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Politiche di destra e demonizzazione dell’esperienza socialista

La Polonia, oggi

Intervista a Daniele Stasi, professore di storia delle dottrine politiche presso l’Università di Foggia e di filosofia politica presso l’università di Rzeszὸw, in Polonia.

Autore, tra le altre opere, di “Le origini del nazionalismo in Polonia” (Francoangeli)

 

 di Fosco Giannini

Varsavia. Manifestazione neofascista

appoggiata dal governo

Tra il 28 giugno e il 12 luglio di quest’anno si sono svolte in Polonia le elezioni presidenziali. Andrzej Duda, 48 anni, con il 51,21%, si è riconfermato presidente della Polonia, battendo Rafal Trzaskowski, stessa età, sindaco di Varsavia, che ha ottenuto il 48,79. Duda è il presidente sostenuto dal partito di destra, populista ed euroscettico (che cioè, nell’essenza, sviluppa una falsa critica all’UE, una critica alla Salvini, che non giunge mai a mettere in discussione la stessa UE) “Diritto e Giustizia” (Pis), l’attuale partito di governo fondato 19 anni fa dai gemelli Kaczynski. Mentre Rafal Trzaskowski è stato sostenuto dalla Coalizione Civica, un centrodestra più liberale e totalmente liberista ed europeista. Questa fase post presidenziali ci offre la possibilità di sviluppare una riflessione più vasta sulla “questione polacca”, a cominciare da un’analisi sul “fenomeno” Solidarność, il sindacato fattosi poi partito, un partito del quale l’ala destra oggi è parte di “Diritto e Giustizia”, la formazione politica del presidente Duda. Cosa è stato, dunque, professor Stasi, e che cosa è oggi Solidarność?

Solidarność nasce sulla scorta dell’esperienza del Comitati di Autodifesa dei Lavoratori (KOR) che intorno alla metà degli anni Settanta avevano costruito una rete di solidarietà a sostegno dei perseguitati politici o di cittadini ostili al regime. Tale rete era organizzata capillarmente sul territorio della Repubblica popolare polacca soprattutto grazie all’impulso di Adam Michnik, Jacek Kuroń e Karol Modzelewski. Questi ultimi due nel 1964 avevano redatto la famosa Lettera aperta al partito nella quale avevano chiesto ai massimi rappresentanti del partito operaio unificato al potere (POUP) di limitare l’influenza della burocrazia partitica sulle società civile, di porre un freno all’attività, spesso illegale, dei famigerati servizi di sicurezza (SB) e di introdurre riforme che potessero accelerare la transizione verso una società comunista. A causa della Lettera, Kuroń e Modzelewski scontarono alcuni anni di carcere per dissidenza nei confronti del partito e attività sovversiva. Anni dopo Karol Modzelewski, storico di vaglia e figlio di membri delle alte sfere del partito operaio, sarà l’ideatore del nome del sindacato libero polacco: Solidarność (Solidarietà). Al contrario di quanto in alcune circostanze è stato sostenuto, il nome del sindacato libero e il suo programma non potevano essere fatti risalire esclusivamente alla figura del papa polacco Giovanni Paolo II. Solidarność è un movimento complesso, affermatosi nella fase discendente della parabola di Edward Gierek, ex minatore divenuto dopo Gomułka capo del partito dal 1970 al 1980. Le riforme volute dal successore di Gomułka non avevano portato ai risultati sperati e avevano generato una profonda crisi sociale che era sfociata infine negli accordi di Danzica tra il sindacato libero e i rappresentanti del governo nell’agosto del 1980. Durante gli anni Ottanta Solidarność muta in parte la sua natura: da movimento politico che riesce a riassumere al suo interno spinte diverse e personalità eterogenee sotto la guida di Lech Wałęsa, perde nel corso degli anni la sua presa sulla società civile, anche a causa del suo dividersi in fazioni ideologicamente contrapposte in modo radicale. Se, in altri termini, Solidarność degli esordi rappresentava un movimento tutto sommato compatto – una sorta di “contropartito” rispetto al POUP, benché attraversato da correnti le più variegate: clericale, nazionalista, conservatrice e socialista riformista – il sindacato libero, dopo il colpo di Stato di Jaruzelski nel dicembre del 1981 e l’incarcerazione dei suoi capi, tra cui lo stesso premio Nobel per la pace Wałęsa, si divise in un’ala che potremmo definire riformista, che nella prima metà del 1989 addiviene a un accordo con la parte meno conservatrice del partito operaio unificato, con a capo lo stesso Jaruzelski, e un’ala nazionalista che considerava ogni tentativo di compromesso con i comunisti un tradimento nei confronti della nazione e la sottomissione agli odiati bolscevichi.

