La crisi eterna in cui versa il nostro Paese è sotto gli occhi di tutti: disoccupazione in aumento, progressiva distruzione del tessuto piccolo imprenditoriale, commerciale e artigiano, sgretolamento del welfare (pensioni, sanità e servizi pubblici) e, cosa forse ancora più grave, riduzione costante degli spazi ove manifestare il proprio dissenso.

In questo contesto, il governo Draghi mostra ogni giorno di più il suo vero volto, che è quello di cinghia di trasmissione delle politiche ipercapitaliste dell’Unione europea: abbandono di ogni prospettiva di intervento statale nella gestione della cosa pubblica, da riconsegnarsi legata mani e piedi alla “mano invisibile” del mercato e appiattimento in politica estera sui desiderata degli USA e del loro codazzo di servi atlantisti.

E mentre Draghi lavora, tra il plauso servile e ipocrita di una stampa e di una televisione ormai possedute al cento per cento dalle grosse concentrazioni capitaliste, i partiti politici, che dovrebbero esser la cinghia di trasmissione tra la volontà popolare e l’amministrazione della cosa pubblica, si rivelano per ciò che realmente sono, ovvero nulla più che comitati d’affari pronti a schierarsi con chiunque pur di perseguire i loro gretti e meschini interessi particolari.

Se così non fosse, come si potrebbe giustificare la compresenza in questo ribollente calderone degli “eredi” del partito comunista italiano e dei criptofascisti della Lega? Come si potrebbe concepire un governo ove tutti dicono tutto e il contrario di tutto, salvo poi votare disciplinatamente sulle misure che contano, ovvero quelle in difesa degli interessi del capitalismo finanziario globalizzato?

Ed ecco che il PD si palesa finalmente come il vero tutore degli interessi del capitalismo, compiendo con successo la più strabiliante delle metamorfosi politiche, ecco che la Lega abiura in un battibaleno le sue roboanti boutade sovraniste recandosi a Canossa (scusateci, a Bruxelles) col cappello in mano, mentre la leader degli ineffabili Fratelli d’Italia urla come un’aquila dagli scranni del parlamento ma poi nei fatti sostiene le politiche ultra capitaliste del governo; frattanto, il vegliardo di Arcore coltiva in silenzio le sue eterne ambizioni quirinalizie, sentendo in cuor suo che il tempo che gli resta per coronare il suo antico sogno è ormai agli sgoccioli. Ma tant’è, fin che c’è vita c’è speranza.

E i cinquestelle? Cosa resta di questo movimento che, seppur in maniera confusa e incoerente, rappresentò per una breve stagione l’anelito degli italiani al cambiamento e la loro speranza che una politica più pulita e vicina ai bisogni della gente fosse possibile? È triste assistere all’agonia interminabile di coloro che fino all’altro ieri rappresentavano per molti il futuro dell’Italia, agonia che si svolge tra il silenzio assordante del padre nobile Giuseppe Piero Grillo in arte Beppe e le feroci coltellate alla schiena che i notabili vecchi e nuovi si scambiano dietro le quinte di meetup e conventions.

E mentre in questo “mondo parallelo” si bercia e si combatte per un minuto di visibilità e uno scampolo di potere, nel Paese reale si scatena l’arroganza del padronato, ormai quasi completamente sciolto da ogni vincolo e obbligo grazie alle leggi improvvidamente approvate dai governi “di sinistra”, padronato che può liberamente licenziare centinaia di lavoratori con un semplice messaggino su Whatsapp; e ancora, centinaia se non migliaia di piccole imprese, esercizi pubblici e aziende artigiane chiudono ogni mese facendo rifluire una parte non negligibile del ceto medio nel tanto vituperato “proletariato”. 

Bisogna essere chiari: la crisi economica dovuta alla pandemia non è che la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo fino all’orlo, un vaso riempito dalla concentrazione monopolistica del capitale nelle mani delle oligarchie finanziarie globali, con la conseguente impossibilità per i piccoli imprenditori di reggere la concorrenza di quelle multinazionali che hanno nelle loro mani l’accesso al capitale e il controllo dell’informazione.

Protestare, manifestare? Impossibile. Lo vediamo ogni giorno: scioperi e manifestazioni indetti contro l’arroganza del padronato (vedasi per esempio il caso Fedex) finiscono invariabilmente con i lavoratori manganellati dalla Celere e dalle guardie private dei datori di lavoro, e successivamente i manifestanti debbono anche subire l’atroce beffa di una denuncia penale, loro che della situazione sono le sole vittime.

E se qualcuno osa, invece, criticare l’imposizione di un’autorizzazione amministrativa per poter esercitare i più fondamentali diritti dell’essere umano, quali recarsi al lavoro, al caffè, concedersi una pizza con gli amici (stiamo parlando del famigerato green pass), la stampa e le televisioni si gettano su di lui come iene affamate, accusandolo di trescare coi neonazisti, di essere un “no vax”, un irresponsabile, un criminale. E poi ci meravigliamo che sempre più manifestazioni di dissenso finiscano tra le grinfie della destra estrema.

