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Dalle lettere di Ernesto De Martino e Pietro Secchia

La libertà

dell’intellettuale,

la necessità del Partito

Compagni e amici, a cura di Riccardo De Donato, La Nuova Italia, 1993.

I temi della corrispondenza tra l’antropologo e filosofo Ernesto De Martino

e il dirigente comunista Pietro Secchia

di Ferdinando Dubla

storico del movimento operaio

- Il libero pensiero nell'organizzazione comunista, centralismo e democrazia dell'intellettuale collettivo, la forma-partito adeguata alla nuova linea politica (evidentemente risultato di analisi differenziate rispetto alle fasi precedenti), sono solo alcuni, ma cruciali temi della corrispondenza tra il grande antropologo Ernesto De Martino e il dirigente comunista Pietro Secchia. Sintetizzando, l’antropologo, che rivendica un’autonomia della ricerca, uno spazio aperto per la cultura, meno centralismo e più democrazia, e il dirigente comunista considerato il più partigiano perché orgogliosamente “di parte”, nonché già esponente di primo piano del Comando generale delle brigate “Garibaldi”, che ritiene necessario anteporre il noi all’io, e il legame della cultura con le lotte politiche e sociali, superi lo ‘stalinismo’ (lo voglia o no, perché la situazione storica è cambiata) vivifichi e attualizzi la lezione di Lenin.

Una corrispondenza che è particolarmente intensa in anni cruciali, nel 1956-1957, gli anni della crisi di Suez e dei processi di decolonizzazione, gli anni del XX Congresso del PCUS e del rapporto Krusciov, le scosse politico-sociali in Polonia e Ungheria e l'intervento sovietico, che provocano un dissenso nel partito italiano (e nella CGIL), l'VIII Congresso del PCI delle “vie nazionali” al socialismo.

Alcune note biografiche di contesto sono necessarie, rimandando gli approfondimenti alla ricostruzione dei più eminenti storici (per rigore e linearità raccomandiamo l'introduzione di Enzo Collotti all'Archivio Secchia, 1945-1973, edito nel vol. XIX degli Annali Feltrinelli nel 1979): è proprio in seguito all'VIII Congresso che Pietro Secchia non verrà rieletto alla direzione del partito, dopo l'affaire Seniga di due anni precedente, pagando la fuga del suo fidato collaboratore con ingente denaro e documenti; ne paga in termini di responsabilità politica e morale, ma soprattutto la sua mancata rielezione è un modo di “liquidare” una sensibilità molto forte e sentita nel PCI, non nei termini davvero “stereotipati” di fideismo nei confronti della “patria sovietica”, come si evince anche da queste lettere, ma di maggiore incisività nelle lotte sociali coerenti con i principi del marxismo e del leninismo, per evitare che con la morte di Stalin, la condanna dei suoi metodi di governo e direzione e l'avvio di una fase nuova, venisse insieme liquidato un patrimonio di esperienze e di analisi di valore inestimabile per il movimento operaio. Dopo l'“affaire Seniga”, Secchia fu sostituito da Giorgio Amendola nell'importante ruolo di responsabile nazionale dell'Organizzazione e inviato a dirigere la segreteria regionale lombarda fino al febbraio del 1957, mantenendo ininterrottamente la carica di Senatore della Repubblica. Da quel momento in poi, si impegnò nella ricostruzione memorialistica, nella ricerca storica del periodo che lo aveva visto protagonista di primo piano e nei viaggi all'estero. Fu proprio dopo un viaggio nel Cile di Salvador Allende nel gennaio 1972, che rimase convinto di essere stato intossicato volutamente dalle mene e piani degli oppositori golpisti. Morì il 7 luglio 1973.

Secchia e De Martino si conobbero da vicino perché erano prossimi di casa nel quartiere Monteverde di Roma e le rispettive mogli si frequentavano. Presero l'abitudine, quando possibile, di conversare amabilmente in passeggiate serotine o in casa dell'uno e dell'altro dopo cena. Per un periodo, il 1956/57, continuarono il loro scambio di opinioni per via epistolare.

