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La FCA-FIAT abbandona

l’indotto italiano

La subordinazione del governo Conte

alla famiglia Agnelli dimostra

chi comanda davvero in Italia: i padroni

di Antonio Ferrari*

*segretario generale FLMUniti-cub

Il Covid-19 ha stravolto il mondo. Come una mano invisibile è andato a toccare la vita delle persone ai quattro angoli del Pianeta. Oltre alla disuguaglianza strutturale che preesisteva ne è emersa una che potremmo chiamare secondaria, aggravandola e ampliandola.  Le maglie larghe del Decreto Liquidità di 55 miliardi di euro di debiti, che graveranno sulle future generazioni, consentono prestiti alle imprese per la ripartenza post Covid con “la garanzia dello Stato”.

Una pioggia di milioni è stata elargita non solo ad aziende italiane che pagano le tasse in Italia e producono in Italia.  L'ex Fiat ormai è straniera in patria, tra sede legale olandese e quella fiscale inglese, francese è l'attuale AD dopo il canadese/italo Marchionne, e dopo la redditizia, (per gli azionisti) fusione con la Peugeot dei cugini d'oltralpe. La multinazionale guidata da John Elkann ha buttato, tramite Intesa San Paolo, sul tavolo del ministro Gualtieri la richiesta del prestito, di 6,5 ml, garantiti dallo stato Italiano, minacciando in caso di un “no” di non investire e di delocalizzare le briciole italiche del lingotto d'acciaio.

La risposta del governo non si è fatta attendere, immediatamente si è calato le braghe senza neanche imporre alcuna garanzia occupazionale. D'altra parte, mai i governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni hanno osato discutere le imposizioni della Fiat. Ed ecco che, neanche 2 mesi dopo il regalo fatto alla FCA, la benedizione della Fiat arriva tempestiva.

L'azienda ha reso noto tramite una lettera ai fornitori che le auto del segmento B non saranno più prodotte con la componentistica attuale ma, nell'ottica di sinergia con il Gruppo PSA, passeranno alla piattaforma francese CMP, per intenderci la stessa con cui già oggi vengono realizzate Opel Corsa o Peugeot 208, anche nelle versioni elettriche. L’addio all’indotto italiano rientra, con ogni probabilità, all’interno di quel piano di ottimizzazione e razionalizzazione dei costi sbandierato da Carlos Tavares, futuro amministratore delegato del nascente gruppo Stellantis che racchiuderà ben 14 marchi.

Effettivamente, se ciascuno dei 14 marchi continuasse ad avere distributori propri, con parti uniche, i costi resterebbero elevati. Se, invece, si andasse verso una uniformità delle parti (per esempio: tergicristalli tutti uguali, tanto per le Alfa Romeo quanto per le Chrysler e le Peugeot), sarebbe possibile ridurre fortemente i costi di produzione.

Articolando il discorso: piattaforme (architetture), pianali, tecnologia, motori, parti in plastica e metallo andranno verso l’uniformità.  I motori dell’Alfa perderanno il loro caratteristico rombo e inizieranno a “parlare” come tutti gli altri. Tradotto in termini occupazionali si perderanno oltre 200.000 posti di lavoro.

La linea politica di Fiat, Fca, Stellantis, ecc, non è mai cambiata. La Fiat di Sergio Marchionne non voleva avere lacci e lacciuoli in Italia. Sistemò la faccenda in qualche modo con i sindacati per fare le operazioni internazionali che poi ha fatto, con la complicità di una classe politica che ha creduto e continua a credere alla favola che così manteniamo un’industria nazionale dell’automobile.

Sindacati, partiti politici e governo hanno creduto alle promesse vuote, più che al rilancio del tessuto imprenditoriale del Paese, ai benefici di breve termine che il Paese poteva offrire. Ammortizzatori sociali, sussidi e concessioni inclusi.

“Prendi i soldi e scappa” è ormai diventata la costante di tutte le multinazionali. Soldi agli azionisti derivanti dallo sfruttamento operaio e prestiti agevolati dallo Stato, miseria per i lavoratori con decine di migliaia in cassa integrazione e salari da fame appena sopra il reddito di cittadinanza, dopo che sono stati per decenni spremuti come limoni.

La pandemia ha dimostrato così, ancora una volta, la centralità della classe operaia nel processo di produzione, al di là di tutte le chiacchiere sulla scomparsa degli operai.

Per quanto sia stata tragica la situazione per l’epidemia Covid19, la società non può fare a meno degli operai, mentre può tranquillamente fare a meno dei padroni. Rubare ai poveri contribuenti (operai, lavoratori e pensionati proletari, e piccola borghesia), ridurre i servizi sociali, sottrarre risorse dal cosiddetto Stato sociale, derivanti dalle tasse dei proletari e delle classi sfruttate, per dare soldi ai ricchi sfruttatori ed evasori, è da sempre la costante di tutti i governi borghesi di qualsiasi colore. I sostenitori del libero mercato, delle privatizzazioni, del “meno Stato più mercato”, che hanno sempre privatizzato i profitti e socializzato le loro perdite dopo aver delocalizzato, spostato produzioni all’estero e le sedi legali nei paradisi fiscali, mai sazi, oggi rivendicano ancora soldi.

La classe operaia, è legata al sistema del lavoro salariato e deve ricordare che, nella lotta economico-sindacale, lotta contro gli effetti del sistema di sfruttamento, ma non contro le cause che lo producono. Con questa lotta può soltanto difendersi, frenare il movimento discendente dei salari e delle condizioni di lavoro e di vita, ma non mutarne la direzione; essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società.

Forti sindacati conflittuali, uniti in un fronte di classe, possono essere efficaci come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale, a patto che perseguano con coerenza l’unità e il protagonismo dei lavoratori. Anche se la realtà ha dimostrato spesso la loro inefficienza perché sono sempre più in concorrenza tra loro invece di unificare le forze. Non dobbiamo mai dimenticare che anche un sindacato di classe, per quanto forte e combattivo sia nella sua lotta, si limita a combattere una battaglia contro gli effetti del sistema di sfruttamento esistente. Dimostra i suoi limiti quando evita di programmare le linee politiche.

Noi della FLMUniti riteniamo indispensabile porre un argine a questo sistema di sfruttamento capitalista.

Noi operai dobbiamo anche lavorare per eliminare le cause dello sfruttamento, per trasformare la forza organizzata in una leva per la liberazione definitiva della classe operaia: cioè per l'abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato.