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“La solitudine di Evo”

Bolivia, intervista all’ex ministro nel governo di Evo Morales, Hugo Moldiz*

*Hugo Moldiz, ex ministro boliviano nel governo di Evo Morales, appartiene all’ala marxista più radicale del Movimento al Socialismo (MAS).

Avvocato e saggista, è autore di un recente libro sul colpo di Stato in Bolivia in cui analizza “la solitudine di Evo” criticando

la svolta verso le classi medie e la linea del “capitalismo andino amazzonico” che si è imposta in quello che Moldiz definisce

il “terzo periodo della rivoluzione boliviana”. Dall’ambasciata del Messico a La Paz, dove si è rifugiato insieme ad altri 6 ex funzionari,

ha accettato di rispondere alle nostre domande.

a cura di Geraldina Colotti

Cosa sta succedendo in Bolivia?

C’è una crisi a tre dimensioni: una dimensione politica che ha avuto origine nel novembre dell’anno scorso, a partire da una strategia di destabilizzazione contro il processo di cambiamento del presidente Evo Morales, che si era messa in marcia un mese prima delle elezioni del 20 di ottobre e che è continuata dopo le elezioni del 20. Con una differenza di oltre 10 punti dal candidato di opposizione, Evo aveva vinto le elezioni al primo turno, ma il blocco di destra ha reagito organizzando un colpo di Stato. Lo hanno negato, ma di questo si è trattato, di un colpo di Stato: perché, dopo la rinuncia della presidente del Senato, Adriana Salvatierra, seguita a quella di Evo e del vicepresidente Álvaro García, si sarebbe dovuto procedere a una votazione, ma a quel punto la signora Jeanine Áñez si è autoproclamata presidente, il governo è stato lasciato senza difesa militare e si è imposta la rinuncia forzata del presidente. Di certo, nonostante le numerose avvisaglie, il movimento non ha reagito a tempo, non era più in condizione perché negli anni ha perso autonomia, capacità di auto-organizzarsi e di auto-rappresentarsi. La crisi politica si prolunga anche per via del continuo rinvio delle elezioni, che prima dovevano svolgersi a maggio, poi a settembre, ora sono state rimandate al 18 ottobre e si vede che il blocco di governo, formato da settori di estrema destra, sta facendo di tutto per rinviarle sine die. Áñez diceva di stare al governo per assolvere due compiti. Il primo era quello di pacificare il paese, cosa che non è avvenuta, visto il livello di persecuzione politica, di repressione, di assenza di libertà di espressione e violazione dei diritti umani, denunciato anche da Ong che non hanno simpatie di sinistra. Il secondo era quello di organizzare elezioni, e neanche questo si sta verificando, con il pretesto della pandemia, quando le elezioni che si sono svolte in diversi paesi dimostrano che non c’è incompatibilità tra diritto alla vita e diritti politici. La seconda dimensione è data dalla crisi economica, derivata da un governo che non ha idea di quel che fa, a parte favorire le forze che hanno organizzato il golpe. La terza è rappresentata dalla crisi sanitaria, prodotto di un’assenza totale di strategia governativa per contrastare il coronavirus, che è sfuggito al controllo e ha mostrato la corruzione e l’inconcludenza della gestione Áñez. Questa triplice crisi genera una situazione molto complicata che si può risolvere solo con elezioni generali che legittimino un governo costituzionale, qualunque esso sia, ma che abbia l’autorità per affrontare la pandemia e la fase successiva. Purtroppo, in Bolivia e nel resto dell’America Latina, siamo in balìa dell’Organizzazione degli Stati Americani, l’OSA, che non prende nessuna iniziativa a favore di un piano comune per l’economia latinoamericana, ma porta avanti solo gli interessi degli USA.

 

 

Come si presenta il quadro elettorale dal punto di vista degli interessi di classe?

