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La Libia e il vaso di Pandora

di Guadi Calvo*

*scrittore e giornalista argentino. Analista internazionale specializzato in Africa, Medio Oriente e Asia centrale.

Su Facebook: https:/www.facebook.com/lineainternacionaGC. Con questo articolo Guadi Calvo inizia a collaborare a “Cumpanis”

L’assassinio di Gheddafi

Dopo quasi dieci anni dall’invasione occidentale in Libia, i nemici del colonnello Mohammed Gheddafi non riescono a tappare il vaso di Pandora che loro stessi hanno aperto e da cui sono emersi tutti gli spettri che neppure Shakespeare avrebbe potuto sognare nelle sue notti più ispirate.

La Libia significa i campi petroliferi più ricchi del continente, ricchissime riserve di acqua fossile adatta per l’uso umano, importanti giacimenti di gas di fronte alle coste e la possibilità di prendersi i miliardi di dollari ed euro libici depositati in banche statunitensi e inglesi, e che il Colonnello stava per trasferire in banche cinesi.

La lista dei responsabili della situazione attuale è lunghissima e completa, sono poche le potenze e i leader internazionali che possono essere esentati dalla responsabilità del crimine. Alcuni per le loro azioni, altri per le loro omissioni. Dalle Nazioni Unite (ONU) alle monarchie sunnite del Golfo Persico, senza dimenticare ovviamente gli Stati Uniti con il premio Nobel per la pace Barack Obama alla Casa Bianca, la Francia di Nicolas Sarkozy e il Regno Unito di David Cameron, i quali con la pretesa primavera araba hanno creduto di trovare un salvacondotto per intervenire in ogni Stato della regione e fomentare i cambiamenti funzionali ai loro interessi. Libia, Siria, Yemen sono i risultati più evidenti di quegli interventi, ai quali potremmo aggiungere l’Egitto dove, a costo di un numero di vite che non sappiamo, si è arrivati solo alla scomparsa di Hosni Mubarak e all’avvento di Abdel Fattah al-Sisi, cioè la semplice sostituzione di un autocrate con un altro.

Nella lista delle omissioni, saremmo estremamente indulgenti se non citassimo Russia e Cina, le quali nel marzo 2011 non posero il veto sulla Risoluzione 1973 dell’ONU che permise l’intervento almeno aereo della NATO, impedendo così al governo libico di schierare l’esercito e l’aviazione per stroncare i primi tentativi di sovversione e impedire l’arrivo di migliaia di mercenari raccolti da tutte le cloache del mondo arabo ad opera del principe saudita Bandar “Bush” bin al-Sultan, per più di vent’anni ambasciatore del suo paese negli Stati Uniti, e dal 2012 capo della tenebrosa Ri’asa al-al-Istikhbarat’ Amah, il servizio di intelligence saudita.

Il resto della storia è conosciuto, il colonnello Gheddafi è stato assassinato il 20 ottobre 2011 da una turba e il corpo fatto sparire in qualche luogo “sconosciuto” del deserto, per evitare che la tomba diventasse un memoriale e un centro di pellegrinaggio degli uomini liberi.

La morte del leader non ha comportato la fine della guerra in Libia, bensì l’inizio di molte altre che rapidamente hanno trasformato la nazione con i più alti livelli di benessere del continente in un mondo da Mad Max, dove bande armate imperversano da un capo all’altro del paese, contrabbandando non solo sigarette e apparecchiature tecnologiche ma anche armi, droghe, persone e petrolio, impadronendosi a volte di interi rioni, o di città intere e perfino di province, per sottometterle ai propri capricci, con la vendetta etnica e ideologica come unica legge. Quelle stesse bande si sono anche vendute come soldati di ventura a diversi referenti politici, il cui maggior merito era la misura della tracotanza con cui avevano tradito Gheddafi. L’esempio migliore è forse quello del “Tenente generale” Khalifa Haftar, ex luogotenente del Colonnello, che dopo il fallimento nella guerra del Ciad e il seguente tradimento riuscì a “esiliarsi” negli Stati Uniti, dove visse quasi 25 anni molto vicino al quartier generale della CIA, con la quale ha collaborato per decenni.