In questo quadro desolante, si avvicina il momento delle elezioni amministrative da tenersi in 1.349 comuni, tra cui quattordici capoluoghi di provincia e sei di regione; un’ottima occasione, si penserebbe, per “suonare la sveglia” e manifestare con forza tutto il dissenso e la rabbia per il modo in cui il nostro Paese viene amministrato.

Purtroppo, temiamo invece che queste elezioni si risolveranno in poco più che una farsa: l’astensionismo crescente e il teatrino della finta opposizione “destra-sinistra” la faranno come al solito da padroni, riconsegnando gli importantissimi snodi di potere rappresentati dalle amministrazioni locali a quei “soliti noti”, di destra o di sinistra, che li hanno sinora occupati provocando i danni e la mala-amministrazione che ben conosciamo.

E i comunisti? Vogliamo essere onesti, anche se quest’onestà ci provoca una profonda sofferenza: noi comunisti non abbiamo saputo cogliere, ancora una volta, l’enorme opportunità che queste elezioni amministrative ci offrivano, e ci siamo presentati divisi, litigiosi, spesso lontani dai problemi concreti e dal comune sentire dei lavoratori, che dovrebbero rappresentare invece il nostro serbatoio naturale di consenso.

Non desideriamo affrontare ora il problema dell’importanza, o meno, della partecipazione dei comunisti alle competizioni elettorali, non desideriamo ricordare come Lenin stesso sottolineò sempre che le campagne elettorali e la presenza nelle istituzioni fornisce ai comunisti un formidabile strumento per far valere quel “diritto di tribuna” che è fondamentale per poter comunicare in maniera capillare e continua con le masse; desideriamo però sottolineare che se ci si presenta alle elezioni è imperativo farlo in maniera unitaria e ideologicamente omogenea, sfruttando questa opportunità per acquisire peso e credibilità tra i lavoratori e non certo per dare di noi, come stiamo invece dando, il penoso e sterile spettacolo di litigiosi “gruppettari” sempre incapaci di accordarsi su una sintesi politica comune e su programmi concreti che sappiano rispondere a problemi concreti.

Non vogliamo con questo puntare il dito su questa o quella formazione politica, su questo o quel gruppo dirigente, non vogliamo incolpare nessuno del fallimento di ogni prospettiva unitaria locale; anzi riconosciamo che in ognuna delle formazioni comuniste, tra quelle che si rifanno a una salda teoria e prassi marxista leninista, ci sono persone e idee di grande valore; non vogliamo neppure affrontare qui l’analisi del perché stia continuando imperterrito questo eterno gioco “ad excludendum” e del perché in nessuno dei comuni italiani sia stato possibile presentare una lista unica comunista.

Ma da una riflessione non possiamo esimerci: se gli apparati dirigenti non sono capaci di perseguire la via dell’unità, se non sono capaci di mettere una pietra sopra alle vecchie ruggini personali, dimenticando l’astio e le reciproche scomuniche nell’ottica del più alto interesse del comunismo e della classe dei lavoratori, allora bisogna rivolgersi direttamente ai militanti, a coloro che ogni giorno dedicano gratuitamente impegno, sudore e sacrifici alla causa del marxismo.

Bisogna rivolgersi a loro, e tramite loro ai lavoratori disillusi dalla sinistra borghese, affinché spingano dal basso per la costruzione di momenti di incontro e confronto, per la pratica laboriosa e umile di esperienze di lavoro e manifestazione unitari, per la riscoperta della radice comune che tutti condividiamo, che è quella del marxismo leninismo.

E per far ciò è quindi necessario che si crei un “intellettuale collettivo” capace di ridare slancio e vitalità alla lotta teorica e ideologica, capace di ridare freschezza ai fondamentali del marxismo leninismo (materialismo storico-dialettico, teoria del valore, lotta di classe, eccetera) adattandoli alle mutate condizioni storiche senza però tradirne il fondamento, capace di tradurre questo lavoro in parole semplici (non semplicistiche) e concrete, capaci di suscitare la volontà di lotta e cambiamento nelle masse dei lavoratori.

Questi sono i due filoni su cui crediamo si debba lavorare se vogliamo riaprire una prospettiva comunista in Italia: lotta teorica e impegno intellettuale da una parte, e riavvicinamento ai militanti di base e alla classe dei lavoratori dall’altra: due lunghi binari d’acciaio temprato su cui rilanciare l’inarrestabile locomotiva del comunismo, per troppo tempo restata ferma ad arrugginirsi nel polveroso deposito in cui il capitale e potere borghese la volevano relegata per sempre.