BEIJING, CHINA: Picture dated 01 September 1981 in Beijing of Hu Yaobang (R, 1915-89) and Chinese Communist leader Deng Xiaoping (1904-97). Purged during the Cultural Revolution (1966-9), Hu Yaobang was elected Chinese Communist party leader in 1981 and dismissed in 1987 for his relaxed handling of wave of student unrest. Popularly revered as a liberal reformer, his death triggered an unprecedented wave of pro-democracy demonstration in May 1989. Dismissed in 1976 after the death of Mao Zedong, Deng Xiaoping was restored to power, and since 1978 has taken China through a rapid course of pragmatic reforms. His prestige was damaged by his role in the repression of the mass pro-democracy protest on Tiananmen Square in 1989. (Photo credit should read AFP via Getty Images)

«“Ma allora voi non volete sopprimere il potere dello Stato?” Sì, noi vogliamo sopprimerlo, ma non ora; non possiamo ancora farlo. Perché? Perché l’imperialismo continua a esistere, perché la reazione interna continua a esistere, perché le classi continuano a esistere all’interno del paese. Il nostro compito attuale è quello di rafforzare l’apparato dello Stato popolare, e principalmente l’esercito popolare, la polizia popolare e la giustizia popolare, al fine di consolidare la difesa nazionale e di proteggere gli interessi del popolo». (Mao Tse-tung, da Sulla dittatura democratica popolare, 30 giugno 1949)

«Nel nostro paese, la lotta per il consolidamento del regime socialista, la lotta che deciderà del socialismo o del capitalismo, si svilupperà ancora durante un lungo periodo storico. Ma noi dobbiamo renderci conto che il nuovo regime socialista si consoliderà infallibilmente. È certo che noi possiamo edificare un paese socialista dotato di un’industria, di un’agricoltura, di una scienza e di una cultura moderne». (Mao Tse-tung, da Intervento alla conferenza nazionale del Partito comunista cinese sul lavoro di propaganda, 12 marzo 1957)

Il centenario del Partito Comunista Cinese (PCC) cade in un momento decisivo della storia dell’umanità. Dopo la caduta dell’URSS e i successivi 30 anni di trionfo del totalitarismo “liberale”, l’Occidente si ritrova sconvolto dalla crisi economica conseguente alla pandemia del COVID-19. La capacità dei cinesi, come degli altri paesi socialisti, di fronteggiare con successo questa calamità ha mostrato al mondo intero la superiorità delle capacità politiche delle forze comuniste. Tutto ciò avviene mentre la Repubblica Popolare Cinese si appresta a diventare la prima potenza economica mondiale, non solo in termini relativi (primato raggiunto già a metà degli anni ’10 secondo molti indici) ma anche assoluti. Non è un caso che l’imperialismo occidentale, che si affida ancora alla leadership statunitense, stia affilando le armi rinfocolando le tensioni in quella che è ormai la “guerra fredda” del XXI secolo: il confronto tra capitalismo e socialismo, che sembrava essersi chiuso nel 1991, appare la chiave di volta per interpretare anche l’epoca in cui viviamo. Date le epocali sfide che l’umanità deve fronteggiare, a partire dalla questione ambientale e dalla permanente sottoalimentazione di buona parte del mondo, è lecito pensare che da questo conflitto, per ora solo politico ed economico, si decideranno le sorti della stessa sopravvivenza del genere umano. Nonostante il PCC rifiuti di porsi esplicitamente come l’avanguardia del movimento comunista mondiale, e tantomeno dell’umanità intera, esso è diventato effettivamente la grande speranza dei popoli e degli oppressi del mondo. Solo dalla riuscita delle sue politiche sarà possibile costruire una globalizzazione più equa e sostenibile, mettendo i popoli di ogni continente in condizione di poter superare gli instabili assetti economici del modo di produzione capitalistico. Come ha fatto il PCC a realizzare questo miracolo politico? Di seguito cercherò di sintetizzare i risultati delle analisi storico-politiche svolte nel 19° capitolo della Storia del Comunismo, offrendo una visione alternativa a quella presentata dai media occidentali, più interessati a fare propaganda anticomunista e sinofoba che ad offrire informazioni e dati veritieri del modello cinese. In questo senso riteniamo superfluo trattare in questa sede la rivoluzione colorata del 1989 (Tienanmen) e la questione degli Uiguri, massimi esempi della faziosità occidentale.

1) La lunga decadenza nell’epoca dell’imperialismo

«Lo spietato sfruttamento economico e l’oppressione politica esercitata sui contadini da parte dei proprietari fondiari costrinsero a più riprese i contadini a ribellarsi contro il loro dominio […]. Queste lotte di classe dei contadini – sollevazioni contadine e guerre contadine – costituirono appunto la forza motrice reale dello sviluppo storico nella società feudale cinese». 

(Mao Tse-tung, da La rivoluzione cinese e il Partito comunista cinese, dicembre 1939)

È difficile capire tutta la storia contemporanea cinese senza inquadrarla come una reazione complessiva alla decadenza causata dall’interventismo occidentale a partire dal XIX secolo. La civiltà cinese è infatti una delle più antiche e gloriose della storia umana, ma a partire da tale periodo viene sconvolta dalle potenze imperialiste. Le due guerre dell’oppio (1839-42, 1856-60), vinte dall’Inghilterra, sono state fatte per imporre nel più grande mercato asiatico il libero commercio dell’oppio. Il liberalismo occidentale si presenta a Pechino con la rivendicazione di consentire al popolo cinese di rovinarsi la vita diventando dipendente dalla droga. L’evento più lancinante e straziante, per quello che già all’epoca, con circa 400 milioni di abitanti, è il paese più popoloso del mondo, è però senza dubbio la rivolta dei Taiping (1850-1864), un’enorme sommossa sociale, base di partenza per i movimenti rivoluzionari del XX secolo (Mao stesso vi si è ispirato): è il primo tentativo di ribellarsi alle umiliazioni subite dalle potenze imperialiste occidentali, ma anche di scuotere il paese dalla miseria crescente, dalla diffusa corruzione su cui si regge un sistema semi-castale inefficiente e ormai antiquato. Scrivendo nel giugno 1853, Marx accoglie questa “rivoluzione cinese” con la speranza che possa «gettare una scintilla nella densa melma dell’odierno sistema industriale, causando l’esplosione della crisi generale che si cova da lungo tempo». «Sarebbe», continua Marx, «uno spettacolo curioso, quello della Cina che porta il disordine nel mondo occidentale». La repressione, attivamente e ferocemente appoggiata dagli inglesi, che combattono il movimento anche in prima persona, nel contesto della sempre più sanguinosa presenza delle guerre dell’oppio, costa al paese decine di milioni di morti. Le stime variano tra i 20 e i 25 milioni. La Cina moderna nasce nel sangue e nella decisione imperiale di appoggiarsi sull’invasore straniero (non solo Inghilterra, ma anche Francia, Germania, Giappone, Stati Uniti, Italia) piuttosto che sulle istanze riformiste autoctone. Ciò segna una decadenza irrefrenabile che andrà avanti fino alla metà del ‘900. La rivolta dei boxer (1899), nonostante i suoi limiti politici e culturali, è una prima tappa importante del “risveglio” di una coscienza nazionale vandalizzata dall’oppressore straniero. Così si esprimeva un proclama di una banda di boxer: 

«Dal tempo del regno di Xianfeng [1851-61], la Chiesa cattolica e gli Occidentali hanno insieme complottato per distruggere la Cina. Hanno dilapidato il denaro del nostro paese, demolito i nostri templi, distrutto le effigi del Buddha, usurpato le terre dove il popolo aveva le sue tombe; migliaia di persone li odiano. Ogni anno gli alberi e le colture del popolo sono stati colpiti da flagelli, insetti o siccità. Per questo il paese era sconvolto, il popolo inquieto e la collera aveva raggiunto il Cielo».

La terribile repressione del movimento (1900), promossa da un contingente internazionale composto da 16 mila soldati delle potenze imperialiste (giapponesi, russi, inglesi, statunitensi, tedeschi, francesi, austriaci e italiani), non fa che confermare alle élite cinesi la necessità di avviare una decisa modernizzazione del plurimillenario Celeste Impero, per farlo uscire dallo stato semi-coloniale in cui era caduto e metterlo al passo con quello stesso Occidente capace di umiliarlo. Lo stesso Mao Tse-tung ha iniziato la propria attività politica con uno scopo chiaro: salvare la propria patria. Mentre è impegnato nella guerra di resistenza nazionale contro l’imperialismo giapponese, che pretende di «soggiogare l’intera Cina e di fare dei cinesi i loro schiavi coloniali», Mao ricorda il suo primo avvicinarsi (negli ultimi anni della dinastia Manciù) alla causa della rivoluzione: «In quel periodo cominciai ad avere qualche barlume di coscienza politica specialmente dopo aver letto un opuscolo sullo smembramento della Cina […]. Questa lettura destò in me grandi preoccupazioni per il futuro del mio paese e cominciai a comprendere che noi tutti avevamo il dovere di salvarlo». È così che inizia il percorso di formazione politica con cui Mao approderà al marxismo, come spiegato da lui stesso: 

«Per molto tempo, durante questo movimento di resistenza, ossia per 70 anni, dalla Guerra dell’oppio nel 1840 fino alla vigilia del Movimento del 4 maggio nel 1919, i cinesi non ebbero armi ideologiche per difendersi contro l’imperialismo. Le vecchie e immutabili armi ideologiche del feudalesimo furono sconfitte, dovettero cedere e vennero dichiarate fuori uso. In mancanza di meglio, i cinesi furono costretti ad armarsi con armi ideologiche e formule politiche quali la teoria dell’evoluzione, la teoria del diritto naturale e della repubblica borghese, tutte prese in prestito dall’arsenale del periodo rivoluzionario della borghesia in Occidente, patria dell’imperialismo […] ma tutte queste armi ideologiche, come quelle del feudalesimo, si dimostrarono molto deboli, e a loro volta dovettero cedere, furono ritirate e dichiarate fuori uso. La Rivoluzione russa del 1917 segna il risveglio dei cinesi, che apprendono qualcosa di nuovo: il marxismo-leninismo. In Cina nasce il Partito comunista, ed è un avvenimento che fa epoca […]. Da quando hanno appreso il marxismo-leninismo, i cinesi hanno cessato di essere passivi intellettualmente e hanno preso l’iniziativa. Da quel momento doveva concludersi il periodo della storia mondiale moderna in cui i cinesi e la cultura cinese erano guardati con disprezzo».

Già nel dicembre 1900, su un articolo pubblicato nel primo numero dell’Iskra, Lenin aveva denunciato l’oppressione subita dal popolo cinese, legittimando l’insurrezione dei boxer: 

«Potevano i cinesi non odiare degli uomini che erano giunti in Cina solo per il profitto, che si servivano della propria civiltà solo per l’inganno, il saccheggio e la violenza, che conducevano una guerra contro la Cina per ottenere il diritto di commerciare l’oppio (la guerra dell’Inghilterra e della Francia contro la Cina nel 1856), che coprivano ipocritamente la politica del saccheggio con la diffusione del cristianesimo?»

Sono però ancora in pochi in Occidente, perfino tra le fila dell’Internazionale Socialista, a denunciare tali barbarie, mentre si fa largo il revisionismo promosso dal “riformatore” Bernstein, che parla della necessità di coniugare colonialismo e socialismo. Il crollo dell’Impero celeste e l’avvento di una debolissima repubblica (1911) non muta la condizione di asservimento all’oppressore straniero, che a seguito della prima guerra mondiale assume un volto più nitido: quello del Giappone. Come molti altri rivoluzionari prima e dopo di lui, Mao identifica, in particolar modo per i popoli coloniali o a rischio di colonizzazione, l’equazione per cui la lotta di classe coincida con la lotta patriottica nazionale, al fine di assestare un colpo mortale all’imperialismo coloniale. La nascita del PCC è consequenziale, anzi strettamente legata, alla volontà rivendicativa della sovranità nazionale da parte dei settori più attivi della società cinese.

Nella Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’URSS la ricostruzione della nascita del PCC è consequenziale, anzi strettamente legata, alla volontà rivendicativa della sovranità nazionale da parte dei settori più attivi della società cinese. La conflittualità sociale si lega quindi in maniera diffusamente consapevole alla necessità di portare avanti una lotta antimperialista, specie dopo la delusione subita dai patrioti cinesi a seguito della mancata soddisfazione di ogni richiesta fatta in occasione delle conferenze internazionali di pace dell’immediato dopoguerra (1919). Questo il senso del movimento studentesco del 4 maggio, i cui slogan sono indicativi: «Rifiutarsi di firmare il trattato di pace», «Abolire le 21 richieste», «In politica estera lotta per la sovranità statale, in quella interna punizione dei criminali statali», «Boicottare le merci giapponesi».

