Abbiamo inaugurato questa rubrica, la “Luce della Poesia”, nel numero scorso di “Cumpanis”, dicendo alle nostre lettrici e ai nostri lettori che intendiamo presentare, anche attraverso la pubblicazione di alcuni loro versi, dei poeti e delle poetesse. Spesso poco o affatto conosciuti, senza escludere la presentazione di alcuni che hanno già conquistato un pubblico più vasto.

In questo numero parliamo di Dante Strona.

Dante Strona nasce a Biella il 18 luglio 1923. Partecipa alla Resistenza nella 50esima Brigata Garibaldi “Edis Valle”. Subito dopo la guerra diviene segretario della Camera del Lavoro di Crocemosso e poi di Biella: in seguito svolge attività di dirigente sindacale, sino al 1962. Residente a Fontaneto d’Agogna (Novara) dai primi anni ’50 fino al 1988 – anno della sua morte – , dal 1970 si dedica all’attività di studioso di storia contemporanea e di critico storico-letterario. Scrittore e cronista attento degli eventi che hanno caratterizzato la nostra storia, è unanimemente riconosciuto come “poeta della Resistenza”.

Pubblichiamo di seguito due poesie di Strona presenti nella raccolta “Per conoscere Dante Strona”, pubblicata dal Comune di Fontaneto d’Agogna nel 1994.

    

“Banditi”

Erano così, negli abiti lisi, / negli stracci “civili” segnati / dalla polvere e dal fango, / nelle zazzere e nelle barbe / incolte / e la stanchezza di strade / e sentieri: / volti marcati dal sonno / breve / su giacigli di frasche, di paglia, / di fieno, / nell’odore di stalla e di baita / e nella pelle, acido, / quel sentore, umido, di fumo / e sempre – insaziata – / la fame dei giovani. / Erano così, rare le armi, / dissimili – preziosi i colpi / come decine di rosario / da recitare / pochi grani alla volta / e poi sganciarsi, nell’ombra, / quando gli sterpi di baraggia / erano velo / all’insidia nemica / o la neve portava i lupi / dei mongoli, sulle tracce. / Morti, erano cenci grigi / fagottelli scomposti / in un candore di mani bianche / addossati / ai recinti dei cimiteri, / ai muri delle case bruciate, / alla neve delle strade / o al sole, / implacabile, delle piazze. / Erano così i primi “banditi” / divenuti poi Brigate e valanga, / vento di Libertà, / Resistenza, / sole d’Aprile e pagine di Storia. / E credere in Loro, / nei Morti e nei vivi, sembrava / impossibile: / occorreva un atto di fede / grande / come il dovere di dirle queste cose / se verità è amore, / ora che nessuna “verità” eguaglia / la vostra statura nel tempo, / Compagni, / e noi, i rimasti, vi guardiamo / come i monti, a sera, / senza trovare parole.

Racconto

Mio padre, alle sei del mattino, alzava / adagio la saracinesca del negozio / e lavorava in silenzio tra spago / e tomaie: la porta aperta al pispolìo / insistente dei passeri del viale. / Erano stagioni difficili e si negava / colloqui nel suo antrio in penombra: / stringeva tra le labbra chiodini / minuti e picchiava, a volte, con rabbia / suo cuoio gocciolante e sulle suole. / Infilava, sovente, nelle scarpe tirate / a lucido, foglietti clandestini / e consegnava il pacco con un sorriso / accennato, senza gesti d’intesa. / Poi, d’improvviso, il negozio restò / chiuso, ma la gente allora andava / di fretta guardandosi alle spalle. / Lo riaprì tempo dopo: pareva cambiato / e sempre più solo. Con pazienza / infinita rimediò allo scempio e anche / i ritagli raccolse, piegandosi a fatica. / Non disse nulla a nessuno. Solo a me – / quando tornai da partigiano – / mostrò il doppio fondo d’un cassetto: / coperto da stringhe e ciarpame spiccava / ancora un plico di stampa clandestina. / E lo vidi felice. C’era il sole / d’Aprile sulle sue mani stanche / e sulle piccole piaghe delle dita. Tolse / il grembiule e serrò l’uscio: è festa / oggi – disse – e mi prese sottobraccio. / Già le strade erano colme di bandiere.