Gli USA chiudono il fronte di guerra afghano e noi tutti speriamo che le truppe militari statunitensi si ritirino presto anche dal fronte iracheno e soprattutto da quello siriano, precondizione per portare più stabilità e favorire la pace in Medio Oriente. 

Le guerre di lunga durata logorano e Biden, in una sua recente dichiarazione, ha detto in proposito che il ritiro dall’Afghanistan e da altri teatri è funzionale per concentrarsi meglio sulla vera sfida, quella con Cina e Russia. Le guerre, si sa, fanno la fortuna dell’industria bellica, ma tolgono risorse ad altri settori dell’economia e riducono il consenso popolare. La storia ce lo insegna, i tentativi di esportare, o meglio imporre la democrazia, anzi più propriamente un determinato modello di società, di sistema, non hanno dato buon esito.

La guerra del Vietnam è durata 20 anni (dal 1955 al 1975) e gli Usa l’hanno persa, in Iraq l’hanno vinta militarmente, ma l’Iraq e tutta la regione medio orientale è più instabile che mai, anche in Afghanistan la guerra è durata 20 anni e non l’hanno vinta, nonostante la montagna di miliardi spesi e hanno lasciato sul campo oltre 3.232 morti (+ quelli nei giorni del ritiro) tra cui 53 militari italiani. I morti civili delle guerre americane dal dopoguerra (1945) in poi sono stati decine di milioni.

Nei 20 anni di guerra, la presenza militare di Usa e alleati ha toccato la punta massima delle 130 mila unità (di cui 100 mila statunitensi e 30 mila degli alleati di cui 4.200 italiani), con una enorme spesa di 2.300 mld di cui 9 mld a carico dell’Italia. Per il popolo afghano i benefici economici saranno andati ad una piccola parte della società, dato che l’economia di quel Paese si regge per il 52% del PIL su produzione e commercio di oppio (da cui si ricava l’eroina) e questo commercio è favorito dallo stato di guerra (fenomeno analogo si verificò anche durante la guerra nel Vietnam del sud).

Il cambio di rotta della politica statunitense ha fatto emergere tutta una serie di contraddizioni e divergenze soprattutto con gli alleati europei facenti parte della Nato, sicuramente spiazzati da decisioni prese unilateralmente da Washington. Tutto questo non fa bene alla Nato, sulla quale pesano tutta una serie di altre problematiche che, di fatto, ne stanno mettendo in discussione, se non l’esistenza, quanto meno gli assetti. Il sintomo prevalente di questo disagio è il riproporsi del cosiddetto “esercito europeo” a guida francese. Subito dopo il disordinato ritiro delle forze militari statunitensi e alleate, anche le figure più moderate e atlantiste della politica italiana hanno esternato questa necessità, atta a marcare una maggiore autonomia dell’Europa, sia politica che militare, nei vari teatri internazionali, con le uscite su questo tema del commissario europeo Gentiloni e addirittura dello stesso Presidente della repubblica Mattarella. Esternazioni, peraltro, riassorbite nel giro di 48 ore, dalle più rassicuranti precisazioni e cioè che il cosiddetto “esercito europeo” dovrebbe consistere in una forza di circa 5 mila unità, dislocabili rapidamente nei vari teatri internazionali, nell’ambito, e questo è il punto, del quadro dei compiti e degli obiettivi della Alleanza Atlantica, ovvero della NATO.

Non si tratta di una questione nuova, già in altri frangenti di frizioni interne alla Alleanza, il problema riemerge per poi essere riassorbito e silenziato. Resta il fatto che di fronte al moltiplicarsi delle crisi regionali (in particolare Medio Oriente, con in testa Siria, Iraq, Iran, Libano e Palestina; dell’Ucraina-Donbass-Crimea; dell’Afghanistan e di tutta l’area centro-meridionale asiatica; dell’Indo pacifico e in particolare di Taiwan e del Mar cinese meridionale) e della crescente contrapposizione con Cina e Russia, riemergono le divergenze di interessi tra Stati Uniti da una parte e l’Europa dall’altra.

Inoltre, si sta riproponendo in questi giorni l’ipotesi nefasta, dell’ingresso nella NATO dell’Ucraina, che non è una buona notizia per la Russia, ma neanche per l’Europa, perché senza una soluzione che sia basata sugli accordi di Minsk, il conflitto è potenzialmente devastante, soprattutto per l’Europa che diventerebbe ancora una volta il campo di battaglia principale. Una tragedia che dovrebbe indurre non solo i governi, ma soprattutto i popoli d’Europa e del mondo, a sollevarsi contro i pericoli di una Guerra catastrofica. Molti analisti e opinionisti e anche buona parte, appunto, della opinione pubblica, non credono a questa possibilità, alcuni la escludono completamente, però purtroppo non è così, perché quando si considera il nemico il male assoluto, lo si demonizza con le più fantasiose narrazioni così da preparare la mente del                                                 popolo che sono in pericolo i cosiddetti “nostri valori fondamentali”, “gli stili di vita”, i “diritti umani”… e chi più ne ha più ne metta, e così facendo può capitare che la gran massa ci creda a tutto questo ed ecco che si riesce a convincerla che magari la guerra sia l’unica soluzione. La Storia ce lo insegna, le armi di distruzione di massa sono già state usate e potrebbero esserlo anche un domani. 

