“Domani sera potrà vedere la sua Gritli”, promise stancamente il commissario. “Allora le sembrerà che la bambina stia dormendo”. A questo punto la donna cominciò a parlare.

“Chi è l’assassino?” chiese con una voce così calma e staccata che Matthäi ne ebbe un brivido.

“Lo scoprirò signora Moser”.

La donna allora lo fissò, minacciosa, supplichevole. “Lo promette?” “Lo prometto, signora Moser”, disse il commissario, improvvisamente dominato solo dal desiderio di lasciare quel luogo”.

“Sull’anima sua?”

Il commissario rimase sorpreso. “Sull’anima mia” disse infine.

Che altro poteva fare?

“Adesso vada” ordinò la donna. “Ha giurato sulla sua anima”.

 

In questo breve dialogo tra i genitori della bambina che è stata da poco uccisa nelle campagne di un piccolo paese svizzero e il commissario che dovrebbe seguire le indagini (ma che in realtà starebbe per partire per una missione all’estero di grande prestigio e che dovrebbe durare un lungo tempo), si consuma un dramma delle coscienza che travolgerà soprattutto Matthäi, un funzionario di polizia ineccepibile quanto a rendimento, intelligente  (“è un genio” è il parere di quello che era il suo superiore diretto per grado) e dedito totalmente al suo mestiere, tanto da non avere una famiglia propria e neanche, in sostanza, una vita privata.

Siamo, evidentemente, entro un ambiente tipico del romanzo giallo.

Eppure il titolo del romanzo recita, per intero: La promessa. Un requiem per il romanzo giallo.

 

Questo romanzo, pubblicato nel 1958, non è certo un fulmine a ciel sereno, ma in realtà un capitolo, e in questo caso molto significativo, di un impianto ideale ed etico di un autore che ha fatto della critica, anche la più determinata, verso la società del suo tempo, una vera e propria cifra stilistica.

Requiem del romanzo giallo, dunque.

Vediamo.

Intanto, e oggi facciamo forse fatica a capirlo, ma all’epoca dell’uscita il libro rappresentò una grande novità: il romanzo non solo non ha un “lieto fine”. Ma se anche ha una “spiegazione”, una soluzione di quello che comunque resta una vicenda criminale con tutte le conseguenze del caso, questa è del tutto slegata dalla vicenda centrale, ne è quasi una appendice, una formalità da chiudere. Se vogliamo, in qualche modo un colpo di scena che però il lettore percepisce come una malinconica e perfino banale soluzione di un dramma che ha comunque uno spessore umano di peso.

Il fatto è che il romanzo si concentra sostanzialmente sulla figura del commissario che, pur di dare seguito e adempiere a quella promessa, arriva a dimettersi dalla polizia, rinunciando peraltro ad una carriera dagli esiti sicuramente positivi, e a impostare una “sua” indagine, un suo percorso per mettere in trappola l’assassino che, si scopre presto, è un assassino seriale, ha già colpito in altre zone e quindi segue uno “schema” che l’ormai ex commissario pensa di poter decifrare.

Il fallimento dell’indagine svolta dalla polizia locale, si concretizza nell’accusare un personaggio certo ambiguo, certo non “gradevole”, ma palesemente innocente, che si suiciderà in cella schiacciato da una opinione pubblica, i paesani del luogo, che hanno anche tentato di linciarlo, giustizia sommaria cui lo ha sottratto, con grande coraggio e astuzia proprio il commissario.

E ancora: il tipico investigatore dei romanzi gialli qui non c’è, e al limite non è il classico “eroe” o il personaggio dotato di una mente talmente perspicace da saper risolvere, come in un gioco enigmistico, i casi che una certa letteratura vuole intricati e in cui, forse non di norma ma molto spesso, niente è come sembra e il finale è un ribaltamento totale di quelle che apparivano come probabili certezze. Qui siamo di fronte ad un uomo, che passa da una capacità analitica, da un completo controllo delle sue e delle altrui emozioni, anche quando dubita anch’egli, (e non sono momenti di poco conto) dell’innocenza del presunto colpevole), ad uno stato d’animo, pronunciata la “promessa”, in cui le ragioni, i soliti procedimenti della polizia in casi come quello, e cioè, dopotutto, anche una qualche forma di cinica rassegnazione alla chiusura del caso nella maniera più semplice, gli appaiono talmente inaccettabili da mettere in discussione alla radice il suo futuro e la sua carriera.

La metamorfosi di quest’uomo è, sotto certi aspetti, straordinaria.

Da funzionario di polizia irreprensibile a inesorabile e soprattutto instancabile cacciatore, per proprio conto e nonostante le conclusioni ufficiali della polizia, di una figura sfocata, di un assassino che diventa, col tempo che passa, sempre più sfuggente e indecifrabile.

L’artificio letterario con cui Dürrenmatt costruisce questo romanzo è quello, certo non nuovo, di far parlare in prima persona chi è stato testimone della vicenda (un procuratore), che parla in nome e per conto degli altri personaggi, e che ne interpreta sentimenti e opinioni.

