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La matrice di Bazarov-Kautsky

e il trotzkismo mediatico

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Dopo più di nove decenni di vita stentata si rivelano sempre più evidenti la crescente debolezza, i continui fallimenti politici e le acute divisioni esistenti tra i diversi e rissosi gruppi che compongono il frastagliato microarcipelago del trotzkismo contemporaneo: non è certo casuale che ai nostri giorni sussistano almeno una dozzina di autoproclamate “Internazionali” che affermano di agire su scala planetaria, rimanendo spesso quasi sconosciute persino ai sempre più rari militanti di base del milieu trotzkista.

L’estrema sinistra di natura trotzkista, come del resto quella di altre correnti politiche (anarcocomunista, bordighiana, ecc.) non solo non ha fatto alcuna rivoluzione, ma non ci si è avvicinata nemmeno da lontano; la sua esperienza su scala internazionale durante circa nove decenni, a partire dal 1928, rappresenta dunque la storia di un fallimento permanente, contraddistinto dall’assoluta incapacità di incidere seriamente sulla realtà politica e sui rapporti di potenza concreti, mancando quasi ovunque persino di avviare processi concreti di accumulazione di forza in grado di far superare la soglia critica dell’irrilevanza politico-sociale.

Ma, simultaneamente, continua invece da molti decenni l’utilizzo quasi costante su larga scala, da parte dei mass media della borghesia occidentale, specie se di “sinistra”, del principale asse politico e del più importante segno distintivo comune ai gruppi che fanno riferimento alla Quarta Internazionale: elemento facilmente individuabile nell’ostilità e nella sfiducia politico-sociale da essi mostrata in modo quasi permanente, a partire dal 1926, contro i nuclei dirigenti politici dei paesi socialisti e delle nazioni antimperialiste sotto il manto di una fraseologia rivoluzionaria, partendo dall’Unione Sovietica dopo la morte di Lenin fino ad arrivare alla Cina Popolare, a Cuba socialista e al Venezuela bolivariano dei nostri giorni.

Del resto nel processo di produzione di strategia e praxis politico sociale da parte della CIA di Langley era stato in passato, ed è tuttora ben presente il tassello dell’alleanza – ritenuta necessaria e possibile – tra la sinistra antistalinista a livello mondiale e i circoli dirigenti più lucidi del potere statunitense.

Come ha notato infatti la storica antistalinista F. Stonor Saunders, in un suo ottimo saggio intitolato “Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale”, fin dall’inizio del 1948 e quindi solo pochi mesi dopo la fondazione della Central Intelligence Agency “da qualche tempo l’Agenzia accarezzava una certa idea. Chi avrebbe potuto combattere meglio contro i comunisti di un ex comunista? Dopo i colloqui con Koestler, quest’idea cominciò a prendere forma. La distruzione dei miti del comunismo, egli argomentava, poteva essere raggiunta soltanto con la partecipazione, in una campagna di persuasione, di personalità della sinistra che non fossero comuniste. Al dipartimento di Stato e nei circoli dell’intelligence, le persone cui Koestler faceva riferimento erano già indicate come gruppo, la “sinistra non comunista”. Nel corso di quella che Arthur Schlesinger descrisse come una “rivoluzione silenziosa”, elementi del governo erano giunti sempre più a comprendere e a sostenere le idee di quegli intellettuali che, disillusi del comunismo, rimanevano tuttavia fedeli agli ideali del socialismo.

In effetti, la strategia di promuovere la sinistra non comunista doveva diventare “il fondamento teorico delle operazioni politiche della CIA contro il comunismo, per i successivi vent’anni”. La base ideologica di questa strategia, in cui la CIA stabiliva una convergenza, quasi un’identità, con gli intellettuali di sinistra, fu presentata da Schlesinger in The Vital Center (“Il Centro Vitale”), uno dei tre libri fondamentali che videro la luce nel 1949 (gli altri due erano Il Dio che è fallito, e 1984 di Orwell). Schlesinger registrava il declino della sinistra e, infine, la sua paralisi morale sulla scia della rivoluzione corrotta del 1917, e tracciava l’evoluzione della “sinistra non comunista” come “modello di mobilitazione per i gruppi che lottano per costruire un’area per la libertà”. Era all’interno di questo gruppo che “la restaurazione di una radicale vitalità” avrebbe potuto aver luogo, non lasciando “alcuna lampada alla finestra per i comunisti”. Questa nuova resistenza, argomentava Schlesinger, aveva bisogno di “una base indipendente a partire dalla quale operare. Richiedeva riservatezza, denaro, tempo, giornali, benzina, libertà di parola, libertà di unione, libertà di paura”.