Tornando al nostro filo conduttore, l’Europa, l’Italia, hanno interessi, soprattutto economici, spesso divergenti con gli Usa per un semplice fatto, perché il motore dell’economia mondiale si è spostato in Asia e in particolare in Cina, quindi ne deriva la politica delle sanzioni che gli Usa infliggono ai paesi considerati nemici e che tutti gli alleati devono a loro volta considerare nemici, se non vogliono essi stessi diventare nemici. I quali nemici (oltre a Cina e Russia, per esempio l’Iran, Cuba, il Venezuela, la Siria ed altri… uno addirittura, la Libia, l’hanno ridotta a pezzi, divisa e frazionata da gruppi e generali rivali con i loro eserciti mercenari) sarebbero tali in senso ideologico, perché hanno un modello sociale e politico diverso, non pienamente conforme ai canoni liberal del capitalismo basato sul potere illimitato del grande capitale finanziario e dei grandi gruppi del complesso industriale bellico, del settore minerario ed energetico, dei settori delle alte tecnologie e della logistica globalizzata, della comunicazione, dell’informatica e della informazione ecc. di matrice statunitense e comunque del blocco occidentale, affamato di risorse naturali le quali vanno, molto semplicemente, rapinate ai Paesi più deboli e poveri.

La NATO è, quindi, per chi ne fa parte, una Alleanza ad alto rischio che è quello di ritrovarsi dalla sera alla mattina, anzi da un’ora all’altra, anzi da una manciata di minuti all’altra, coinvolti in una Guerra per decisioni prese solo a Washington; la Costituzione, il Parlamento, il Governo, il Presidente della Repubblica, non conteranno niente, è solo prima, molto prima che si potrà evitarla. Facendo rispettare ora la Costituzione e non legando le nostre forze armate in automatico alla macchina da guerra statunitense, come in Iraq, come in Afghanistan, come nella ex Jugoslavia e come pure in Libia, masochisticamente contro i nostri stessi interessi diretti. Liberando il nostro territorio delle basi militari Usa e della Nato che sono anch’esse fondamentalmente basi Usa, da cui, non dimentichiamo, partirono gli attacchi aerei per bombardare sia Belgrado e il territorio slavo che la Libia, a cui parteciparono anche bombardieri italiani (nella ex Jugoslavia, anche truppe di terra esposte alle scorie dei proiettili americani contenenti uranio impoverito).

La NATO, questo è il problema, con gli Stati uniti che la comandano senza mezzi termini, sembra che sia in procinto di accettare l’ingresso nella Alleanza dell’Ucraina; se così fosse, ma “preghiamo” di no, non sarebbe una buona notizia per la Russia, ma neanche per l’Europa, tanto che, nella stessa Europa si sono levate, anche a seguito della débacle della ritirata dall’Afghanistan, alcune dichiarazioni a favore della costruzione di un esercito europeo, cosa non nuova, ogni qual volta alcuni degli alleati, soprattutto Francia e Germania a cui stavolta si è unita con maggiore visibilità l’Italia, vedi le prese di posizione di Gentiloni e addirittura del Presidente della Repubblica. E un tale esercito europeo che si rispetti, dovrebbe implicare anche una politica estera basata sugli interessi della stessa Europa, che sono diversi da quelli statunitensi. Certo, perorare la causa della necessità di un esercito europeo non significa automaticamente dichiarare l’uscita dalla NATO, ma sarebbe chiaramente un segnale di crisi, di disagio, che anche i più fedeli e convinti difensori di una tale alleanza hanno reso pubblico. Vedremo che ripercussioni avrà il seguito della vicenda afghana sia nell’area centro-meridionale asiatica, sia nel medio-oriente (Siria, Iraq in particolare), qualora le truppe statunitensi e alleate procedano sulla linea del ritiro. 

Se come detto da Biden, gli Usa dovranno focalizzarsi sui rivali, sui nemici, fondamentali, ovvero Cina e Russia, la questione ucraina (conflitto nel Donbass e questione della Crimea e del controllo sul Mar Nero) con il suo possibile e pericolosissimo ingresso nella NATO e la questione di Taiwan e del contrastato Mar cinese meridionale, Artico, ecc., diventeranno sempre più le linee di faglia di possibili scontri su scala globale.

Nel concludere questa serie di riflessioni e considerazioni, non va dimenticato che gli Usa hanno circa 900 basi militari fuori dai suoi confini e sparse in tutto il mondo, tutte puntate su Russia, Cina e Iran, basi che svolgono anche un ruolo di condizionamento politico e militare verso quei Paesi che le ospitano. La storia dell’Italia è piena zeppa di vicende gravi e drammatiche ove la presenza massiccia politica e militare degli Usa hanno svolto un ruolo centrale, basti ricordare la strategia del terrore con gli innumerevoli attentati e condizionamenti avvenuti dal dopoguerra in poi e sino ai nostri giorni.

La battaglia per l’uscita dell’Italia dalla NATO e per la conseguente chiusura delle sue basi nel nostro Paese, per una Italia sovrana, indipendente e non allineata e nello spirito della Costituzione del ’48, dovrebbero essere i punti fondanti per la costituzione di un Fronte politico di opposizione forte, capace di saldare questi obiettivi con le lotte dei lavoratori per i propri diritti e per cambiare il Paese nella direzione del socialismo.