Gli ultimi trent’anni di storia polacca hanno visto contendersi il potere forze che progettavano una modernizzazione del Paese in un senso liberale e altre che, soprattutto dopo il 2004 e l’entrata della Polonia nell’UE, rivendicavano una sovranità politica e la difesa dell’identità nazionale nei confronti di modelli culturali e politici imposti dall’Occidente. I governi dell’Alleanza Democratica di Sinistra all’inizio degli anni Novanta e quelli presieduti dai liberali prima della svolta nazionalista in Polonia del 2015 sono stati promotori di un modello di economia di tipo neoliberale che ha prodotto ampie sacche di povertà e questioni inerenti alla differenziazione territoriale, alla rappresentazione dell’identità nazionale, alla definizione del ruolo della Polonia nel contesto europeo e internazionale. Solidarność ha svolto un ruolo pressoché marginale nella vita politica della “Polonia libera”. Wałęsa è stato sconfitto dopo il suo primo mandato presidenziale dai postcomunisti nel 1995; Modzelewski, di fronte ai repentini cambiamenti e trasformazioni che avevano creato nuove diseguaglianze e il riemergere di fantasmi che sembravano essere finiti nella pattumiera della storia, quale il nazionalismo antisemita nel suo Paese, affermò mestamente pochi anni dopo la fine della Repubblica popolare “di non aver trascorso diversi anni in galera per realizzare il capitalismo in Polonia”.

 

 

Qual è la situazione sociale venutasi a determinare oggi in Polonia, dopo la Repubblica popolare?

I costi sociali della trasformazione sono stati ingenti: molti dei “gioielli di famiglia” della Repubblica popolare polacca, attività produttive che non avevano nulla da invidiare a quelle dell’Occidente capitalista, furono dismesse per pochi quattrini. Se durante la Repubblica popolare, nonostante le storture e i ritardi, a ogni cittadino era garantito un modesto reddito, una piccola dimora, l’istruzione per sé e per i suoi figli; il modello di società capitalistica imposto in ossequio alle direttive della Banca Centrale Europea del Fondo monetario internazionale dopo il 1989 – in cambio d’ingenti finanziamenti di cui in realtà ne arrivò solo una parte – ha prodotto l’accentuarsi della differenziazione tra città e campagna, tra una “Polonia A”, geograficamente circoscrivibile pressappoco nella parte occidentale, maggiormente investita dalla modernizzazione capitalistica, e una “Polonia B”, nella parte orientale, nella quale fa il pieno di voti il partito al governo con i suoi slogan ultraconservatori, nazionalistici e clericali. Prima della pandemia l’economia polacca cresceva a un tasso di circa il 4,1% del Pil su base annua. I rapporti tra l’import e l’export vedevano un crescere delle potenzialità di mercato dei prodotti polacchi. Questo “miracolo economico sulla Vistola” era accompagnato da una radicale flessibilità del lavoro; dalla quasi assenza di provvedimenti a sfondo sociale, ad esempio l’introduzione di pensioni dignitose per i più anziani; l’introduzione di quelli che erano definiti “umowy śmieciowe” (contratti spazzatura) che sembravano far ripiombare il mercato del lavoro polacco in scenari tipici dell’Inghilterra dell’Ottocento con, da una parte, il padronato – i cui profitti elevati alimentavano nuovi modelli di consumo e un’economia che si può definire postcoloniale – e, dall’altra, la precarietà permanente dei salariati sottoposti a condizioni lavorative talvolta ai limiti dello sfruttamento. I governi dei nazionalpopulisti di “Diritto e giustizia” hanno avviato una politica distributiva volta a rinverdire il modello di Stato assistenzialista, su basi ideologiche diametralmente opposte, che era stato della Repubblica popolare. L’aumento dei salari e delle pensioni, le politiche a favore della famiglia, gli investimenti nel campo sanitario e nell’istruzione hanno in parte rimediato ai guasti prodotti dalla trasformazione capitalistica e hanno premiato i nazionalisti nelle urne. Il prezzo di tale politica è la “fidelizzazione” di una parte dell’elettorato nei confronti del partito al potere. Un elettorato sempre più sensibile, oltre al relativo benessere favorito dalle norme volute dai nazionalisti, anche al racconto da “grande potenza dell’Europa centrale” alimentato dai nazional-populisti che prima la sinistra e poi i liberal-conservatori avevano deluso e messo da parte in favore di una politica filoeuropea e di adesione integrale ai principi del libero mercato.

 

 

La Polonia, per la sua stessa collocazione geografica, ha sempre avuto un ruolo importante sul piano geostrategico. Qual è, oggi, questo ruolo?