“La tesi che animava tutta questa [mobilitazione della] sinistra non comunista era quella che Chip Bohlen, Isaiah Berlin, Nicolas Nabokov, Averell Harriman e George Kennan sostenevano tutti con passione”, avrebbe in seguito ricordato Schlesinger. “Tutti noi sentivamo che il socialismo democratico era il baluardo più efficace contro il totalitarismo. Questo divenne il tema sotteso – o addirittura occulto – della politica estera americana del periodo”. La sigla che designava la sinistra non comunista, NCL (Non-Comunist Left), diventò presto di uso comune nel linguaggio della burocrazia di Washington. «Era quasi un gruppo di tesserati», osservò uno storico.

Questo “gruppo di quasi tesserati” si riunì per la prima volta attorno al libro “Il Dio che è fallito”, una raccolta di saggi che testimoniavano il fallimento dell’idea comunista. Lo spirito animatore del libro fu Arthur Koestler, tornato a Londra in stato di grande eccitazione dopo i suoi colloqui con William Donovan e gli altri strateghi dell’intelligence americana. La storia della sua successiva pubblicazione costituisce il modello del contratto stipulatosi tra la sinistra non comunista e l’“angelo nero” del governo americano. Prima dell’estate 1948, Koestler ne aveva discusso con Richard Crossman, che durante il conflitto era stato a capo della PWD, la Psychological Warfare Division, il quale riteneva di poter “manipolare intere masse di persone” e di possedere inoltre “la giusta combinazione di prestidigitazione intellettuale per poter essere considerato un perfetto propagandista di professione”. (F. Stonor Saunders, “Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale”).

I potenti mezzi di propaganda delle diverse frazioni della borghesia mondiale, specialmente (ma non solo) di matrice “progressista”, utilizzano di frequente un cavallo di battaglia di matrice trotzkista, e cioè quello della corruzione e della crescente degenerazione politico-sociale dei dirigenti dei paesi prevalentemente socialisti, ritenuti invece definitivamente imborghesiti.

Essi inoltre diffondono spesso tra i loro utenti, soprattutto dopo il 1991, uno dei pilastri post-sovietici dei gruppi legati alla tradizione della Quarta Internazionale, secondo il quale da tempo stati e formazioni economico-sociali quali Cuba, Vietnam e la Cina hanno ormai abbandonato i rapporti di produzione socialisti per trasformarsi in nazioni più o meno completamente capitaliste, omologabili dunque a quelle occidentali nelle loro principali linee-guida socioproduttive.

I mezzi di comunicazione dell’ala progressista della borghesia riprendono altresì carsicamente un’altra tematica cara al trotzkismo e ai suoi simpatizzanti, avente per oggetto la tesi di un presunto abbandono del marxismo e del comunismo da parte dei quadri dirigenti dei partiti delle nazioni facenti capo a Pechino, Avana e Hanoi, Pyongyang e Vientiane.

Infine gli strumenti di propaganda di “sinistra” delle metropoli imperialistiche diffondono di frequente notizie e informazioni sull’appoggio fornito da quasi tutti i gruppi trotzkisti a favore dei proteiformi protagonisti delle diverse “rivoluzioni colorate” via via diffusesi su scala mondiale a partire dal 1989, acquisendo pertanto un utile sostegno politico anche da parte dell’estrema sinistra a favore dei loro strumenti e mandatari attivi in giro per il mondo.

