranelli di destra che semmai ne sono uno strumento. Naturalmente la Germania ha le sue colpe che però sono altre da quelle di esigere una politica autonoma per l’Europa.

 

Bibliografia

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Editoriale. UE sigla nuovo trattato con la Cina: tutte le novità. quifinanza.it, 2 gennaio 2021.

Fatiguso Rita, Europa e Cina siglano l’accordo di principio sugli investimenti. Il sole 24ore, 30 dicembre 2020. 

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Taylor Paul: In defense of the EU-China investment deal. Politico, 8 gennaio 2021