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Debitum, Imperator Mundi

 

La parte conclusiva del medioevale poema Carmine Burana, cantando della Fortuna (nell’accezione latina del termine, quindi neutra e spesso maligna), così recita: “Destino di salute e di virtute, or mi sei nemico protervo. Ogn’uom tormenti ed annienti, riduci ad eterno servo. In questo momento, senza differimento, le vostre corde percotete! Poiché per sorte la Fortuna prostra un forte, con me tutti piangete!”. In questi mesi ci siamo giustamente concentrati sul Covid-19, ne abbiamo diffusamente parlato nell’articolo apparso nel precedente numero di Gramsci Oggi.

In questo pezzo invece ci concentreremo su di un’altra “pandemia”, a mio avviso ben più grave, quella dei debiti pubblici e privati che si stanno propagando nel mondo. Cercheremo di capire chi è causa di chi: è dilagato prima il debito oppure il virus del Covid-19? Una cosa è certa: gli effetti del debito sulla vita degli uomini sono magistralmente descritti dai versi citati dal Carmine Burana; stiamo già provando sulla nostra pelle la fatale sintesi tra la “Fortuna” dei latini ed il “Debitum” degli americani: è appunto il Covid-19. Per questo articolo sarò tributario del magnifico libro scritto dal compianto Gianfranco Bellini e uscito postumo nel 2013 “La bolla del dollaro – Ovvero i giorni che sconvolgeranno il mondo” edito da Odradek, e mai titolo fu maggiormente profetico se pensiamo ai mesi che stiamo vivendo.

Nella “Bolla del Dollaro” si trovano riferimenti teorici, storici e analitici che, a mio avviso, ci possono dotare delle lenti necessarie per guardare a questo 2020 incluso l’evento che determinerà la politica internazionale dei prossimi anni: le elezioni americane del prossimo 3 novembre. Ma non siamo i soli ad avere i sonni agitati a causa della pandemia del debito. Nel frastuono di parole spesso inutili, di ore di trasmissioni televisive sempre fuorvianti, di valanghe di notizie molte volte inattendibili che servono tutte ad anestetizzare la pubblica opinione mentre si compiono le amputazioni di speranza e di futuro al corpo della società, poco spazio ha avuto il summit che si è tenuto il 27 e 28 agosto tra i banchieri centrali virtualmente a JaksonHole, i quali, riuniti a simposio, si sono dati un tema quanto mai impegnativo “Navigare nel prossimo decennio: implicazioni per la politica monetaria”. Star dell’evento, e non poteva essere altrimenti, è stato Jerome Powell, presidente della Federal Reserve e custode della valuta più indebitata, ma si badi per ora non inflazionata, dell’intero universo, se consideriamo che un debito di 26.712 miliardi di dollari non può più essere contenuto nei ristretti confini del pianeta Terra. Powell, nella sua prolusione ai lavori, ha dichiarato che la Fed non si opporrà ideologicamente ad un livello d’inflazione intorno al 2%, se questo darà stimolo alla crescita dell’occupazione. Non un accenno sul vertiginoso aumento del debito americano, di oltre 3.000 miliardi di dollari realizzatosi da marzo ad oggi, non un cenno su quale strategia per l’impossibile rientro, oppure per il suo improbabile contenimento, ma focus sulle tensioni inflazionistiche previste in percentuali assai contenute se rapportate alla massa monetaria espressa in dollari. Cosa intende Powell con la tolleranza al 2%? Magari il capo della FED sta mandando un messaggio alle classi dirigenti americane che si apprestano a scegliere il prossimo presidente attraverso la pantomima delle elezioni? Powell, ad esempio, potrebbe sottendere che arrivare ad un cambio di 1 Dollaro per 0,70 Euro nei prossimi mesi non sarebbe tollerabile (oggi il cambio è 1 dollaro per 0,84 Euro). Teniamo d’occhio i rapporti di cambio tra le monete da novembre in avanti. Prestiamo, inoltre, attenzione al titolo del convegno “Navigare nel prossimo decennio”, e facciamo un’ulteriore riflessione: i banchieri centrali si stanno dando un orizzonte temporale definito e neppure troppo ampio. Nelle segrete stanze, e non in convegni pubblici, essi sanno che qualcosa dovrà succedere per forza nei prossimi anni. Evidentemente, per i banchieri centrali andare avanti così è sempre più difficile. Andare avanti in cosa? È presto detto: nel mondo occidentale il debito pubblico dilaga; il debito delle corporation cresce, il debito delle aziende aumenta, il debito privato s’ingrandisce. Il Covid-19 sta accelerando questi processi, la cui velocità aumenta costantemente senza sapere effettivamente dove si vada a finire, nell’incerta certezza che per pura magia (eredità culturale di Harry Potter?) non si andrà a sbattere contro nessun ostacolo. Ma è davvero così?

