Il cinema, nato convenzionalmente a Parigi nel 1895, fu invenzione destinata ad avere un ruolo decisivo nella società di massa, presente in tutti gli avvenimenti del ‘900; fu uno strumento di rappresentazione capace di attrarre e influenzare le masse, un veicolo di manipolazione e propaganda in grado di arrivare anche a chi era analfabeta: ma anche un vero e proprio “attacco al pensiero”, perdurato nel tempo nei confronti del pubblico di tutto il mondo. La Prima guerra mondiale fu l’occasione per produrre molti documentari e film d’intrattenimento, al servizio della propaganda bellicista, ma il cinema fu anche volano di narrazioni anti-militariste e pacifiste.

Il genere cinematografico “bellico” ha declinato il tema della guerra da molti punti di vista, incrociando anche altri generi cinematografici, sia con la fiction che con il documentario: raccontando conflitti senza mostrare battaglie, ispirandosi a storie vere, cimentandosi in ricostruzioni storiche, biopic, includendo storie d’amore, spy-stories e thriller; un genere che fin dagli esordi del cinema ebbe successo di pubblico.

Lo scoppio della Grande Guerra fu una tragedia annunciata, preceduto dalla corsa al riarmo delle democrazie liberali e degli imperi con le nuove armi di distruzione di massa, mentre una feroce campagna nazionalista fomentava rivalità e odio tra i popoli, funzionale ai grandi capitali, che nella competizione dei mercati, dovevano accaparrarsi le materie prime e le risorse energetiche per la seconda rivoluzione industriale; ma i media di allora la spacciarono per una eroica guerra per la patria.

Il cinema fu chiamato prima a convincere i popoli-massa ad arruolarsi per diventare eroi/carne da macello, poi a raccontare la guerra: gli operatori dei primi cinegiornali Newsreels, Actualités, Kriegs-Journal filmarono le folle nelle manifestazioni popolari, patriotticamente euforiche di andare in guerra, come in un gioco, convinte che le innovazioni tecnologiche avrebbero risolto il conflitto in tempi rapidi; poi le sfilate delle partenze dei soldati, salutati dalle folle festanti e soprattutto dalle donne: prezioso materiale di propaganda per l’arruolamento di molti giovani che partirono volontari in tutta Europa. Sull’onda di quelle riprese apparvero in seguito anche i primi film di fiction con lo scopo di mantenere vivo l’interesse sulla guerra.

Il cinema si rivelò un’invenzione straordinariamente potente: quello che aveva fissato con le immagini era destinato a imporsi nel tempo come la ricostruzione prevalente dei fatti, creando il patrimonio visivo collettivo del primo conflitto medializzato nella storia dell’umanità, sovrastando addirittura le analisi storiografiche; ma il cinema si era preoccupato più di occultare, che di rivelare.

La tecnologia di ripresa era inidonea per il pericoloso materiale infiammabile, ma il cinema non si fermò davanti a nulla: nei documentari le riprese degli attacchi frontali furono simulati e il resto del lavoro lo fecero il montaggio e gli effetti speciali, anche se il sonoro era ancora lontano; i trucchi del cinema erano al servizio della politica e molti filmati dei cinegiornali erano girati per impressionare gli avversari con immagini di potenza, perché la ricostruzione di finzione era incredibilmente più pregnante della guerra reale. L’esempio più eclatante fu «The Battle of the Somme», documentario girato prima dello scontro, da Geoffrey Malins della Gaumont e John Benjamin della British and Colonial Film, operatori autorizzati dal War Office, che al fronte filmarono i preparativi delle fasi iniziali della battaglia della Somme nel 1916; un massacro che al Regno unito costò 20.000 vittime, prevalentemente giovani e 40.000 feriti, e il trasferimento dei prigionieri tedeschi. Il racconto fu diviso in cinque parti, commentate da didascalie enfatiche e il montaggio ebbe un ruolo decisivo; proiettato il 21 agosto 1916 contemporaneamente in 34 cinema di Londra, fu un successo strepitoso perché mai s’era visto nulla di «tanto reale». Infatti, nessuno notò che i soldati, uscendo dalla trincea, correvano verso la macchina da presa: erano attori di una messa in scena e il pubblico non si accorse che i nemici che saltavano in aria, erano manichini e la sequenza di un milite «colpito a morte», assolutamente falsa, diventò l’immagine più «autentica del conflitto»; anche se in seguito gli stessi operatori rivelarono la verità, quella sequenza entrò nell’immaginario collettivo della Grande Guerra.

Il cinema aveva così conquistato un ruolo sociale e il processo d’immedesimazione del pubblico rafforzato i vincoli sentimentali tra combattenti e familiari, aveva favorito il consenso e la partecipazione allo sforzo bellico, manipolando i sentimenti patriottici dei popoli e soprattutto fu l’efficace mezzo per tenere in ostaggio le emozioni profonde degli spettatori, come in una trance collettiva.

Quei semplici film e docu-film non erano affatto ingenui, giocavano sulla realtà senza essere veri e puntavano sull’idealizzazione degli opposti per far schierare le persone e costruire nemici.

I primi film di fiction furono girati nel 1916 e David W. Griffith, che già aveva raccontato la guerra di secessione americana in “Nascita di una nazione”, in quegli anni fu assai prolifico negli USA girando: «The Great Love», «The Greatest Thing in Life», «The Girl Who Stayed at Home», film con sfondo la Grande guerra, di cui furbescamente girò più versioni, in funzione dei paesi di distribuzione, compresa la Germania. Si era ispirato proprio ai Newsreels, ma inserì nel contesto narrativo anche storie sentimentali, perché mitigava la tragicità della guerra, favorendo così la nascita di un nuovo genere cinematografico: il melodramma a sfondo bellico, perché aggiungendo una storia d’amore si conquistava un vasto pubblico.

Il cinema si assoggettò alla censura dei governi, evitando per tutta la durata della guerra, di offrirsi come testimone diretto e mediatore dell’orrore, della follia, delle stragi, dei massacri di milioni di giovani soldati. I cineasti francesi furono i primi a girare film di fiction sul conflitto, ma nel dopoguerra nel 1919, uscì anche il primo film anti-militarista che raccontava l’incoscienza euforica per la guerra: “J’accuse” (Per la Patria) di Abel Gance, un film, oggi restaurato per l’alto valore artistico e culturale.

La narrazione per immagini del cinema aveva preceduto il racconto dei romanzi, perché gli scrittori ci impiegarono circa un decennio per elaborare un nuovo linguaggio capace di raccontare l’orrore, dopo l’entusiasmo del linguaggio del Positivismo.

Solo C. Chaplin, che non volle arruolarsi e per questo duramente criticato, nel 1918 girò, interpretò e produsse il film “Shoulder Arms”, un esempio di un cinema risvegliato dall’ipnosi bellica; grazie al personaggio di Charlot, Chaplin raccontò con tocco lieve la vita di trincea sul fronte occidentale, fatta di pericoli, privazioni, paura, nostalgia di casa, cecchini, pidocchi, fango e pioggia, ma anche rari momenti di dolcezza umana, di comicità, dove emerge la denuncia dell’assurdità della guerra e l’aspirazione alla pace. Chaplin fu accusato di aver ridicolizzato le sofferenze dei soldati, ma il pubblico che più apprezzò furono proprio i reduci.

Finalmente, nel ’30 uscirono “All’Ovest niente di nuovo”, film antimilitarista di Lewis Milestone, tratto dal grande romanzo di E. M. Remarque, e nel ’37 il capolavoro di J. Renoir “La grande illusione”, visibili in Europa solo anni dopo, perché distruggevano tutti i falsi miti del sacrificio per la patria, ispirati dagli eroi greci.

Il racconto cinematografico della Grande Guerra, soprattutto su alcuni temi emersi successivamente, ispirò S. Kubrick che nel ’57 girò “Orizzonti di gloria”, film antimilitarista che racconta uno dei tanti episodi accaduti su tutti i fronti, dove le corti marziali condannavano a morte i soldati, stanchi di imprese suicide per la gloria dei generali; fu censurato in molti paesi con accusa di vilipendio delle forze armate. In Italia, M. Monicelli nel ’59 con “La Grande Guerra” ebbe successi di critica e di pubblico straordinari, affidandosi al sicuro “tema del riscatto”, sul quale era stata costruita l’italianità; anche F. Rosi nel ’70 con “Uomini contro” ritornò sul tema affrontato da Kubrick, ispirandosi al romanzo “Un anno sull’altipiano” di E. Lussu, un film d’impronta pacifista e antiautoritaria che metteva in evidenza la follia della guerra e dei generali, proprio negli anni della nascita dei movimenti pacifisti nel mondo.

Il primo conflitto mondiale è tuttora un “ever-green”, anche dopo 100 anni e il cinema compie delle “operazioni-nostalgia” per le guerre di un tempo, perché il XXI secolo ha cambiato i conflitti, e così un regista di gran mestiere come S. Spielberg ha girato “War Horse”, un kolossal ruffiano da oscar; così S. Mendes, con “1917”, che nel 2019 ha girato un film d’azione per raccontare una guerra che fu di posizione, riempiendo le sale cinematografiche.

l topos degli eroi della classicità, come il modello-antagonista “Achille-Ettore”, che aveva ispirato il racconto epico nel genere bellico, ispirò ancora i “war-movies” statunitensi, “un super genere cinematografico” imposto al mondo dagli americani vincitori della Seconda guerra mondiale, dove i comandanti dell’esercito USA erano gli eredi dei capi greci e romani.

