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La Russia, gli USA, l’Unione europea

di Luigi Marino

già Capo Gruppo PdCI al Senato della Repubblica; attualmente membro del PCI;

Presidente dell’Associazione Culturale “Maksim Gor’kij di Napoli

Quali vantaggi sul piano delle relazioni internazionali, degli scambi economici e culturali possono conseguirsi nel continuare una campagna di sistematica denigrazione, se non di demonizzazione della Cina, della Russia e di altri paesi? Cosa si guadagna nel recepire pedissequamente e acriticamente le posizioni e gli atteggiamenti ostili degli U.S.A. e adepti vari, che contrastano con l’esigenza sempre più sentita oggi di far fronte comune contro una crisi senza precedenti nella storia e scenari sempre più inquietanti del dopo Covid, non solo dal punto di vista economico-sociale con conseguente disoccupazione di massa, ma anche della tenuta democratica? Eppure gli europeisti, anche quelli che si dicono i più convinti della necessità di rendere più incisivo e influente nell’attuale contesto internazionale il ruolo dell’Europa, dovrebbero contrastare l’unilateralismo delle scelte statunitensi. Anche per la difesa dei propri interessi nazionali dovrebbero sostenere – o quantomeno auspicare – ogni passo in avanti che vada verso la costruzione di un mondo multipolare!

Il paradosso storico invece è che nella quasi totalità dei casi e situazioni, tranne le importanti divergenze verificatesi all’interno su Iraq, Libia, ecc., la politica estera dell’Unione Europea finisce sempre per sposare le tesi e le opzioni degli USA, restando in un’alleanza militare che anche il, più volte, Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri Andreotti riteneva superata dagli avvenimenti che seguirono alla “caduta del muro di Berlino”. A quale scopo la NATO, che tra l’altro ora si è spinta sino ai confini della Russia, molto oltre i confini della ex URSS, doveva sopravvivere, forse perché in funzione anticinese o antiaraba? Si chiedeva Andreotti. Un errore madornale è stato commesso con l’allargamento della NATO ad est includendovi Polonia, Ungheria, Repubbliche Baltiche e altri. E, purtroppo, bisogna riconoscere, autocriticamente, che altro errore è stata l’estensione della U.E. ad Est. Qual è il reale tornaconto per i paesi europei, quando per la NATO richieste di maggiore contribuzione alle spese sono state sempre avanzate nel corso degli ultimi decenni da tutti i Presidenti americani e ancora recentemente dal Presidente Trump che, durante il suo mandato, ha più volte bussato a soldi per il mantenimento del patto militare? Tra l’altro Trump ha aspramente criticato il progetto francese di un esercito europeo, a differenza del Presidente della Federazione russa Putin. Quest’ultimo, accusato tra l’altro da tanta stampa nazionale di essere un nemico della U.E. si è espresso in modo del tutto opposto. Precisamente Putin, intervistato da “la Repubblica” il 12.11.2018, ha sostenuto che: «L’idea del Presidente francese di un esercito europeo è sensata e comprensibile. Si inserisce nel processo positivo di un mondo multipolare». Il che sta a significare che la Federazione russa non necessariamente punterebbe sulla dissoluzione della U.E., cosa invece che Trump ha dimostrato di volere con il suo giubilo per la Brexit, bensì sarebbe ben disposta e favorevole verso una U.E. meno supina, meno accondiscendente ai voleri e agli interessi geostrategici degli USA: una Unione cioè non anti USA, me nemmeno antirussa, anticinese e antiaraba. Anche i partiti di opposizione in Russia di fatto non sembrano avanzare sostanziali critiche alla politica estera portata avanti dal Governo.

E qui va ricordato che la stessa Cina non vuole un’Europa disgregata, non solo perché preferisce un mercato unico e non frazionato per le proprie merci o perché ha provveduto a costituire sostanziose riserve valutarie in euro. Da tempo, tra l’altro, la Cina auspica che si ponga fine alla dittatura del dollaro, le cui continue emissioni finiscono per esportare inflazione nei restanti paesi.

«Non possiamo far finta che la Russia non esista. Ci stiamo rendendo ridicoli agli occhi di Putin» è sbottato, in una intervista a “la Repubblica” del 12.9 2019, Michael Stürmer, già consigliere di Helmut Kohl.

Ogni atteggiamento di chiusura, di incomprensione delle altrui ragioni o di ostilità da parte della U.E. nei confronti della Federazione russa non può che spingere ancora di più quest’ultima verso est (il che vale anche per la Turchia).

Quella che fu definita da Kostantin Leont’ev, Nikolaj Trubeckoj e poi dal pensatore e teologo Georgij Florovskij un secolo fa la “tentazione euroasiatica della Russia” è di fatto divenuta la via da seguire a fronte del persistente atteggiamento di chiusura dell’Europa occidentale.

Questa scelta euroasiatica non è però riconducibile né al “bizantinismo” della Russia, né all’antica contrapposizione tra occidentalisti e slavofili con la vittoria di questi ultimi, il che non avrebbe senso nel mutato contesto. La Russia, stanti i secolari rapporti intercorsi, non da ora sembra volersi attribuire un ruolo di “ponte” e indicare un’alternativa e una prospettiva più spaziosa di sviluppo e di proficua mutua collaborazione all’Europa Occidentale, purché quest’ultima diventi meno acquiescente e più autonoma rispetto alle scelte degli USA. Di chi, quindi, la responsabilità se la Russia sarà costretta a decidere, a tagliare cioè con l’idea di un rapporto con l’insieme dei paesi europei per privilegiare rapporti bilaterali, che sono da sempre preferiti dai paesi più forti e che non avvantaggiano mai storicamente quelli meno forti?

Stanti gli attuali rapporti, la Russia non può non addivenire alla convinzione che sia meglio puntare su relazioni bilaterali più convenienti per essa. Emblematica la vicenda del Nord-Stream 2, dell’accordo russo-tedesco fortemente osteggiato dagli USA. Il Ministro degli Affari Esteri della Federazione russa Sergej Lavrov, in risposta alle misure sanzionatorie americane contro le aziende interessate alla costruzione, ha dichiarato che «il gasdotto sarà completato nonostante le sanzioni che hanno umiliato i Paesi Europei». Anche la Germania ha reagito con durezza a questa ingerenza degli U.S.A.

In sostanza l’atteggiamento americano è ostile ad ogni altra forma di proficua collaborazione tra i paesi della U.E. e la Russia.

Basti, per tutti gli altri casi, ricordare le “grandi preoccupazioni”, già espresse del resto dal Presidente Obama, per un’adesione dell’Italia e di altri al “Belt and road”, quella che viene chiamata la “Nuova Via della Seta”. Gli USA temono un potere di influenza in particolare di Cina e Russia sull’economia e sulle scelte di politica estera della U.E. e dei singoli paesi europei. Di qui la loro rabbiosa reazione.

Per l’U.E. non si tratta di compiere un favoloso salto da un piede all’altro del Colosso di Rodi, come nella celebre locuzione latina, ma “qui ed ora” di riaffermare la propria personalità per difendere i propri interessi senza subire ulteriori antistorici e oppressivi condizionamenti.