 

 

 

Cosa è il capitale fittizio

 

Nella “Bolla del Dollaro” capitale reale e capitale fittizio vengono correttamente presentati in completa antitesi. Per quanto riguarda il capitale reale non si può che fare riferimento alla fondamentale opera di Karl Marx “Das Kapital”. Per quanto riguarda il capitale fittizio, Bellini fa notare che l’approfondimento teorico è ancora lacunoso e soggetto a critiche e che allo stato attuale una definizione di capitale fittizio, superamento del classico meccanismo marxiano D-M-D (Denaro-Merce-Denaro), è il seguente: «ll Capitale Fittizio è quella parte di capitale che non può essere simultaneamente convertita in valori d'uso esistenti. È un'invenzione che è assolutamente necessaria per la crescita del capitale reale, costituisce il simbolo di fiducia nel futuro. Si tratta di una finzione necessaria ma costosa, e prima o poi crolla a terra.» Lavoriamo su questa definizione dove troviamo elementi essenziali per comprendere perché il capitale fittizio è debito e il debito è capitale fittizio. Analizziamola prima parte della definizione: “ll Capitale Fittizio è quella parte di capitale che non può essere simultaneamente convertita in valori d'uso esistenti…” Nel Capitale di Marx è la merce che contiene valore d’uso e valore di scambio, la continua trasformazione di denaro in merce e di merce in denaro genera il capitale reale. Il capitale fittizio è, invece, avulso da questo meccanismo, la sua generazione non dipende da fattori produttivi e commerciali, è una sorta di auto generazione perpetrata da enti che sono in grado di creare e moltiplicare denaro (banche centrali e istituti privati). Essi hanno storicamente avuto freni inibitori in quest’azione speculativa che si sono progressivamente indeboliti fino alla loro completa eliminazione. Freni inibitori importanti fino allo scoppio della prima guerra mondiale: lo sterling bill era il derivato (capitale fittizio) della sterlina, il quale era convertibile in oro secondo i sacri dettami del Gold Standard. Una delle ragioni a fondamento della Prima Guerra Mondiale fu lo squilibrio tra gli Sterling Bills circolanti e l’insufficiente riserva d’oro a disposizione della Banca d’Inghilterra per garantirli.

Un successivo indebolimento avvenne nel primo dopoguerra, allorché il dollaro, di fatto, affiancò la sterlina quale moneta di riferimento del commercio mondiale, e quindi sia inglesi che americani poterono creare capitale fittizio tramite i rispettivi bills (cambiali, titoli di credito commerciali ecc.) formalmente utilizzati nelle transazioni internazionali, ma a loro volta soggetti a speculazione finanziaria. Un ulteriore ridimensionamento vi fu a seguito degli accordi di Bretton Woods del 1944, e al passaggio al Gold Exchange Standard. Le monete europee, rappresentanti di paesi accumunati dalla distruzione fisica ed economica dovute alla seconda guerra mondiale (senza particolare distinzione tra vincitori e vinti), persero la possibilità di convertirsi in oro, delegando al solo dollaro questa facoltà. La sterlina abdicò definitivamente al proprio ruolo di moneta di riferimento a favore del biglietto verde USA. Negli anni cinquanta e sessanta, le necessità vere o presunte di far fronte sia alla guerra fredda contro il blocco sovietico e la Cina, sia alle due guerre calde di Corea e Vietnam, indussero ben presto le autorità monetarie americane a premere sull’acceleratore dell’indebitamento e della conseguente creazione di capitale fittizio fino a giungere al primo default del debito americano dell’Agosto 1971, allorché il presidente Richard Nixon decretò la sospensione “a divinis” della convertibilità del dollaro in oro (35 dollari per una oncia Troy). Dal Gold Exchange Standard si passò quindi al Dollar Standard, attualmente in vigore, e alla possibilità per le autorità monetarie USA di creare debito senza limiti e, quindi, di generare capitale fittizio a profusione per alimentare la voracità di Wall Street da un lato, e l’enorme e costosissima macchina militare, compreso il suo notevole indotto industriale, dall’atro. Mai dimenticare che il privilegio di avere la valuta di riferimento lo si conquista e lo si difende sul campo di battaglia.

