A convoy of U.S. vehicles is seen after withdrawing from northern Syria, on the outskirts of Dohuk, Iraq, October 21, 2019. REUTERS/Ari Jalal TPX IMAGES OF THE DAY - RC115088E3F0

Osservazione iniziale 

Tutti noi abbiamo sentito parlare di Siria nell’ultimo decennio, delle sue spettacolari tragedie, della distruzione materiale, sociale e spirituale che ha travolto i popoli siriani. Ciò è un dettaglio importante, paradossalmente non scontato: tutti, volenti o nolenti, ne hanno sentito parlare e ne conservano almeno una vaga memoria. E non è scontato, appunto, perché ci sono altri casi di guerra civile dalle conseguenze terribili, sia esempi estremi come lo Yemen, sia esempi più “contenuti” come il Donbass, che sono passati quasi completamente in sordina, nell’ignoranza generalizzata dell’opinione pubblica occidentale.

Va fatta questa osservazione innanzitutto, e forse qualcuno potrebbe non coglierne le implicazioni – in tal caso si abbia pazienza, alla fine di questo articolo si cercherà di chiarire questo passaggio. Tuttavia è conveniente tenerlo in mente fin da subito: la Siria è stato un caso particolare per la sua spettacolarità.

Una breve panoramica della Siria attuale

Passando al concreto, la Siria oggi: un paese frammentato (non ai livelli della Libia o dello Yemen, per fortuna), un’economia di ricostruzione post-bellica incerta ed ostacolata da sanzioni occidentali, un territorio vulnerabile a numerose violenze ed una popolazione ridotta tanto dal prezzo di sangue pagato in combattimento, ma ancor più il prezzo dei fuggitivi, che a milioni si sono riversati nei campi profughi in tutta la regione ed in Europa, che adesso rientrano troppo lentamente, anzi addirittura scetticamente.

La Siria ha vinto – sul campo di battaglia. Un successo militare frutto dell’ostinazione delle truppe, che hanno combattuto duramente anche nelle situazioni più disperate, e dell’intervento di forze armate straniere, come i russi e gli iraniani (in pieno rispetto delle leggi internazionali – non si può mai ribadirlo abbastanza). Ciò ha significato, dall’altra parte, la sconfitta militare delle fazioni ribelli, egemonizzate da fondamentalisti sunniti e da indipendentisti curdi, che non sono state capaci di ottenere il sostegno di moltissima parte della popolazione locale, che per loro stessa eterogeneità erano destinate dal principio a dividersi e combattersi tra loro, nonostante i massicci aiuti materiali ricevuti dalle potenze occidentali, da Turchia ed Israele.

Nel 2021 persiste una condizione di sospensione della guerra. Non di pace, di sospensione. E ciò è possibile perché Stati Uniti, Israele e Turchia per primi (con tutti gli altri paesi occidentali complici) hanno apertamente minacciato la guerra al legittimo stato siriano ed occupatone porzioni del territorio nazionale, in evidente violazione della legge internazionale. Questa occupazione si sta traducendo in due modi: da una parte assistiamo ad una metodica rapina/demolizione delle (poche) risorse locali a scapito della popolazione, come ad esempio il prelievo forzato (talvolta, invece, una semplice e pura distruzione) di petrolio o di grano; dall’altra alla formazione (controllata) di istituzioni pseudo-statali, perfettamente subordinate ai loro protettori, alternative allo stato legittimo siriano, come entità amministrative gestite da ribelli islamisti filo-turchi e da curdi filo-occidentali. Senza dimenticare l’occupazione diretta del Golan per mano dell’esercito israeliano. 

In altre parole, tutti i confini più strategici della Siria sono stati spartiti tra coloro che l’hanno aggredita, così continuando ad alimentare una situazione precaria, di potenziale ritorno al conflitto aperto, di latente violenza tramite il terrorismo (ancora operativo un tutta l’area). Gli aggressori, che si possono generalmente identificare nell’assetto geopolitico filostatunitense, aggiungono a questa prepotenza politica militare una pressione economica, ovvero le sanzioni, come già accennato, volte ad ostacolare qualsiasi ripresa economica e qualsiasi restaurazione di benessere per la popolazione civile.

Dietro a questa situazione, però, si celano interessi e progetti contrastanti anche tra forze alleate tra loro. 