 

La “spiegazione” finale, che naturalmente non riveleremo, (e che dimostra ad ogni modo che di romanzo giallo qui si è trattato, pur celebrandone il funerale), arriva inaspettata, quando ormai le strade della legge e la “promessa” di Matthäi si sono drammaticamente e definitivamente separate. E quelle dell’ex commissario sono state un definitivo fallimento.

C’è una spiegazione, (e non sto svelando nulla del finale) che individua un colpevole fuori dagli schemi, dalle aspettative, dai ragionamenti più semplici. Eppure, la sensazione è che il colpevole non sia solo una figura “emblematica”, una sorta di “summa” del male, ma al contrario l’inverarsi di un male “banale”, qualcosa che perfino chi lo conosce non riesce a giudicare, che sembra quasi una mancanza “lieve” che si può perfino giustificare e che è difficile confinare entro schemi normali e perciò appare di gran lunga più pericoloso.

 

Dürrenmatt è stato autore fortemente critico della società contemporanea, e segnatamente di quella Svizzera di cui era cittadino e critico. Di quella società si è sempre sforzato di denunciare la sua facciata perbenista, allo stesso modo, viene spontaneamente di pensare, con cui Heinrich Böll, in Germania e dal canto suo, ha denunciato (Opinioni di un clown) e in maniera altrettanto puntuale l’ipocrisia di una società che non ha saputo e voluto fare i conti con il suo passato (la Germania), mentre Dürrenmatt ha messo a nudo nei suoi scritti le contraddizioni di un eterno, immutabile e diafano presente di una Svizzera solo apparentemente fuori e neutrale rispetto alla storia.

La cifra più profonda, significativamente, il tema sempre presente e decisivo nell’opera dello scrittore svizzero, è quello del caso.

Il complesso delle strutture giudiziarie, il sistema giudiziario in generale e quello poliziesco, egli sostiene e sottolinea in qualche modo in ogni sua opera, non è in grado di cogliere il senso della verità, la verità dell’uomo. E la “verità” giudiziaria è per lo più una verità di comodo, quella accettabile che non appaia stridente con il senso comune. Una mezza verità, in realtà.

E dunque il commissario Matthäi è a tutti gli effetti una vittima. Intanto perché non rinuncia a capire quello che realmente è successo in quei boschi, in quei paesi solo apparentemente tranquilli, e, attraversato dai dubbi che si porta dentro, è portato a credere a una verità alternativa. E poi perché, una volta che ne è stata stabilita un’altra, per pigrizia, per chiudere comunque l’indagine e tranquillizzare una comunità che ha solo bisogno di un “colpevole” purchessia, essa non gli appartiene più, è fuori dal suo schema, è diventata per lui cosa estranea.

E, infatti, “Vicino alla porta aperta della casa, su una panca di pietra stava seduto un vecchio. Non era rasato, né lavato, indossava una blusa chiara, un po’ sudicia e macchiata, pantaloni scuri, lucidi di grasso, che erano stati un tempo parte di uno smoking”. A tal punto si è ridotto Matthäi, ormai succube di una ossessione che gli stravolto la vita. La trappola che ha sperato di tendere all’assassino senza volto, lo ha intrappolato in un meccanismo e in un degrado umano e morale da cui non può più uscire.

 

Il procuratore, nelle pagine del libro che chiudono la parte dedicata alle indagini e alla decisione drastica di Matthäi, riparte con il suo passeggero, l’oratore della conferenza cui egli ha assistito in cui trattava dell’arte di scrivere “romanzi polizieschi”.

In macchina sono andati al distributore di benzina gestito da un Matthäi irriconoscibile, degradato da una attesa per una trappola mai scattata, circondato da un ambiente umano degradato. Il procuratore, evidentemente, è critico nei confronti del suo interlocutore stupito di quella strana visita di cui inizialmente non comprende il significato: “Lei non è un conferenziere molto disinvolto”. Un modo delicato per criticare una impostazione generale che non accetta.

Ma anche: un modo per rivendicare il rispetto per il suo vecchio sottoposto?

Non una parola del procuratore è spesa per criticare Matthäi.

Non una parola per evidenziare quella che è, con ogni evidenza, una catastrofe umana.

Lo scarto tra i temi della conferenza, che il libro non ci racconta, e la realtà del fallimento umano, esistenziale che emergono dalla visita all’ex commissario, costituiscono ancora una prova di quella discrasia tra realtà effettuale e realtà giudiziale ma anche, per esteso, tra la realtà, il vissuto di ogni individuo e l’interpretazione, e spesso la mistificazione, che l’accompagna.

 

A presto, disse il comandante salutando, e di nuovo mi colpì il suo impaccio; ma il vecchio (si tratta di Matthäi) non rispose neppure questa volta (…). Ma quando raggiungemmo la macchina e ci voltammo ancora volta, il vecchio serrò i pugni, li agitò, e spingendo fuori le parole a sussulti mormorò: Aspetto, io aspetto, verrà, verrà”.