Oggi Haftar, che si è impadronito del petrolio e perciò ha in mano di fatto la cassa del paese, è uno dei grandi animatori del massacro libico; era pronto a tornare nel paese ancor prima che si seccasse il sangue del suo vecchio capo, e grazie ai suoi appoggi esterni è riuscito a diventare il capo dell’Esercito nazionale libico (ENL). Nel maggio 2014 ha lanciato l’Operazione Dignità, giocando su due fronti: esigendo da una parte lo scioglimento del governo di Tripoli del Congresso Nazionale Generale (GNC), un’alleanza politica costruita con la benedizione delle Nazioni Unite che ha scelto l’architetto Fayez al-Sarraj come primo ministro, mentre dall’altra attaccava i gruppi fondamentalisti dell’est del paese, per cui i takfiristi hanno formato la propria alleanza conosciuta come Fajr Libiya (Alba Libica), e hanno trasferito i combattimenti nelle grandi aree dell’est e dell’ovest del paese, fino a che Haftar è riuscito letteralmente a spazzarli via dopo due anni. Attualmente l’Esercito nazionale libico può contare sull’appoggio dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti, della Francia, e con più discrezione, degli Stati Uniti e della Russia.

Il caos libico non solo è peggiorato quando le khatibas (brigate) dell’ISIS si sono insediate dapprima a Derna, nella parte est del paese, e più tardi nella città di Sirte, dove nel 2015 fu stabilita l’effimera capitale del califfato; del tutto casualmente, Sirte è la porta di ingresso alla mezzaluna del petrolio, da cui sono state cacciate un anno dopo; da allora, la presenza ISIS in Libia è notevolmente diminuita. La guerra libica ha anche attraversato le frontiere, estendendosi a oriente verso la Tunisia, dove si sono verificati sanguinosi attentati contro centri turistici come Soussa e il Museo del Bardo; perfino ciò che oggi si verifica nell’estesa regione del Sahel, in particolare in Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad non è altro che l’effetto domino di ciò che è iniziato nel febbraio del 2011 nel paese del Colonnello martire. Oggi quelle nazioni, sia pure appoggiate degli ingenti sforzi in termini di fondi e di truppe della Francia e di altri Stati occidentali, non riescono a fermare l’ondata terroristica iniziata nel 2012.

Il paese diventato deserto

Il Congresso nazionale generale, un’alleanza politica nata con la benedizione delle Nazioni Unite, che ha scelto l’architetto Fayez al-Serraj come primo ministro, rappresenta l’altra parte che disputa il potere a Haftar; al-Serraj si è mantenuto a galla grazie alle milizie mercenarie provenienti da Misrata e Bengasi, le quali di fronte a ciò che sembrava l’attacco finale di Haftar iniziato nell’aprile del 2019, poterono resistere grazie all’arrivo provvidenziale dell’aiuto militare del Qatar e alle truppe inviate dal presidente turco nonché neo-sultano Receip Erdogan, disposto a battersi con chiunque per il gas del Mediterraneo, sia pure lontano dalle sue coste; Erdogan è già arrivato a scontrarsi con la Grecia e la Francia e a quanto pare non gli importa di affrontare perfino Putin, se fosse il caso. Il che porta la Libia a diventare un laboratorio dove le sperimentazioni strategiche e belliche di diverse potenze potrebbero venir poi applicate ovunque.

Data la situazione, la ricostruzione del paese e delle sue istituzioni sono tanto distanti quanto il giorno in cui si decise di demolire la Yamahiriya (Stato delle masse), proclamata da Gheddafi nel 1977; e nulla lascia prevedere che si possa giungere a un governo di transizione con un accordo fra i due grandi poteri che oggi operano nel paese, che schematicamente si potrebbero definire quello dell’Occidente (Tripoli) e quello dell’Oriente di Tobruk, dove ha sede almeno formalmente il potere di Haftar.

Non c’è al mondo alcuna potenza di un certo peso che non abbia valutato in qualche modo la possibilità di trarre vantaggio dalla Libia, e quel territorio tanto ricco sembra poter offrire delle opportunità a tutti.

In questo decennio la Libia ha vissuto delle vicende che mai aveva sperimentato in tutta la sua storia: la caduta di un governo durato 42 anni che l’ha portata al suo massimo splendore, per poi cadere nell’inferno più oscuro, in una guerra civile che ha praticamente diviso il paese e la società, nella nascita del fondamentalismo più aberrante, con centinaia di migliaia di morti, le infrastrutture devastate e una situazione di disordine che è perfino costata la vita dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens, insieme con un agente della CIA e due mercenari, al momento dell’assalto al consolato di Bengasi, nella data tutt’altro che casuale dell’11 settembre 2012. Non si seppe mai chi aveva organizzato l’attacco, ma il libico Ahmed Abu-Jatala venne sequestrato nel 2018 da un commando americano, portato negli Stati Uniti e condannato a 22 anni di carcere.

I responsabili del dramma libico forse non arriveranno mai davanti a un giudice e a un tribunale che ne indaghi i crimini, forse quegli spettri non torneranno al loro posto e ancor meno la Libia potrà diventare una vera nazione; quel che è sicuro è che quest’ultimo decennio mai potrà esser dimenticato dal popolo libico.