A conclusione di questo nostro convegno su Donne e politica ieri, ieri oggi e domani, vorrei esprimere un grazie sentito e non formale da parte di noi tutte, compagne dell’ADoC, a Maria Carla Baroni per l’ostinazione e l’ottimismo della volontà con cui lo ha fortemente voluto qui e oggi, nel rispetto delle regole anti-contagio, ma senza lasciarsi scoraggiare dai rinvii e gli ostacoli determinati dal momento complicato che stiamo vivendo a causa della pandemia. E grazie anche alle relatrici e a quante hanno partecipato e preso la parola, in presenza o attraverso comunicazioni scritte, rendendo questo incontro assai denso e ricco di contenuti, idee, suggestioni e spunti di riflessione sui quali potremo continuare a lavorare nei prossimi mesi e, perché no, nei prossimi anni. 

Ci teniamo a sottolineare che questo è il secondo convegno nazionale che l’ADoC promuove sul tema: il primo si è tenuto un anno fa a Padova, curato dalla compagna Liliana Frascati. Ed è nostro intento proseguire in questo percorso, nel quale ci proponiamo non solo di confrontarci fra noi sul rapporto fra le donne e la politica – com’era ieri, com’è oggi, come può essere domani –  ma anche di chiamare a questo confronto compagne, donne con altre storie, esperienze e percorsi diversi, nella prospettiva di costruire una possibile convergenza di pensiero e d’azione che in questo passaggio storico avvertiamo fortemente come ineludibile. 

Pertanto, “tirare le conclusioni”, come si usa dire in circostanze come questa, non significa affatto, da parte nostra, riservarci diritto di replica, né parola finale. Piuttosto raccogliere e ripercorrere idee, suggestioni, proposte venute – tante e sostanziali – da questo incontro di oggi, per vedere insieme su quali di esse continuare a riflettere e lavorare, nella prospettiva della costruzione di alleanze possibili fra noi donne che agiamo le varie forme della politica. 

Per cominciare a descrivere lo scenario delle possibili convergenze, Maria Carla ci ha proposto un’ampia e puntuale “carrellata” storica, sia per «ricordare una volta di più quanto sia pretestuosa  la considerazione delle donne sprovviste di anima, di intelletto, di progettualità, di creatività, di capacità di governo e di grandi imprese», sia per introdurre un’ipotesi di possibile percorso di costruzione, il più inclusivo, di un «corpo collettivo in lotta per la liberazione delle donne dal capitalismo e dal patriarcato».

E non potevamo, nel tracciare questa ipotesi di percorso, non cominciare col “gettare uno sguardo dentro” il nostro stesso percorso di comuniste e femministe, che abbiamo scelto di far parte di un partito politico – il Partito comunista italiano – che ha come obiettivo strategico il superamento del capitalismo e l’affermazione di un nuovo paradigma sociale e politico – dentro il quale sia possibile declinare i pensieri e le pratiche di libertà delle lavoratrici e dei lavoratori – che chiamiamo socialismo.  E passare poi a “gettare uno sguardo fuori”, cioè interpellare e ascoltare altre donne, che lo stesso bisogno di libertà lo ricercano, anch’esse, dentro un nuovo paradigma sociale, politico, culturale e simbolico, ma non necessariamente lo chiamano socialismo. Oppure, se lo chiamano socialismo, non è forse quello stesso che abbiamo in mente noi. In ambedue i casi, c’interessa capire in che cosa e perché si differenzi e se è possibile stabilire, comunque, un’alleanza fra noi.

Noi partiamo dall’assunto che, essendo donne in una società divisa in classi, scegliamo di stare dalla parte della classe lavoratrice, sfruttata e oppressa, in lotta contro la classe che sfrutta e opprime. E quando parliamo di soggettività politica delle donne, pensiamo alla soggettività delle donne lavoratrici; quando ci rivolgiamo alle donne che agiscono le varie forme della politica, ci riferiamo alle donne che si organizzano e si muovono nel panorama politico della lotta per eliminare la doppia oppressione, di genere e di classe. Perché, come si dice nella relazione introduttiva, «la contraddizione di genere non annulla la contraddizione di classe e neppure si contrappone ad essa, ma esse si intrecciano e si cumulano nella vita delle donne lavoratrici che subiscono sia lo sfruttamento di classe, sia l’oppressione di genere». E se, per altro verso, la contraddizione di classe non “contiene” quella di genere, il superamento della prima determina le condizioni storicamente più avanzate per eliminare la seconda.

Lo “sguardo dentro” ci porta a pensare e nominare le donne che riconosciamo come nostre madri politiche. Abbiamo ricordato per prime Rosa Luxemburg, Aleksandra Kollontaj, Camilla Ravera non per stabilire gerarchie di valore – per fortuna possiamo attingere a una ricca genealogia di donne comuniste e femministe cui fare riferimento – ma per rilevare il tratto che le accomuna: l’essere state, in contesti geografici e politici diversi, donne comuniste “fondatrici”.