 

Veniamo ora alla seconda parte della definizione: “È un'invenzione che è assolutamente necessaria per la crescita del capitale reale, costituisce il simbolo di fiducia nel futuro…” Il capitale fittizio è invenzione, è frutto della fantasia di banche e istituti finanziari che operano anche tramite il mercato borsistico, loro complice in nefandezze finanziarie. Facciamo l’esempio dei Subprime oggetto della bolla esplosa nel 2008.

Al rapporto reale di erogazione di un mutuo a fronte dell’acquisto di una casa, banche e finanziarie costruiscono una serie di prodotti finanziari derivati che inglobano il rapporto mutualistico, per poi venire a loro volta inclusi in altri prodotti finanziari, moltiplicando così il valore del debito originario. Fino al momento dell’esplosione della bolla, la vendita sul mercato di tali prodotti speculativi genera denaro vero che ritorna “impropriamente” sotto forma di capitale investito, in questo senso si alimenta il capitale reale. Il capitale fittizio costituisce il simbolo di fiducia nel futuro perché tale sistema si fonda sulla convinzione che il sottostante rapporto reale, un debitore in carne ed ossa che paga regolarmente le rate del mutuo, non cesserà mai di adempiere al proprio dovere “sociale”. Su questa fiducia la speculazione moltiplica i valori senza porsi limiti. Allorché tale debitore viene meno a tale obbligo abbiamo è la crisi del 2008. Alla fiducia illimitata si sostituisce la sfiducia della realtà, tutti vogliono disfarsi del capitale fittizio (i derivati) per avere in cambio il capitale reale (moneta con corso legale), ma non è più possibile perché i pusher dei prodotti derivati falliscono (Lehman Brothers, ad esempio) e il capitale fittizio viene così distrutto.

 

L’ultima parte della definizione, però, è la più delicata e foriera di crisi: “Si tratta di una finzione necessaria ma costosa, e prima o poi crolla a terra.” Abbiamo visto che il Capitale fittizio è finzione, non vi sono merci che si cambiano in denaro e che tornano in merci o viceversa. Spesso vi è uno Stato che crea debito tramite l’emissione di Buoni e Certificati del Tesoro, vi sono banche centrali e istituti finanziari che li acquistano, li “derivano”, li “assicurano”, li “cartolarizzano”, costruiscono cioè prodotti finanziari con lo scopo di moltiplicare tale debito, espandere Capitale fittizio. Tale meccanismo riguarda anche le grandi multinazionali, con fatturati maggiori di PIL di interi stati (basti pensare alle grandi corporation americane dell’E-Commerce e I-Tech come Google, Amazon, Apple, Facebook).  Il Capitale fittizio diventa necessario in quanto la sua generazione serve per sostituire quello che viene distrutto, per rimborsare debiti attraverso la creazione di altri debiti di valore maggiore; quando inevitabilmente questo meccanismo non regge più, il default del debitore determina l’esplosione della relativa bolla finanziaria. Il Capitale fittizio è costoso in quanto la distruzione di tali valori artificiali non è un accadimento avulso da conseguenze economiche e sociali, al contrario lo sgonfiamento delle bolle genera crisi che sono inizialmente finanziare, successivamente economiche e, infine, sociali. La distruzione di capitale fittizio sopprime anche gran parte dei valori borsistici delle società quotate, che a loro volta subiscono gravi contraccolpi nel loro valore economico e nella loro capacità di stare sul mercato. Di conseguenza, la contrazione delle attività produttive e commerciali delle majors mettono in crisi i propri fornitori e le altre aziende collegate a vario titolo, trascinando nel baratro interi comparti produttivi. Infine, come classica conseguenza nei paesi occidentali, democratici e liberisti, la crisi economica si scarica interamente e violentemente sulle spalle dei lavoratori, marcando negativamente il livello occupazionale. I lavoratori sono i pagatori di ultima istanza delle crisi di distruzione di capitale fittizio. La contrazione del livello occupazionale negli USA e in Europa dopo il 2008 è un esempio lampante sotto questo profilo.

 

 

 

Il ruolo dello Stato nella creazione del Capitale fittizio,

ovvero i diversi capitalismi di Stato

 

Abbiamo accennato nel precedente capitolo il ruolo che hanno gli Stati nella generazione di capitale fittizio. Non dobbiamo meravigliarci di questo ruolo, al contrario, attraverso gli strumenti di analisi marxiani possiamo cogliere in modo plastico l’uso privatistico che fa la classe dominante, la grande borghesia finanziaria, dello Stato per creare capitale fittizio a costante sostentamento delle attività speculative che abbiamo parzialmente descritto.

