Bogota, giugno 2021

La Colombia attraversa oggi una congiuntura o una crisi strutturale del sistema politico nazionale? Sembra questa la domanda più importante di fronte alla protesta sociale che agita il Paese.

E’ la crisi – forse la più importante degli ultimi cinquant’anni – di un modello capitalistico giunto alla sua fine, e che si presenta sulla scena della storia nazionale come un risveglio della coscienza dei cittadini: specialmente dei giovani senza futuro in una società senza diritti, come delle masse di lavoratori, dei contadini abbandonati e senza terra, dei disoccupati, degli accademici e degli intellettuali piegati dalla mediocrità politica, dal clientelismo e dalla corruzione. 

E’ la crisi strutturale di uno Stato debilitato, la ribellione di cittadini la cui vita non ha alcun valore, di fronte a un governo nazionale che risponde con la violenza per soffocare la protesta popolare, rimasta silenziosa per decenni.

E’ l’espressione del movimento sociale sorto sotto altri cieli contro il modello neoliberista e la politica di distruzione dell’ambiente. E’ il rifiuto di un sistema politico egemonico, populista, escludente e violento, che non vuole riconoscere la necessità imperiosa di una soluzione negoziata e civile ai problemi di tutti, e – come un animale imprigionato – ricorre all’autoritarismo presidenzialista, con metodi violenti e criminosi, tipici di un governo in decadenza che ogni giorno nasconde la testa come uno struzzo nella profondità della sua fossa, ma per sopravvivere ricorre ai metodi fascisti, come bestia irragionevole.

Vediamo:

la società vuole ed esige cambiamenti nel sistema politico ed economico delineato nel Piano nazionale di sviluppo “Patto per la Colombia, patto per l’equità”. Tale Piano punta a costruire un paese di privilegi e di politiche assistenzialistiche che permettano di continuare lo sfruttamento economico e politico di una società che sia ora che nel passato è stata sprofondata nell’ignoranza, nella paura e nel terrore dello Stato, ma che ormai è cambiata e ha imboccato irreversibilmente una via più democratica e di giustizia sociale.

L’élite dominante e il suo governo insistono invece su una concezione e una visione di un paese irreale, che mediante l’esercizio tecnocratico e settoriale delle politiche pubbliche, non rispondono alle esigenze strutturali di una società esclusa per molto tempo dal sistema di diritto; esigenze che dopo tre anni si sono acutizzate per un’azione amministrativa pessima e inefficiente che ha indebolito una incipiente democrazia già imperfetta.

La società colombiana all’acme della pandemia di coronavirus, nel maggio 2021, esige e pretende sulle strade della Colombia il rispetto dei suoi diritti, storicamente sempre violati; nella protesta della società civile convergono i movimenti sociali organizzati e non, le centrali operaie e sindacali, la gente comune, gli studenti, gli impiegati dal primo al quinto livello, insomma tutti i settori della società, che si sono organizzati in un primo tempo come Comitato nazionale per lo sciopero generale del 21 novembre 2019. 

Al Comitato si sono sommati altri settori della società, con a capo dei giovani che rappresentano le ultime e più recenti generazioni, che in passato venivano addormentati da politiche manichee e non partecipavano alla vita pubblica, mentre oggi condividono i sentimenti di milioni di disoccupati, di poveri, di esclusi.

Il governo nazionale, oggi alla deriva senza timone, delega alla forza pubblica e specialmente alla polizia nazionale la repressione contro i cittadini, che si aggrava giorno dopo giorno, con un saldo di più di cinquanta assassinati dal terrorismo di Stato, mentre aumenta sempre di più la violenza governativa, specialmente nelle campagne, come è già noto alla comunità nazionale e internazionale; un fenomeno che le menzogne governative non possono più occultare, grazie alla rete dei social.

Le proteste sono dirette specialmente contro le riforme del fisco e dell’assistenza sanitaria, decise dal governo; misure che sono state i detonatori della protesta in una società sprofondata nella miseria – i poveri sono più di venti milioni – e sono state prese per aumentare ulteriormente la concentrazione delle ricchezze, la disuguaglianza e l’ingiustizia economica.