La Polonia rimane un Paese tra “Kiev e Parigi”: da una parte filooccidentale, soprattutto tra i beneficiati della trasformazione, i “nuovi ricchi” e le classi medie della Polonia occidentale; e, dall’altra, profondamente legata a un’idea nazionalistica e clericale dello Stato. Non vi sono dubbi che l’ingresso prima nella Nato e poi nell’Unione Europea hanno rafforzato il ruolo politico di questo Stato, il più importante dal punto di vista numerico ed economico dell’Europa centrale. Le forze al governo sono, rispetto ai rappresentanti della sinistra e ai liberal conservatori che hanno promosso l’ingresso della Polonia nei consessi internazionali, maggiormente scettiche se non apertamente avverse a istituzioni quali l’UE che costituiscono una minaccia alla sovranità culturale e politica della nazione.

 

 

Chi le rivolge queste domande è stato tra i promotori, in questi ultimi anni, in Italia, di mobilitazioni e appelli in difesa dell’attuale Partito Comunista Polacco, fortemente perseguitato, sino alle continue minacce di messa al bando, da parte dei governi di Varsavia. Qual è la condizione dei comunisti e delle comuniste oggi in Polonia?

La risoluzione del Parlamento Europeo dell’autunno del 2019, che equiparava il nazismo e il socialismo, ha visto tra i suoi promotori soprattutto la Polonia. Dopo la fine dell’esperienza socialista, a differenza di altri Paesi, ad esempio la vicina Slovacchia, in Polonia il confronto pubblico e politico si è caratterizzato per una damnatio memoriae nei confronti della Repubblica popolare. I simboli del socialismo e ogni aspetto della vita collettiva che potesse indicare un riferimento ai circa quarant’anni della Repubblica popolare sono stati nel corso degli anni condannati e rimossi. L’accanimento giudiziario nei confronti del piccolo partito comunista polacco rappresenta un elemento della propaganda che mira a rappresentare un nemico contrario agli interessi della nazione e rafforzare l’egemonia nazionalista e clericale. Soprattutto tra le fasce della popolazione più anziane la politica della storia rappresenta uno strumento di sostegno alla narrazione nazionalista. Secondo questa narrazione, il socialismo e il nazismo sono equiparabili, tesi insostenibile da punto di vista storico e politico; la barbarie nazista sarebbe l’effetto dell’imperialismo sovietico; la Repubblica popolare polacca costituirebbe nient’altro che un governo d’impostori al servizio di una potenza straniera che ha sottomesso la Polonia ai russi, come altre volte era successo nella storia del 19º e 20º secolo. Il generale Jaruzelski, primo presidente della Polonia libera, che nel 1989 aveva agevolato il processo di fuoriuscita dal socialismo reale senza spargimento di sangue e attraverso un compromesso con il sindacato libero, è oggetto, ancora oggi, diversi anni dopo la sua morte, di un’attività pubblicistica che ha come scopo farlo passare per traditore al soldo dei russi. In particolare, per i revisionisti, il colpo di Stato del dicembre del 1981 non fu, come affermò Jaruzelski, l’unica possibilità per salvare lo Stato polacco dal caos interno, dovuto all’ondata di scioperi promossi delle forze di opposizione al regime, e dal probabile intervento russo, ma solo un’operazione di ricambio al vertice che doveva emarginare Gierek e suoi collaboratori per far spazio alla nuova dirigenza del partito operaio polacco maggiormente gradita a Mosca. Anche Wałęsa è stato vittima di una campagna ormai più che ventennale di denigrazione secondo cui anch’egli, sotto lo pseudonimo di “Lolek”, non sarebbe altro che un collaboratore segreto dei servizi segreti comunisti che avrebbe impedito alla Polonia di liberarsi dai cascami del partito operaio favorendo il compromesso col regime del 1989.

 

 

Vi è, dunque, un impegno ideologico e politico prioritario, da parte delle destre al governo, al fine di demonizzare l’esperienza socialista polacca…

La politica della storia, il racconto che vuol manipolare la coscienza e la memoria collettive nell’ottica di favorire le forze nazionalpopuliste, si fonda sulla negazione dell’esperienza socialista quale processo di modernizzazione dall’alto, in parte riuscito, di uno Stato che prima della seconda guerra mondiale era in mano a circa 300 latifondisti, a forze politiche in parlamento e nel governo dichiaratamente nazionalistiche, filofasciste e antisemite e in cui l’avanzamento delle classi popolari era bloccato dall’economia arretrata controllata sostanzialmente da un ceto di privilegiati.