La Bolla del Dollaro ci richiama alla genesi dell’intervento dello Sato in economia, nota eresia per il pensiero liberista classico, come soluzione della profonda crisi economica del 1929. Vi sono stati due modelli di intervento statale nel mondo capitalista, ovviamente escludendo le vicende di politica economica dell’URSS: da un lato la modalità degli Stati Uniti di Roosevelt e della Germania di Hitler, dall’altra la modalità dell’Italia di Mussolini. Il periodo è lo stesso: il primo lustro degli anni trenta. Negli Stati Uniti l’azione del neo presidente Franklin Delano Roosevelt, a partire dai famosi primi 100 giorni del 1933, sinteticamente si rivolgono a tre aree d’intervento: l’area finanziaria, mettendo qualche briglia alle attività di Borsa tramite l’istituzione di una commissione di controllo sulle operazioni, ma soprattutto dividendo in modo netto l’attività delle banche commerciali (raccolta del piccolo e medio risparmio privato e loro investimento nei settori produttivi tradizionali) da quello delle banche d’affari (gestione dei grandi patrimoni e attività speculative); la seconda area riguarda il ruolo dello Stato (tramite apposite agenzie) come “datore di lavoro”, la più famosa delle quali fu certamente la Tennesee Valley Authority, con lo scopo di rilanciare economicamente la valle del fiume Tennessee soprattutto tramite la sua completa elettrificazione; infine, nel campo fiscale dove, cosa incredibile se pensiamo alle risibili aliquote delle imposte dirette sugli alti redditi di oggi (in Italia la maggiore è il 43 per cento), Roosevelt gravò i redditi maggiori con aliquote fino al 79 per cento.

Tutte queste azioni, tuttavia, non misero mai in discussione la proprietà privata di aziende e istituti finanziari. Adolf Hitler, andato al potere agli inizi del 1933, si affidò per il rilancio dell’economia del Reich “millenario” a un veterano della finanza tedesca del primo dopoguerra: Hjalmar Schacht. Già responsabile dell’economia nella Repubblica di Weimar nel 1923, presidente della Reichbank nel 1924, Schacht fu regista nemmeno tanto occulto della dissoluzione del Papiermark nel 1923. Nella sua azione governativa in economia, Schacht aderì al modello rooseveltiano delle grandi opere pubbliche, che nel caso tedesco furono necessariamente e immediatamente finanziate generando debito (capitale fittizio), che qualcuno tra Lombard Street e Wall Street pensò bene di garantire, essendo la Reichbank impossibilitata a farlo. Il rapporto dello Stato con le grandi corporation tedesche fu subito quello di un’economia volta alla preparazione del grande esercito, della strabiliante aeronautica: quindi, soldi a profusione ai settori armamenti, meccanici e automobilistici (come la Volkswagen, nata da un accordo siglato tra Hitler e Ferdinand Porsche). Anche nel caso tedesco le grandi banche e i grandi agglomerati industriali (Krupp, Siemens, Bosch) non ebbero mai nulla da temere circa la saldezza dei pacchetti azionari nelle mani delle famiglie fondatrici. Come Roosevelt, anche Mussolini varò una legge bancaria nel 1933 che prevedeva la divisione tra banche d’affari e banche commerciali. Ma in Italia si fece un passo che USA e Germania non si sognarono mai di fare: il salvataggio di banche e industrie venne pagato proprio dai possessori dei pacchetti azionari, che dovettero cederli all’Istituto di Ricostruzione Industriale-IRI fondato da Alberto Beneduce. In ogni caso, in misura diversa e con modalità differenti, Stati Uniti, Germania e Italia vararono l’era del capitalismo di Stato.