Quello colombiano è l’unico governo al mondo che con il pretesto della pandemia intendeva colpire con violenza ancora maggiore la debole economia dei settori popolari, malgrado che oggi il Paese conti il maggior numero di disoccupati della sua storia – cinque milioni – e dove il diritto fondamentale alla salute è stato lasciato nelle mani dei privati fin dal 1993, con la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti.

Sono state queste le cause che all’inizio hanno fatto da detonatore per la grande esplosione sociale, che dopo un mese di proteste per le strade delle città ancora non si spegne. Non si tratta di una escalation comunista o socialista, come sostiene l’estrema destra colombiana.

E’ la manifestazione di un fenomeno politico e sociale di protesta dei cittadini, che esigono non solo il ritiro delle due riforme varate dal governo nazionale in base a un modello che ha imposto fame e miseria.

E’ l’esigenza di un cambio di direzione, di abbandonare un modello criminale, che nella storia ha fatto vergognosamente ricorso alla repressione e al crimine, di fronte alla comunità internazionale, al fine di contenere la protesta sociale e imporre col terrore un ordine pubblico da parte di una classe egemonica marcia di corruzione.

Oggi ancora rimbombano gli spari della Polizia nazionale contro i giovani che protestavano – definiti vandali; accanto alla Polizia era schierato l’esercito nazionale, dando luogo alla militarizzazione della sicurezza cittadina, lasciata alla mercé dei decreti del Governo nazionale; un governo la cui debolezza è ora evidente, e che è diventato una dittatura ormai impossibile da mascherare di fronte alla comunità nazionale e internazionale.

La protesta sociale esige tutto un ventaglio di diritti e libertà conculcate da decenni dall’esercizio dispotico dei governi di turno; si tratta di un passaggio storico, di un processo sociale di rivendicazione e ricostruzione democratica di un intero sistema costituzionale, politico ed economico. 

Negli anni Settanta e Ottanta la crisi strutturale venne interpretata come la necessità di cambiamento strutturale della società colombiana, e si giunse a un Accordo nazionale sui fondamentali, elaborato dal leader conservatore Alvaro Gomez Hurtado.

Nello stesso modo, ma da una sponda più alternativa, Jaime Bateman Cayon, leader dell’organizzazione di guerriglia M-19, avanzava l’invito a un Dialogo nazionale, perché la popolazione più emarginata del paese venisse inclusa nello Stato colombiano per giungere infine alla giustizia sociale.

Nell’anno 1984 con l’Accordo di Uribe, nella località di Mesetas, fra la vecchia organizzazione guerrigliera della FARC-EP e la Commissione presidenziale di pace del governo di Belisario Betancourt, il governo nazionale esprimeva la propria volontà di promuovere e valorizzare la modernizzazione della vita democratica della nazione, con una rinnovata speranza di instaurare la giustizia sociale, ma ancora una volta invano.

A livello legislativo, si insisteva su progetti di legge relativi alla riforma politica e a quella elettorale, alle garanzie da prestare all’opposizione, all’efficienza dell’amministrazione della giustizia e dell’amministrazione, al rafforzamento delle istituzioni e dell’etica pubblica per contrastare la corruzione allora esistente, che usava dodici milioni di voti senza alcun risultato positivo nel Congresso e nei governi di turno.

Il progetto di accordo politico con le FARC-EP prevedeva anche di migliorare alcuni aspetti della politica pubblica che ancor oggi sono prioritari nell’agenda dei governi, come la casa, la salute, il lavoro e l’istruzione.

Si insisteva inoltre sulla necessità di iniziare una riforma agraria, per eliminare la causa strutturale dello scontro armato, cioè la proprietà della terra e la sua funzione sociale, e per realizzare le riforme sociali indicate per migliorare la vita dei contadini e aumentare le loro entrate, favorire la normale produzione e commercializzazione delle derrate alimentari e delle materie prime per l’industria; ma tutto questo non ha determinato alcun progresso importante e strutturale negli ultimi decenni.