«Il motivo immediato dal sorgere del “movimento del 4 maggio” erano stati gli avvenimenti di politica estera, ma questo movimento democratico della classe operaia, della borghesia nazionale, della piccola borghesia cittadina e degli intellettuali, nel maggio-giugno del 1919, ebbe un significato assai più profondo. Esso fu la risposta all’appello della Rivoluzione d’Ottobre. Per la prima volta nella storia cinese il proletariato entrava nella lotta politica. Assieme a esso crebbe e si rafforzò il numero degli intellettuali marxisti, che si battevano per la liberazione nazionale della Cina, per la distruzione dell’oppressione feudale e imperialistica, per la diffusione del marxismo-leninismo. In seguito, molti degli attivi partecipanti al “movimento del 4 maggio” tra cui Mao Tse-tung, Li Ta-chao, Ch’u Ch’u-pai, Chu En-lai e altri diressero il Partito Comunista Cinese. Il “movimento del 4 maggio” significò il passaggio a una rivoluzione democratico-borghese di nuovo tipo, che si sviluppava sotto la guida del proletariato come parte integrante della rivoluzione socialista mondiale».

Assume un’importanza decisiva l’impatto della Rivoluzione d’Ottobre per risvegliare politicamente il proletariato cinese, con la diffusione delle traduzione di importanti opere di Marx e Lenin e la conseguente fondazione dei primi circoli marxisti. È in questi frangenti che il giovane Mao si forma ideologicamente: 

«Proveniente da una famiglia contadina del villaggio di Shaoshan (provincia dell’Hunan) a diciotto anni Mao aveva preso parte alla rivoluzione del 1911, entrando come soldato nell’esercito rivoluzionario. Più tardi, dopo aver completato nel 1918 la scuola magistrale dell’Hunan, egli lavorò per circa sei mesi nella biblioteca della università di Pechino, con Li Ta-chao. Ritornato nell’Hunan, prese parte attiva al “movimento del 4 maggio” che era sorto anche in questa provincia».

Dall’incontro dei primi, sparsi, circoli, nasce in clandestinità il 1° luglio 1921 a Shanghai il Partito Comunista Cinese, che si struttura, non senza contrasti interni, sulle direttrici organizzative del centralismo democratico e con l’obiettivo politico finale di instaurare la dittatura del proletariato.

2) La doppia lotta: antimperialista e di classe

«…senza gli sforzi del Partito comunista cinese, senza i comunisti cinesi, spina dorsale del popolo cinese, sarebbe stato impossibile realizzare l’indipendenza e la liberazione della Cina, come sarebbe stato impossibile realizzare l’industrializzazione in Cina e la riorganizzazione dell’agricoltura su basi nuove». 

(Mao Tse-tung, da Sul governo di coalizione, 24 aprile 1945)

I 28 anni che seguono e che portano alla Rivoluzione socialista del 1949 sono caratterizzati da un doppio conflitto portato avanti dai comunisti cinesi: uno rivolto contro le potenze straniere ancora ben radicate nel paese, un altro, a fasi alterne, contro le forze conservatrici e reazionarie cinesi, che per lungo tempo trovano nel partito nazionalista del Kuomintang (che pure vede al suo interno varie fasi, alcune più progressiste, specie nel primo periodo in cui il leader è Sun Yat-sen) il proprio naturale riferimento politico. 

Questa linea, che prevede ampi compromessi politici con un Kuomintang sempre più spostato a destra, è sostenuta con ardore dal primo leader del partito, Ch’en Tu-hsiu (1921-27), anche dopo che si era manifestata la tendenza anticomunista, e quindi la rottura formale dell’alleanza con il PCC, decisa da Chiang Kai-shek. Tale progettualità diventa esplicitamente insostenibile dopo il fallimento dell’insurrezione di Nanchang. È in questa fase che Mao acquisisce una responsabilità crescente nelle vesti di commissario politico della IV armata, pilastro della costituenda Armata Rossa cinese, l’esercito rivoluzionario composto da operai e contadini che d’ora innanzi riuscirà a crescere notevolmente adottando la tattica militare della guerriglia. È da notare come tutto ciò avvenga sostanzialmente con scarsissimi aiuti dell’URSS, isolata diplomaticamente dalla Cina dal 1927 al 1933. Per di più Mao in questa fase opera talvolta in piena autonomia, interpretando liberamente il mandato del Comitato centrale del Partito, lavorando però su direttrici che si riveleranno giuste: oltre a consolidare la separazione dell’organizzazione del Partito dal Kuomintang, si tratta di instaurare un potere politico fondato sull’organizzazione dei soviet nei territori controllati, non esitando a confiscare le terre dei proprietari non coltivatori per procedere alla tanto desiderata (dai contadini) riforma agraria, ossia la redistribuzione delle terre. Nei territori liberati i contadini comprendono concretamente il significato del comunismo: 

«Tra le riforme messe in atto, quattro furono importanti per i contadini: la spartizione della terra, l’abolizione dell’usura, l’abolizione delle tasse, e l’eliminazione dei privilegi feudali. La popolazione rurale venne classificata nelle seguenti categorie: grandi proprietari terrieri, proprietari terrieri piccoli e medi, contadini ricchi, contadini medi, contadini poveri, affittuari, braccianti agricoli, artigiani, sottoproletariato e professionisti. Ai contadini senza terra, ai braccianti agricoli, artigiani ecc. era concessa, nella elezione dei soviet, una rappresentanza più vasta che alle altre categorie. I soviet funzionavano ottimamente: si partiva dal soviet di villaggio, che era l’unità di base, poi, venivano i soviet distrettuali, regionali e, infine, i soviet provinciali e centrali. Ogni villaggio eleggeva direttamente i suoi delegati ai soviet superiori fino al livello del Congresso generale dei soviet. Il suffragio era universale per i cittadini che avessero compiuto il sedicesimo anno di età. Sotto il controllo dei soviet distrettuali, e da questi nominati, c’erano i comitati per l’educazione, per le cooperative, per l’addestramento militare, per l’addestramento politico, per l’agricoltura, per la salute pubblica, per l’addestramento partigiano, per la difesa rivoluzionaria, per l’ampliamento dell’Armata Rossa, per il mutuo soccorso agrario per il dissodamento della terra e molti altri. […] Abolendo le tasse, poi, il consenso si allargò ai contadini medi ed a settori di piccoli proprietari terrieri. Ai contadini poveri fu concesso un ulteriore aiuto sotto forma di prestiti a basso interesse, o addirittura senza interesse. L’usura fu completamente abolita ma furono tollerati i prestiti privati con un tasso annuale massimo del 10%, mentre il tasso ordinario dei prestiti governativi fu fissato al 5%. Il movimento per le cooperative ricevette un vigoroso impulso, non solo nella produzione e nel consumo, ma per l’uso collettivo degli animali e degli utensili e la formazione di gruppi di mutuo soccorso agricolo. Una delle conquiste più importanti fu la completa abolizione dell’oppio, mentre la corruzione dei funzionari era quasi impossibile e l’accattonaggio e la disoccupazione sembravano completamente spariti. Le leggi sui matrimoni contemplavano alcuni interessanti provvedimenti contro la tirannia delle suocere, contro l’acquisto e la vendita delle donne. L’istituto della dote era stato soppresso ed a tutte le coppie che si registravano come marito e moglie davanti ad un soviet veniva consegnato, senza alcuna spesa, un certificato di matrimonio. Il matrimonio era valido solo se fondato sul mutuo consenso e l’età legale era portata a venti anni per gli uomini e diciotto per le donne. Un uomo ed una donna che convivessero erano considerati legalmente sposati, fossero registrati o no, ed i loro figli erano legittimi. Per la legge non esistevano figli illegittimi. Anche il divorzio si poteva ottenere senza spese all’apposito ufficio, su insistente richiesta di una delle due parti interessate. Per l’economia sovietica, due erano gli obiettivi principali, nutrire ed equipaggiare l’Armata Rossa ed arrecare un sollievo immediato ai contadini poveri. Essa comprendeva settori di iniziativa privata, dello Stato e forme cooperative. Le imprese e le industrie private erano permesse ed incoraggiate ed era permessa la trasmissione privata della proprietà della terra e dei suoi prodotti, seppure con alcune restrizioni. […] Nel Nord-Ovest, prima dell’arrivo dei comunisti, gli analfabeti erano circa il 95%. Successivamente, furono aperte duecento scuole elementari, una scuola superiore magistrale, una scuola di agricoltura, una scuola tessile, una scuola sindacale di cinque classi ed una scuola di Partito frequentata da 400 studenti. Esistevano, inoltre, una scuola di cavalleria, una di fanteria e l’Accademia dell’Armata Rossa. I soldati dell’Armata Rossa erano, in maggioranza, giovani contadini ed operai, convinti di combattere per le loro case, la loro terra ed il loro paese: l’età media della truppa era di diciannove anni, il 50% di tutti gli effettivi era comunista, il 70% dei soldati aveva un’istruzione. I soldati, come i loro comandanti, non ricevevano uno stipendio regolare, ma ogni arruolato aveva diritto all’assegnazione di un lotto di terra e ad una parte dei suoi prodotti».

La diversità con le condizioni di vita nei territori posti sotto il controllo del governo del Kuomintang è lampante. Non deve stupire che nella guerra civile che si prolunga fino al 1937, Chiang Kai-shek sia il responsabile politico di repressioni tremende che colpiscono almeno 3 milioni di cinesi, solo un sesto dei quali comunisti. È entrata nella leggenda la famosa “Lunga Marcia”, che si svolge tra l’ottobre 1934 e l’ottobre 1935. Si tratta di una manovra militare apparentemente disperata, una vera e propria ritirata strategica attraverso territori impervi, compiuta per sfuggire ad un accerchiamento delle truppe nazionaliste del Kuomintang. Partono in 90 mila. Giungono a destinazione, in una regione più riparata posta a nord della “grande muraglia”, ma prossima ai giapponesi, in poco più di 7 mila. Apparentemente un disastro, ma in realtà la salvaguardia del nucleo più resistente del Partito, che vede ormai affermata la leadership di Mao e aumentato il proprio prestigio per l’ennesima impresa. Dovendo fronteggiare l’imminente invasione del Giappone (luglio 1937), il Kuomintang è costretto a porre in secondo piano la lotta contro i comunisti, che vedranno rafforzata la propria azione dalla combinazione tra emancipazione sociale e lotta patriottica. La permanenza di un rafforzato esercito comunista cinese in prima linea nella lotta contro il Giappone deve essere sicuramente stato un motivo presente nelle riflessioni della dirigenza politica giapponese, quando nel 1941 si è posto il quesito se partecipare all’offensiva antisovietica lanciata dalla Germania nazista, oppure se indirizzare i propri sforzi contro gli USA. 

3) La repubblica popolare e l’epoca maoista

«Un partito disciplinato, armato della teoria marxista-leninista, solito a praticare l’autocritica e legato alle masse popolari; un esercito diretto da un simile partito; un fronte unito di tutte le classi rivoluzionarie e di tutti i gruppi rivoluzionari sotto la direzione di un simile partito; ecco le tre armi principali che ci hanno permesso di battere il nemico». 

(Mao Tse-tung, da Sulla dittatura democratica popolare, 30 giugno 1949)

Se già al tempo la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese (1949) era un fatto grandioso, che sanciva la presa del potere del partito comunista nel paese più popoloso del mondo, visto in prospettiva quell’evento assume una valenza anche maggiore, diventando il presupposto imprescindibile per la prosecuzione della Resistenza all’imperialismo occidentale trionfante alla fine del secolo scorso. 

Il 1949 assume così ai nostri occhi un valore inedito per la storia universale, affiancandosi per importanza alle date storiche del 1789 e del 1917. Da quella data la storia della Cina si può dividere in due fasi: quella maoista e quella della “grande NEP”, consacrata dalla leadership di Deng Xiaoping. Una piena comprensione della seconda necessita una minima introduzione della prima.