Ma chi era Ernesto De Martino, in quegli anni? Dal punto di vista politico, un semplice iscritto al PCI, proprio della sezione di Monteverde, dove nel 1951 si erano incontrate la sua compagna e collaboratrice Vittoria De Palma e la moglie di Secchia, Alba. De Martino proveniva dalle file del Partito Socialista, dove, nel dopoguerra, aveva rivestito anche cariche regionali in Puglia, segretario della federazione di Bari, in quanto professore in quella città, e da partenopeo di formazione crociana e storicista (allievo di Adolfo Omodeo e Raffaele Pettazzoni) aveva frequentato il circolo dei crociani baresi e preso come punti di riferimento del PSI, Morandi e Panzieri. Ma la dimensione politica si associava progressivamente al suo lavoro di antropologo, sia dal punto di vista teorico che pratico. De Martino nel 1956 era già riconosciuto come intellettuale e studioso di spessore notevole, sebbene conseguisse la cattedra universitaria solo nel 1959, a Cagliari. Rimandiamo anche qui alla puntuale ricostruzione della sua biografia (un lavoro pregevole sebbene non esaustivo è quello  di Pietro Angelini, Ernesto De Martino, Carocci, 2008, si veda in particolare la nota biobliografica, pp.145-164), ma qui preme sottolineare che in quegli anni era conosciuto per l'organizzazione della ricerca sul campo in Lucania, le trasmissioni radiofoniche che avevano cercato di raccontarla nella sua veste scientifica ed etnologica, la sua importante pubblicazione (del 1948, per Einaudi) de Il mondo magico, che avevano aperto prospettive nuove a tutta l'etnografia italiana, facendole respirare la salubre aria della riflessione teorica originalmente antinaturalistica e umanistica. Anche l'antropologo napoletano si portava appresso, come Secchia in un altro ambito, uno stereotipo che lo accompagnava, l'intellettuale “meridionalista” del riscatto delle plebi subalterne, solo apparentemente positivo, anche nel PCI, perché, di fatto, ne riduceva l'impegno e lo sforzo di ricerca molto più ampio nella sua dimensione teoretica. Tant'è, anche oggi, per molti, De Martino è il meridionalista dell'antropologia italiana, e comunque questa era l'immagine che ne aveva Secchia, ai suoi occhi un pregio non da poco. De Martino si era occupato anche della “ricezione” antropologica di Gramsci e dei “subalterni” sulla rivista Società, nel 1949 e nel 1950 (Intorno a una storia del mondo popolare subalterno, nr.5/pp.411-435,  Ancora sulla storia del mondo popolare subalterno, n.6/pp.306/309), del concetto di folklore nei Quaderni dal carcere (Il folklore progressivo, su l'Unità, 26 giugno 1951, Il folklore in Il Calendario del popolo, nr.7-1951; al tema “Gramsci e il folklore”, era stato dedicato un convegno tenutosi a Roma nel 1951, nel quale aveva presentato una relazione, insieme a Vittorio Santoli e Paolo Toschi [Cfr. Luigi M. Lombardi Satriani, Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna, Rizzoli, 1980, pag.27; ad eccezione della relazione di Santoli, gli Atti del Convegno non furono pubblicati, ibid.], e poi, ancora, Gramsci e il folklore in Il Calendario del popolo nr.8-1952), riflessioni che confluiranno, come basi fondamentali, nel 1959, in quello che è considerato il testo più rappresentativo del percorso demartiniano, Sud e Magia, edito da Feltrinelli.