L’accordo prevedeva anche di favorire e rafforzare le organizzazioni locali contadine e indigene, le cooperative, le associazioni sindacali; di mantenere e ristabilire l’ordine pubblico per garantire la pace, per migliorare le condizioni di fraternità democratica, per ottenere progressi di ordine economico, politico e sociale di tutto il popolo colombiano e per garantire la sicurezza dei cittadini.

Questi impegni tornano attuali di fronte al fallimento dell’Accordo di pace del 1984; dovevano passare trentadue anni perché si arrivasse a un altro Accordo, definito Finale di Pace, nel novembre del 2016, con cui si concordarono gli impegni di riforme e cambiamenti strutturali per incidere sulle cause dello scontro armato, e questa volta non con il governo di turno, ma con lo Stato colombiano, come Stato di diritto, sociale e democratico, sancito nel 1991; ma ancora non ci fu alcuno sviluppo importante per via di numerose riforme che hanno ostacolato il sorgere dello Stato di benessere.

Il potere egemonico attuale ha imposto invece lo Stato neoliberista, preferendo dare priorità al potere economico delle élites finanziarie e trascurando il potere cittadino o popolare.

L’Accordo Finale di Pace ha riportato alla luce le cause strutturali del conflitto colombiano, prima manipolate e occultate dal presidente Uribe Velez con lo slogan della Sicurezza Democratica, che con il pretesto della guerra contro le FARC mise in primo piano i principi di ordine e sicurezza rispetto ai diritti e alle libertà cittadine. 

La protesta sociale attuale coincide con la denuncia della trasgressione all’Accordo Finale di Pace, compiuta con menzogne e perfidia, cioè un ulteriore tradimento da parte del regime egemonico di quanto assunto come impegno da parte dello Stato colombiano.

Come conseguenza della protesta, sono caduti dal vertice del potere sia Carrasquilla, ministro delle finanze, sia l’evanescente Ministra degli esteri, il perverso Commissario della pace e altri funzionari minori di cui la stampa nazionale non si occupa.

Resta in bilico anche il Ministro della difesa nazionale, che viene protetto dal Congresso della Repubblica, la cui maggioranza appoggia il governo, e ha rigettato una mozione di censura proposta dai partiti e dai movimenti alternativi e sociali; la mozione non ha avuto successo sul piano giuridico, ma ha avuto un grande impatto sull’opinione pubblica – solo il 20% dei cittadini sono favorevoli alle posizioni del governo nazionale – per via della forza bruta esercitata dalla polizia, che in violazione dei diritti umani fondamentali ha detenuto centinaia di manifestanti, che li ha massacrati, fatti sparire, sottoposti a torture, e ha inferto lesioni irreversibili agli occhi, presi di mira dai proiettili della polizia.

Per questi crimini di lesa umanità i responsabili politici dovranno rispondere a suo tempo di fronte alla Commissione, alla Corte interamericana dei diritti umani e alla Corte penale internazionale.

L’impatto lacerante sull’economia capitalistica, sulla popolazione di studenti e lavoratori, pare abbia finalmente fatto scoppiare la protesta sociale, che chiede oggi ad alta voce le riforme sociali, politiche ed economiche che garantiscano i diritti propri di uno Stato sociale di benessere, democratico e inclusivo, e non uno Stato borghese. 

Le cause strutturali oggetto della protesta sociale attuale non si possono risolvere con la forza bruta o con politiche assistenziali da parte del governo nazionale presieduto da Ivan Duque Marquez, consigliato da Uribe Velez. Non si tratta di riformulare delle politiche pubbliche di uno Stato amministrato da governi proni ai dettami di Washington e alle vecchie formule economiche della Scuola di Chicago, che hanno dato impulso al modello neoliberista attuale, accolto nel Piano di sviluppo definito “Piano per la Colombia, Patto di equità”. 

Contro l’esistenza del crimine organizzato nel territorio colombiano non saranno sufficienti le misure di forza e di coercizione, come si è fatto erroneamente finora per trattare fenomeni che attentano alla legalità e alla stabilità economica, politica e sociale, finché persistono le cause strutturale della crisi dello Stato, che non sono state risolte storicamente per via degli interessi clientelari di gruppi che si sono appropriati della cosa pubblica. 

