“Secondo Engels, esistono non due forme della grande lotta socialdemocratica (politica ed economica) – come si pensa abitualmente fra noi -, ma tre, ponendosi accanto a queste anche la lotta teorica”

Queste illuminanti parole di V.I. Lenin, espresse nel suo capolavoro “Che fare”, forniscono la “risposta breve” alla provocatoria domanda posta dal titolo di questo breve saggio: no, la lotta teorica non é affatto una perdita di tempo, anzi riveste la medesima importanza e dignità della lotta politica e della lotta economica.

E cosa diceva, in effetti, Engels riguardo alla lotta teorica? Leggiamo insieme il suo pensiero attingendo direttamente alle sue parole:

“Senza il precedente della filosofia tedesca e precisamente della filosofia di Hegel, il socialismo scientifico tedesco – l’unico socialismo scientifico che sia mai esistito – non sarebbe mai nato. Se tra gli operai non ci fosse stato questo senso teorico, il socialismo scientifico non si sarebbe mai cambiato in sangue e carne in così grande misura come è effettivamente accaduto”.

In poche parole, il marxismo leninismo si radica così profondamente in una dimensione teorico-filosofica, senza la quale, dice Engels a chiare lettere, esso “non sarebbe mai nato”; e, come forse immodestamente ci permettiamo di chiosare, non avrebbe potuto raggiungere quella diffusione universale e quelle vittorie che lo hanno visto protagonista indiscusso del novecento. Una lotta teorica la cui progressiva marginalizzazione, isterilimento e persino derisione ha forse contribuito, e a nostro avviso in maniera non negligibile, al progressivo sgretolamento del comunismo in occidente.

Se vogliamo poi rivolgerci ad una prospettiva tutta italiana, come non ricordare Antonio Gramsci e la sua accorata e continua difesa dello studio come una fatica, un mestiere, necessari e da rispettare e perseguire incessantemente, incuranti di attacchi e persecuzioni? Ecco che la lotta teorica diviene per Gramsci uno strumento imprescindibile di liberazione ed emancipazione, lo strumento che solo potrà dare al popolo gli strumenti necessari per capire, analizzare, resistere all’oppressione ed infine trionfare sul capitale.

Così il ragazzo che si arrabbatta coi barbara, bàràlipton, eccetera; si affatica, è certo, e bisogna trovare che egli debba fare la fatica indispensabile e non più. Ma è anche certo che dovrà sempre faticare per imparare e costringere se stesso a privazioni e limitazioni di movimento fisico, cioè a un tirocinio psico-fisico. Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia”.

(Quaderni dal carcere)

Fino ad arrivare, con un guizzo di sintesi ed intuizione geniale, a pensare il partito come “intellettuale collettivo”, organismo capace di interrogarsi a fondo su questioni teoriche anche apparentemente scollegate dall’attualità:

“Una delle più gravi lacune dellattività nostra è questa: noi aspettiamo lattualità per discutere dei problemi e per fissare le direttive della nostra azione, il che fa sì che non tutti si impadroniscano “dei termini esatti delle questioni”, cosa che provoca “sbandamenti”, disorientamento, “beghe interne”. Serve quella preparazione di lunga mano che dà la prontezza di deliberare in qualsiasi momento…disinteressatamente, cioè senza aspettare lo stimolo dellattualità, in essa dovrebbe discutersi tutto ciò che interessa o potrà interessare un giorno il movimento proletario”

(Scritti politici, a cura di P. Spriano, Editori Riuniti 1978, vol. I, pp. 140-143)

Però, e questo dobbiamo ricordarcelo sempre, la dimensione della lotta teorica marxista leninista non é mai stata e mai dev’essere una dimensione dogmatica ed ossificata, una mera ripetizione catechistica di formulette e frasi fatte, ma piuttosto una fucina viva e ribollente di dibattito, talvolta anche aspro sino ai limiti del conflitto aperto, un’arena di confronto e di scontro, di tesi ed antitesi sempre però volte alla ricerca di una sintesi.

E non é mai stata, e mai dev’essere, aristocratico compiacimento fine a sé stesso, nutrimento altezzoso di un falso senso di superiorità dell’intellettuale rispetto alle “masse incolte”, non dev’essere la scusa per ritirarsi dalla lotta politica rinchiudendosi nella “torre d’avorio” ove si rifugiano coloro che attendono immoti “il momento buono” limitandosi a vomitare dai loro fogli dai nomi roboanti quelle estremistiche “parole scarlatte” tanto dolci alle orecchie quanto inutili e spesso controproducenti per la causa e gli interessi della classe dei lavoratori.