Anche la Gran Bretagna diede il suo contributo accademico, tramite l’opera di John Maynard Keynes, la cui divulgazione di uno dei due modelli, ovviamente quello che non metteva in pericolo i pacchetti azionari dei benefattori di denaro pubblico, contribuì alla diffusione del capitalismo di Stato nel mondo occidentale, soprattutto nel secondo dopoguerra. I due modelli di capitalismo di Stato ebbero diverse evoluzioni, dovute anche agli esiti della seconda guerra mondiale. Di fatto, il modello roosveltiano venne quasi subito sostituito da un capitalismo di Stato di tipo finanziario: le agenzie governative del New Deal scemarono d’importanza, e lo Stato Federale da “datore di lavoro” diventò “committente” soprattutto nei confronti delle industrie belliche. Come accennato, le esigenze della guerra fredda e calda portarono il Tesoro americano all’indebitamento progressivo che costringerà Washington ad abbandonare il Gold Exchange System nel 1971. Il modello italiano, invece, si sviluppò ulteriormente: al gigante IRI si affiancano i giganti pubblici ENI ed ENEL. È il boom economico di questo paese, che è bene sottolineare, non fu mai a trazione privata. Il modello italiano diverse anche dall’economia di mercato dei paesi occidentali per abbracciare, in modo del tutto originale, un modello di economia mista. In tale sistema la produzione di Capitale fittizio da parte dello Stato è sostituita dalla crescita del PIL agevolata dal ruolo direttivo dello Stato esercitato tramite il Ministero delle Partecipazioni statali. Nel 1964, in pieno boom economico, quando l’economia italiana cresce in media del 5% annuo sostanzialmente senza inflazione, il rapporto debito-PIL si trova al 33%. Nonostante gli anni settanta vedano un oggettivo aumento di inflazione e di spesa pubblica, anche grazie alle conquiste dei lavoratori, lo Stato non genera debito: nel 1981 si trova ancora al 60% del PIL. Negli anni ottanta, al ruolo dello Stato “direttore” dell’economia si affianca il ruolo di “sovvenzionatore” sia dell’economia privata che di un Welfare che si sbilancia sul lato della spesa (ad esempio le baby pensioni). La produzione del debito inizia a eccedere la capacità di crescita del sistema di economia mista, che avrebbe bisogno di riforme necessarie per adeguarsi ai nuovi tempi, soprattutto sotto il profilo dei mutamenti sociali che un generale aumento del benessere sta creando. Le riforme, tuttavia, non arrivano. Al contrario, la caduta del muro di Berlino in Italia decreta la fine dell’economia mista per abbracciare un liberismo spinto al suo estremo. Il fallimento morale, politico, economico e sociale delle famigerate privatizzazioni selvagge degli anni novanta guidate da Mario Draghi e Romano Prodi sono sotto gli occhi di tutti, basta pensare alla gestione Benetton delle autostrade italiane e alle vicende legate al ponte Morandi di Genova. Permettetemi un inciso. Quale macabro gusto dello scherno e quale infinito disprezzo per i genovesi deve albergare nella mente del Capo dello Stato Mattarella, il quale, nel giorno dell’inaugurazione del nuovo ponte di Genova, incontra l’associazione delle vittime dicendo: le “responsabilità non sono generiche hanno sempre un nome e un cognome, sono sempre frutto di azioni o di omissioni", per poi consegnare (tramite il governo da lui formalmente nominato) lo stesso ponte alla gestione di quell’Autostrade per l’Italia dei Benetton, le cui omissioni manutentive sono state causa del crollo del Ponte Morandi, ma che sul nuovo viadotto possono seraficamente intascare pedaggi. Torniamo al tema. Gli anni novanta rappresentano il trionfo del liberismo più o meno estremo (in Italia estremissimo) in tutto il mondo tranne che in Cina; tuttavia questo passaggio alla magia del mercato ha bisogno subito della generazione di tanto debito e quindi di capitale fittizio: dal 1991 al 2001 ultimo decennio della lira si passa dal 98,6 al 108,7 del rapporto debito PIL. L’ingresso del Bel Paese nella moneta unica non muta il trend: si passa dal 105,5 del 2002 al 126,1 del 2012 (complice la crisi dei Subprime), per poi superare brillantemente il 135 per cento nel 2019, per non parlare del 2020 ancora in corso.

 

 

 

Il Capitale fittizio è frutto della lotta di classe

 

La lotta di classe non è mai finita, lo sappiamo bene, semplicemente dalla caduta del muro di Berlino ad oggi è stata combattuta strenuamente ed efficacemente da una classe sola: la borghesia “finanziaria” internazionale, quella che frequenta Wall Street, la City di Londra, che partecipa al World Economic Forum di Davos; la stessa che detiene la proprietà dei mass media, che crea partiti e leader di plastica che, a loro volta, allestiscono il palco delle elezioni democratiche. La crescita di debito e la conseguente produzione di capitale fittizio sono un segnale, a mio avviso evidente, dello sfacciato uso privatistico che la classe dominante fa dello Stato. Poniamoci una domanda: come mai i paesi occidentali soffrono di deficit costanti e debiti pubblici e privati crescenti? Il caso Italia è illuminante sotto questo profilo. Le ragioni del maggior debito non risiedono, come comunemente viene fatto credere dai mass media di regime, dalla crescita della spesa pubblica, la quale in Europa ha avuto un aumento limitato e fisiologico a causa degli accordi di Maastricht. La ragione sta nella diminuzione tendenziale delle entrate, le cui cause sono ideologiche e politiche; vediamole.