Nunzia Augeri ci ha ricordato Rosa Luxemburg, considerata unanimemente “una delle menti più brillanti dell’ideologia marxista”, che visse, lottò, amò stando dentro organizzazioni politiche dove c’erano pochissime donne, senza rinunciare a nulla del suo sguardo di donna sul mondo. Fu ferma assertrice della necessità storica del socialismo e dedicò la sua ricerca teorica alla individuazione del nesso fra accumulazione capitalistica e guerre di conquista e alla dimostrazione che militarismo e guerra sono esiti inevitabili del capitalismo nella fase dell’imperialismo. Da qui il configurarsi sempre più netto dell’alternativa “socialismo o barbarie” per l’umanità. 

Aleksandra Kollontaj – rievocata da Cristina Carpinelli – fu figura per tanti aspetti diversa dalla Luxemburg ma simmetrica, comunista nella Russia zarista e femminista nella rivoluzione bolscevica, prima donna nella storia a ricoprire la carica di ministro nel primo governo dei soviet, seconda donna ambasciatrice nella storia della diplomazia internazionale. Brillante e tenace autrice, scrisse numerosi saggi, articoli, libri a cui attingiamo ancora oggi, nei quali trattò i problemi delle donne sotto diversi aspetti, comprese sessualità e maternità. 

Camilla Ravera, che Maria Grazia Meriggi ci ha descritto nel suo ruolo di fondatrice del partito comunista italiano, e per un breve periodo anche segretaria generale di esso, fu curatrice della prima “tribuna delle donne” su L’Ordine Nuovo di Gramsci. Vide con chiarezza l’imprescindibile connessione fra l’emancipazione delle donne dall’oppressione di genere e dallo sfruttamento di classe, fermamente credette nella partecipazione femminile come fattore essenziale della rivoluzione proletaria e, al contempo, nella rivoluzione proletaria come fattore essenziale per la liberazione delle donne. 

Guardando indietro, alla nostra storia, ci siamo poi soffermate a considerare un’impresa politica collettiva che ha rappresentato un punto di svolta e un nuovo inizio nella storia più recente di molte donne comuniste italiane: la Carta delle donne del PCI del 1986. Fu una svolta perché affermò l’idea semplice – come dice Fulvia Bandoli –  che “la forza delle donne viene dalle donne”. «Proponiamo di costruire – scrissero le donne comuniste della Carta – nella società e nelle istituzioni della politica una “forza” delle donne” che non può che derivare dalle donne stesse attraverso una strategia di relazioni e di comunicazione tra noi». Un’idea che alle generazioni di compagne più giovani può suonare scontata, ma nel contesto in cui fu avanzata ebbe un effetto innovativo dirompente. Purtroppo, come è stato ricordato, la Carta venne tristemente affossata dalla cosiddetta “svolta” del 1989. 

Lo slogan che accompagna la convocazione di questo nostro convegno – Uniamoci tra donne delle varie forme della politica per cambiare la politica, liberare noi stesse e prenderci cura della vita sul pianeta – vuole sintetizzare la sfida gigantesca che ci si pone davanti, che non può essere affrontata solo dalle donne comuniste, né solo dalle donne italiane o europee, poiché vaste e ineludibili sono le interconnessioni con le complesse vicende della lotta globale di classe e anti-patriarcale nel nostro paese e nel mondo. Siamo consapevoli che sarà un lungo cammino e pensiamo di muoverci passo dopo passo, partendo dall’individuare alcuni temi, fra i tanti che attraversano il pensare e l’agire politico delle donne oggi, sui quali cominciare ragionare. 

Uno di questi è la contrattazione di genere. Un nodo teorico e pratico col quale si sono misurate in profondità Giordana Masotto e Rosangela Pesenti, protagoniste di due esperienze diverse, ma significative nella stessa misura. Giordana è fra coloro che hanno iniziato a ripensare la contrattazione sindacale introducendo in essa la differenza di genere. In Immagina che il lavoro, prezioso foglio della Libreria delle donne di Milano del 2008, Giordana scriveva: «le donne contrattano tra sé e sé, con chi vive loro accanto, in casa, al lavoro, nella città; con chi gli si para davanti per ostacolarle o dirigerle».  E Rosangela, che è fra le autrici della proposta di Piattaforma per una contrattazione di genere elaborata dall’UDI nel 2017, avvalora: da sempre le donne contrattano il loro stare al mondo, «non solo nelle grandi scelte di vita ma nelle minuzie del vivere quotidiano». Per secoli, per millenni, lo hanno fatto da sole, il più delle volte al prezzo di lacrime e sangue, cercando ciascuna in se stessa la forza di far valere le proprie ragioni nei confronti del patriarcato e delle sue istituzioni. Poiché «la contrattazione come istituto giuridico era ambito e prerogativa maschile», la maggior parte delle donne è stata costretta a muoversi «a lungo in forme di contrattazione sommersa, implicita, allusiva più che prescrittiva e quando donne e gruppi hanno voluto presentarsi sulla scena politica hanno conosciuto la repressione violenta». 