- Le lettere sono uno scambio aperto di opinioni, franco, senza sottintesi se non quelli del contesto di partito che entrambi vivevano da postazioni differenti. I principali temi sono proprio quelli della forma-partito, del suo funzionamento interno, il centralismo democratico, della linea politica, del rapporto partito-politica-cultura, della necessità di una nuova rivista, delle mutate condizioni storiche in cui il PCI doveva sviluppare la sua strategia, dei suoi riferimenti internazionali, della sua memoria storica. L'“intellettuale collettivo” non è mai esplicitato come categoria gramsciana a cui tendere per il “moderno principe”, ma è sottintesa, seppur per ragioni diverse, alle loro analisi sulla rimodellazione della forma-partito nelle mutate condizioni politiche internazionali e alle loro condizioni nazionali (la “via italiana”), fino alla diversificazione policentrica (la corrispondenza si spinge fino al 1962 e la grave frattura cino-sovietica). Questi sconvolgimenti epocali, fino a che punto dovevano cambiare la natura del PCI? Se si spingono fino a cancellare l'identità di classe e leninista, questo è il rovello di Secchia, quanta strada è possibile percorrere verso il socialismo, circostanza aggravata e non alleviata dal fatto che è stato mutilato un emblema di questa lotta nel mondo? La formazione e i convincimenti di Secchia erano profondamente leninisti, seppure, oltre a comunista, ogni qualificazione in -ismo sia servito alla costruzione di uno stereotipo, di cui fu vittima egli stesso (“stalinista” e “filo-sovietico”) e anche sul rapporto tra intellettuali e classe operaia faceva propria la lezione del principale protagonista della rivoluzione d'Ottobre. Lenin nel marzo 1902 pubblicò il saggio Che fare?, composto dal maggio 1901 al febbraio 1902. Riprendendo il titolo di un noto romanzo dello scrittore russo Černyševskij, che aveva affascinato più di una generazione di rivoluzionari russi, vi continuava la polemica contro il revisionismo di Bernstein e gli economicisti. La classe operaia, lasciata sola di fronte alle proprie condizioni, non supera i limiti dell'economicismo e del sindacalismo; e non mette in discussione il sistema economico e sociale e resta succube della borghesia. Il partito appare come la mediazione tra teoria e movimento. La teoria è la coscienza dell'esperienza storica, la visione scientifica dei rapporti economici, sociali e politici che si forma analizzando le lotte politiche e sociali in corso e si traduce nella linea politica elaborata dal partito e trasmessa al movimento. Ne deriva che «senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario». Gramsci riprenderà estensivamente questo concetto, quando nel Q.XVIII sosterrà che l’intellettuale può pretendere di rappresentare il popolo solo quando il rapporto è fondato su di “un’adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione, quindi sapere”.

Se le critiche si muovono su un'onda emotiva degli avvenimenti, se le analisi risentono di un'offensiva reazionaria e risultano approssimative e superficiali, come, dopo i fatti d'Ungheria, si rivela l'elaborazione di Giolitti (il testo preso in esame, in una lettera del 14 marzo 1957,  è naturalmente “Riforme e rivoluzione”, edito da Einaudi negli stessi giorni di quell'anno) e il manifesto dei '101' intellettuali dissidenti,  tra cui firme prestigiose come Carlo Muscetta, Natalino Sapegno, Lucio Colletti, Dina Bertoni Jovine, Alberto Asor Rosa,  Paolo Spriano, che poi la ritirò, tanto per fare qualche esempio. Ma le stesse critiche al partito devono essere precise, puntuali e circostanziate, altrimenti sono subalterne al senso comune che cerca di sviluppare l'apparato ideologico della classe dominante.

«Non c'è alcun problema che sia soltanto di ordine culturale, che non sia al tempo stesso un problema di lotta politica e sociale, così come non vi è alcun problema di libertà e democrazia che sia soltanto un problema di rapporti interni di partito o tra partito e la classe o le classi sociali, che non sia al tempo stesso un problema di lotta contro i monopoli e contro il grande capitale».  Secchia, attr. febbraio-marzo 1957.