Il governo nazionale oggi si propone di spegnere la protesta sociale mediante un meccanismo di partecipazione con settori rappresentativi della politica e dell’economia. Le conclusioni riassunte in sei punti, come una faccenda tecnocratica o un’equazione matematica, pretendono di risolvere una crisi strutturale dello Stato e del suo governo, il quale ha già progettato di affrontarla attraverso il Piano nazionale di sviluppo, neoliberista e autoritario, fuori dal contesto e scollegato dalle realtà ed esigenze nazionali.  

Con queste conclusioni, il governo pretende di rispondere a necessità storiche storicamente ignorate in Colombia.

Di fronte a queste proposte insufficienti e di natura esclusivamente assistenziale, a breve e medio termine, avanzate da un governo incoerente e inefficiente, che ancora una volta si basa su un progetto politico ed economico del passato, e non dà risposte assertive, sociali e inclusive, i cittadini oggi in rivolta esigono un grande cambiamento sociale che restituisca loro i diritti conculcati, come gridano per le strade del Paese. 

E’ certo che esistono rivendicazioni immediate cui non può rispondere questo governo, che si fonda su politiche economiche ispirate all’“economia arancione” (“insieme delle attività che consentono di trasformare le idee in beni e servizi culturali, il cui valore è determinato dal loro contenuto di proprietà intellettuale”, n.d.t.) e all’innovazione tecnologica, allo scopo di giungere a un preteso cambiamento sociale come risultato del suo Piano nazionale di sviluppo, peraltro non accettato dalla protesta sociale.

In questo contesto, il governo potrà solo ricorrere a politiche di aiuto per attenuare lo scontento sociale, ma questa strategia, sempre usata dai governi egemonici, costituisce solo un rimedio insufficiente rispetto allo scontento popolare che si esprime nella protesta sociale. La crescita e il consolidamento della protesta renderà inutile la manovra del governo, che verrà inesorabilmente superata e come risultato renderà più profonda la crisi sociale. 

In questo modo i cittadini che vogliono essere attivi e partecipare, non saranno disposti ad accettare le briciole offerte dal governo, di fronte alla grande occasione di esigere profondi cambiamenti nella struttura politica ed economica dello Stato, che è stato costruito dai governi egemonici con una spirale di abusi di potere contro la maggioranza dei cittadini, causa – oggi – della protesta sociale che il governo non riesce a capire. 

Ivan Duque Marquez è sempre più percepito come un automa, un burattino incapace e lontano dalla realtà della nazione, che ostenta toni di ordine e sicurezza, nella speranza di ottenere l’appoggio dei “dieci milioni di colombiani che lo hanno eletto come presidente”. 

Dopo tre anni che governa in maniera irresponsabile, gli indici di gradimento della sua gestione sono cambiati drasticamente, e l’80% dei cittadini è ormai convinto che le sue sono pratiche manichee, condivise con il suo alter ego Uribe Velez; il suo è un discorso che non convince e sembra fallito il suo metodo di conciliazione che voleva imporre ordine e sicurezza per garantire le persone “perbene”, le quali a loro volta si sono organizzate in gruppi armati per contrastare i dimostranti, alla maniera ben conosciuta di para-militari, oggi diventati para-poliziotti. 

Queste azioni hanno trovato il consenso degli alti comandi dell’esercito e della polizia, e anche questi hanno perso credibilità di fronte al popolo e vengono visti come causa del terrorismo e del crimine di Stato; e non è possibile invocare il sofisma della “forza legittima” dello Stato, perché lo Stato non è più in grado di controllarli, e si è giunti a una situazione di vuoto di potere, che rivela di fronte all’opinione pubblica nazionale e internazionale tutta la debolezza e il fallimento della democrazia e dello Stato colombiano.  

Il governo nazionale, per difendersi, ha dovuto fare ricorso alla forza bruta della repressione e del terrore come strategia politica per le elezioni del 2022, che gli permetta di continuare a governare e dominare.