La contrattazione collettiva delle donne è un passaggio storico più recente e si è avviata quando esse hanno cominciato a rivendicare i loro diritti politici e sociali e ad aprire “vertenze” col potere patriarcale, individuato come avversario comune. Lo hanno fatto da cittadine “di serie B” – ad esempio le suffragette rivendicando il diritto di voto – e lo hanno fatto da lavoratrici attraverso le prime forme di contrattazione sindacale. Ma è stata a lungo una relazione contrattuale asimmetrica, perché non erano soggetto di contrattazione riconosciuto in quanto donne.

Giordana Masotto nella sua comunicazione rivendica una precisa data d’inizio della contrattazione “separata” delle donne: nel 1967, negli Stati Uniti, quando un gruppo di universitarie decise di abbandonare l’aula in cui i loro colleghi discutevano di “questione femminile” e di andare a proseguire la discussione fra sole donne. Individuare una data d’inizio di un processo storico, fissando in un evento, o un atto collettivo, il momento ante quod nihil, ha senza dubbio un valore simbolico, ma è più verosimile pensare che un processo storico rivoluzionario, come la presa di coscienza di sé quale soggetto politico da parte delle donne, si sia realizzato per gradi e con passaggi successivi, più o meno visibili, nel tempo e nello spazio. Non fu già una forma di contrattazione che metteva sul tavolo, ancorché misconosciuta e dileggiata, una visione differente del mondo, quella delle suffragette che rivendicarono il diritto al voto? E in ognuna delle innumerevoli vertenze salariali di lavoratrici del primo Novecento, non c’era forse in nuce l’affermazione di sé come soggetto politico che “contratta” un cambiamento radicale di civiltà?

Ma se è vero che «si contratta a tutti i livelli delle relazioni umane» – come dice Rosangela Pesenti – perché «tutta la storia umana può essere riletta anche dal punto di vista della capacità contrattuale delle soggettività sociali e politiche», è indiscutibile che merito del femminismo è stato «avere reso visibile la contrattazione delle donne a partire dalle relazioni più intime, riassumendo la pratica disseminata nelle tante storie di vita nello slogan “il personale è politico”».

Per successivi passaggi, non indolori, anche le donne del sindacato hanno reso visibili le disuguaglianze e le discriminazioni – non riassorbibili immediatamente nella subalternità di classe – che le lavoratrici a tutti i livelli subiscono. Jessica Merli ha riassunto la sua esperienza di attivista sindacale nella metafora della “traghettatrice” che conduce, porta, guida una collettività al fine di favorire il passaggio da un assetto a uno diverso, che si spera migliore. «Credo che alle donne sia dato spesso, forse inconsapevolmente dagli uomini, il ruolo e l’impegno che solo una donna può sopportare, quello di cambiare gli assetti, magari non di cambiarli subito ma di favorire il passaggio a una fase che potrà cambiarli in futuro».  È una metafora nella quale le donne nel sindacato possono riconoscersi, ma resta ancora non definito “dove” traghettare il sindacato. Verso un’alleanza più strutturata con le donne delle altre forme della politica, può essere la risposta e la proposta?

L’apporto delle donne che operano nei sindacati – e specialmente nella CGIL – è irrinunciabile specialmente sulle tematiche del lavoro e della “cura”, divenute centrali nel dibattito sviluppatosi potentemente, non solo nel nostro paese ma ad ogni latitudine, in connessione con l’emergenza della pandemia, che ha messo a nudo la contraddizione – insanabile nel capitalismo – fra lavoro di produzione (per il mercato) e riproduzione sociale. 

Il tema non è di oggi nell’elaborazione del movimento delle donne, ci rimanda alle prime riflessioni sul “produrre e riprodurre” che ci fece molto discutere negli anni ’80 e ci collega alle ultime riflessioni sulla centralità del lavoro di cura, sollecitate dalla emergenza sanitaria che ha reso visibile l’incompatibilità dell’accumulazione capitalistica con la vita. “Fare della cura un paradigma politico” – come propone l’assemblea dei Luoghi delle donne – significa sovvertire la gerarchia economica, sociale, politica e valoriale del sistema capitalistico-patriarcale che relega la riproduzione sociale ai margini, segregandovi le donne, e fare della cura la leva per un cambiamento strutturale globale. 