L'adesione organica dell'intellettuale alle lotte della classe lo rende essenziale nell'elaborazione che il partito comunista deve sviluppare: il partito e la sua direzione di classe, la forma che assume la sua metodologia interna del dibattito, attraverso il centralismo democratico, devono costituire lo strumento-principe (il “moderno principe” e “intellettuale collettivo” come capacità socializzata di analisi, elaborazione e azione, la prassi nella categorizzazione gramsciana) della trasformazione rivoluzionaria. Dunque, il dibattito collettivo deve inverarsi in una linea politica per l'azione politica della classe. L'intellettuale isolato, o l'accademico rinchiuso nello specialismo, è l'intellettuale borghese, “organico” anch'esso, ma alle classi dominanti.

«Si può alle volte pensare meglio degli altri, ma non si può pensare in modo giusto, non si può trovare la verità senza gli altri. La forza del movimento nostro non sta nell'individuo, ma nel partito, nella classe, nel popolo».  Secchia, 21 aprile 1957.

Il libero pensiero è nella ricerca, nello studio, nella disposizione alla circolazione diffusa degli esiti della propria analisi, ma il proprio libero pensiero scorre nel libero pensiero delle classi subalterne, finalizzato alla loro emancipazione e liberazione, altrimenti si cade in un deteriore soggettivismo. E su questo De Martino non poteva non concordare, sebbene dietro di sé avesse un apprendistato crociano, una concezione storicistica che però in quegli anni era stata corroborata dal marxismo e proprio dall'elaborazione di Gramsci, come si è già notato, e si configurava, nei suoi complessi studi, come uno storicismo dialettico, come un “sentire” oltre che freddamente e necessariamente “comprendere”. De Martino, e in altri testi lo scrive espressamente, sente il peso di un’“emendazione” dalle sue origini e formazione piccolo-borghesi, [Troviamo particolarmente significativa, a questo riguardo, una pagina di Furore simbolo valore, testo del 1962, in cui, descrivendo il suo incontro con i contadini della terra lucana, De Martino scrive che “il sentimento che realmente provo è un angoscioso senso di colpa. Dinanzi a questi uomini mantenuti al livello delle bestie malgrado la loro aspirazione a diventare uomini, io - personalmente io, intellettuale piccolo-borghese del Mezzogiorno - mi sento in colpa. (…) Io non sono libero perché costoro non sono liberi, io non sono emancipato perché costoro sono in catene”. (ivi, Milano, pp.120-121), tant'è che l'indagare sulla vita magico-religiosa dei contadini del Sud sarà appunto la messa in atto pratica di quelle autocritiche che sul piano teorico si succederanno nell'arco di anni che va dal '50 al '60 [Cfr. Sergio Todesco, Naturalismo e storicismo in Ernesto de Martino, Edas, Messina, 1978, pag.40]. Quello che l'antropologo non accetta, per gli avvenimenti del 1956, e i processi avviati con la “destalinizzazione”, è il giudizio di condanna, che bisognava fosse dichiarato più esplicitamente dal PCI, sull'intromissione dello stato negli affari scientifico-culturali che avevano caratterizzato l'era di Stalin, come la polemica Miciurin-Lisenko, l'intervento contro Marr, l'inaridimento, egli denuncia, dei campi della letteratura, delle arti figurative, degli studi storici, della scienza e della filosofia (e si badi che De Martino aveva studiato l'etnologia e il folklore nell'Unione Sovietica e scriverà nel 1961 la prefazione a “La religione nell'URSS” a cura di A. Bausani, Milano, 1961 VII-XIX) che avevano “inaridito i germi più vivaci dei primi tempi della rivoluzione”. Di qui la necessità di una rivista non direttamente di partito, ma aperta, per usare un termine etnografico, alla “ricerca sul campo”, plurale e unitaria, che raccolga cioè studi ed elaborazioni non finalizzate ad una ‘linea’, ma all'aumento di conoscenze e competenze in uno spirito unitario e di circolazione culturale di massa, non elitaria. Bisogna aderire ai tempi nuovi e alla fase nuova della nuova situazione:

«Appare evidente che il compito degli intellettuali comunisti nel momento presente sia quello di orientare la loro attività culturale (e di lotta in quanto lotta culturale) in rapporto alla nuova situazione. (..) Di qui la necessità di avere a disposizione uno strumento culturale definito, cioè una rivista non di partito che ristabilisca e dia impulso a quella circolazione orizzontale dei problemi e dei dibattiti culturali che la struttura essenzialmente verticale del partito non può dare, almeno allo stato attuale delle cose», De Martino, attr. febbraio-marzo 1957.