È luogo comune ricondurre all’epoca di Mao Tse-tung crimini non inferiori a quelli commessi da Stalin e Hitler, nel consueto paradigma borghese del totalitarismo sanguinario. Lo storico inglese Frank Dikötter è giunto a considerarlo il più grande criminale della storia, imputandogli una cifra minima di 45 milioni di morti conseguenti ad un operato divenuto ad un certo punto folle. Come al solito, quando si parla di comunismo, si assiste ad un balletto di cifre difficilmente verificabile e le stime variano a seconda degli autori: 13 milioni secondo il governo cinese (vedi Marie-Claire Bergère in La Cina dal 1949 ai giorni nostri), da 20 a 30 secondo John King Fairbank (Storia della Cina contemporanea), 30 secondo Judith Banister e Jasper Becker (La rivoluzione della fame), da 20 a 40 secondo Daniel Chirot, da 43 a 46 secondo Chen Yizi. Si può tranquillamente concordare con Diego Angelo Bertozzi quando afferma che  «la liquidazione della figura di Mao e la sua riduzione a semplice mostro al pari di Hitler è un’operazione superficiale e semplificatoria – da contabilità numerica – che impedisce la comprensione di un progetto di liberazione e riscatto nazionale, avvenuto per di più in un contesto di isolamento internazionale e persistente minaccia bellica. Tragedie e fallimenti, con il loro portato di morte, come il Balzo in avanti e la stessa Rivoluzione culturale, non sono il frutto di una pianificata operazione di sterminio dell’avversario preannunciata e poi messa in pratica, come fu per il nazismo. Furono terribili errori ai quali la stessa dirigenza comunista mise termine. Va poi ricordato come lo stesso Mao guidò una parte del paese nella resistenza contro un progetto di schiavizzazione e sterminio messo in atto a partire dal 1937 dal Giappone alleato della Germania hitleriana. A rigettare questo parallelismo sono storici e studiosi come Linda Benson e Maurice Meisner, non certo teneri verso il comunismo cinese».

Sicuramente Mao ha commesso molti e gravi errori, ma senza la sua leadership sarebbe riuscito il popolo cinese ad uscire dall’oppressione imperialista e ad instaurare la dittatura del proletariato? Sarebbe riuscito il paese a sconfiggere le destabilizzazioni statunitensi? Oggi sappiamo con certezza che gli USA sono stati capaci di mantenere armati in funzione anticomunista i giapponesi anche dopo la resa del loro governo nel 1945; hanno finanziato e supportato militarmente le truppe nazionaliste, affiancandole a reparti speciali statunitensi almeno fino al 1947; hanno poi organizzato, fino almeno al 1960, un esercito di 10 mila nazionalisti cinesi stanziati in Birmania e responsabili di molteplici incursioni armate nel territorio cinese, oltre che dell’affermazione di un fiorente mercato della droga protetto dalla CIA; hanno bombardato città e fatto uso di armi batteriologiche, paventando anche la possibilità di usare l’arma atomica durante la guerra di Corea (1950-53); infine hanno creato ad arte la “questione tibetana”, inquadrando tra i collaboratori della CIA niente meno che il Dalai Lama, al fine di screditare una repubblica che verrà arbitrariamente esclusa dal proprio seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU fino all’inizio degli anni ’70. Quando gli storici borghesi tracciano i loro bilanci catastrofici sul comunismo si guardano sempre bene dal ricordare il contesto di assedio permanente, o “stato d’eccezione”, subìto dai paesi socialisti da parte dell’imperialismo occidentale, eppure è indubbio che in un contesto di rispetto del diritto internazionale il socialismo avrebbe potuto svilupparsi senza la scia di sangue e tensioni che si è accompagnata ovunque. Occorre in ogni caso, come ricordava Benedetto Croce, distinguere il giudizio morale dal giudizio storico. Il distacco storico aiuta a superare l’indignazione del momento e a cogliere la natura e le cause profonde delle violenze, inquadrando queste ultime nelle ragioni delle parti in lotta. L’analisi delle condizioni in cui versava il proletariato cinese, prima e dopo il 1949, non lascia adito a dubbi, specie se affiancata allo status assunto oggi dalla Cina, tornata ad essere una potenza mondiale come non lo era da almeno tre secoli.

Torniamo al 1945: occorrerà ricordare che tutto ciò è stato possibile grazie alla ferrea volontà di Mao e del PCC di portare avanti lo scontro contro le forze della reazione anche andando contro i consigli dello stesso Stalin, che nel difficile dopoguerra consigliava prudenza di fronte al pericolo di una “terza invasione” subita dall’Occidente, stavolta corredata con la bomba atomica. Altra questione, spesso omessa dalla storiografia liberale: se Mao non si fosse impuntato sulla volontà di portare a termine la rivoluzione quale sarebbe oggi la condizione delle donne in Cina? È noto che la società cinese è stata tradizionalmente e storicamente patriarcale e maschilista. I bendaggi dei piedi delle bambine, al fine di mantenerli piccoli e più adeguati ai gusti dei maschietti, sono stati solo uno degli aspetti più appariscenti della violenta e degradante subalternità femminile, sancita fino ad allora formalmente dalle leggi e dalla cultura cinese. Tutto ciò viene spazzato via dalla rivoluzione socialista. La Cina è diventata da allora un esempio di emancipazione femminile per tutto il mondo: un tema sul quale Mao stesso ha sempre mostrato grande sensibilità, come da lui stesso raccontato:  «prima di noi, nessuno si era mai rivolto alle donne in Cina, come se l’altra metà del cielo fosse inesistente. Una ragazza si suicidò nel mio paese, Chang Sha, perché rifiutava il matrimonio che le veniva imposto. Era il 1909, un anno lontano […]. Eravamo tutti studenti e giurammo che non c’era liberazione possibile per la Cina senza libertà delle donne; detestavamo la castità loro imposta; i piedi storpiati delle bambine destinate secondo la legge feudale ad apparire belle, perché immobili come voleva Confucio. Vendute come serve allo sposo, che su di loro aveva diritto di vita e di morte. Fu il primo tempo della mia lotta politica contro il feudalesimo…»

 Tra i crimini e gli errori più grandi imputati a Mao vi sono alla fine degli anni ’50 il “Grande balzo in avanti” e dalla seconda metà degli anni ’60 la “Rivoluzione culturale”. Domenico Losurdo ha descritto così tali fenomeni: 

«è stato il tentativo di far avanzare di pari passo le due lotte contro le due disuguaglianze [quella “sociale interna” e quella “tecnologica-economica internazionale”, ndr]. Per un verso, la mobilitazione di massa di uomini e donne nel lavoro e nell’edificazione economica imponeva il ricorso a pratiche collettivistiche nella produzione e nell’erogazione di servizi (lavanderie, mense, ecc.); e ciò dava l’impressione o l’illusione di un possente avanzamento della causa dell’eguaglianza all’interno del paese. Per un altro verso, questa mobilitazione politica era chiamata a bruciare le tappe dello sviluppo economico della Cina e così a infliggere colpi decisivi alla diseguaglianza vigente nei rapporti internazionali. Considerazioni analoghe valgono per la Rivoluzione culturale: denunciando la “borghesia” o gli “strati privilegiati” infiltratisi nello stesso Partito Comunista, essa rilanciava l’egualitarismo sul piano interno; criticando “la teoria dei passi di lumaca” attribuita al deposto presidente della Repubblica Liu Shaoqi, essa si proponeva di imprimere un’accelerazione senza precedenti allo sviluppo delle forze produttive, portando così il paese in tempi rapidissimi al livello dei paesi capitalistici più avanzati e quindi cancellando o intaccando radicalmente anche il primo tipo di diseguaglianza. Il tutto si basava sull’illusione che l’accelerata edificazione economica potesse essere promossa con le stesse modalità con cui erano state condotte le battaglie politiche e militari della rivoluzione cinese, facendo leva cioè sulla mobilitazione e sull’entusiasmo di massa e sull’illusione che l’entusiasmo di massa potesse manifestarsi per un tempo prolungato o indefinito. Grande balzo in avanti e Rivoluzione culturale non tenevano conto del processo di secolarizzazione: non si può fare appello in permanenza e per l’eternità alla mobilitazione, all’abnegazione, allo spirito di rinuncia e di sacrificio, all’eroismo delle masse. A causa anche del contesto internazionale sfavorevole e ostile (all’embargo sin dagli inizi impietosamente praticato dagli USA e dall’Occidente si aggiungeva la rottura con l’URSS e gli altri paesi socialisti), il risultato di Grande balzo in avanti e Rivoluzione culturale fu fallimentare e tragico. Ne conseguì un rallentamento più o meno drastico dello sviluppo economico, che finiva con l’inasprire entrambe le diseguaglianze».

Probabilmente occorre un maggiore approfondimento soprattutto sul fenomeno della Rivoluzione culturale, vista la sua complessità e la presenza di vari aspetti da tenere in considerazione, tra cui un acceso conflitto interno al Partito su basi ideologico-teoriche che ha ricordato secondo alcuni lo scontro avvenuto nel PCUS negli anni ’50 dopo la morte di Stalin. Per ribadire la necessità di un giudizio sull’epoca maoista capace di guardare alla totalità delle questioni lasciamo la parola ad Eric Hobsbawm: 

«all’epoca della conquista del potere da parte dei comunisti […] il cinese medio viveva essenzialmente consumando mezzo chilogrammo di riso o di grano al giorno e meno di ottanta grammi di tè all’anno. Il cinese acquistava un nuovo paio di calzature una volta ogni cinque anni circa. […] Per la maggior parte dei cinesi la rivoluzione comunista fu innanzitutto una restaurazione: dell’ordine e della pace; del benessere […]. I contadini accrebbero la produzione di cereali di più del 70% fra il 1949 e il 1956. […] Alla fine dell’epoca maoista il consumo medio di cibo (in calorie) da parte dei cinesi si collocava appena sopra la media di tutti gli altri paesi ed era superiore a quello di 14 paesi in America e di 38 paesi in Africa. Era esattamente nella media dei paesi asiatici, ben al di sopra delle nazioni dell’Asia meridionale e sudorientale, con l’eccezione della Malesia e di Singapore. L’aspettativa media di vita alla nascita salì da 35 anni nel 1949 a 68 nel 1982 e questa crescita fu dovuta principalmente a un notevole e continuo calo – eccetto che negli anni della carestia – del tasso di mortalità. Poiché la popolazione cinese, pur tenendo conto della grande carestia, aumentò da circa 540 milioni a circa 950 milioni fra il 1949 e la morte di Mao, è evidente che l’economia del paese fu in grado di alimentare tutte queste persone. […] non si può negare che nell’anno della morte di Mao i bambini che andavano alla scuola elementare erano sei volte di più di quelli che la frequentavano quando Mao era salito al potere; cioè il tasso di iscrizione era del 96%, da paragonare con meno del 50% nel 1952».

Si dovrebbe ricordare infine come gran parte dei successi attribuiti alla dirigenza successiva, giudicata più “concreta” e meno utopistica di Mao, siano in realtà impensabili senza i presupposti costruiti negli anni di leadership di quest’ultimo. Così ricorda ad esempio Carlo Formenti, appoggiandosi su studi recenti: 

«il “miracolo cinese”, iniziato negli anni ’80 e progredito a ritmi stupefacenti fino ai giorni nostri, affonda le radici nell’epoca maoista, che ebbe il merito di effettuare giganteschi investimenti in irrigazioni, industria pesante, trasporti e infrastrutture, oltre a promuovere un enorme incremento dei livelli di educazione e un netto miglioramento delle condizioni generali di salute della popolazione. L’economia cinese era assai più dinamica di quella di altri paesi socialisti già prima della morte di Mao (Herrera, Long 2019) grazie al fatto che non si è mai allineata al rigido centralismo sovietico, adottando forme più flessibili di pianificazione e lasciando fin dall’inizio margini di sviluppo ai settori governati dal mercato».

Dovendo tracciare un bilancio dell’epoca di Mao sembra equilibrato il giudizio elaborato da Deng Xiaoping, di comune accordo con il resto del PCC: 

«Il compagno Mao Tse-tung fu un grande marxista e un grande rivoluzionario, stratega e teorico del proletariato. È del tutto sbagliato assumere un atteggiamento dogmatico nei confronti delle parole del compagno Mao Tse-tung, e considerare tutto ciò che ha detto come verità immutabile, da applicare meccanicamente in tutto il mondo, ed essere disposti ad ammettere onestamente che ha commesso degli errori nei suoi ultimi anni, e anche cercare di accanirvisi nelle nostre nuove attività. Tali atteggiamenti non distinguono tra pensiero di Mao Tse-tung, teoria scientifica formata e testata da molto tempo, e gli errori che il compagno Mao Tse-tung ha fatto nei suoi ultimi anni. Ed è assolutamente necessario che questa distinzione sia fatta. È vero che ha compiuto errori grossolani durante la “rivoluzione culturale”, ma se giudichiamo la sua attività nel suo complesso, i suoi contributi alla rivoluzione cinese superano di gran lunga i suoi errori. I suoi meriti sono primari e i suoi errori secondari […]. compiamo il lavoro già avviato da Mao, ma che non aveva completato. Stiamo anche correggendo ciò che Mao fece in modo non corretto e miglioreremo il lavoro che Mao non ha adempiuto abbastanza correttamente».