La pandemia ha solo reso più evidente l’immenso costo imposto alle donne dalla crisi capitalistica. Ha scoperto la «complessiva sottomissione al profitto del corpo e della salute di tutto il genere umano» – come dice Antonella Nappi – e mette a nudo l’intreccio tra i complessi rapporti di dominio di genere, di razza, di classe e di specie. Ci fa riconnettere ogni forma di sfruttamento e discriminazione contro le donne all’incessante ricerca di estrazione di valore e accumulazione di capitali in ogni parte del pianeta.

Le crisi economiche, compresa quella attuale connessa all’emergenza sanitaria, ma ad essa preesistente, sempre colpiscono in maggior misura le donne – come dice Paola Melchiori – e tendono a ricacciarle nei loro ruoli tradizionali, chiamandole a sostenere il tessuto privato che si disgrega e le aree sociali tagliate dalle politiche economiche neoliberali. Non casualmente, si accompagna a tutto ciò, non solo in Italia, una recrudescenza degli attacchi ai luoghi politico-culturali delle donne da parte delle destre e degli integralismi religiosi in materia di sessualità e riproduzione. 

Paradossalmente, la drammatica emergenza sanitaria sembra offrire oggi alle donne l’opportunità inedita di darsi parola autorevole e di esercitare pienamente il magistero femminista nella politica. 

E torniamo al cuore della nostra proposta, enunciata in apertura di questo convegno, di una alleanza da costruire fra donne nelle varie forme della politica: donne nelle istituzioni, nei sindacati, nei partiti, nelle associazioni ad estensione territoriale, nazionale e internazionale, nei movimenti non strutturati che nascono su obiettivi e lotte specifiche, che spesso si aggregano in reti territorialmente più ampie e sono a tempo determinato. Donne nelle organizzazioni con una lunga storia alle spalle, come l’UDI, e nelle organizzazioni internazionali con una lunga storia prestigiosa e un’estensione globale, come la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM), o come la Lega internazionale di donne per la Pace e la Libertà (WILPF) che concentra l’azione in campagne specifiche per la pace e il disarmo, operando efficacemente sia in movimenti globali come i Social Forum Mondiali, sia nell’ambito del sistema delle Nazioni Unite. E donne nel movimento transnazionale Non Una Di Meno che è cresciuto significativamente in questi ultimi anni e ha avuto il grande merito – come ci ha ricordato Rosa Calderazzi – di rompere gli argini delle «acque stagnanti del femminismo liberale», a lungo egemone in Europa e nel Nord del mondo, spezzandone l’autoreferenzialità e riaffermando le intersezioni sociali, di classe, razziali, territoriali del femminismo, mettendo in chiaro che le differenze e le divisioni emerse nel movimento delle donne non sono di carattere generazionale, bensì di visione prospettica.

Ci sono altri nodi da sciogliere, che sono di metodo e di merito: come quello della relazione spesso conflittuale fra i movimenti, a partire da quelli femministi, e le istituzioni. Il tema della rappresentanza resta tuttora una domanda aperta alla quale dare una risposta condivisa. Quella che pone Paola Melchiori nella sua comunicazione riguardo alla “qualità della presenza delle donne nella politica”: la presenza del soggetto femminile è riuscita/ riesce/ a cambiare le regole di funzionamento della politica? Perché le figure femminili nei sindacati, nei partiti e dentro le istituzioni, anche con notevole visibilità personale, appaiano nel loro agire politico per lo più sovrapponibili a quelle maschili nei ruoli dirigenziali, amministrativi e governativi? Quali «ulteriori trappole si annidano all’interno di quote e uguaglianze anche formalmente riconosciute»? Ci si interroga sul perché, in sostanza, le donne elette rinuncino ad esercitare il magistero femminista e a promuovere una politica “altra”, relazionandosi con i movimenti di base. 

Una risposta può venire dall’esperienza spagnola di Barcellona e di Cadice, riportata sempre da Paola Melchiori, dove le donne dei movimenti femministi si sono accordate per eleggere proprie rappresentanti nelle istituzioni locali, affidando loro dei mandati precisi e facendo così anche del voto uno strumento di lotta delle donne? «È possibile ragionare in termini di alleanza, di azione comune, di collaborazione, di continuità nel tempo, facendo salve l’autonomia e le caratteristiche proprie di ciascuna forma della politica?» 

Trovare risposte condivise in questo percorso di riflessione e d’azione a tappe, che abbiamo avviato e ci proponiamo di proseguire, è al tempo stesso punto d’arrivo e dal quale ripartire.

https://www.diestlibri.com/la-citta-del-sole/4508-donne-e-politica-ieri-oggi-e-domani-uniamoci-per-essere-libere-tutte.html