Il centralismo democratico, la battaglia delle idee, partito e forma-partito: l'antropologo scrive al grande dirigente comunista che era a capo dell'organizzazione del PCI quando questi aveva superato i 2 milioni di iscritti nel 1947, che il pendolo centralismo-democrazia va riallineato in equilibrio: specie nelle fasi congressuali, libero esercizio del pensiero e dell'analisi, senza peso sensibile degli organismi dirigenti, che devono presentarsi dimissionari, e dunque non condizionare in maniera decisiva militanti ed iscritti; perché la forma del libero dibattito rinvia alla conformazione della linea politica che si assume collettivamente, senza sudditanze psicologiche o abiure di ogni tipo. La libera ricerca non è propedeutica al frazionismo, ma all'azione da intraprendere dell'intellettuale collettivo e alla fisionomia del socialismo che si vuole costruire. Socialismo come esercizio del potere popolare, nessuna “doppia verità”: ciò che chiediamo agli altri, dobbiamo esercitarlo noi stessi. Una sfida ardua, ma possibile e necessaria. Lo aveva provato, sulla sua pelle, proprio Pietro Secchia, progressivamente emarginato dopo il 1954 dai gruppi dirigenti e lo studioso partenopeo lo fa notare al suo interlocutore.

«Tu sai che per me i due problemi di fondo restano quello della democrazia interna di partito e della prospettiva offerta al paese circa l'esercizio del potere socialista una volta che lo si sia conquistato. (..) Siamo immersi nel pantano dell'empirismo, del praticismo senza principi (...) Io so che il problema non è quello della ‘libertà’ ma quello dei suoi ‘limiti’, (...) mettersi a cavallo delle scelte inevitabili e perentorie non aiuta a restare in sella a lungo senza essere prima o poi disarcionato», De Martino, attr. inizio 1963.

- Riabituarsi piuttosto a elaborare collettivamente, confrontare la propria ricerca (e gli oggetti della propria passione intellettuale) con i soggetti i quali quella ricerca utilizzeranno come strumento di lotta ed esercizio d’egemonia. Fondere la razionalità della scienza politica e le corde emotive del popolo-nazione, come lo chiama Gramsci e sentirsi parte funzionale della classe.

«Per intellettuali occorre intendere non solo quei ceti comunemente intesi con questa denominazione, ma in generale tutto lo strato sociale che esercita funzioni organizzative in senso lato, sia nel campo della produzione, sia in quello della cultura, e in quello politico-amministrativo (...)». Quali atteggiamenti psicologici essi hanno nei confronti delle classi fondamentali? «hanno un atteggiamento paternalistico verso le classi strumentali? O credono di esserne una espressione organica?» (Q.XIX,1933/34).

L’intellettuale marxista non si rende funzionale a una linea politica, ma elabora nel collettivo, con gli strumenti suoi propri, la strategia complessiva dei comunisti. Egli riposiziona il suo ruolo, in quanto deriva dalla rottura del blocco storico-sociale delle classi dominanti. Ecco perché non può essere né chierico né neoaccademico: il chierico ha perso la libertà per una disciplina opportunista, il neoaccademico si svincola da ogni disciplina di classe in favore della propria (apparente) libertà, che si rivela sterile come strumento di lotta.

Per i comunisti del XXI secolo il discorso è ancora aperto, oggi. Rileggere queste lettere, tra due personalità così diverse, ma così unite nello slancio ideale, non è dunque operazione peregrina, ma riflessione necessaria.

Ferdinando Dubla, per Cumpanis, giugno 2020

Le citazioni di Gramsci sono dall'edizione dei “Quaderni” curata da Valentino Gerratana, Einaudi, 1975.