Questo metodo è il peggiore alleato del governo attuale, che oggi si trova messo alle strette e privo di vie d’uscita di fronte al potere popolare che lo sfida per le strade delle città, dei municipi e delle campagne, ovunque nel territorio nazionale. Ricorrere nel XXI secolo a questa strategia del XVI secolo, che si ispira a Thomas Hobbes e risale più lontano a Nicolò Machiavelli, come teoria dell’assolutismo ripresa dai governi democratici securitari, costituisce un errore storico, miope e ottuso; un modello che ha condotto ad autoritarismo, dispotismo e terrorismo di Stato, che hanno favorito la protesta sociale più grande della storia, cui oggi si vuole rispondere con un modello ispirato alla violenza politica ed economica di un sistema politico criminale giunto alla sua fine.

L’unità come alternativa: una necessità storica  

La protesta sociale della gente comune, delle organizzazioni e dei movimenti, rappresenta l’espressione naturale della società di fronte alla crisi di un modello politico ed economico in rovina. Oggi la protesta sociale deve avere conseguenze politiche. Per questo è necessario giungere all’unificazione di propositi e di azione, a prescindere da differenze ideologiche e settarismi politici, come unica via di incontro per raggiungere gli scopi comuni di democrazia, di riconquista del potere popolare e di fine dell’usurpazione, dopo ventidue anni dall’inizio del XXI secolo. 

La via verso la pace, tracciata nell’Accordo Finale sancito con lo Stato, è stata ostacolata in maniera importante con la menzogna e l’inefficienza dei funzionari pubblici rappresentanti di un governo che tutela solo il privilegio.

Per questa ragione oggi il popolo non vuole più favole, ma esige non solo il rispetto dell’Accordo, ma anche la garanzia dei diritti fondamentali, umani e collettivi, per la crescita umana e sociale di cittadini da secoli esclusi dalla vita pubblica.

Oggi esiste non solo una minaccia al potere costituito, come sostiene il governo nazionale, ma esiste una sfida al suo dominio violento in nome di alternative democratiche che garantiscano il rispetto della dignità umana e di diritti e libertà.

Con questa protesta sociale e i suoi movimenti, il paese è cambiato e il sistema egemonico, escludente e autoritario ne è stato avvisato.

Il popolo ha alzato la voce e non si può sostituirla con trattative da svolgere con i deputati che esercitano la rappresentanza elettorale o con gruppi di privilegiati che hanno sempre rappresentato e negoziato per conto degli interessi economici desiderosi di continuare l’accumulazione delle ricchezze nazionali in poche mani.

Oggi il dialogo si svolge con il potere popolare dei cittadini, dei contadini, degli indigeni, dei giovani, tutti coloro che per decenni sono stati vittime delle politiche regressive e della violenza statale tese a garantire lo sfruttamento del popolo.

Il risultato si vedrà alle elezioni presidenziali dell’anno prossimo, quando andrà in scena la trasformazione sociale, politica, economica e di giustizia sociale.

Nelle società occidentali il potere è esercitato non solo dal governo o dalla classe dirigente, ma anche dalle organizzazioni popolari, quelle stesse che oggi in Colombia oppongono la loro resistenza alla dittatura e alle pratiche neofasciste di Duque e Uribe, applaudite solo dai loro seguaci settari, estremisti e insulsi, che vogliono continuare e perpetuare il modello di corruzione e di sfruttamento economico e politico.

I settori popolari assistono con tristezza, ma con coraggio, a una lotta sociale contro questa crisi strutturale, che determinerà un cambiamento che le vittime del governo criminale richiedono ad alta voce dalle loro tombe.

Nel 2022 il movimento sociale andrà alle urne per decidere il cambiamento storico di un nuovo e ricostruito contratto sociale, che già si è ottenuto con la protesta sociale come omaggio alle vittime che offrirono la vita rivendicando diritti e libertà.

La protesta sociale non è una congiuntura, è una realtà tesa a trasformare uno Stato indebolito e fallito.