D’altro canto, la lotta teorica non dev’essere neppure carburante improvvidamente gettato sul fuoco del frazionismo e dello scissionismo, mali endemici del comunismo, né strumento vile e machiavellico di isteriche scomuniche incrociate, attacchi “ad personam” basati su mere antipatie personali che nella loro acredine mostrano impietosamente la carenza di profondità di pensiero e prospettiva teorica, ideologica e politica.

Cosa dev’essere allora questa lotta politica? Lo vedremo tra breve, ma prima gettiamo uno sguardo spassionato su ciò che é stato causato dalla sua progressiva scomparsa dal panorama politico e culturale italiano ed europeo.

L’eclissi della lotta teorica

Sono ormai lontani i tempi nei quali intellettuali, storici, filosofi e uomini politici si scontravano ferocemente su temi che oggi lascerebbero interdetto più di un militante, i tempi in cui Lenin incrociava il fioretto con Plechanov su temi quali la teoria della conoscenza e l’ontologia della realtà, dando alle stampe quel capolavoro di profondità, sarcasmo e chiarezza che é “Marxismo ed empiriocriticismo”; sono tramontati i giorni delle furibonde battaglie sul materialismo dialettico, sul “marxismo culturale” della Scuola di Francoforte, sono ormai un ricordo le polemiche che videro protagonista Ludovico Geymonat, tanto innovativo e profondo da essere tacciato sfacciatamente di “eresia” da alcuni piccoli uomini che si ritenevano i sacri custodi dell’ortodossia marxista leninista.

Poi, gradualmente, quelle voci si sono attenuate e poi spente, lasciando il campo prima ad una progressiva egemonia della mera lotta economica, preludio di quella socialdemocratizzazione del partito che ha attraversato gli anni del secondo dopoguerra fino a terminare con la catastrofe della Bolognina; le scuole di politica hanno smesso di produrre cultura e preparazione fino a chiudere i battenti in un silenzio assordante fatto di “fondazioni” ed enti il cui contributo teorico é prossimo allo zero, mausolei decrepiti in un deserto di idee e di pensiero.

Ed in questo arido deserto i pochi militanti rimasti, ormai pervasi da quello spirito dei tempi il cui motto é “fare per fare”, continuano a navigare a vista, come navi fantasma senza né carta né bussola alla ricerca di un approdo di cui non conoscono neppure la posizione; fortunatamente, tra le macerie fumanti della gloria che fu, si aggirano ancora, smunti e scarmigliati, quei pochi reduci delle antiche battaglie che ancora tengono duro e credono che non sia possibile riedificare una prospettiva comunista in Italia ed in Europa senza ricostruire quel tessuto di discussione ed approfondimento teorico ideologico necessario a creare le premesse di una rinascita comunista. 

Le prospettive

Questo sparuto manipolo di comunisti, che sanno di basare la loro speranza non su una fede di stampo idealistico ma su un analisi scientifica di tipo materialistico diabetico e storico, non si perdono d’animo: sanno che una sola é l’alternativa alla barbarie in cui il mondo sembra precipitarsi, e che questa alternativa é il socialismo, il socialismo scientifico.

E laboriosamente, con fatica, senza perdersi d’animo, nel silenzio e nell’isolamento, cominciano a ricostruire un tessuto di relazioni, di discussione, di lavoro comune, che percorre caparbiamente quei filoni principali d’impegno teorico che sembravano definitivamente perduti: l’approfondimento del pensiero marxista, compreso quello degli scritti giovanili tanto spesso colpevolmente sottovalutato ed escluso dall’elaborazione ideologica recente; la riflessione su una possibile applicazione del metodo marxista leninista alla situazione concreta dell’oggi, attuata attraverso lo sforzo di capire la realtà senza tradire i principi; ed infine, la capacità di parlare ai militanti in maniera che sia semplice ma non semplicistica, profonda ma non criptica, articolata ma non avulsa dalla concretezza della quotidianità.

Gli strumenti? Le riviste, i dibattiti sia in presenza che sui media e sui social, la creazione di comitati scientifici indipendenti ed autorevoli che sappiano supportare con il lavoro teorico lo sforzo politico di ricostruzione di un vero partito comunista di massa e, non ultima, la creazione di scuole di formazione politica ove i quadri ed i militanti, possibilmente provenienti dalla classe lavoratrice, possano crescere in maniera armoniosa e potente, costituendo quell’avanguardia di classe che Lenin proclamava necessaria per poter guidare le masse alla rivoluzione socialista.