Per fare l’esempio più rilevante su scala planetaria, risulta abbastanza conosciuto l’appoggio inequivocabile fornito dalle principali formazioni politiche legate alla tradizione della Quarta Internazionale agli studenti anticomunisti e occidentalofili di piazza Tienanmen, durante la primavera del 1989. Oppure alla causa del separatismo tibetano nel corso degli ultimi tre decenni, riuscendo persino a cercare di far dimenticare la matrice feudale del Dalai Lama. Oppure agli studenti – anch’essi anticomunisti e filoccidentali – di Hong Kong, nel corso del 2019: senza aver alcun problema nel ritrovarsi all’interno dello stesso fronte politico anticinese con Salvini e Trump, oltre che senza mostrare reazioni negative di fronte al vergognoso spettacolo delle bandiere inglesi e statunitensi sventolate dalle forze separatiste di Hong Kong, servi dei legittimi eredi di quel colonialismo occidentale che scatenò la prima e atroce “guerra dell’oppio” contro la Cina nel 1839-1842.

L’elenco potrebbe essere facilmente allungato passando all’analisi dell’America Latina e del quadrante mediorientale: Siria, Iran, Libia di Gheddafi, ecc.

A tal proposito l’analista S. Zecchinelli, totalmente distante da qualunque forma di simpatia per Stalin, ha descritto con lucida tristezza all’inizio del 2018 il processo di degenerazione che ha interessato gran parte della sinistra antistalinista, trasformatasi via via in “sinistra imperiale” e “sinistra del capitale”.

Zecchinelli ha infatti evidenziato che tale sinistra «è diventata l’emblema dell’anticomunismo. Si tratta di una sinistra post-moderna vicinissima a Noske e lontanissima dai vecchi riformisti socialisti dei primi del novecento. Una sinistra delle élite, con la puzza sotto il naso, narcisista e senza scrupoli, che disprezza il popolo bollando, in quanto a suo dire “populiste’’, le critiche radicali al neoliberismo. Gli operai, i salariati, i ceti popolari colpiti dalla globalizzazione capitalistica gli sono avversi, ed è per questa ragione che gli intellettuali “post-modernisti” non perdono occasione per offenderli, umiliarli, colpirli con politiche liberticide. Hanno sciolto il popolo reale, aderito alla globalizzazione dei valori anglosassoni fondati sull’individualismo e lo spirito anti-comunitario, costruendo un popolo e un mondo immaginario fatto di femminismo, diritti lgbt e naturalmente di associazioni private. La sinistra del capitale non contempla il mondo del lavoro.

Il sociologo marxista James Petras ha criticato non soltanto la subalternità di questa sinistra all’imperialismo USA, ma anche la funzionalità del trotskismo dogmatico ai progetti neo-coloniali statunitensi. Un tempo i comunisti non avevano dubbi nel difendere tutti i paesi aggrediti dall’imperialismo; oggi il movimentismo trotskista, in Siria ed in Venezuela, si schiera dalla parte della CIA. […] Il movimento socialista, comunista e antimperialista non può perdere tempo con le elucubrazioni di questi gruppetti e con i loro sproloqui funzionali, per dirla con Guy Debord, alla ‘’degradazione spettacolare-mondiale (americana) di ogni cultura’’ “Americanismo” e sinistra sono diventati la stessa cosa, prendiamone atto e liberiamocene prima che sia troppo tardi» (S. Zecchinelli, “La sinistra transgenica e antisocialista”, 22 aprile 2018, in linterferenza.info).

Comunque la domanda fondamentale riguarda la ragione per la quale gli strateghi più intelligenti della borghesia e le loro reti mediatiche operanti per il mondo adoperavano e usano tuttora, da molti decenni e fino ai nostri giorni, tutta una serie di tematiche trotzkiste come loro utili strumenti nella lotta mondiale contro il comunismo; e la risposta risiede nel tassello della “sinistra eterna”, categoria teorica e fenomeno storico concreto, allo stesso tempo odiato e conosciuto dalla frazione più intelligente dei mandatari politici e dai teorici della borghesia (Nietzsche, ma non solo), fin dal 1880 e dai tempi della Comune di Parigi e della vittoriosa lotta della socialdemocrazia tedesca, allora principalmente su posizioni rivoluzionarie, contro il regime reazionario di Bismarck (D. Losurdo, “Nietzsche, il ribelle aristocratico”, ed. Bollati Boringhieri).