Il vecchio metodo: la conquista

Tutti noi siamo stati abituati ad immaginare la politica e la guerra come uno strumento di conquista. Senza dover cercare esempi nel passato remoto, si pensi al caso dell’Iraq nel 2003, episodio clamoroso, che la maggior parte dell’opinione pubblica ha interpretato nella sua chiave di “rapina”: gli Stati Uniti hanno bisogno di petrolio e l’invasione dell’Iraq ne ha offerto moltissimo a prezzi bassissimi – in altre parole gli americani se lo sono preso. 

Da allora capita spesso che si guardi all’imperialismo occidentale in quel modo, ed è anche un po’ paradossale la consapevolezza collettiva e super-partes riguardo al fatto che molte “crociate” per la democrazia (ed i diritti umani) siano solo una giustificazione per fini di puro potere economico e geopolitico. Paradossale, perché tale consapevolezza generalizzata sembra comunque incapace di muovere qualsiasi sentimento di indignazione, di stimolare qualsiasi idea di progetto alternativo, anzi va a rafforzare l’indifferenza e la disillusione su cui si sostengono le azioni bellicose delle potenze occidentali. 

A parte questo inciso (che meriterebbe molte analisi per sé), il punto è che molti credono che gli Stati Uniti ed alleati abbiano messo piede in Siria per le risorse. Ebbene, tale interpretazione è in larga parte scorretta, tale metodo ha smesso di essere il principale motore delle guerre da almeno un secolo e sarebbe ora che si cominciasse ad accettarlo: l’ottenimento di risorse non è più l’unico e fondante motivo per guerreggiare. 

Infatti si è reso chiaro lungo tutto il Novecento come l’imperialismo occidentale, basato sulle colonie tradizionali e quelle “nuove”, abbia subìto una graduale ma inesorabile ritirata da tutte le sue zone di influenza, specialmente dopo la Seconda Guerra Mondiale: il modello di stato nazionale imperialista è di per sé obsoleto per la conquista e la conservazione di un monopolio mondiale di risorse e mezzi produttivi. L’esempio della decolonizzazione africana può essere citata a dimostrazione. 

E quel monopolio stesso molto probabilmente sta perdendo la sua centralità nelle dinamiche geopolitiche odierne: ad esempio, gli Stati Uniti non hanno obbligatoriamente interesse a controllare/avere tutto il petrolio del mondo, anzi ne hanno ampia disponibilità per alimentare i bisogni energetici civili e militari propri e degli alleati. 

D’altronde, seguendo quella logica, le operazioni statunitensi in Siria in questi dieci anni perderebbero di senso, poiché la quantità di energie e risorse impiegate è sproporzionatamente svantaggiosa rispetto a ciò che si può ottenere. Di più, la presenza di un presidio militare statunitense nella Siria Orientale è troppo passiva e ridotta per un piano di dominio territoriale, né il sostegno ai curdi può offrire una potenziale conquista di territori ricchi di risorse. 

Tale critica vale anche per gli altri soggetti: turchi ed israeliani. Nessuno di questi sta impiegando forze sufficienti per una conquista (diretta od indiretta). 

È possibile – questa è l’ipotesi di questo articolo – che l’obbiettivo sia l’opposto. 

Il nuovo metodo: la negazione della conquista

L’introduzione di una guerra moderna, che si caratterizza per essere totale (quindi coinvolgimento di tutta la società, distinzione tra civili e militari che diviene superflua) ha comportato un importantissimo mutamento del paradigma geopolitico. Oggi una guerra di aggressione può richiedere un prezzo tanto alto da dover essere decisa con estrema cautela: la distruzione e la morte che ne consegue può essere tanto alta da compromettere la coesione interna ed il consenso della popolazione, quindi la stabilità. 