4) La grande divergenza dall’URSS

«Occorrerà ancora un periodo di tempo abbastanza lungo per decidere il risultato della lotta ideologica tra il socialismo e il capitalismo nel nostro paese. La ragione di ciò sta nel fatto che l’influenza della borghesia e degli intellettuali che provengono dalla vecchia società continuerà ancora a lungo nel nostro paese, così come la loro ideologia di classe. Se non si afferra bene questo punto e, a maggior ragione, se non lo si comprende affatto, si commetteranno errori gravissimi e non si riconoscerà la necessità della lotta sul piano ideologico». 

Mao Tse-tung, da Della giusta soluzione delle contraddizioni nel popolo, 27 febbraio 1957)

In ogni suo scritto Mao ha sempre elogiato il ruolo della Rivoluzione d’Ottobre e dell’URSS costruita da Lenin e Stalin. Nonostante alcune divergenze tattiche avute con quest’ultimo, quando Stalin muore, in Cina viene proclamato un lutto di tre giorni. È da notare che l’alleanza strategica con l’URSS rimane salda per tutto il primo periodo di esistenza della Repubblica Popolare Cinese, nonostante che l’autonomia del Partito Comunista Cinese sia stata maggiore rispetto a quella dei partiti dell’Europa orientale; ciò è dovuto al fatto di essere riusciti a creare un governo comunista nel paese più popolato del mondo «con una limitata assistenza da parte di Mosca». Di fronte alle manovre destabilizzatrici statunitensi Stalin incoraggia Mao a rafforzare il governo centrale, garantendo ampi aiuti per lo sviluppo del paese. In questo contesto viene siglato nel 1950 il trattato sino-sovietico di amicizia, alleanza e assistenza reciproca, decisivo per disporre di capitali e tecnici necessari per avviare l’industrializzazione del paese.

Le cose cambiano dopo la morte di Stalin. Inizialmente Mao sottolinea la necessità di proseguire nella collaborazione con l’URSS, ma già nel 1956 iniziano le critiche private alla “destalinizzazione” promossa da Chruščev. Le divergenze sarebbero esplose pubblicamente solo nel 1959. Il deterioramento dei rapporti è dovuto sia alle critiche sovietiche all’incauto “Grande balzo in avanti”, sia alle divergenze profonde sulla collocazione internazionale e sulle diverse interpretazioni della “coesistenza pacifica”: «Mao temeva che l’URSS chruščeviana fosse disposta a sacrificare la propria solidarietà alla Cina e alle lotte di liberazione del Terzo Mondo sull’altare di un compromesso con gli Stati Uniti» che distogliesse gli investimenti interni dal settore militare per favorire lo sviluppo socio-economico interno. Ne segue una polemica ideologica feroce in cui Mao appare come il più corretto interprete di una politica estera marxista-leninista. 

La tensione aumenta nel giugno 1959, quando Chruščev fa sapere ai cinesi che non li avrebbe aiutati ad ottenere la bomba atomica per non vanificare la distensione e la cooperazione con l’Occidente. Soltanto tre mesi prima era «scoppiata in Tibet una rivolta armata, sostenuta e finanziata dagli Stati Uniti» che crea grossi problemi alla Cina, in tensioni politico-militari anche con l’India, spalleggiata anche in questo caso dall’URSS.

Infine nel luglio 1960 avviene la sciagurata decisione di Chruščev di richiamare migliaia di tecnici e di esperti che l’URSS aveva inviato in Cina in cooperazione alla costruzione di un’industria moderna. In un clima di crescente scontro politico-ideologico, nell’aprile e nel maggio 1962 si verificano perfino incidenti di frontiera tra Cina e URSS. In questa fase la responsabilità politica di Chruščev nell’aver rovinato le relazioni tra le due principali potenze comuniste mondiali è immensa. La sua caduta nel 1964 non porta ad un miglioramento nelle relazioni tra i due paesi, ormai poco fiduciosi l’uno dell’altro. I cinesi continuano a bollare come «cricca revisionista» il PCUS di Kosygin e Breznev. Negli anni successivi la Cina cerca in ogni maniera di uscire dall’isolamento internazionale cui l’hanno condannata l’URSS e gli altri Stati socialisti (con la sola eccezione dell’Albania). Riesce una manovra di avvicinamento con la Romania di Ceausescu, che porta ormai avanti una politica estera relativamente indipendente da Mosca, ma esplode il paradosso con l’intervento sovietico a Praga del 1968: in tale occasione Mao critica fortemente la «cricca revisionista di Dubcek», accusata di voler portare la Cecoslovacchia verso il capitalismo e la socialdemocrazia; allo stesso tempo la Cina si unisce alle potenze occidentali nella condanna dell’URSS. La situazione di conflittualità tra i due paesi raggiunge l’apice nel 1969, con lo scoppio di una vera e propria guerra lungo i confini sino-sovietici. Arrivati a questo punto, la Cina, sempre più indebolita sia sul piano interno (dalla Rivoluzione culturale) che su quello esterno (con il rischio di una guerra contro l’ex alleato sovietico, nel timore esagerato che questo possa utilizzare l’arma nucleare), gioca una carta inaudita:

avvia la normalizzazione dei rapporti diplomatici con il grande nemico storico, sia nazionale che di classe: gli USA. 

«La svolta nella politica internazionale di Pechino era in effetti di enorme portata: il rapporto preferenziale con gli USA e il Giappone prendeva il posto dell’alleanza coi paesi socialisti e con quei paesi non allineati e movimenti di liberazione che in vario modo avevano un rapporto stretto e solidale con l’Unione Sovietica. Quella svolta, anche se certamente portò una serie di vantaggi alla RPC come nazione, si accompagnò anche ad alcune scelte in campo internazionale che ne intaccarono fortemente il prestigio nel movimento comunista e tra le forze progressiste e antimperialiste a livello mondiale (come ad esempio l’ostilità al governo Allende in Cile, il sostegno all’UNITA contro il MPLA nella lotta di liberazione in Angola, o quello ai khmer rossi in Cambogia, l’ostilità nei confronti del Vietnam, sfociata in incursioni militari nel suo territorio, l’apprezzamento per l’installazione degli euromissili). Tutte scelte compiute in funzione anti-sovietica e in convergenza tattica con gli Stati Uniti».

Si può parlare di “tradimento” per questo periodo, iniziato negli ultimi anni dell’era Mao e proseguito fino a inizio anni ’80, quando la Cina arriva perfino a sostenere i ribelli islamici in Afghanistan contro le truppe sovietiche? Certamente le responsabilità primarie della rottura dell’alleanza sono imputabili all’URSS di Chruščev; allo stesso tempo si può ribattere che la stessa Cina abbia di fatto avviato per un decennio abbondante lo stesso ragionamento dapprima denunciato come revisionista, andando molto più in là rispetto a quelle che per Chruščev erano solo intenzioni non dispiegatesi in pieno (per lo meno sotto il suo comando). La Cina, con qualche eccezione (quale il proseguimento del sostegno militare alla lotta dei Vietcong) mette da parte per tutti gli anni ’70 l’internazionalismo proletario, stringe accordi con il primo nemico di classe mondiale e lavora sistematicamente per indebolire la lotta antimperialista e il campo socialista, in quegli anni strettamente intrecciati. È fondamentale ricordare che tutto ciò avviene già in epoca maoista. Il tutto avviene nella speranza di potersi concentrare sullo sviluppo tecnologico-economico interno, grazie al supporto statunitense. Quando Deng Xiaoping avvia il nuovo corso modernizzatore interno può già godere di tale situazione, che sceglie di non rinnegare, bensì di accelerare, tanto che andrebbe posta forse la questione di un netto ridimensionamento del paradigma della “rottura” tra epoca maoista e denghista. Ancora nel 1982 Deng pone come priorità le Quattro modernizzazioni che richiedono una situazione internazionale stabile e confini sicuri con l’URSS. Gli scarsi aiuti ottenuti dagli USA convincono presto i cinesi a riavvicinarsi a Mosca, che a sua volta aveva ripreso con maggiore vigore a cercare di ricucire i rapporti. Le relazioni si normalizzano solo durante l’epoca Gorbačev, d’accordo con Deng nel ritenere indispensabile l’interdipendenza tra politica estera di pace, stabilità, cooperazione internazionale e riforme interne. Questa presunta e apparente convergenza fra le due strategie di riforma si basa però su un fraintendimento, che emerge via via come un nuovo elemento di frattura ideologica tra la Cina socialista e l’ultima URSS di Gorbačev. Quella che per i cinesi è stata una svolta tattica, per Gorbačev è una non dichiarata svolta strategica. Alla fine della perestrojika «all’interno del PCC cominciarono a circolare documenti che interpretavano il progressivo collasso del sistema sovietico fra il 1989 e il 1991 come il naturale prodotto delle politiche “revisioniste” di Gorbačev. Addirittura, al momento del tentativo di rovesciamento di Gorbačev, nell’agosto 1991, tra i dirigenti del PCC vi fu chi propose di appoggiare pubblicamente tale azione». 

La Cina ha certamente contribuito a tale esito in misura non insignificante, seppur involontariamente, con la sua politica estera revisionista dell’ultimo ventennio. Paradossalmente i cinesi hanno saputo trarre da questi eventi lezioni preziose per sé stessi. La propria politica estera e il progetto strategico di lungo termine sono tesi a favorire lo sviluppo delle forze produttive nell’ambito di una cooperazione internazionale interna alla globalizzazione capitalista, con modalità pacifiche e apparentemente immemori dell’internazionalismo proletario. Se tale politica, nell’apice dello scontro di classe dell’ultimo ventennio della guerra fredda, ha rappresentato oggettivamente un tradimento del movimento antimperialista e comunista mondiale, nel nuovo mondo multipolare sorto dopo il 1991 è diventato per il colosso cinese la migliore strada possibile da intraprendere, non solo in un’ottica di emancipazione nazionale antimperialista, ma forse anche in termini di adattamento della teoria marxista-leninista.

5) La svolta di Deng Xiaoping e la conquista della tecnologia

«Per sostenere il socialismo, un socialismo che sia superiore al capitalismo, rappresenta un imperativo in primo luogo soprattutto eliminare la povertà». (Deng Xiaoping, 26 aprile 1987)

Contadino rivoluzionario, veterano della Rivoluzione fin dai tempi della Lunga Marcia, comandante di mille battaglie contro l’imperialismo giapponese e nemico di classe del Kuomintang, Deng Xiaoping (Guang’an, 22 agosto 1904 – Pechino, 19 febbraio 1997) ha ricoperto ruoli direttivi nel PCC a più riprese nel corso dell’era di Mao Tse-tung e ha diretto de facto la Cina dal 1978 al 1992. È stato il pioniere della riforma economica cinese e l’artefice del “socialismo con caratteristiche cinesi”, teoria che mira a giustificare la transizione dall’economia “chiusa”, pianificata e centralizzata, ad una politica di apertura verso un’economia con elementi di “mercato”, restando all’interno dell’ottica di uno Stato controllore delle prospettive macroeconomiche. 

Nel decennio tra gli anni ’80 e ’90 sotto la sua guida la Repubblica Popolare Cinese migliora le relazioni strategiche e geopolitiche con l’URSS, abbandonando la teoria dei Tre Mondi, antisovietica e di ascendenza maoista. 

Deng è il cuore della seconda generazione dei leader del Partito Comunista Cinese. Sotto la sua guida la Cina diventa una delle economie dalla crescita più rapida, senza che il Partito perda il controllo del paese. La finalità delle riforme di Deng è riassunta nel programma delle Quattro Modernizzazioni: agricoltura, industria, scienza e tecnologia, apparato militare. «Intendiamo acquisire tecnologia avanzata, scienza e una gestione efficiente. Tutte queste cose non hanno un carattere di classe». La strategia da usare per conseguire l’obiettivo di una nazione industriale moderna è l’economia socialista di mercato. Deng argomenta che la Cina si trovi nello stadio base del socialismo e che il dovere del partito sia di perfezionarlo lavorando ad un “socialismo con caratteristiche cinesi”. 

