Da questo numero di “Cumpanis”, nella Sezione Arte & Cultura, iniziamo a presentare alcuni poeti e alcune poetesse. Vi saranno nomi già conosciuti e, più spesso, nomi meno e persino molto meno conosciuti. Come nel caso della poetessa che presentiamo in quest’occasione: Maria Fiorenza. La quale – come cita la nota biografica che appare nella stessa raccolta poetica della Fiorenza “Io nacqui in miseria triste”, Archivia editrice – nacque il 31 maggio 1906 a Colobraro, in provincia di Matera, da un’umile famiglia contadina. Primogenita di otto figli di Francesco Fiorenza e Rosaria Bellito, dovette aiutare la famiglia sia con il suo lavoro nei campi che nella cura dei fratelli più piccoli. Amava andare a scuola, ma poteva frequentarla solo ogni tanto, fino a quando, con grande dolore, fu costretta ad abbandonarla definitivamente. Riuscirà a prendere la sognata licenza elementare soltanto da adulta, frequentando la Scuola Popolare. Nel 1927 si sposò con Giuseppe Virgallito e dal loro matrimonio nacquero sette figli. Come tutte le donne contadine lavorava nei campi, si occupava degli animali che allevavano, tesseva al telaio, riordinava la casa, faceva il pane, eppure la sera rubava le ore al sonno per poter leggere un giornaletto o scrivere le sue poesie. Il dolore più grande che segnò la sua vita fu causato da un incidente domestico occorso alla sua figlia Lidia, che a soli tre anni fu investita in pieno volto da una fiammata del braciere. Sopravvisse con il volto devastato e il mento quasi attaccato al collo. La sofferenza per questa disgrazia la portò alla disperazione ma non a darsi vinta. Le condizioni misere non le permettevano di poter affrontare le spese per l’operazione di chirurgia plastica. Ma Maria Fiorenza si appellò al giornale “I piccoli Pionieri”, che con una sottoscrizione le inviò parte del denaro necessario. Scrisse una lettera al presidente della Repubblica, Gronchi, che rispose inviandole 130mila lire. Riuscì così a far operare la figlia Lidia, con esito felice. Negli anni che vanno dalla Seconda Guerra Mondiale agli anni ’60, Fiorenza visse con grande passione politica, da militante e da protagonista, la grande lotta contadina, quella che lei stessa chiamò “la lotta per la libertà e la giustizia”. Una passione e una militanza che segnano tutta la sua poesia. Nel 1964, dopo aver visto i figli andarsene tutti via, uno dopo l’altro, si trasferisce a Nichelino, comune della cintura torinese. La sua passione politica non l’abbandona mai e nel suo salotto piemontese affigge una grande fotografia di Giuseppe di Vittorio. La penna rimane la sua arma migliore e ogni volta che si trova di fronte ad un’ingiustizia sociale la denuncia scrivendo alle autorità, al presidente della Repubblica e al presidente del Senato. Negli ultimi anni della sua vita invia un racconto, accompagnato da una lettera, al giornale dell’UDI “Noi donne”. Ciò le procura la simpatia di centinaia di compagne, che le scrivono da tutta Italia. Si spegne il 4 ottobre 1986, serenamente, perché, come diceva: “che c’ema stè pe’ ped d’cers?. Come le ghiande che, cadute ai piedi delle querce, diventano vecchie e legnose perdendo gran parte della loro capacità di germinazione, così Maria Fiorenza, che da contadina ha trascorso anni al ritmo del ciclo delle stagioni, accetta serenamente la morte come parte ineludibile del ciclo naturale della vita. 

Pubblichiamo di seguito tre poesie di Maria Fiorenza tratte dalla raccolta “Si nacque in miseria triste”.

 

La donna contadina

Alle quattro del mattino / già la donna contadina / ha due ore lavorato / ha lavato e rattoppato. / I suoi bimbi vanno a scuola / hanno un abituccio solo. / Quando si alzano al mattino / e preparato il vestitino / i suoi bimbi son stupiti, / erano sporchi e son puliti, / erano scuciti e strappati / ora son belli e rattoppati. / Poi all’alba in fretta in fretta / canta ancora il suo galletto / chiama i bimbi e sparge il sole / si prepara per la scuola. / Poi riordina la casa / mette a posto ogni cosa, / la colazione è preparata / una cipolla o l’insalata. / Chiama in fretta le galline / gli dà l’acqua ed il becchime / ai colombi il granone / ai suini il beverone, / i legumi per la sera / già son cotti va a vedere. / Ogni cosa si prepara / È accanito il suo lavoro / né riposo e né mangiare / né si asciuga il sudore / per guadagnare un’ora. / Quando il sole è declinato / tutta stanca ed avvilita / la minestra è preparata / la mangia con appetito. / Poi riprende il suo lavoro / mette un ceppo al focolare / la sua calza o il fuso prende / poi sospira sorridente: / Oh! Che vita travagliata! / Figli miei non vi sposate / ben vedete i tempi attuali / siamo peggio degl’animali. / Fila svelta ed in fretta / dice ai figli: andate a letto / io mi resto un altro poco / mi fa luce ancora il fuoco. / Resta sino a mezzanotte / legge un poco un giornaletto / manda via la nostalgia / e scrive qualche poesia. / Si sveglia il marito / dice: ancora non hai finito? / Passo ancora un quarto d’ora / per finire il mio lavoro.