Per “sinistra eterna” lo storico Ernst Nolte, reazionario e antistalinista intendeva, seguendo la scia di Nietzsche, quella frazione delle masse popolari, delle classi sfruttate e degli intellettuali, più o meno estesa e attiva a seconda dei casi, schierata su posizioni apertamente egualitarie e antagoniste rispetto alla disuguaglianza sociale tipica di tutte le formazioni classiste, in una linea di sostanziale continuità plurimillenaria che andava dai profeti ribelli della Bibbia (Amos, Isaia, ecc.) passando da Spartaco, Thomas Muntzer, il giacobinismo più estremo e Babeuf per poi arrivare al bolscevismo e a Lenin (E. Nolte, “Controversie”, pagg. 81-88, ed. Corbaccio).

Che fare rispetto all’elemento di catalizzazione formato da questa “sinistra irriducibile” per la borghesia post-1890?

Utilizzare “bastone e carota”, ossia due tradizionali metodi di governo usati, secondo l’analisi corretta di Lenin, dalle classi sfruttatrici.

La repressione a volte non poteva essere (ancora) usata, o viceversa non risultava più sufficiente come nel caso esemplare della Germania di Bismarck.

La “carota” del benessere crescente era un metodo a sua volta d’aiuto rispetto alla massa dei lavoratori, ma non tanto da convertire buona parte dei combattivi e idealisti seguaci della “sinistra eterna” alle sorti meravigliose e progressive del capitalismo.

Che fare, dunque?

Una terza via, un terzo strumento generale di lotta contro il socialismo e il marxismo venne in ogni caso trovato e utilizzato su vasta scala dopo l’Ottobre Rosso del 1912: e cioè “usare i rossi per combattere i rossi”, impiegare proprio la vittoria dei bolscevichi nell’ex-impero zarista al fine di convincere, o almeno per far dubitare seriamente gran parte della “sinistra eterna” rispetto alla validità del socialismo/comunismo, oltre che della soluzione rivoluzionaria per arrivarci.

Per convertirla a più miti consigli.

Per demoralizzarla e farle perdere fiducia nelle proprie forze.

Per convincerla che non c’era alternativa alla “gabbia d’acciaio” (Max Weber) del capitalismo, magari migliorato e riformato molto gradualmente.

Per farle penetrare in profondità, nella sua mentalità collettiva, che anche i nuovi governanti, “rossi” almeno a parole, viceversa non agivano meglio degli sfruttatori borghesi, e che quindi, attraverso un’ipotetica rivoluzione si passava solo da un giogo all’altro, da una “fattoria degli animali” all’altra.

Si trattava – e si tratta tuttora – di una forma particolare di apologetica indiretta, descritta da Lukács nella sua opera “La distruzione della ragione”, la cui essenza consiste nel trasformare gli innegabili lati negativi e difetti connaturati organicamente al capitalismo in proprietà eterne, inevitabili e ineliminabili di qualsiasi forma di organizzazione sociopolitica umana, di qualunque tipologia possibile di rapporti sociali di produzione e di potere: “tutti gli uomini, sempre e dovunque, vogliono soldi e potere: non ci si può fare nulla”, “l’uomo è per natura egoista”, e così via.

Per quest’operazione continua di lavaggio del cervello, tesa almeno a neutralizzare al massimo grado possibile la “sinistra eterna” oltre che, a cascata, gli altri lavoratori salariati, i migliori testimonial possibili risultavano ovviamente gli esponenti progressisti, meglio ancora se con un passato rivoluzionario e in buona fede: tali “utili idioti” e involontari apologeti (indiretti) del capitale risultavano in grado di convincere, o almeno di seminare dubbi collettivi come nessun politico o intellettuale moderato avrebbe mai potuto fare, almeno rispetto al particolare target sociopolitico in via di esame (G. Lukács, “La distruzione della ragione”, pagg. 206-207, ed. Einaudi).

La prima tappa di questo processo politico-sociale si creò fin dal 14 dicembre del 1917 e a meno di due mesi di distanza dall’Ottobre Rosso, quando Vladimir Bazarov, bolscevico dal 1904 all’inizio del 1917 e collaboratore dell’influente giornale di sinistra Novaya Zizn, diretto dallo scrittore marxista M. Gorky, pubblicò sul quotidiano sopracitato un articolo nel quale egli dichiarò a chiare lettere che “la dittatura bolscevica non contiene neanche un atomo di socialismo, mentre le sue forme “di stato” non erano “solo aliene al socialismo, ma diametralmente opposte a esso, e poteva essere caratterizzato come una scuola per la perversione dei lavoratori” (V. Bazarov, “What is needed for socialism?”, 14 dicembre 1917, in www.marxist.org).