La principale e fondamentale causa, che accomuna tutti i paesi occidentali, è la progressiva diminuzione della tassazione sia sui redditi delle persone fisiche più elevati sia sulle grandi aziende, e l’inevitabile spostamento del peso della tassazione diretta quasi interamente sulla classe dei salariati. Il sistema fiscale dei paesi liberi e democratici funziona come lo sceriffo di Nottingham: prende tanto ai poveri per dare a piene mani ai ricchi (vedasi il recente “prestito Covid-19” ottenuto dalla Fiat per 5,5 miliardi di euro da Intesa San Paolo, garantiti dallo Stato e che molto probabilmente non saranno mai restituiti). La classe dominante non sopporta l’offesa di pagare le tasse. Gli Stati Uniti sono passati dalle aliquote roosveltiane (ma anche del predecessore Herbert Hoover) del 79% sui redditi più alti agli attuali 39% per redditi oltre i 500.000 dollari: hai voglia a restituire il debito USA. Per quanto riguarda le grandi corporation, il culto del mercato globale ha ispirato legislazioni fiscali che permettono ai grandi gruppi di eludere il fisco dei paesi dove producono il proprio reddito tramite complesse architetture societarie, che finiscono sempre per avere “holding” in paesi off-shore oppure a tassazione agevolata come Olanda e Lussemburgo. Cercare, poi, di far pagare le giuste tasse ad Amazon, Google, Apple nei paesi europei, ad esempio, rappresenta un oltraggio per gli Stati Uniti che su questo tema sono pronti alle ritorsioni commerciali (ultima crisi è datata dicembre 2019). In Italia è tradizionalmente tollerata un’elevata evasione fiscale il cui dato esatto è un vero e proprio segreto di Stato, ma che viene mediamente calcolata tra i 170 e 190 miliardi di Euro l’anno. Siccome nel Bel Paese le grandi corporation sono poche e spesso pubbliche e le medie e piccole imprese sono molte e tutte private, l’aver creato un fisco caotico, inefficiente e profondamente ingiusto ha agevolato la media e piccola borghesia nostrana nell’escogitare numerose e fantasiose pratiche evasive quasi mai perseguite. Allora chi paga le tasse per intero? Ovviamente la classe dei salariati, soggetta al sostituto d’imposta e quindi impossibilitata a evadere. Tuttavia, tartassare e dileggiare i salariati è necessario ma non sufficiente. La performance tributaria di questa classe si è fortemente deteriorata dagli anni novanta in avanti, grazie alla solerte opera dei partiti di governo (partendo da quelli di sinistra, vedi le riforme Treu) votati allo smantellamento progressivo dei contratti nazionali e rendendo possibile ed estremamente conveniente precarizzare il lavoro. In Italia il gettito fiscale da salari e stipendi è diminuito per ragioni quantitative: l’epoca della privatizzazione e del liberismo senza appello ha fortemente diminuito il numero degli assunti in valore assoluto; e per ragioni qualitative: il valore e la stabilità dei contratti degli assunti è progressivamente diminuito, deprimendo quindi il relativo gettito fiscale. La soluzione è stata quella di alzare la tassazione indiretta, ulteriore decisione a sfavore delle classi meno abbienti. Oggi l’aliquota principale sul valore aggiunto in Italia è del 22%, e vi sono meccanismi “automatici” che prevedono l’inasprimento delle percentuali IVA in caso di deficit eccessivo. Negli Stati Uniti invece esiste una Sales Tax che arriva solo all’11% (sic). Nondimeno, il gettito IVA è determinato dai consumi domestici, anch’essi diminuiti seguendo fatalmente il declino del reddito delle persone fisiche, altro elemento depressivo delle entrate. Last but not least (come dicono i bravi scrittori anglosassoni), l’aumento del debito è dovuto alle politiche delle banche centrali come il Quantitative Easing e dei tassi d’interesse vicini allo zero oppure negativi. Federal Reserve e Banca Centrale Europea hanno inondato il mercato di denaro a bassissimo costo, ma non è arrivato a tutti. Le Banche private debbono prestare denaro a tassi forzatamente bassi e che non permettono di coprire adeguatamente il rischio delle insolvenze. Trincerandosi dietro agli accordi di Basilea e al sistema dei rating su famiglie e aziende, gli istituti di credito prestano a sicuri solventi, cioè a coloro che non hanno bisogno di soldi, e difficilmente a coloro che ne hanno realmente necessità, quindi potenzialmente a rischio. Il risultato di questo giochino è una montagna di denaro messa a disposizione per acquisto di titoli del debito pubblico, per alimentare i private equity, gli hedge fund e per le speculazioni di borsa anche a causa dello smantellamento di un altro pilastro delle politiche economiche degli anni Trenta: la distinzione tra banche commerciali e banche d’affari, tornate in un’inquietante simbiosi. Il Quantitative Easing tiene il denaro lontano dall’economia reale ed è uno strumento di generazione di capitale fittizio. Sommando tutti questi elementi, che sono i principali ma non gli unici, possiamo comprendere perché il mantenimento di un sistema occidentale, democratico e liberista non può che avvenire attraverso i deficit dei bilanci annuali, quindi dell’aumento del debito complessivo e, in ultima istanza, di produzione di capitale fittizio: le stigmate della classe borghese dominante.