C’è uno scontro tra un progetto di restaurazione oligarchica, conservatrice e imperialista, e un processo di cambiamento che deve essere approfondito, tra il ritorno a una caricatura di Stato repubblicano e l’approfondimento dello Stato plurinazionale. L’unica organizzazione che presenta candidati indigeni, che difende gli interessi dei popoli originari, dei contadini, dei lavoratori è il MAS che candida alla presidenza il ticket Luis Arce e David Choquehuanca. Il blocco di destra appare diviso tra una destra democratica liberale rappresentata da Carlos Mesa e un’estrema destra composta dal partito di Áñez nel governo, Fernando Camacho, punta di lancia del progetto golpista che conta sul consenso delle oligarchie separatiste di Santa Cruz, e l’ex presidente “Tuto” Quiroga, che ostenta una forza che non ha e che difficilmente potrà ottenere il sostegno elettorale di Áñez e di Camacho. I sondaggi dicono che, se si va alle elezioni, il MAS è il primo partito, con un distacco di almeno 10 punti su Carlos Mesa. Vincerebbe dunque al primo turno, ma la domanda è: con tutto quel che è stato fatto per mettere a punto il golpe, gli verrebbe permesso di vincere?

 

 

Tu hai avuto responsabilità di governo e hai analizzato limiti ed errori della gestione Morales nel libro “Golpe de Estado en Bolivia, la soledad de Evo”. Come si è arrivati al colpo di stato?

Il golpe ha cominciato a prender forma dal 21 febbraio del 2016, quando si è perso con scarso margine il referendum che avrebbe riformato la costituzione e permesso a Evo di candidarsi per un altro mandato. Poi, c’è stata una sentenza della Corte Costituzionale che ha comunque accolto il ricorso del presidente. Da lì le destre hanno attuato in modo congiunto, seppur con tattiche diverse, per imporre un golpe indipendentemente dalle urne. I cabildos della destra, a Santa Cruz, Cochabamba, a Potosí, hanno invitato alla “disobbedienza civile” per disconoscere i risultati del 20 ottobre. Un golpe annunciato, e per questo ci si domanda perché il governo non sia corso ai ripari per tempo. Questo ha a che vedere con il fatto che, per 14 anni non si è condotta a fondo una riforma degli apparati dello Stato, delle Forze Armate boliviane, della polizia. Ci si è accontentati dell’apparenza, degli slogan a favore del governo, ma la situazione che si stava preparando era tutt’altra. L’apparato è rimasto lo stesso degli anni 1960, modellato dalla dottrina della sicurezza USA, e in questo il governo ha avuto ben poca lungimiranza.

 

 

Qual è stato, secondo te, il punto di flessione che ha determinato la possibilità del colpo di stato?

Io credo siano stati due: il referendum perso nel 2016, ma anche un certo snaturamento del processo di cambiamento che ha sempre più spostato l’accento sul governo e meno sul potere popolare. Dal 2010, il partito di governo è stato un buon amministratore del progetto post-neoliberista, ma si è allontanato sempre di più da un progetto di cambiamento post-capitalista. Man mano che questo accadeva, i dirigenti hanno smesso di essere protagonisti delle lotte come avevamo fatto per tutti gli anni precedenti, si sono convertiti in spettatori. Non solo è necessario redistribuire la ricchezza, ma occorre anche generare coscienza politica. Per questo non si è dato importanza agli avvertimenti.

 

 

Molti si sono chiesti perché Morales e altri dirigenti come te siano andati fuori dal paese e non siano rimasti a combattere. Qual è stato il vostro ragionamento?

Non è facile capirlo. Evidentemente si è visto che, con il passare dei giorni, la possibilità di contrastare il golpe era minima, non si è verificata la mobilitazione indigena e contadina. Ma perché, dopo la rinuncia di Evo e di Álvaro si è chiesto anche a Salvaterra di rinunciare? In quel modo, da un lato si è favorito il racconto dei golpisti secondo il quale non c’era stato colpo di Stato, dall’altro si è dimenticato il sacrosanto principio che il potere si può perdere, ma non lo si lascia volontariamente. Sono lezioni che dovranno essere tenute in conto per il futuro.