Allora tutta una serie di propositi, come può essere la conquista di risorse, diviene molto più complessa e richiede molta più preparazione, innanzitutto nel convincere la propria popolazione che la sofferenza da sopportare (per esempio: il lutto per i caduti) possa essere accettabile. In società capitalistiche, in cui la stragrande maggioranza dei profitti e del benessere è distribuito tra grandi capitali privati, che “se li giocano” tra di loro con una minima parte – se va bene – concessa alla popolazione nel suo insieme, una giustificazione meramente materiale non potrà mai essere abbastanza per avere un consenso. Ed è in questo passaggio che ideologie di (falsa) democrazia e di diritto umano ricoprono tutt’altra funzione rispetto a quella originale: esse non sono più “buoni intenti” di un progresso civile, bensì “commoventi speranze” di un’azione militare. Con la lotta al terrorismo (il desiderio di vendetta dopo l’11 settembre 2001) e l’esportazione della democrazia, il cittadino statunitense (e gli occidentali in genere) ha accettato la guerra in Iraq ed in Afghanistan. 

Premesso tutto questo, la domanda potrebbe essere: se la conquista materiale non è più il fulcro di tutte le guerre moderne, allora perché tutta questa belligeranza? La risposta – come forse si è già intuito – è suggerita nel titolo di questo paragrafo. Se grandi capitali privati possono continuare ad aspirare al monopolio, gli stati nazionali devono ricalibrare le proprie necessità: innanzitutto l’autonomia. 

Il primo obbiettivo di uno stato nazionale odierno è la massima autonomia possibile, a livello energetico, a livello economico, a livello di difesa, quindi anche a livello di integrità territoriale. 

Se poi viene identificato un nemico, il secondo obbiettivo è negare a questo di soddisfare le sue necessità. Perché di più è difficile fare: ci sono numerose interconnessioni globali, molte sono le testate nucleari operative, troppo è il pericolo che incombe dietro al caos di una guerra totale, una conquista diretta è improponibile al momento. 

E questa è la formula. 

Il caso siriano 

Questo “nuovo metodo”, di negazione della conquista, ha almeno settant’anni. 

Un primo caso può essere individuato in Corea nel 1945: a guerra ormai conclusa, col Giappone praticamente arreso, gli statunitensi sbarcarono alcuni reparti in Corea – non avevano nessun nemico da combattere, eppure si affrettarono ad occupare più territorio possibile. Perché? Perché da un mese i sovietici erano entrati in guerra col Giappone e con un’offensiva devastante avevano conquistato tutta la Manciuria (Cina settentrionale) e stavano entrando in Corea. Dunque gli Stati Uniti avevano interesse a negare ai sovietici il più possibile (e forse anche in questa chiave di lettura va contestualizzato l’uso delle bombe atomiche: affrettare la resa giapponese prima che il contributo sovietico, e quindi il potere contrattuale alla conferenza di pace, potesse essere troppo grande). E ci riuscirono, infatti la Corea fu divisa in due. 

Similmente si può capire il caso di Taiwan. Nel 1949 si conclude la Guerra Civile Cinese con una vittoria dei comunisti, tuttavia i nazionalisti sono riusciti a rifugiarsi nell’isola di Taiwan, resistendo agli assalti e ricevendo poi – fino ad oggi – ingenti aiuti da tutto il mondo occidentale. Un’isola non celebre per incredibili ricchezze (seppur sviluppata molto velocemente), di certo non una posizione militare da cui lanciare una riconquista della Cina continentale da parte degli anticomunisti. Dunque perché ostinarsi a tenerla? Per negare ai cinesi la conquista, che anche in questo caso significa la negazione delle necessità di difesa e di integrità territoriale. 

Il fine di queste azioni, se ancora non è chiaro, sarebbe di logorare il bersaglio, distrarre le sue forze in un conflitto latente a scapito della crescita, del miglioramento materiale e della stabilità interna. Così facendo si mantiene quel vantaggio occidentale, frutto di secoli di sfruttamento di uomini e risorse in tutto il globo, che ancora oggi è lampante, ma sempre più insostenibile. 

Si possono citare molti altri casi in cui l’asse statunitense abbia applicato questo metodo: Germania, Vietnam, ex-Jugoslavia. A questi si aggiunge ora la Siria. 