 

 

 

Il Capitale fittizio è destinato ad essere distrutto; e il debito sottostante?

Le prossime elezioni USA

 

Riprendiamo l’ultima parte della definizione di Capitale fittizio: “Si tratta di una finzione necessaria ma costosa, e prima o poi crolla a terra”. Fino ad ora abbiamo visto che il capitale fittizio, essendo frutto di invenzioni e architetture finanziarie è totalmente estraneo alla produzione di capitale reale, e quindi viene necessariamente distrutto. Il Capitale finanziario è generato dalla grande disponibilità di denaro derivante dall’espansione dei debiti pubblici, e moltiplicato dalle attività speculative della finanza. Spostiamo, quindi, l’oggetto della riflessione sui debiti sovrani e sul loro futuro. Un assunto: un debito pubblico che supera una certa soglia (per convenzione diciamo il 100% del proprio PIL) non è rimborsabile né ora né mai. Tali debiti possono avere altri destini. Quando il debito non è espresso da una moneta di riserva e di riferimento internazionali, come la sterlina fino al 1944 oppure il dollaro oggi, la sua distruzione è accompagnata dall’evaporazione della moneta che lo esprime. Il debito della Germania sconfitta nella Grande Guerra e vessata dal trattato di Versailles ha cessato di esistere e pagare interessi distruggendo il Papiermark, sostituito dal Rentenmark prima e dal Reichmark subito dopo. Queste monete tedesche, prive di significative riserve d’oro e valutarie a seguito delle sanzioni post belliche ed espressioni di un paese allo sbando economico, erano interamente garantite da dollaro e sterlina (quante cose non sappiamo dell’ascesa al potere di Hitler). Quando il debito è espresso nella moneta di riserva e riferimento internazionale, come oggi il dollaro, esso è “protetto” dall’esercito, dalla marina e dell’aviazione della metropoli imperiale, che non esitano a persuadere, chiunque voglia utilizzare monete più sane, a cambiare immediatamente idea. Agli inizi degli anni 2000 vi fu un leader che non fu accorto e lesto nel mutare opinione a proposito di vendere petrolio contro Euro. Gli americani prima devastarono il suo paese per la seconda volta, e poi lo impiccarono: si chiamava Saddam Hussein. Il debito americano sembrerebbe quindi eterno finché protetto dalle portaerei USA.