Primo elemento della matrice di Bazarov: il socialismo bolscevico “non conteneva neanche un atomo di socialismo”, ossia non era per niente socialismo ma invece uno “statalismo” alieno ed estraneo al vero comunismo.

Seconda sezione: si trattava quindi di una dittatura contro il proletariato, e non certo una dittatura del proletariato diretta da un partito al cui interno allora occupava alcune posizioni politiche importanti lo stesso Trotskij.

Terzo elemento: tale dittatura costituiva un male ed era “perversione” sia contro la classe operaia che gli insegnamenti di Marx, e doveva essere pertanto combattuta con forza proprio dai veri marxisti e dalla “sinistra eterna”.

La matrice di Bazarov venne ripresa dopo soli quattro mesi da I. A. Isuv e da Bucharin.

Menscevico e “marxista-ortodosso”, nell’aprile del 1918 Isuv espose l’equazione Russia sovietica = capitalismo di stato dopo soli sei mesi dallo scoppio della grande Rivoluzione d’Ottobre.

Isuv sostenne infatti sul giornale menscevico Vperiod (25 aprile del 1918) che “priva fin dall’inizio di un carattere veramente proletario, la politica del potere dei Soviet si inoltra sempre più apertamente, negli ultimi tempi, sulla via della conciliazione con la borghesia e assume un carattere antioperaio. Sotto la bandiera della nazionalizzazione dell’industria si persegue una politica di impianto di trust industriali, con il pretesto di ricostruire le forze produttive del paese si cerca di abolire la giornata di otto ore, di introdurre il lavoro a cottimo e il sistema Taylor, le liste nere e i fogli di via. Questa politica minaccia di togliere al proletariato le sue principali conquiste nel campo economico e di farne la vittima di uno sfruttamento illimitato da parte della borghesia” (V. Lenin, “Sull’infantilismo di sinistra”, cap. V, 12 maggio 1918).

Già nella primavera del 1918, i “discorsi provocatori della borghesia” del tipo di Isuv, denunciati con forza da Lenin nel suo articolo “Sull’infantilismo di sinistra”, vennero tra l’altro ripresi in buona fede dalla tendenza dei “comunisti di sinistra” (Bucharin, Osinsky, ecc). Essi scrissero in polemica con Lenin, sulla loro rivista Kommunist, che l’introduzione da parte del potere sovietico “della disciplina del lavoro legata alla reintegrazione di capitalisti alla direzione della produzione, mentre non può aumentare sostanzialmente la produttività del lavoro, diminuirà l’iniziativa di classe, l’attività e la capacità organizzativa del proletariato. Essa minaccia di asservire la classe operaia, susciterà il malcontento sia degli strati arretrati che dell’avanguardia del proletariato. Per attuare questo sistema, dato l’odio che regna nei ceti proletari verso i “capitalisti sabotatori”, il partito comunista dovrebbe appoggiarsi sulla piccola borghesia contro gli operai, e così suicidarsi come partito del proletariato” (V. Lenin, “Sull’infantilismo di sinistra”, ibidem).

Quindi fin dall’aprile del 1918, solo sei mesi dopo l’inizio della rivoluzione bolscevica, intellettuali marxisti in buona fede come Bucharin, o in mala fede come Isuv, parlavano della Russia sovietica come di un “capitalismo di stato”, contraddistinto da uno “sfruttamento illimitato da parte della borghesia” (Isuv).

La ragione politica che stava dietro alle tesi borghesi e raffinate alla Isuv risultava fin troppo evidente e chiara: “perché avete fatto la rivoluzione, operai russi, perché ancora sostenete i bolscevichi se il potere sovietico vi offre solo un capitalismo di stato ancora peggiore di quello pre-rivoluzionario, oltre alle privazioni tipiche di ogni processo rivoluzionario?”.