 

I contadini della montagna

I contadini della montagna / assai lavoro e poco guadagno. / Li vedi curvi pallidi e stanchi / in verità ogni cosa gli manca. / Se guardi i figli dei contadini / a chi manca le scarpe a chi le mutande. / Chi piange chi strilla e chi dice no. / Arriva il marito e sgrida alla moglie. / La moglie risponde: che posso fare? / Chi sente freddo e chi vuol mangiare / chi ha la febbre e chi un dolore, / come si fa a chiamare il dottore? / Se viene il dottore ci dà le medicine / ma come pagarle senza quattrini? / Stufo il marito a sentire quei lamenti / va a lavorare dove non li sente. / Resta la moglie confusa ed afflitta, / piange e pensa ai suoi diritti: / se mi valesse il Decreto Gullo / non sarei afflitta e senza nulla. / Il marito pensa: ah! quel contratto / io per questo divento matto, / se vado via son disoccupato / se resto qui son disperato. / Poi pensa alle tasse ed ai contributi: / povero me, mi sento perduto! / Con arroganza arriva il padrone / e che pensa?: i lavori sono fatti buoni. / Qui c’è bisogno di trasformazione / sia alla terra che alle piantagioni. / Nulla io faccio risponde il padrone / li puoi fare tu che sei un cafone. / Il povero mezzadro umile e cortese / e ciò è causa di maggior pretesa / Va al pollaio e grida forte: / questo mezzadro mi fa andare alla morte! / Trova dieci uova e ne vuole venti, / lascia il mezzadro senza niente. / Prende un galletto e lo porta via: / questo mi tocca è roba mia. / Viene il Natale e vuole il galletto / a Capodanno pretende il capretto, / a Pasqua ancora ricorre di nuovo / vuole l’agnello e un cesto di uova. / Se guardi le case d’abitazione / dei mezzadri ti fa compassione, / nudi soffitti con topi grossi / polvere e terra gli gettano addosso. / Il focolaro senza camino / il troppo fumo che li rovina. / I muri crollano che li può ammazzare. / Ricorre al padrone, che vi posso fare? / Da tutti beffati e da tutti ingannati / i contadini che son disperati. / Come l’inganno che ai contadini / gli ha fatto Bonomi unito a Farina. / Ma se pensassero che i lavoratori / ci danno pane e ci danno onore, / se provvedessero con leggi / con la riforma dei patti agrari / ma la riforma presto gli vale / se non indugiano i clericali. / Riforma severa e riforma che vale: / a tutta la terra meridionale. / Grazie agli elettori del sette giugno / che hanno coraggio e spada in pugno, / grazie a Togliatti, grazie alla Sinistra / ai deputati Comunisti. / Vogliano il lavoro, vogliano la pace: / quando si ha questo il mondo tace! / Viva Togliatti, viva il Lavoro. / Viva coloro che ci danno onore.

 

I Cumpagnelli

Chi chiù vò sagli ‘ncoppa / non sapimme chemmafà! / Quanti so troppo grossi / anna fa a fine essi sparà. / Sapimm’ a stu paese / l’introito e la spesa / e ‘nmani a sti massoni / anni spariti i milioni. / Per st’ommini testardi / ann sparit i miliardi. / Venne mpedì e lotte / ci fanno sempre a sfotti. / Ma stommini corrotti / ‘ncoppa a capa annavè i botte. / Compagno e compagnelli / ao belli so belle / hi fa luce chilla stella, che bella che bella / pella propaganda non si fann pria. / Vanna a cà vanno a là / chi falce e martello / u distintive all’Unità. / Compagni e compagnelli / tutti quanti anna sapè / ca sta falce e martello / sempre o core anna a tenè. / Hanno a propaganta / e vanno sempre avanti / chilla bandiera rossa / tutte e ghiurne a scentulà. / Chilla chiù bella stampa / sempra avanti l’Unità. / Un nome di Togliatti / sempi mocca anna tenè / e tutte forchettone / sempa o cule e sotto piè,vcompagni e compagnelli.