Esistono, infine, debiti che, se fossero espressi nella moneta nazionale, sarebbero già dissolti evaporandone la moneta, ma avendo nominato tale debito con una valuta straniera, chiedo scusa comunitaria, esso è garantito da tale moneta e quindi da altri paesi: è il debito italiano denominato in Euro. Proviamo ora ad immaginare il Bel Paese che perdesse la garanzia di paesi creditori, siano essi UE oppure la Cina, se volessimo trattare l’arduo tema dell’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Immaginerei uno scenario dove gli italiani dovrebbero ridurre le proprie attività e gli spostamenti al minimo indispensabile; i lavoratori dovrebbero essere legati ad un delimitato territorio, con divieto di oltrepassare determinati confini. Andrebbero dotati di un salvacondotto (anche sotto forma di autocertificazione) che dichiari i confini del “fondo” all’interno del quale potersi muovere, ispirandosi in questo alla figura intermedia tra schiavo e uomo libero che fu per secoli il servo della gleba; chi invece non lavora, dovrebbe essere confinato nel proprio alloggio e basta. I servizi pubblici andrebbero ridotti sensibilmente: sportelli d’utilità generale come uffici comunali, INPS, Agenzia delle Entrate, Catasto eccetera, dovrebbero rimanere chiusi il più possibile. Le scuole andrebbero chiuse e sostituite da forme d’istruzione (come le lezioni a distanza, anche in assenza di una infrastruttura di trasmissione dati dignitosa) che permetta agli scolari di stare a casa, con un risparmio anche su questa voce; l’accesso agli ospedali andrebbe regolato e concesso a chi può pagare, per talune malattie e non per altre, dando ai dirigenti sanitari la discrezionalità impunibile di scegliere di curare e chi lasciare al proprio destino; intere classi di pensionati, che beneficiano di forme di contribuzione antiche e quindi redditizie, andrebbero eliminati senza che nessuno fiati. Ad esempio, per una regione ricca di lavoratori a riposo provenienti dall’industria come la Lombardia, circa 17.000 persone sarebbero un target adeguato. Luoghi e modalità di assemblamento andrebbero vietati, le assemblee sindacali nei posti di lavoro interdette, i governi dovrebbero perpetrare stati di emergenza per prevenire sommosse, eccetera. Questo scenario, “del tutto ipotetico”, sarebbe compatibile per la sopravvivenza di un paese con un debito di 2.600 miliardi e nessuna possibilità di fare deficit. Ma se arrivassero 209 miliardi dai creditori, che per motivi geopolitici, sapendo di dare denaro a potenziali incapaci e disonesti scialacquatori, decidessero di salvare il debitore… Per gli Stati Uniti il discorso è diverso. Il capitale fittizio prima o poi crolla a terra, eppure il Congresso americano ha varato un allargamento di debito mai visto in un lasso di tempo ridottissimo: circa 3.000 miliardi di debiti creati da marzo 2020 ad oggi e che sta inondando Wall Street, banche private, private equity, società finanziare, un pò meno le minoranze afro americane e i latinos. Quale destino può quindi avere un debito di 26.712 miliardi? Essere rimborsato lo ritengo impossibile. Potrebbe implodere internamente, il dollaro evaporerebbe in una iper inflazione mai vista nella storia dell’umanità, rigorosamente accompagnato da uno spaventoso conflitto domestico che potrebbe avere connotati razziali, ad esempio inasprendo la tradizionale e diffusa brutalità della polizia ai danni delle minoranze, aggiungendo l’azione repressiva delle guardie nazionali dei vari stati federati, compreso l’uso di testate atomiche. Potrebbe esplodere esternamente, tramite un poderoso tentativo di dollarizzare altri importanti paesi attraverso l’aggressione militare. La Cina sarebbe l’obiettivo ideale per numero di abitanti e le dimensioni della sua economia. Con l’aiuto di ottimi eserciti ausiliari come quello giapponese e coreano, la guerra alla Cina comunista, ovviamente allo scopo di portare democrazia e libertà, sarebbe un’impresa ardua ma possibile ancora oggi. La Russia andrebbe altrettanto bene, magari con la scusa di soccorrere un governo fascistoide ma dalla facciata democratica guidato ad arte da amici dell’occidente, come Kolesnikova oppure Tikhanovskaya, in Bielorussia. In questo caso il boccone sarebbe veramente grosso da ingoiare, l’esercito ausiliario sarebbe quello tedesco che probabilmente andrebbe incontro alla terza disfatta militare contro il poderoso esercito russo dotato di armi atomiche che, questa volta, sarebbero sganciate con dovizia sulla testa dei malcapitati germanici. Ci potrebbe essere anche una guerra intestina alla NATO, francesi e greci contro turchi, per poi infiammare tutto il Medio Oriente, determinando il blocco della produzione di petrolio. In questo caso il lavoro sporco di lanciare qualche testata nucleare sulla Siria o sull’Iran potrebbe essere svolto da Israele, che non vede l’ora. Si ha la netta sensazione che qualcosa del genere potrebbe accadere durante il prossimo mandato presidenziale americano, ricordando a noi stessi che non esistono presidenti USA buoni o cattivi ma solo presidenti nemici del mondo civile. A chi inneggia al signorile Joe Biden (la solita sinistra salottiera che frequenta gli schermi di La7 o che pontifica da Radio (im)Popolare) suggerisco la possibilità che egli sia colui che gestirà l’esplosione del debito americano, con la conseguente scelta di quale parte del mondo mettere a ferro, fuoco e radiazioni nucleari, sempre in nome dei sacri diritti umani che tanto piacciono ai radical chic, s’intende. Ai legittimi detrattori del rozzissimo Donald Trump suggerisco che potrebbe essere lui a subire l’implosione del debito americano, e dover gestire il collasso della Repubblica a stelle e strisce. Del resto, Trump potrebbe aver vagamente capito questo meccanismo e lo ha pure denunciato, alla sua maniera, l’8 settembre 2020: “I vertici al Pentagono probabilmente non mi amano perché loro non vogliono altro che combattere guerre, così tutte quelle meravigliose aziende che fanno bombe, aerei e tutto il resto restano contente”. Ma qual è lo scenario migliore per noi europei e per i nostri figli? Quello targato Biden o quello targato Trump? Ai posteri l’ardua sentenza.