La presenza di uno stato parallelo a nord, protetto dai turchi , e di uno ad est, protetto da statunitensi e francesi, è fonte di grandissima instabilità per tutta la Siria. Infatti, se è vero che i siriani hanno vinto militarmente ed Assad è indubbiamente il presidente della maggioranza del popolo, è vero anche che numerose comunità sono sotto influenza di forze ostili, che possono solleticare simpatie di varia natura, considerando anche la composizione multiculturale e multietnica siriana. In questo senso, ad esempio, si potrebbe pensare che il governo di Idlib, di matrice islamista e filoturco, può attirare l’attenzione di gruppi religiosi sunniti (tanto “moderati”, come i Fratelli Mussulmani, quanto “estremisti”, come i salafiti), che potrebbero tradursi in azioni di sovversione e terrorismo. Stesso discorso per i turcomanni, ovvero siriani di ceppo turco, non arabo, che potrebbero quindi essere attratti da una sorta di nazionalismo panturco. Similmente i curdi, che già adesso sono in parte conquistati da una causa indipendentista. 

La Siria è allora logorata da lacerazioni che rischiano di risultare insanabili, nonostante gli sforzi ammirevoli del governo siriano per la rivitalizzazione di un modello laico e multiculturale. D’altronde il vicino Libano è già un esempio chiaro delle conseguenze a lungo termine di una guerra civile irrisolta. 

Un’altra vittoria occidentale?

È difficile, in prima battuta, considerare la Siria come una vittoria dell’asse statunitense. I risultati originali non sono stati raggiunti, Assad resta al potere ed è anzi più vicino a Russia, Iran e Cina, continuando ad essere un ostacolo sia per Turchia che per Israele.

Inoltre sono sempre più evidenti delle divergenze tra gli alleati occidentali: sauditi, israeliani, turchi, francesi… sembra quasi che gli interessi siano adesso tanti diversificati da essere inconciliabili.

Israele potrebbe preferire una situazione di stallo, di instabilità permanente che conduca i suoi nemici reali e potenziali a logorarsi – per tal obbiettivo sono disposti addirittura ad ostacolare gli Stati Uniti (esempio: i rapporti con l’Iran).

La Turchia più di altri trova scomodo il metodo nuovo di negazione della conquista, poiché essa per prima ha qualcosa da conquistare. Nel suo caso l’ideale sarebbe il vecchio metodo, magari seguendo un caso simile alla Conferenza di Monaco: spartire con le forze vicine i confini e poi annettersi (non per forza letteralmente – anche la formazione di uno stato arabo filoturco) ciò che rimane. Tuttavia nessuno, al momento, sembra minimamente disposto a concederlo.

I francesi per primi, che coi turchi hanno moltissime questioni in sospeso e nuove lotte (specialmente in Africa). Costoro, infatti, anche negli ultimi giorni si sono esposti a sostegno dei curdi in chiave puramente antiturca.

Sui sauditi è difficile analizzare ed ipotizzare. Sembra che siano i più marginati, forse perché logorati a loro volta dalla lunga ed inconcludente azione militare in Yemen.

Gli Stati Uniti ed altri (il Regno Unito per esempio) in ogni caso hanno perso relativamente poco e, per quanto abbiano fallito nei loro obbiettivi, non è neanche vero che siano stati sconfitti.

E con questo passaggio si riprende l’osservazione iniziale.

L’opinione pubblica occidentale ha dimenticato facilmente le milizie neonaziste in Ucraina armate dalla Nato, come anche i mujahideen finanziati dagli statunitensi in Afghanistan. Quel che, invece, è stato impresso nella mente collettiva, diventando addirittura parte della nostra cultura, è l’immagine che ci ha lasciato Daesh (conosciuto comunemente come Isis). Le atrocità e le meraviglie della propaganda jihadista in Siria hanno avuto una copertura mediatica ed un livello di infiltrazione nella società occidentale senza precedenti. Ciò, insieme ovviamente all’evoluzione della guerra civile in Siria, ha attirato moltissima attenzione e memoria, che ancora oggi è molto diffusa.

Isis che, ormai non è nemmeno un mistero, è stato ampiamente alimentato dall’intero assetto geopolitico filostatunitense (dai sauditi agli israeliani). Tuttavia questo “dettaglio”, ancora una volta, è stato dimenticato, quindi indirettamente, inconsciamente, è già stato perdonato dalla collettività qui in Occidente.

Dunque la vittoria occidentale c’è stata ed è stata tattica: essere riusciti ad arginare i danni e gli imprevisti, evitando di essere sconfitti.

È dovere di tutti, i comunisti per primi, non perdonare tutto ciò e continuare a lottare.