Ma Hollywood aveva di nuovo “messo l’elmetto” ancor prima di entrare nel secondo conflitto mondiale con i documentari “Why We fight”, commissionati dal Pentagono, dove registi del calibro di F. Capra, J. Ford, J. Huston, avevano il compito di spiegare e convincere ancora una volta i cittadini americani a combattere in Europa; “La battaglia di Russia”, girato da Capra, è un documento straordinario, che racconta l’URSS agli americani, sottolineando i grandi risultati raggiunti a livello economico, culturale, di pari opportunità e aggregazione sociale del modello socialista e dei suoi popoli, tanto da sembrare un documentario di propaganda sovietico. Nulla lasciava presagire di lì a pochi anni i toni della Guerra Fredda.

Il cinema del secondo dopoguerra osò raccontare anche i drammi psichici della guerra: traumi da separazione e privazioni come in “Da qui all’eternità” di F. Zinnemann del ‘53, ispirato all’omonimo romanzo di J. Jones; ma i film con questo tema furono spazzati via dal Maccartismo.

Nel ’71 uscì lo straordinario “E Johnny prese il fucile” di D. Trumbo, trasposizione del suo stesso romanzo, film sui reduci-mutilati della Grande Guerra, forte requisitoria contro la guerra, il potere militare, la scienza senza pietà e il senso di dio davanti all’orrore: temi che negli anni ’70 con i reduci del Viet-Nam furono molto sentiti. Il film vinse a Cannes, ma la visione risultò troppo dolorosa per il pubblico.

Il racconto del secondo conflitto mondiale risvegliò l’Italia dai “telefoni bianchi”, e si riscattò dal Fascismo con i celebri film del Neorealismo, straordinari capolavori di verità oltre che di arte; in seguito il cinema italiano produsse film sulla guerra partigiana, tratti da romanzi di partigiani-scrittori, ma anche film come “Italiani brava gente” del ‘64 di G. De Santis, raccontò del tragico esercito italiano mandato in Ucraina a combattere e morire sotto la neve a fianco dei nazisti: un film coraggioso, dove i fieri prigionieri ucraini cantano l’Internazionale, sfidando i nazisti, mentre i soldati italiani patiscono le umiliazioni dei tedeschi.

In 50 anni l’Occidente con la sua superiore cultura era stato responsabile di 2 guerre mondiali con oltre 100 milioni di morti e rovine e il cinema aveva fatto la sua parte.

Anche il tema della Seconda guerra mondiale ha avuto importanti operazioni-nostalgia: “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg nel ’98, film sulla retorica dei reduci, è un esempio di nuovo successo di botteghino, funzionale a mantenere vivo, il falso ricordo degli “unici liberatori… quei liberatori, di cui oggi il mondo farebbe a meno.

Ma il ritorno al tema delle grandi battaglie del secondo conflitto mondiale, la guerra giusta, in grande stile, è “Dunkirk” di C. Nolan, film girato in analogico su pellicola nel 2017, ma con macchine da presa di ultima generazione e con effetti speciali tradizionali, senza però essere un film retrò, perché pensato per la proiezione nelle sale super-tecnologiche IMAX.

Nolan compie un’operazione etico-estetica, lontana dai war-movie tradizionali ed evita il remake del “Dunkirk” del ’58 di Norman. Il regista concentra il racconto su gruppi ristretti, intrecciando i diversi personaggi, scomponendo la linearità narrativa, come in un puzzle temporale fuori dal contesto degli avvenimenti, proprio come il cubismo aveva pensato il primo conflitto mondiale e con raffinate evocazioni letterarie della poetry-war; il geniale finale evita che lo “spirito di Durkirk” del discorso di Churchill, s’impantani nella retorica dei grandi personaggi storici e nella poetica della nostalgia.

“La sottile linea rossa” di T. Malick del ‘98, tratto dal romanzo di J. Jones, reduce delle guerre sul Pacifico, ispirato da R. Kipling e ambientato nel 1942 nel Pacifico, è un lontano racconto della Seconda guerra mondiale, nel contesto della giungla delle Isole Salomone, dove i soldati americani sono immersi in un lungo dialogo interiore con riflessioni panteiste, domande metafisiche, creando un dramma poetico tutto giocato sul contrasto della bellezza della natura e l’orrore distruttivo della guerra. Un film poco amato del pubblico in cerca di azioni epiche… troppo profondo, infatti non vinse alcun oscar.

Sempre sul tema della rivisitazione del secondo conflitto mondiale, altrettanto straordinario è “Lettere da Iwo Jima” girato da C. Eastwood nel 2006, che ispirandosi al romanzo di Tadamichi Kuribayashi, osa raccontare la Seconda guerra mondiale dal punto di vista dei Giapponesi; non è un film retoricamente pacifista, è invece contro le illusioni, in cerca di verità e monito per le coscienze, come tutto il cinema di Eastwood.

Infatti, il regista nel 2006 girò anche “Flags of Our Fathers”, ispirato dall’omonimo un romanzo di J. Bradley e R. Powers, dove racconta la battaglia di Iwo Jima dal punto di vista degli USA. Un film spartiacque che osa svelare la medializzazione della guerra, di come si costruisce un falso sulla base della celebre foto di J. Rosenthal sulla vittoria USA a Iwo Jima: la bandiera a stelle e strisce issata sul monte Suribachi. Intorno a questa foto furono organizzati tour di spettacoli nel ’45 negli stadi USA per promuovere la vendita di buoni di guerra; Eastwood evidenzia come le immagini siano diventate potenti armi e come sia cambiata la logistica della percezione militare: l’approvvigionamento di immagini era diventato l’equivalente dell’approvvigionamento di munizioni.

Anche gli altri vincitori del secondo conflitto mondiale, l’URSS, hanno prodotto film per la vittoria della Grande Guerra Patriottica, ma furono ignorati dall’Occidente invaso dalla produzione hollywoodiana ed è materiale per cinefili comunisti; molti hanno una prospettiva insolita per il nostro immaginario collettivo “arrivano i nostri”, costruito da Hollywood; infatti il cinema sovietico ha prodotto, oltre la celebrazione enfatica dell’eroismo dei popoli dell’URSS contro il nazismo con il sacrificio di 27 milioni di morti, molte pellicole che sono l’umanissimo racconto dei dolori generati dalla guerra come “Ballata di un soldato” del ’59 di Grigorij Čuchraj, il famoso e bellissimo “L’infanzia di Ivan” del ’62 di A. Tarkovskij che vinse il Leone d’oro a Venezia e l’indimenticabile documentario di Mikhail Romm “Il fascismo ordinario” del ’65, la prima cronaca approfondita degli orrori e delle origini del nazifascismo con immagini autentiche tratte dagli archivi nazisti e da quello personale di Hitler, sapientemente montati; un altro significativo film è “Hanno combattuto per la Patria” del ’75, un film epico di Sergej Bondarchuk, girato per raccontare alle nuove generazioni, per non dimenticare il sacrificio di tanti cittadini sovietici, a cui l’Europa deve la liberazione dal Nazismo.

Gli USA invece, dopo aver scoperto che la macchina bellica del complesso militare-industriale li aveva portati fuori dalla recessione economica del ’29, non si sono più fermati e, dopo i nazisti, hanno continuato le guerre contro “i musi gialli” in Asia con la guerra di Corea e quella del Viet-Nam fino alla contemporaneità, inventandosi le lunghe guerre a bassa intensità sparse per il mondo.

Sull’assurdità della guerra nel ’70 uscirono due film memorabili perché fuori da ogni schema narrativo tradizionale: “M.A.S.H.” di Altman con sfondo la guerra di Corea e “Comma 22” di M. Nichols, ambientato ancora durante Seconda guerra mondiale, entrambi tratti da romanzi, perfettamente adatti al clima dissacrante contro l’autoritarismo militare degli anni ’70.

Sempre sul tema dell’anti-eroe, è da ricordare “Mediterraneo” di G. Salvatores del ’91, che conquistò un oscar meritatissimo: un film di guerra, dove la guerra non c’è.

Il cinema industriale di Hollywood non perse l’occasione di mitizzare la guerra del Viet-Nam, che diventò quasi un genere, contrassegnando un’epoca, grazie anche alla musica di quegli anni che fu la colonna sonora di molti film.

Il genere “Nam-Movies” iniziò con “Berretti verdi” del ‘68, voluto, diretto e interpretato da John Wayne che da cow-boy si trasforma in marine, un brutto film imperialista inguardabile e su quel filone c’è l’infinita serie “Rambo”, ma anche “Il cacciatore” di M. Cimino, film ruffiano-retorico e anti-comunista, ma anche capolavori come “Platoon” di O. Stone, “Full Metal Jacket” di Kubrick e soprattutto “Apocalypse Now” di F. Coppola, dove echeggia “Cuore di tenebra” di Conrad. Film-cult, entrati nell’immaginario collettivo che meritano singoli approfondimenti etico-estetici per l’alto valore culturale e il piacere della visione. Le tv ancora trasmettono vecchi e famosi film ambientati sui fronti della Seconda guerra mondiale, certe di un sicuro pubblico che ama “la guerra cinematografica”: un’operazione funzionale a perpetrare la narrazione degli “eroi-liberatori” made in USA; soprattutto perché dopo la fine della Guerra Fredda è cambiato il modo di fare le guerre e ancor di più la tecnologia ha cambiato il racconto e questo merita una nuova riflessione… alla prossima puntata.