Questa interpretazione cinese del marxismo riduce il ruolo e il peso dell’ideologia nelle decisioni economiche. Deng pone in risalto l’idea che socialismo non significhi povertà condivisa. La giustificazione teorica che fornisce per consentire l’apertura al mercato capitalistico è la seguente: «Pianificazione e forze di mercato non rappresentano l’essenziale differenza che sussiste tra socialismo e capitalismo. Economia pianificata non è la definizione di socialismo, perché c’è una pianificazione anche nel capitalismo; l’economia di mercato si attua anche nel socialismo. Pianificazione e forze di mercato sono entrambe strumenti di controllo dell’attività economica». Deng crede non sia da respingere nessuna linea di condotta per il solo fatto di non essere aderente alle teorie di Mao; diversamente dai leader più conservatori come Chen Yun, Deng non presenta obiezioni a determinate politiche economiche per la sola ragione che esse siano simili a quelle attuate nelle nazioni capitaliste. Uno dei suoi motti più famosi è: «la pratica è l’unico criterio di verità». Le riforme di Deng includono l’introduzione di una gestione pianificata e centralizzata della macroeconomia in mano a funzionari tecnicamente competenti, abbandonando il modello dell’economia collettivista di Mao. Tuttavia, a differenza del modello sovietico, la gestione risulta essere indiretta tramite i meccanismi del mercato. Deng sostiene l’eredità di Mao per quanto riguarda il ruolo di primaria importanza della produzione agricola, e incoraggia una significativa decentralizzazione della gestione delle decisioni nei gruppi. A livello locale, per motivare la forza-lavoro e aumentare la produttività devono essere impiegati incentivi concreti piuttosto che appelli politici, incluso il permesso ai contadini di guadagnare entrate extra grazie alla vendita dei prodotti delle terre ad essi assegnate sul mercato. 

Nella generale spinta volta ad ottenere una posizione di mercato, alle municipalità locali e alle province è consentito investire nelle industrie che esse stesse considerano più redditizie, il che favorisce gli investimenti verso l’industria leggera. Le riforme di Deng determinano lo spostamento della strategia di sviluppo della Cina dall’industria pesante all’industria leggera, con una crescita guidata delle esportazioni. La produzione industriale leggera è vitale per lo sviluppo di un paese che dispone di scarsi capitale di base. Con un breve periodo di gestazione, bassi requisiti di capitale e alti guadagni derivanti dalle esportazioni verso l’estero, i profitti generati dall’industria leggera possono essere reinvestiti in una produzione tecnologicamente più avanzata e in ulteriori importanti spese e investimenti. Tuttavia, in netto contrasto con le riforme simili ma non di così notevole successo attuate in Jugoslavia e in Ungheria, tali investimenti non sono finanziati dal governo. Il capitale investito nell’industria pesante proviene in gran parte dal sistema bancario e dalla maggior parte dai depositi dei consumatori. Uno dei primi punti delle riforme di Deng prevede di evitare una ripartizione dei profitti, se non tramite la tassazione o il sistema bancario; la ripartizione nelle industrie di proprietà dello Stato avviene pertanto in modo indiretto, rendendo così meno semplice l’interferenza diretta del governo.

Le riforme di Deng sono state la scintilla che hanno messo in moto una rivoluzione industriale, rappresentando una svolta notevole rispetto alle linee di condotta maoiste di un’economia autosufficiente. La Cina accelera il processo di modernizzazione aumentando il volume di scambi commerciali con l’estero, specialmente con l’acquisto di macchinari dal Giappone e dall’Occidente. Con tale crescita guidata delle importazioni la Cina riesce a portare avanti le Quattro Modernizzazioni. 

I capitali stranieri, il mercato, le tecnologie innovative e lo sviluppo di competenze manageriali accelerano così lo sviluppo economico. Ci sono molti parallelismi tra il socialismo di mercato di Deng, soprattutto nei primi stadi, e la Nuova Politica Economica (NEP) di Lenin, così come con la politica economica di Bucharin. In entrambe è previsto un ruolo per l’impresa privata e uno maggiore dei meccanismi di mercato per la determinazione dei prezzi di vendita, a discapito di una rigida pianificazione centrale. 

La “svolta” di Deng Xiaoping è stata così sintetizzata da Domenico Losurdo: 

«In una conversazione del 10 ottobre 1978 Deng Xiaoping richiama l’attenzione sul fatto che si sta allargando il gap tecnologico rispetto ai paesi più avanzati; questi si sviluppano “con una velocità tremenda”, mentre la Cina non riesce in alcun modo a tenere il passo. E dieci anni dopo: “l’alta tecnologia sta avanzando a un ritmo tremendo”; c’è il rischio che “aumenti ulteriormente il gap della Cina rispetto agli altri paesi”. Se avesse mancato l’appuntamento con la nuova rivoluzione tecnologica, il grande paese asiatico si sarebbe condannato a una permanente arretratezza e si sarebbe venuto a trovare in una situazione di debolezza e diseguaglianza simile a quella che l’aveva consegnato inerme alle guerre dell’oppio e alla strapotenza del capitalismo e colonialismo occidentali. Ma la politica di rapido sviluppo economico e tecnologico di rincorsa dell’Occidente non avrebbe finito col favorire le regioni (costiere), che godevano di una migliore collocazione geografica e disponevano almeno delle modeste infrastrutture, bene o male lasciate in eredità dal dominio coloniale o semicoloniale? La distribuzione più o meno egualitaria della miseria avrebbe ceduto il posto a un processo di sviluppo dai ritmi inevitabilmente diseguali. Si ripresentava il problema che abbiamo visto emergere immediatamente dopo la Rivoluzione d’Ottobre: la lotta di classe rivoluzionaria aveva come obiettivo la realizzazione di una società in cui, dileguati “i ricchi”, c’era posto solo per “poveri e poverissimi” o doveva promuovere uno sviluppo delle forze produttive e della ricchezza sociale, tale da debellare una volta per sempre la miseria e la penuria e da innalzare drasticamente il tenore di vita delle masse popolari? D’altro canto, sino a che punto può essere considerata egualitaria una società in cui c’è posto solo per “poveri e poverissimi”? A quest’ultima domanda hanno risposto con tragica eloquenza due capitoli della storia della Repubblica Popolare Cinese. Il “Grande balzo in avanti”, promosso da Mao Tse-tung alla fine degli anni ’50, è stato il tentativo di far avanzare di pari passo le due lotte contro le due disuguaglianze. Per un verso, la mobilitazione di massa di uomini e donne nel lavoro e nell’edificazione economica imponeva il ricorso a pratiche collettivistiche della produzione e nell’erogazione di servizi; e ciò dava l’impressione o l’illusione di un possente avanzamento della causa dell’eguaglianza all’interno del paese. Per un altro verso, questa mobilitazione politica era chiamata a bruciare le tappe dello sviluppo economico della Cina e così a infliggere colpi decisivi alla diseguaglianza vigente nei rapporti internazionali. […] A causa anche del contesto internazionale sfavorevole e ostile (all’embargo sin dagli inizi impietosamente praticato dagli USA e dall’Occidente si aggiungeva la rottura con l’URSS e gli altri paesi socialisti), il risultato di Grande Balzo in avanti e Rivoluzione Culturale fu fallimentare e tragico. Ne conseguì un rallentamento più o meno drastico dello sviluppo economico, che finiva con l’inasprire entrambe le diseguaglianze. Non solo si accentuava il ritardo della Cina rispetto ai paesi più avanzati, ma anche sul piano interno l’egualitarismo pur sinceramente proclamato e appassionatamente perseguito si rovesciava nel suo contrario. […] Mentre impone un ascetismo doloroso per tutti, la società vagheggiata dal populismo (non solo cristiano), in cui “i ricchi non ci sono più: solo poveri e poverissimi”, è ben lungi dal mantenere la promessa dell’eguaglianza, dato che la ridotta diseguaglianza quantitativa finisce con configurarsi e manifestarsi quale assoluta diseguaglianza qualitativa. Di ciò era costretto a tener conto Mao Tse-tung che […] tracciava un bilancio amaro e ricco di accenti autocritici. […] Si può comprendere allora la svolta di Deng Xiaoping: i marxisti dovevano finalmente rendersi conto “che la povertà non è socialismo e che il socialismo significa eliminazione della miseria; non si può dire che si sta edificando il socialismo se non si sviluppano le forze produttive e non si innalza il tenore di vita del popolo”. E dunque, “diventare ricchi è glorioso!”: così proclamava Deng Xiaoping, che riprendeva, probabilmente senza saperlo, la parola d’ordine con cui più di mezzo secolo prima Bucharin aveva cercato di superare l’arretratezza dell’agricoltura sovietica, stimolando l’impegno dei contadini. […] Si trattava di farla finita con la visione, rimproverata alla sconfitta “banda dei quattro”, per cui “il comunismo povero era preferibile al capitalismo ricco”. In realtà, secondo la definizione di Marx, comunista è la società regolata dal principio “Ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. E dunque essa presuppone un enorme sviluppo delle forze produttive e della ricchezza sociale; è allora una contraddizione in termini parlare di “comunismo povero” o di “socialismo povero” (dato che il socialismo è la fase preparatoria del comunismo). A questo punto, però, in quanto seguace dei principi del marxismo e del comunismo, Deng Xiaoping si preoccupava di distinguere il significato che il motto a lui caro assumeva nell’ambito di ordinamenti sociali diversi. Al contrario che nel capitalismo, nel socialismo “la ricchezza appartiene al popolo” e la “prosperità” è “per l’intero popolo”. […] Certo, soprattutto per un paese-continente qual è la Cina non era possibile accedere alla “comune prosperità” tutti allo stesso tempo: a conseguire per prime l’obiettivo sarebbero state le regioni costiere, che poi sarebbero state in grado e in obbligo di “dare un aiuto più grande” alle regioni dell’interno. Dal punto di vista di Deng Xiaoping la svolta da lui impressa alla Cina era la “seconda rivoluzione”, ovvero un nuovo stadio della rivoluzione, ma per i suoi avversari in patria e per buona parte dei marxisti occidentali si trattava in realtà di una controrivoluzione borghese e capitalista».

La svolta di Deng, avvenuta in un contesto di isolamento diplomatico internazionale con i paesi socialisti, si è rivelata decisiva per acquisire pacificamente le tecnologie occidentali, riuscendo poi, attraverso ampi investimenti nel campo della ricerca, a portarne avanti uno sviluppo ulteriore autonomo. Per decenni la borghesia ha diffuso il mito per cui i governi comunisti siano incapaci di mantenere il livello di evoluzione e sviluppo tecnologici garantiti dalle economie capitalistiche. L’URSS e altri paesi del “socialismo reale” hanno già smentito concretamente questa leggenda in diversi settori economici. Ora l’esempio della Cina è ancora più potente: da paese del “Terzo Mondo” devastato e saccheggiato dall’imperialismo internazionale, a faro delle nuove tecnologie in sempre più variegati campi. Il fatto che una parte crescente dei consumatori occidentali usi un telefono Huawei o Xiaomi, prodotto spesso superiori nel rapporto qualità/prezzo rispetto a quelli occidentali, è soltanto il dato più appariscente di questo avvenuto decisivo sorpasso, cosa mai riuscita all’URSS nel settore dell’industria leggera, e quindi dei beni di consumo “di lusso”.

6) La moderna Cina post-maoista

«All’opposto di un Chruščev che annunciava il raggiungimento del comunismo in URSS per il 1980, la Cina attuale ritiene di essere solo nella prima tappa della costruzione del socialismo, una tappa che stima debba durare circa 100 anni!» 

(Patrick Theuret, Direttore di Correspondances internationales, 2005)

«Per tutti quelli che, come noi credono nel socialismo, quello che la Cina sta facendo rappresenta una speranza. Non è azzardato affermare che il futuro del socialismo nei prossimi decenni dipenderà in larga misura da quello che la Cina saprà realizzare». (Fidel Castro, 2007)

Anche nell’epoca post-maoista il Partito Comunista Cinese mantiene quindi il controllo macroeconomico complessivo della sempre più possente struttura economico-finanziaria del paese, seppur al prezzo di ampie concessioni al ritorno di forme di capitalismo privato.

Gli stessi dirigenti comunisti cinesi sono coscienti di non avere un regime socialista, ma parlano di una necessaria «fase di sviluppo delle forze produttive», della volontà di promuovere una «globalizzazione socialista» e una «cooperazione internazionale pacifica» come linee-guida delle relazioni con il resto del mondo. Sicuramente non è il socialismo sovietico. Sicuramente non è il «vogliamo tutto e subito» gridato dagli estremisti sessantottini e dai loro nipotini dei centri sociali odierni, che con il loro utopismo non riescono a costruire nulla di rilevante. Rimane il fatto che mai nella Storia alcun paese abbia avuto un simile progresso, impressionante a livello quantitativo e qualitativo, come quello della Cina post-maoista. Chi bolla Pechino di essersi venduta al capitalismo dovrebbe rifletterci sopra, magari sospendere il giudizio, provare ad approfondire la questione e ricordare che alla fin fine al comando laggiù c’è sempre il Partito Comunista. 

Certo, le contraddizioni sono presenti, ma si possono ricordare una serie di dati che dovrebbero porre quantomeno il dubbio nel lettore. Andiamo ad elencarli.