Più in generale, se si convincono i lavoratori che fanno realmente le rivoluzioni che la loro azione collettiva porta solo a casa il vecchio capitalismo, si toglie almeno una parte del loro sostegno al nuovo regime politico e socioproduttivo. E se poi nemmeno si convincono i lavoratori dei paesi che non hanno ancora fatto le rivoluzioni che “il sol dell’avvenire” risulta fin dall’inizio, o si è trasformato più o meno rapidamente nel vecchio capitalismo, seppur di stato e parzialmente modificato (si pensi solo alla “morale” che stava dietro l’abile ed astuta fattoria degli animali di Orwell), si toglie non solo gran parte del loro sostegno e simpatia alle nuove formazioni statali rivoluzionarie e post-rivoluzionarie, ma soprattutto gran parte della loro volontà rivoluzionaria. “Perché pensate di fare la rivoluzione, se tanto i padroni ci saranno sempre anche se sotto la maschera dello Stato, come insegna l’esempio russo del 1917/22 e poi quello sovietico, l’esperienza cinese, cubana e vietnamita, ecc.?” (M. Waldenberg, “Il papa rosso Karl Kautsky”, vol. secondo, pag. 825, Editori Riuniti).

Questa è la vera e gigantesca posta politica che si ritrova dietro le discussioni (apparentemente astratte, astruse e noiose) sulla natura socioproduttiva degli stati e delle formazioni economico-sociali sviluppatisi dopo l’Ottobre Rosso del 1917, ivi compresa ovviamente l’esperienza cinese del 1925/2020

Comunque, il salto di qualità per la matrice elaborata in parte da Bazarov, oltre che per la sua diffusione su scala planetaria attraverso l’azione combinata della socialdemocrazia internazionale e dei mass media borghesi, avvenne attraverso l’apporto decisivo di Karl Kautsky: testimonial che nel 1918 godeva di una parziale e declinante, ma ancora reale fama di marxista ortodosso e di “papa rosso”, ossia di massimo esponente teorico del marxismo a partire dal 1895 e dopo la morte di Engels.

Proprio Kautsky nel 1918 scrisse infatti un saggio intitolato “La dittatura del proletariato”, nel quale egli sviluppò e completò l’operazione anticomunista di Bazarov combinandola con due ulteriori snodi storico-teorici.

Innanzitutto il “papa rosso” nel 1918 sostenne che la presente dittatura del proletariato in Russia era in flagrante “contraddizione con gli insegnamenti di Marx”, perché il socialismo risultava impossibile e impraticabile nell’arretrato ex-impero zarista, in miseria e con forze produttive poco sviluppate.

Inoltre Kautsky indicò che nel regime autoritario di dittatura sul proletariato implementato dai bolscevichi stava già emergendo una nuova classe privilegiata, ossia una nuova classe sfruttatrice in embrione (K. Kautsky, “The dictatorship of the proletariat”, capitolo IX e X, in www.marxist.org).

Se in un suo libro del 1919, intitolato “Terrorismo e comunismo”, Kautsky impiegò coscientemente per definire il regime sovietico termini e categorie quali “capitalismo di stato”, “nuova classe di funzionari” (bolscevichi, ovviamente), e “nuova classe dominante” (comunista, ovviamente), sempre nel 1919 Bazarov aggiunse un altro mattoncino al processo di costruzione del mantra antileninista del “tutto è rimasto come prima, salvo una verniciatura di rosso” esponendo a sua volta la tesi della degenerazione burocratica del comunismo, attraverso la progressiva formazione di una “casta” (Bazarov) organizzata di natura tecnico-intellettuale (J. Biggart, «Aleksander Bogdanov and the theory of a “New Class”», pagg. 266-267, in The Russian Review, vol. 49, 1990).

Risulta a questo punto fin troppo semplice evidenziare il pesantissimo debito contratto via via sia dal Trotskij del 1926-1940, con la sua teoria della “casta burocratica” reazionaria e parassitaria di natura sovietica, sia dal movimento trotzkista vecchio e nuovo rispetto alla matrice di Bazarov-Kautsky; diventa meno facile, ma molto più importante comprendere invece le ragioni dell’innegabile successo secolare di quest’ultima, ancora viva e vegeta nei suoi tratti fondamentali ai giorni nostri e alimentato carsicamente dalla potente macchina mediatica della borghesia contemporanea.