 

 

Qual è la vostra situazione di esuli ora e cosa pensate di fare?

Siamo in 7 ad aver trovato rifugio, da novembre, nell’ambasciata del Messico in Bolivia. Il governo Áñez ci nega il salvacondotto, violando il diritto internazionale all’asilo. L’argomento che impiega la dittatura è che esiste un mandato di arresto. Una spiegazione insensata, perché il salvacondotto avrebbe dovuto esserci stato consegnato appena il Messico ha riconosciuto la nostra condizione di rifugiati, il 14 novembre: prima, cioè, che si organizzassero accuse e processi illegali contro di noi. Non ci danno il salvacondotto perché rappresentiamo trofei politici da esibire a una base sociale dura, di estrema destra. Quella che c’è in Bolivia è una democrazia di eccezione, apparente, che lascia pochi margini allo sviluppo di uno scenario democratico, perché non assomiglia neanche alla democrazia rappresentativa borghese, che è a sua volta basata sull’apparenza, ma almeno mostra alcuni tratti di legittimità e di legalità internazionale.

 

 

Da mesi, contro Morales si è scatenata una campagna di discredito tesa a demolirne l’immagine.

Ora si cerca di processarlo per adescamento di minorenni. Come lo spieghi?

Si cerca di screditare l’ex presidente per distruggerne l’immagine che è ancora molto popolare nel nucleo duro del processo di cambiamento boliviano, e costituisce circa il 30-35% dei voti; perché rappresenta gli interessi dei settori popolari, contadini, operai, dei popoli originari; perché ha guidato uno dei processi di cambiamento più importanti nella storia della Bolivia.

 

 

In Bolivia, così come in altre parti dell’America Latina e nei paesi capitalisti, i media sono attori fondamentali nei conflitti di quarta e quinta generazione. Fino a che punto è arrivata, con i governi Morales, la lotta contro il latifondo mediatico e cosa è possibile fare ora per invertire la tendenza?

In Bolivia come in altri paesi si è fatto poco per sviluppare i media alternativi, fondamentali per contrastare l’egemonia dei settori monopolistici, affinché fungessero da contrappeso rispetto al latifondo mediatico che ogni giorno manipola l’immaginario. Lo Stato non ha saputo costruire un apparato ideologico che consentisse l’espressione di idee emancipatrici.

 

 

Che scenari ipotizzi per l’America Latina considerando quel che sta accadendo in Venezuela e l’avvicinarsi delle presidenziali negli Stati Uniti?

La strategia degli Stati Uniti tiene nel mirino il Venezuela, Cuba, e il Nicaragua, usando la Colombia come sua linea di difesa, ma anche di attacco. Cuba è molto più difficile da destabilizzare a breve termine, data la storia di resistenza di oltre 60 anni. Il pericolo contro il Venezuela è reale. Potrebbe costituire una carta elettorale che Trump si gioca per recuperare lo spazio perso con la sua politica razzista e con il disastro della gestione della pandemia e la profonda crisi economica. Tuttavia, data la capacità di resistenza del popolo venezuelano, non gli sarà facile. Il Nicaragua è al terzo posto nei pensieri di aggressione degli USA, in un clima di calma tesa. L’America Latina è un continente in disputa in cui si sono sperimentati golpe blandi, istituzionali, tradimenti come quello di Moreno in Ecuador. Per destabilizzare i governi progressisti, gli Usa e la destra hanno approfittato degli errori compiuti quando le forze del cambiamento hanno smesso di assolvere al proprio compito, hanno trascurato la costruzione del potere popolare, senza la quale non c’è vera forza né legittimazione. Ci dev’essere un costante processo dialettico di costruzione dal basso all’alto e viceversa. Molti problemi dei governi di sinistra e progressisti sono rappresentati dalla camicia di forza della democrazia rappresentativa, dalla democrazia borghese, che ogni 4 o 5 anni può delegittimare un progetto per via elettorale, e i cui meccanismi di consenso finiscono per essere privilegiati a scapito della costruzione del potere popolare.