1) Dalla svolta di Deng Xiaoping ad oggi il PCC ha eliminato la povertà nel paese, facendo uscire circa 800 milioni di persone dalla povertà. Un esempio di come si proceda in Cina per eliminare la povertà è dato dal fatto che nel 2007 sono state eliminate tutte le tasse ed imposte per i contadini autonomi dei distretti e province più poveri delle regioni centrali ed occidentali del paese, in cui vive una popolazione pari a diverse decine di milioni di unità. Nel 1949 la vita media dei cinesi era di 40 anni; negli ultimi dati (2018-19) è arrivata a 77 anni, praticamente pari agli indici occidentali.

2) I salari sono aumentati di svariate volte negli ultimi decenni, come ammesso a denti stretti da studiosi anticomunisti come F. Zakaria; ciò in modo decisamente asimmetrico rispetto all’Italia (dove tra 2000 e 2013 il reddito dei lavoratori è addirittura calato) ed al mondo occidentale. Le donne vanno in pensione a 50 anni, gli uomini a 60 anni (in Italia per entrambi i sessi si va per i 67 anni). Il tasso di disoccupazione complessivo si attesta intorno al 4,1% (dati 2015; in Italia è cronicamente oscillante sul 10%).

3) Secondo un’indagine condotta dalla banca elvetica Credit Suisse, nel 2013 il salario medio mensile dei giovani 30enni cinesi è di circa 1.100 euro, il 15% in più rispetto ai loro genitori. La tendenza, che prosegue anche in questo ultimo decennio, evidenzia come ormai i salari cinesi stiano diventando più alti di quelli della media europea.

4) Dal 1977 fino al 2008 la crescita media del prodotto nazionale lordo cinese è risultata pari al 9,7% annuo e soprattutto immune alle crisi recessive tipiche del modo di produzione capitalistico contemporaneo.

5) La Cina rimane un punto fermo nello sviluppo delle energie rinnovabili, rappresentando quasi il 40% dell’espansione globale e il 60% della crescita non Ocse. La produzione di pannelli solari tra il 2009 e il 2011 è quadruplicata, fino a rappresentare l’80% di quelli installati in Europa e il 63% della produzione mondiale. Già secondo produttore di energia solare al mondo dopo la Germania, la Cina ha nel Huanghe Hydropower Golmud Solar Park la più grande centrale a energia solare del mondo, con una capacità da 317 GW all’anno. Dal 2010 è il primo produttore di energia eolica del mondo. Il paese nel 2015 si è confermato come di gran lunga il più importante investitore del mondo, con 111 miliardi di dollari, una spesa doppia rispetto a quella degli Stati Uniti (56 miliardi).

6) La Cina è tuttora guidata dal Partito Comunista Cinese (PCC), che con oltre 90 milioni di membri (dati 2019), è il più grande partito politico del mondo. Per entrare nel PCC gli aspiranti aderenti devono seguire un corso di formazione che dura 2 anni (6 mesi dei quali sono dedicati esclusivamente all’apprendimento del marxismo-leninismo), durante i quali i candidati vengono giudicati anche in base alla loro vita privata e pubblica, al fine di evitare l’ingresso di spie, traditori o sabotatori.

7) La Costituzione cinese proibisce a qualsiasi organizzazione o individuo di violare, occupare o sabotare la proprietà statale e collettiva. Lo Stato tutela i legittimi diritti ed interessi dell’economia individuale, dell’economia privata e delle altre economie non statali. La legittima proprietà privata dei cittadini non può essere violata. La tendenza attuale, durante la segreteria Xi Jinping, è però quella di attuare un maggiore controllo politico sulle attività private, come mostra il “caso Ali Baba” di Jack Ma.

8) Vige il totale monopolio statale del settore militare-industriale, spaziale e telecomunicazioni. Totale controllo pubblico anche sulla ricerca scientifica e sul settore high-tech. Rimane anche il possesso e controllo statale della stragrande maggioranza delle risorse naturali del paese, a partire da quelle idriche ed energetiche.

9) Il sistema finanziario è principalmente al servizio dello Stato, che infatti se ne serve anche «per scopi come la lotta all’evasione fiscale» come riconosciuto anche da studiosi anticomunisti. Le autorità statali centrali mantengono un ferreo controllo anche sulla moneta yuan (o renminbi) e di conseguenza possono governare larga parte dei flussi finanziari da e verso la Cina.

10) Nonostante una tendenza alla liberalizzazione dei prezzi, lo Stato mantiene il potere reale di fissare dall’alto per via politica i prezzi di alcuni beni e servizi, come è successo nei primi mesi del 2008 per alcuni beni popolari essenziali come benzina, grano, latte e uova al fine di combattere la crescente inflazione (misure analoghe sono state prese nel 1996 e 2003) e mantenere (se non accrescere) il potere d’acquisto popolare.

11) Benché abbiano ampia libertà di azione nelle “zone speciali”, nel resto del paese le multinazionali occidentali sono costrette ad agire alle rigide condizioni del Governo: quasi tutte sono state costrette ad accettare di costruire joint-ventures alla pari (50% a 50%) con aziende statali per operare in terra cinese. Lo Stato spesso procede poi alla riacquisizione dell’intera proprietà di alcune di queste joint-ventures.

12) La tendenza generale è verso la sindacalizzazione di massa, che permette ai lavoratori di esercitare una costante interazione con il Partito e lo Stato, ottenendo di trattare in rapporti di forza favorevoli anche con il padronato presente nelle aziende private: dal 1° gennaio 2008 è entrata in vigore una nuova legge politico-sindacale che prevede tutele più efficaci per i lavoratori quali la fissazione di un salario minimo, l’obbligo di pagamento degli straordinari, la liquidazione per i licenziati e difficoltà maggiori per le assunzioni temporanee, in netta controtendenza con il clima politico-economico dominante attualmente in Italia e nel mondo occidentale.

13) Il settore collettivistico (di matrice statale e cooperativo) mantiene una larga egemonia. Il 3 settembre del 2007 il Quotidiano del Popolo di Pechino, l’organo di stampa più prestigioso del PCC, ha riportato che nel 2006 le 500 imprese più grandi della Cina (ivi comprese banche, settore petrolifero, e degli armamenti, ecc.) controllavano e possedevano l’83,3% del PNL cinese, in netto aumento rispetto al 78% del 2005 ed al solo 55,3% del 2001: tra questi 500 grandi colossi, 349 e quasi il 70% del totale sono di proprietà statale, in modo completo o con una quota di maggioranza della sfera pubblica. Il giro d’affari e le vendite delle imprese statali risulta di 14,9 migliaia di miliardi di yuan su un totale di 17,5 migliaia di miliardi di yuan di vendita globale collezionati dalle prime 500 imprese, pari a circa l’85% dell’insieme del giro d’affari della ricchezza prodotta da queste ultime; visto che la quota dei “500 big” sul prodotto nazionale lordo cinese era pari al sopracitato 83,3%, la quota percentuale delle 349 imprese statali sul PIL cinese ufficiale risultava pari a più del 70% e quasi tre quarti della ricchezza globale cinese.

14) Il Fondo Monetario internazionale (dati 2004) ha stimato che, se già nel 1980 le cooperative non agricole di villaggio impiegavano circa 30 milioni di lavoratori, nel 2003 la cifra è salita a 130 milioni di unità lavorative, rimanendo quasi invariata negli ultimi 4 anni e comprendendo circa il 20% della forza lavorativa cinese. Nel 1990 la proprietà delle imprese di municipalità e villaggio è stata conferita collettivamente a tutti gli abitanti del municipio o del villaggio interessato. Il potere di assumere o licenziare i direttori delle imprese è conferito alle autorità locali, con la possibilità di demandare tale scelta a una struttura governativa. Anche la distribuzione dei profitti è stata sottoposta a normativa, introducendo l’obbligo del reinvestimento nell’impresa di più del 50% dei profitti per modernizzare e ingrandire gli impianti e per finanziare servizi e gratifiche per i lavoratori, mentre la quasi totalità di quel che resta deve essere impiegata per infrastrutture agricole, miglioramenti tecnologici, servizi pubblici e investimenti di nuove imprese. Nel 2002 ammontano a circa 100 milioni gli associati delle cooperative cinesi facenti parte dell’Alleanza Internazionale delle Cooperative, mentre nel 2003 le 94.711 cooperative cinesi (di tutti i generi e tipologie) contano al loro interno la modica cifra di 1.193.000.000 di uomini e donne associati a vario titolo.

15) Il presidente cinese Xi Jinping guadagna 19.200 euro l’anno, circa 1.600 euro al mese. Davvero poco se si pensa che il Presidente della Repubblica italiana e il Presidente degli USA guadagnano rispettivamente 20.000 e 28.750 euro ogni 30 giorni.

16) La politica estera cinese, da Deng in poi, si basa sulla coesistenza pacifica e la cooperazione economica con tutti i paesi del globo e, come lato nettamente subordinato, sulla lotta all’egemonismo e alla tendenza statunitense volta ad acquisire il dominio planetario. Di qui la serie di alleanze, trattati e dichiarazioni di amicizia con i BRICS e i paesi dell’America Latina; di qui anche gli ampi investimenti della Cina nel continente africano, con reciproco vantaggio. In molti parlano di imperialismo: chiaro l’intento politico dell’accusa occidental-borghese, che cerca di screditare la Cina in ogni maniera; più grave che l’accusa venga anche da aree “comuniste”, caratterizzate nella gran parte delle volte dall’adesione ad un’analisi di tipo trockijsta che parte dalla riproposizione dogmatica dei testi di Lenin, mancando così un approccio dialettico che tenga conto perfino dei giudizi dei partiti comunisti degli stessi paesi africani (ma si potrebbero ricordare anche i giudizi positivi sulla Cina dati da Fidel Castro, dai venezuelani, ecc.). In realtà la buona tecnologia a prezzi contenuti che la Cina offre nei suoi prodotti ha consentito ad esempio a molti paesi africani la possibilità di ottenere la telefonia cellulare senza passare dalla rete telefonica tradizionale, spesso carente. Gli statunitensi bombardano e armano i terroristi islamici; i cinesi commerciano, investono e fanno prestiti poco onerosi (non mancano peraltro saltuarie cancellazioni del debito) per i governi locali, con cui si relazionano in maniera paritaria e senza interferire nei loro affari politici interni, offrendo una sponda decisiva per la modernizzazione delle infrastrutture locali. La sintesi migliore l’ha offerta Sergio Ricaldone:

«Per gli Stati Uniti d´America la coppia capitale finanziario-cannoniere rimane l’inseparabile opzione di sempre e poggia su un bilancio militare di oltre 600 miliardi di dollari, su centinaia di basi militari sparse su gran parte del pianeta e sui B52 sempre pronti al decollo per esportare ovunque la “democrazia” modello Bagdad e Kabul. Si chiamava e si chiama imperialismo. La Cina, viceversa, pur non rinunciando ad ottenere mezzi adeguati alla sua difesa, si afferma invece, sui mercati e in politica estera, utilizzando un ben altro “arsenale”, quello finanziario e industriale. Nessun soldato cinese ha mai varcato le frontiere del paese. Le sue armi offensive sono: i prezzi competitivi e gli standard tecnologici dei suoi prodotti con cui “bombarda” e conquista i ricchi mercati del Nord; il libretto degli assegni con cui la Bank of China elargisce prestiti ai paesi in via di sviluppo, con tassi di interesse vicini allo zero; l’esercito di tecnici e operai che edificano modernissime infrastrutture in Africa, Asia e America latina. A giudicare dai risultati devono essere proprio queste le armi che fanno più paura all’imperialismo».

17) A partire dal 1981 i terreni vengono in gran parte divisi tra le famiglie contadine, anche se si mantiene (e vige tuttora) il diritto di proprietà collettiva sugli appezzamenti rurali dei quali i produttori autonomi hanno l’usufrutto, come avviene del resto in Unione Sovietica tra il 1917 ed il 1929 prima della grande ondata di collettivizzazione nelle campagne.

Il suolo cinese rimane tuttora di proprietà pubblica e viene concesso legalmente in usufrutto a privati solo in determinate condizioni e con l’approvazione preventiva dello Stato. Ancora recentemente l’assemblea legislativa cinese ha rifiutato qualunque proposta di privatizzazione della terra in Cina ed il 30 gennaio del 2007 Chen Xiwen, direttore dell’ufficio agricolo del governo centrale, dopo aver ribadito un secco diniego alle ipotesi di privatizzazione, ha notato che la terra viene data in usufrutto ai contadini per trent’anni e che ogni ipotesi di subaffitto del suolo da parte dei contadini alle imprese industriali sia da considerarsi come assolutamente illegale.

18) Mentre nel 1978 le riserve valutarie statali risultano pari solo a 3 miliardi di dollari, nel 2017 l’agenzia Reuters riportava il significativo dato di circa 3 mila miliardi di dollari; si tratta di un’enorme massa di denaro e risorse di proprietà pubblica convertibili in ogni momento con facilità; un’altra enorme quota di ricchezza saldamente in mano all’apparato statale ed a potenziale disposizione dei bisogni dello Stato e del popolo cinese.

19) Tutti i principali dirigenti del PCC hanno sempre dichiarato fedeltà alla costruzione della via cinese al socialismo, sottolineandone, in ossequio alla dottrina marxista-leninista, i tempi lunghi. Il primo passo, segnato dalla necessità di sviluppare i mezzi di produzione, è in pieno sviluppo. Il PIL cinese è quadruplicato dal 1980 al 2000, più che raddoppiato dal 2000 al 2008 e infine nel 2014 è avvenuto uno storico sorpasso, che ha portato la Cina a diventare la prima potenza economica mondiale, scalzando dal trono gli USA che occupavano tale posto dal 1872. Molti studiosi e media contestano questo sorpasso rifiutando i calcoli, svolti analizzando il differente potere d’acquisto popolare, ma poco cambia: tutte le stime parlano ormai a denti stretti dell’inevitabile sorpasso cinese, anche a fronte di diversi parametri, entro la fine degli attuali anni ’20.

20) La studiosa anticomunista Bergère ha rilevato correttamente che «il regime comunista cinese ha in sé una doppia eredità: marxista-leninista e maoista. Esso è più fedele al primo che al secondo. Questa fedeltà si manifesta, da un lato, con la persistenza dell’ideologia che esalta il socialismo e il ruolo dirigente del Partito e dall’altro, con la permanenza di un sistema istituzionale fondato sulla triplice gerarchia del Partito, dello Stato e dell’esercito». Fin dal marzo 1979 Deng Xiaoping ed il partito comunista cinese hanno affermato con forza, e ribadito costantemente, la teoria dei Quattro Principi (tanto che nel 1997 il XV congresso del Partito li ha perfino iscritti nel proprio statuto): la via socialista, il marxismo-leninismo, il pensiero di Mao Tse-tung e la dittatura democratica del popolo sotto la guida del Partito.

Quest’ultimo punto è particolarmente pregnante e merita di essere approfondito: quando gli opinionisti affermano che la Cina sia ormai un sistema capitalista dovrebbero chiedersi perché tutti i principali leader ribadiscano costantemente l’orizzonte ultimo del socialismo, ammettendo che il ricorso a strumenti e pratiche dell’economia di mercato mutuate dal capitalismo sia solo tattico e temporaneo, non strategico e definitivo. 

In un discorso del 1985 ecco quanto afferma Deng Xiaoping:

«Noi dobbiamo imparare dai popoli dei paesi capitalistici. Dobbiamo far uso della scienza e della tecnologia che essi hanno sviluppato, e di quegli elementi della loro conoscenza ed esperienza accumulata che possono essere adattati al nostro uso. Mentre importeremo tecnologia avanzata e altre cose per noi utili dai paesi capitalistici – in modo selettivo e pianificato – non impareremo mai né importeremo mai il sistema capitalista».

Così invece Jiang Zemin, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese dal 1989 al 2002, in un rapporto congressuale del 2001: 

«Non dobbiamo perdere di vista il fatto che il nostro paese si trova e si troverà ancora per molto tempo in una fase inferiore del socialismo. Così, lo stato di benessere che abbiamo raggiunto si situa ancora ad un livello basso, ciò che denota le lacune dovute a grandi ineguaglianze dello sviluppo: la contraddizione fra i bisogni culturali e materiali crescenti del popolo e il ritardo della produzione sociale costituisce sempre la principale contraddizione della nostra società… Il dualismo città-campagna resta immutato… le popolazioni povere sono ancora numerose… La spinta demografica rimane tuttora forte… Dobbiamo far fronte, continuamente, alle pressioni cui siamo soggetti a causa della superiorità dei paesi sviluppati nei settori della scienza, economia, tecnologia…»

Di seguito Hu Jintao, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese dal 2002 al 2012, in un discorso tenuto all’Assemblea Nazionale del Popolo a Pechino, il 1° luglio 2011: 

«I comunisti cinesi credono fermamente che la teoria fondamentale del marxismo è una teoria scientifica. Hanno la ferma convinzione che il marxismo deve essere arricchito e svilupparsi senza sosta in rapporto a come si approfondisce la pratica. Non considerano il marxismo come un dogma rigido, stereotipato e svuotato di ogni senso. Per il marxismo la pratica reale è la fonte della teoria. […] il sistema teorico del socialismo con caratteristiche cinesi è una dottrina corretta che guida il nostro Partito e il nostro popolo sulla via del socialismo con caratteristiche cinesi per realizzare il grande rinnovamento della nostra nazione. Il nostro Partito, che ha saputo sempre combinare i principi fondamentali del marxismo con la realtà cinese, ha creato due grandi teorie nel corso del processo di sinizzazione del marxismo. Una è quella di Mao Tse-tung che, in quanto marxismo-leninismo applicato e sviluppato in Cina, ha dato in maniera sistematica una risposta alla questione relativa al modo di compiere tanto la rivoluzione di nuova democrazia quanto la rivoluzione socialista in un vasto paese orientale semi-coloniale e semi-feudale, e ha proceduto a delle ricerche laboriose per sapere quale tipo di socialismo noi dovevamo costruire e come dovevamo farlo. Formulando delle idee innovatrici, essa ha arricchito il tesoro marxista con un nuovo apporto. L’altra è costituita dal sistema teorico del socialismo con caratteristiche cinesi. Essa è nei fatti un sistema scientifico creato a partire dalla teoria di Deng Xiaoping, dall’importante pensiero delle Tre Rappresentanze e da una serie di innovazioni strategiche maggiori, tra le quali il concetto di sviluppo scientifico. In quanto evoluzione del pensiero di Mao Tse-tung, essa ha egualmente dato in maniera sistematica una risposta ad una serie di questioni importanti, quali “che tipo di socialismo si deve costruire in un grande paese in via di sviluppo come la Cina che conta più di un miliardo di abitanti?”, “come edificare il socialismo?”, “che tipo di partito dobbiamo costruire e in che modo dobbiamo farlo?”»

Per quanto riguarda Xi Jinping, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese dal 2012 (al momento in cui si scrive tuttora in carica), nel 2011 si esprime così: 

«I dirigenti ed i quadri del partito devono dare grande importanza allo studio delle teorie marxiste e applicarle creativamente nell’analizzare e risolvere i problemi pratici del paese. I quadri politici non possono agire senza la guida della filosofia marxista, degli strumenti del materialismo dialettico e del materialismo storico nell’effettuare giudizi adeguati sulle diverse situazioni, nel mantenere la mente fredda nelle situazioni più complesse. […] La purezza ideologica richiede che tutte le organizzazioni, gli iscritti e i dirigenti del Partito continuino ad assumere come proprio principio guida il marxismo e i raggiungimenti [teorici] dell’adattamento del marxismo alle condizioni cinesi; che mantengano incrollabile la convinzione negli ideali del socialismo e del comunismo; che seguano la linea ideologica marxista del “ricercare la verità attraverso i fatti”; che resistano strenuamente alla penetrazione di idee anti-marxiste; e che assumano una posizione contro le idee erronee che vanno contro i principi del marxismo. […] Rafforzare lo sviluppo del Partito e preservare la sua purezza costituiscono un fondamentale e persistente sforzo che richiederà azione continua e innovazione nel corso della pratica».

Il 1° luglio 2016, nel giorno del 95° anniversario dalla fondazione del partito, il presidente Xi Jinping si rivolge ai milioni di iscritti con un appello a seguire le sue radici marxiste per consentire al paese di proseguire sulla strada del «grande ringiovanimento», un tema centrale dell’amministrazione di Pechino. «La storia ci dice che la scelta del popolo cinese di affidare al Partito Comunista la guida verso il grande ringiovanimento della civiltà è stata giusta e che anche il percorso del Partito verso lo sviluppo di un socialismo con caratteristiche cinesi è corretto», ha detto Xi durante il suo discorso nella Grande Sala del Popolo a Pechino. Il discorso, trasmesso in tv, è stato uno dei più lunghi della sua presidenza, in cui Xi ha presentato la sua ideologia ortodossa a scapito di quelle maggiori riforme che qualcuno si aspettava sulla scia della sua ascesa al potere avvenuta nel 2012. «Il marxismo deve essere il principio guida di base fondamentale», ha proseguito il presidente, «o il Partito perderebbe la sua anima e la sua direzione». Da notare che l’adesione al PCC non è automatica. Su 22 milioni di cinesi che hanno richiesto l’adesione al Partito nel 2015, meno di due milioni sono stati accettati. L’adesione al Partito è aperta alle classi sociali che collaborano alla costruzione del “socialismo con caratteristiche cinesi”; quindi anche i «capitalisti patriottici». Nel 2015 la categoria più numerosa tra i membri del Partito è stata quella dei contadini, col 29,6% del totale, mentre gli operai sono poco più dell’8%.

Circa il 14% dei membri ricadono nella categoria di professionisti autonomi, manager e personale tecnico di imprese private e pubbliche. L’8% sono dipendenti statali e dell’apparato del Partito, il 10% fa parte di quadri amministrativi. Il restante è diviso tra il grande numero di studenti e categorie minori. Durante la presidenza di Xi Jinping è stata lanciata una grande campagna contro la corruzione nel Partito che ha portato all’espulsione di molto membri che usavano la loro posizione per vantaggi personali, anche ai massimi livelli, come testimonia ad esempio l’espulsione di Sun Zhencai, membro dell’Ufficio Politico. Mentre la vulgata riporta che essere membri del Partito porti molti vantaggi a fronte di poche ore di attività politica al mese, va ricordato anche che chi fa parte del Partito è sottoposto a un regime legale più restrittivo rispetto al resto della società.

7) Le lezioni apprese dalla fine dell’URSS

«Nel nostro paese, l’ideologia borghese e piccolo borghese, le idee antimarxiste sussisteranno ancora a lungo. Nel complesso, da noi, il sistema socialista è stato instaurato. Per l’essenziale, noi abbiamo concluso la trasformazione della proprietà dei mezzi di produzione, ma sul fronte politico e sul fronte ideologico la vittoria non è ancora completa. Sul piano ideologico, il problema di sapere chi avrà la meglio, il proletariato o la borghesia, non è ancora veramente risolto. Noi dovremo condurre una lunga lotta contro l’ideologia borghese e piccolo-borghese. Sarebbe un errore non comprendere questo punto, rinunciare alla lotta ideologica. Ogni idea errata, ogni erba velenosa, ogni genio malefico devono venire sottoposti alla critica: non bisogna mai lasciar loro libero campo. Ma questa critica dev’essere fondata completamente sull’argomentazione, deve essere analitica e convincente, non deve essere brutale, burocratica, metafisica o dogmatica». (Mao Tse-tung, da Intervento alla conferenza nazionali del Partito Comunista Cinese sul lavoro di propaganda, 12 marzo 1957)

Il percorso intrapreso dalla Cina post-maoista è estremamente rischioso: lo sviluppo, seppur tattico, delle forze produttive fondato su rapporti di produzione capitalistici, con un’ampia liberalizzazione nell’accesso di aziende private multinazionali nel paese, comporta la necessità di mantenere saldamente il potere politico nelle mani del Partito Comunista.

Rimangono rischi notevoli anche in questo caso: innanzitutto la degenerazione ideologica di massa, ossia il rischio di una rivoluzione passiva sul piano dell’egemonia culturale, con l’abbandono di istanze critiche verso il sistema capitalistico da parte del complesso della società; in secondo luogo, strettamente intrecciato ad esso e dalle conseguenze immediate più importanti, la necessità di evitare una degenerazione ideologica interna verso forme di revisionismo che minino la natura ideologica marxista-leninista del Partito. 

La dirigenza cinese è ben cosciente di tali problematiche e non si stanca di denunciare i rischi dell’ideologia capitalista occidentale, come è stato messo in rilievo dal New York Times che nel 2013 ha pubblicato un documento segreto interno al PCC: 

«Ci sono sette idee “sovversive” di stampo occidentale che minacciano la società cinese. Ad elencarle è un documento segreto stilato dal Partito comunista cinese […]. Fra questi pericoli, spiccano alcuni spauracchi storici dell’ideologia comunista, come il neo liberalismo economico [ossia il liberismo, ndr] e le critiche “nichiliste” sul passato del partito comunista. Ma il Documento numero 9 cita anche la promozione della “democrazia costituzionale occidentale” e dei “valori universali” in merito ai diritti umani, l’indipendenza dei media e la partecipazione della società civile. “Le forze occidentali ostili alla Cina e i dissidenti cercano di infiltrare costantemente la sfera ideologica”, si legge nel documento. Il testo, scrive il quotidiano, è stato messo a punto in aprile ed ha chiaramente l’imprimatur del leader del partito e presidente cinese Xi Jinping».