La ragione immediata di tale diffusione risiede nella natura astutamente e intelligentemente demagogica della matrice di Bazarov-Kautsky: e i demagoghi, aveva sottolineato con forza il geniale e preveggente Lenin nel suo “Che fare” del 1902, costituiscono il “peggiore nemico della classe operaia”; non uno degli avversari, non uno dei tanti antagonisti, ma proprio i peggiori nemici della classe operaia (V. I. Lenin, “Che fare”, capitolo IV).

La causa fondamentale si trova tuttavia nel fatto che, nel caso concreto in esame, la demagogia si basa purtroppo su alcuni elementi concreti e reali, sintetizzabili con la teoria delle tre asimmetrie via via formatesi durante il processo concreto di passaggio dal capitalismo al comunismo.

La prima riguarda la profonda differenza sussistente, in modo inevitabile e necessario, tra il socialismo (inteso come prima e immatura fase della formazione economico-sociale comunista) e il comunismo sviluppato: è sufficiente leggere la marxiana “Critica del programma di Gotha” del 1875 per assimilare rapidamente la grande distanza che separa il socialismo del “a ciascuno secondo il suo lavoro” (con apparato statale annesso, notò giustamente Lenin nel suo “Stato e rivoluzione” del 1917) dalla generosa gratuità e abbondanza derivante dalla praxis socioproduttiva e dalla regola del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, in felice assenza di apparati statali via via deperiti ed estinti nel corso del tempo.

Vista tale grande distanza diventa dunque possibile per demagoghi del tipo di Zizek, Negri (“Goodbye, Mr. socialism”) e del Trotskij del 1926-40 respingere, ovviamente “da sinistra” e “in nome del comunismo”, la dura regola socioproduttiva della distribuzione socialista del prodotto sociale in base al lavoro erogato, qualificandola spesso come un sistema di natura borghese.

La seconda asimmetria riguarda invece il differenziale concreto tra un socialismo affermatosi nei paesi più avanzati sul piano tecnologico-socioproduttivo e quello invece che ha finora vinto concretamente, nelle nazioni meno avanzate quali le regioni dell’ex-impero zarista del 1917, la poverissima Cina del 1949 e così via.

Fermo restando che, seguendo con piacere G. Lukács, a nostro avviso il peggior socialismo risulta migliore del migliore capitalismo, fino ad ora e quindi per più di un secolo le società socialiste sono state via via gravate e penalizzate proprio dal pesante handicap di essere partite, nella gara planetaria contro l’imperialismo, in una situazione di schiacciante inferiorità rispetto alle formazioni economico-sociali capitalistiche in campi decisivi: ossia il livello di sviluppo delle forze produttive, il potere reale d’acquisto degli operai e il grado di avanzamento del binomio scientifico-tecnologico, costituendo pertanto un “supermarket” meno attraente e magnetico rispetto a quello borghese, almeno per larga parte dei produttori diretti del nord del nostro pianeta.

La terza asimmetria riguarda invece il dislivello indiscutibile che si è creato tra un processo ipotetico-ottimale di costruzione del socialismo, seppur partendo da nazioni poco sviluppate, e quello invece attuatosi concretamente in mezzo a guerre civili e aggressioni imperialiste, sommate agli errori spesso pesanti – e a volte tragici – compiuti carsicamente dai nuclei dirigenti politici dei partiti comunisti al potere dopo il 1917: tale ulteriore handicap politico-sociale non poteva che rafforzare e consolidare ulteriormente la presa concreta e il fascino attrattivo esercitato dalla matrice di Bazarov-Kautsky, nelle sue varianti e aggiornamenti più o meno creativi, rispetto a sezioni significative della “sinistra eterna” e, più in generale, delle masse popolari del nostro pianeta.

Che fare per i comunisti del Ventunesimo secolo, rispetto al trotzkismo mediatico?

In estrema sintesi, far emergere e denunciare la particolare connessione dialettica creatasi tra trotzkismo e borghesia contro i paesi socialisti, rompendo allo stesso tempo qualunque rapporto politico con forze che sul piano oggettivo rientrano a pieno titolo tra i demagoghi, quindi tra i peggiori nemici della classe operaia.