Il modo migliore per prevenire tali pericoli ideologici è identificato dal PCC nella promozione della cultura marxista fin dall’ambito scolastico:

«Sviluppare il senso politico delle nuove generazioni: sembrerebbe questa in sintesi la priorità della Repubblica Popolare Cinese. Nell’ambito infatti di una due giorni di riunioni sull’educazione politica nelle scuole cinesi conclusasi pochi giorni fa, il presidente Xi Jinping ha ribadito l’importanza di integrare negli studi liceali il lavoro ideologico, sottolineando la necessità di una ferma leadership del Partito Comunista Cinese (PCC) nell’educazione superiore, poiché essa rappresenta un fattore chiave del potenziale di sviluppo dell’immenso paese asiatico. In tal senso l’indicazione di lavoro più concreta è quella di costruire, in ciascun istituto scolastico, delle cellule del Partito. L’istruzione superiore porta su di sé la grande responsabilità di coltivare i successori alla causa socialista, ha spiegato il leader cinese, il quale ha esplicitamente indicato la necessità strategica per lo Stato di investire nelle università affinché esse possano competere ed arrivare ai primi posti nelle graduatorie accademiche internazionali. In pratica mentre l’Occidente, oltre a riempire le proprie facoltà di scienziati borghesi, taglia i fondi alla ricerca universitaria; la Cina risponde con scienziati dichiaratamente comunisti e continuando a investire ingenti somme di denaro nella formazione. Gli istituti scolastici della Repubblica Popolare “sottostanno alla direzione del Partito Comunista Cinese”, ha chiarito Xi senza tanti giri di parole e “l’educazione superiore deve essere guidata dal marxismo”. Gli studenti “dovrebbero essere incoraggiati a integrare i propri ideali e le proprie ambizioni all’interno della causa nazionale”. Insomma quasi una parafrasi del famoso detto leninista: “fate della nazione la causa del popolo e la causa del popolo sarà quella della nazione”! Il lavoro ideologico “deve avere come focus gli studenti, avere cura di loro, essere al loro servizio, aiutandoli a migliorare la propria consapevolezza politica e qualità umanistica”, ha spiegato il presidente cinese riprendendo una massima maoista di un tempo che solo in Europa pare lontano. Il tutto nell’ottica di consentire ai giovani cinesi di sviluppare sia le competenze sia l’integrità morale. Gli studenti – ha aggiunto ancora Xi – “devono sviluppare un senso di convinzione e fiducia nei più alti ideali comunisti e nel socialismo con caratteristiche cinesi”, invitando le direzioni dei licei a rafforzare l’insegnamento teorico in ambito ideologico attraverso riforme didattiche per rendere l’educazione politica più attraente alle nuove generazioni. Nel contempo Xi ha invitato i funzionari del Partito Comunista a relazionarsi con maggiore regolarità e umiltà con gli intellettuali e di ascoltare le loro opinioni».

Chiudiamo questa rassegna con un’analisi realizzata da Alberto Ferretti, che pone l’attenzione sui rischi insiti al fenomeno della corruzione ma anche sulla lezione appresa dalla caduta dell’URSS da parte della dirigenza cinese:

«Con uno sguardo al presente, rispetto alla questione delle riforme in seno al socialismo, possiamo dire che l’esperienza cinese – vero e proprio laboratorio di innovazioni pratiche e riforme all’interno del Sistema socialista – prova che l’inclusione cosciente di elementi capitalistici nel più vasto quadro dell’economia pianificata non solo può contribuire positivamente a migliorare i meccanismi economici della parte pubblica dell’economia, ma la preponderanza della parte pubblica aiuta quella privata a non estremizzarsi verso la predazione finanziaria ed essere più performante a sua volta, in un rapporto dialettico positivo se controllato da un Partito saldo nei principi e competente tecnocraticamente. Il capitale, in questo contesto, tende a seguire fiduciosamente gli investimenti di Stato e si radica in attività industriali produttive, invece di perdersi nei rivoli del commercio illegale e della speculazione. Per questo il PCC e la nuova dirigenza unita intorno al Segretario Xi Jinping, ha identificato nella corruzione il potenziale elemento disgregatore del sistema. Questa corruzione si era sviluppata negli anni dello sviluppo “disordinato e anarchico”, il laissez-faire rappresentato dal periodo di Hu Jintao al governo. Il PCC ha studiato e fatto tesoro degli errori dell’URSS, appena descritti, commessi al tornante storico dell’adattamento del socialismo alle mutate condizioni storiche degli anni ’80 e alla sfida rappresentata dal capitalismo neo-liberista trionfante all’epoca. Il socialismo cinese attuale si impernia su queste due tendenze economiche, ma a differenza dell’URSS, gli elementi capitalistici emersi gradualmente e ufficializzati non possono che adeguarsi all’egemonia del proletariato che detiene le redini del potere politico, e prendere la forma non già di elemento disgregatore e distruttivo, ma di elemento gregario e leale. Non certo perché sono capitalisti cinesi siano buoni, ma perché non hanno scelta: arricchirsi sì, ma con le regole scritte e all’interno dei limiti concessi dal Partito, non contro il Partito e lo Stato. Come abbiamo avuto modo di dire […] questa è la sfida propria alla Cina contemporanea in questa fase storica, ed è su questo aspetto – ossia quello delle riforme all’interno del quadro socialista, siano esse nel senso del mercato o nel senso di una socializzazione più spinta – che senza dubbio l’URSS e la sua dirigenza hanno fallito. Tuttavia la loro opera ha fornito preziosi elementi di riflessione per la pratica politica degli Stati socialisti odierni – che possono contare su quell’esperienza, purtroppo finita male (anche perché l’URSS fu il primo Stato operaio a ritrovarsi ad affrontare problemi economici di tale portata, per i quali non aveva alcun appiglio storico a cui fare riferimento nel risolverli) – nell’orientarsi e sopravvivere nel tornante storico attuale in cui il capitalismo è ancora il sistema di produzione prevalente su scala globale».

La vera sfida sarà riuscire a mantenere un gruppo dirigente realmente comunista finché non si sarà riusciti ad adempiere effettivamente alla società socialista e comunista, come recita il preambolo dello Statuto del Partito Comunista Cinese: 

«I più alti ideali comunisti perseguiti dai comunisti cinesi non potranno essere realizzati se non quando la società socialista sarà pienamente sviluppata e assai avanzata. Lo sviluppo e il miglioramento del sistema socialista è un processo storico di lunga durata. Sin quando i comunisti cinesi sosterranno i principi fondamentali del Marxismo-Leninismo e seguiranno la via corrispondente alle specifiche condizioni della Cina e volontariamente scelta dal popolo cinese, la causa socialista in Cina sarà coronata dalla vittoria finale. […] La Cina si trova ora nella prima tappa del socialismo e vi rimarrà per un lungo periodo. Si tratta di una tappa storica che non può fare a meno della modernizzazione socialista in una Cina che è arretrata economicamente e culturalmente. Essa durerà più di un centinaio di anni».

8) La Cina è vicina?

Il “caso” cinese offre molti insegnamenti utili al movimento comunista occidentale, ed in particolar modo a quello italiano. Al di là degli spunti storici e dell’ingente bagaglio esperienziale accumulato dal PCC, di cui sappiamo ancora pochissimo, e che dovrà necessariamente costituire materiale di studio per i prossimi anni, c’è da ribadire un punto politico essenziale: la Cina, guidata dal Partito Comunista, sta prendendo in mano le redini della globalizzazione, con la possibilità concreta di darle finalmente un “volto umano” che ponga termine ai 35 mila morti di fame quotidiani denunciati dall’ONU. La globalizzazione imperialista è stata l’affermazione neocoloniale dell’Occidente che per oltre mezzo secolo ha così risposto alla decolonizzazione politica, mantenendo nella servitù sostanziale il “terzo mondo”. Una globalizzazione diversa si affaccia all’orizzonte a fronte dell’avanzamento della Cina nei rapporti di forza internazionali. L’affermazione della leadership cinese, specie se congiunta all’alleanza politico-militare con la Russia, che in tempi recenti sembra più solida che mai, può costituire effettivamente il grimaldello per affermare quel mondo multipolare che sembrava dover emergere già negli anni ’90, salvo poi essere ricacciato indietro dalla nuova offensiva imperialista occidentale scatenatasi nell’ultimo ventennio in ogni continente. Compito dei comunisti italiani è quindi anzitutto quello di comprendere i processi in corso, al fine di spiegarli alla classe lavoratrice locale, ragionando anche sulla possibilità concreta di sganciare l’Italia dalle strutture imperialiste della NATO e dell’Unione Europea, oggi apertamente contrapposte alla Cina, tanto da minacciare, soprattutto da parte di Washington, un possibile esito guerrafondaio per impedire il temuto “sorpasso” cinese. Parlare di una Cina imperialista è invece, allo stato attuale, un vero e proprio tradimento della causa operaia, sotto ogni punto di vista, e significa fare il gioco di Washington e della propaganda imperialista occidentale, tendente a demonizzare e screditare Pechino con ogni mezzo. I comunisti italiani dovrebbero invece presentare la Cina come modello virtuoso di paese capace di passare nel giro di 70 anni dal feudalesimo al primato economico mondiale, con un costante miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. La Cina è la dimostrazione concreta che un’adeguata organizzazione comunista può garantire un progresso continuo e pacifico di tutto il popolo. La storia degli ultimi 40 anni mostra che questo progresso può avvenire seguendo un percorso capace di tenere assieme utopia (l’orizzonte ultimo del comunismo) e concretezza, evitando il ripetersi di quelle tragedie sociali conseguenti al grande balzo in avanti e alla rivoluzione sociale. I comunisti italiani devono quindi difendere la Cina e possono prenderla come esempio brillante per la propria propaganda quotidiana, evidenziando l’importanza di avere un modello in cui la politica controlla l’economia, laddove per “politica” si intende un modello istituzionale caratterizzato dalla leadership dei comunisti. Un modello peraltro che non può essere accusato di totalitarismo, né tantomeno appiattito alla “dittatura del proletariato”, essendo da sempre presente un regime pluripartitico; inoltre da oltre un decennio è in corso un processo di rinnovamento in senso democratico delle procedure istituzionali per eleggere i rappresentanti popolari e gli amministratori delle comunità locali. È indubbio però che oggi il PCC è l’organizzazione partitica più potente nel globo, e dalle sue sorti dipenderanno non solo il destino del popolo cinese, ma anche quello del resto dell’umanità. Sarebbe infine un errore per i marxisti occidentali riproporre dogmaticamente la formula cinese, che nonostante i grandi successi riportati fino ad ora presenta anche molteplici contraddizioni e continua a presentare molte incognite per il futuro. È certamente possibile conciliare socialismo e mercato, ma con non pochi rischi; soprattutto non c’è alcuna ragione di farlo qualora le condizioni materiali, ossia lo sviluppo delle forze produttive, consentano fin da subito di adottare una forma superiore di organizzazione, il socialismo puro, reso oggi ancor più possibile grazie ai progressi avvenuti nei campi dell’informatica e delle comunicazioni. L’Italia, come gli altri paesi occidentali che oggi sono alleati subalterni dell’imperialismo statunitense, ha tutti i mezzi e le condizioni tecniche per garantire il passaggio dal regime capitalista a quello socialista, consentendo cioè il miglioramento delle condizioni di vita di almeno il 90% della popolazione. Il problema principale da noi infatti non è affermare un regime economico “misto” sotto il controllo della politica, cosa che serve tuttora ai cinesi a proseguire lo sviluppo delle forze produttive e che in Italia è stato applicato pur proficuamente negli anni della prima Repubblica dalla Democrazia Cristiana; il problema è conquistare il potere politico e spezzare i vincoli che legano la nostra società alle catene dell’imperialismo occidentale. Un simile processo non può che essere rivoluzionario, e quindi comportare la necessità di uno strappo netto nell’assetto della struttura economica del paese. Detto in parole povere: continuiamo a studiare e supportare criticamente il modello socialista cinese, sia per il ruolo progressivo che svolge a livello globale, sia per i successi ottenuti in politica interna, ma evitiamo di ripetere errori già compiuti in passato, riaffermando in maniera dogmatica tali formule. Ragioniamo piuttosto sulla necessità di adattare adeguatamente il marxismo-leninismo al contesto italiano, partendo dall’esame dei limiti storici e politici che ha riscontrato la strategia della “via italiana al socialismo” portata avanti dal PCI dopo il 1956.