Nell’attuale fase storica gli apparati ideologici del capitale global hanno dato al regime nazi-liberista ucraino il ruolo di baluardo a tutela dei VALORI del c.d. “Occidente”, ridotto alla misera forma di proiezione dell’Homo Oeconomicus, ma i valori posti a fondamento della nostra comunità nazionale non sono quelli di riferimento della U.E., i principi dell’assolutismo del capitale, che vede i popoli dispersi nel brulichio di destini da plebe, sotto l’imperativo del caos, dell’idolatria del mercato, in cui i cittadini sono merce forza-lavoro con data di scadenza e consumatori devoti al business.

Una premessa va fatta sul concetto di “valore”: non c’è oggettività dei valori, i valori non sono realtà, ma valutazioni della realtà. È in potere del soggetto decidere di ciò che è bene, di ciò che è male, di ciò che vale come bene comune (es. la pace). Chi è il soggetto che stabilisce i valori? È il soggetto che definisce gli interessi sulla base di un’identità collettiva, è il popolo, la comunità in cui avviene un’interpretazione condivisa dei beni, degli interessi, fornendo risposte collettive alla domanda “chi siamo”? Sono sociali quei beni il cui valore è condiviso da una comunità di valutanti, beni che catturano significati condivisi. La politica è un’attività che riguarda l’interpretazione collettiva, condivisa in comunità, di interessi. “Per riconoscimento di un noi, intendo semplicemente ciò che fa sì che i nostri interessi siano definiti o interpretati come quelli appropriati a membri, tra loro pari, di una determinata comunità” (Veca).

Analizziamo i VALORI che plasmano la Costituzione economica Italiana.

Per “Costituzione economica” s’intende l’insieme delle norme costituzionali relative all’organizzazione e allo svolgimento delle attività dirette alla produzione e alla utilizzazione della ricchezza. La Costituzione formale dell’Italia introduce principi contrari ai valori individualistici del liberalismo, che vede gli esseri umani come concorrenti, all’interno del mercato, in un gioco a somma zero, che classifica gli esseri umani in vincenti e perdenti.

Le norme costituzionali rifiutano il liberalismo economico o liberismo, in cui:

• motore dell’attività economica è la ricerca del massimo utile individuale, per cui ciascuno dev’essere libero di perseguire il proprio interesse come gli conviene, pensando alla propria sicurezza e al proprio guadagno;

• la concorrenza fra gli egoismi economici è il meccanismo regolatore della società, nel libero gioco “naturale” delle forze di mercato; per l’individuo, nei rapporti di mercato, gli altri sono o strumenti o ostacoli per la soddisfazione dei propri bisogni;

• lo Stato deve attuare la politica del laissez faire, deve solo mantenere dall’esterno l’ordine economico, astenendosi da misure programmatrici, correttive, redistributive, tali da alterare la libertà del mercato, fondamentale principio di distribuzione delle risorse;

• il lavoro umano è considerato una merce che i capitalisti comprano al prezzo più basso possibile;

• la proprietà è la posta che i più abili nella competizione conquistano nello spietato gioco del mercato.

Sono entrati a fondamento della Repubblica i valori promossi dai movimenti d’ispirazione socialista, che richiedono l’intervento pubblico per promuovere il comune benessere e per contrastare le iniziative private che sacrificano gli interessi della collettività, in una società, come quella capitalistica, che non è un ordine armonico ed equilibrato, ma profondamente diviso secondo interessi di parte, conflittuale. Parliamo dei valori del lavoro come cooperazione organica e azione creativa finalistica, di libertà positiva, di giustizia sociale, di beni comuni, ecc. Per il socialismo l’interesse generale non è l’esito della spontanea combinazione degli interessi individuali nel gioco del mercato, ma è un bene che fonda un cosciente legame sociale cooperativo e solidale, bene che deriva dalla giustizia, cioè dall’equa distribuzione dei beni sociali primari, quelle risorse fondamentali, quelle condizioni preliminari, che consentono a ciascuno di progettare la propria fioritura umana. Il socialismo pone la libertà (intesa come poter fare se stessi, avere i mezzi, le capacità per compiere un’azione, nelle concrete condizioni di vita) come meta perseguibile solo tramite l’appropriazione collettiva delle forze materiali da parte di cittadini-lavoratori organicamente uniti, la libertà che presuppone la possibilità di padroneggiare le condizioni individuali e collettive di sviluppo umano.

Le lotte del movimento operaio hanno affermato che la libertà di mercato può ledere i diritti fondamentali, che debbono pertanto valere come limiti di quella. Infatti, la sfera di liceità delle libertà economiche incontra necessariamente un limite: non tutto si può comprare e vendere. Il corpo, la dignità, il pensiero, il paesaggio, le attività e i beni culturali, la salute, ecc. non hanno un valore di scambio.

Di fronte alla logica del mercato (dell’alienabilità), che pervade ogni sfera della vita sociale, assegnando a tutto un prezzo, il pensiero democratico-progressista e quello socialista hanno affermato che i diritti fondamentali sono indisponibili, cioè sono sottratti al mercato, per la stessa ragione per cui sono sottratti alle decisioni del potere politico. Nessun potere economico può acquistare i diritti di libertà di un individuo, né quest’ultimo può venderli.

Mentre la libertà di mercato si fonda sull’alienabilità di ciò che rientra nella propria sfera, le libertà fondamentali sono inalienabili.

Lavoro

Il Lavoro (artt. 1 e 4) posto alla base della Repubblica è considerato non come un’attività umana qualsiasi, ma come attività cosciente e finalistica di produzione dei mezzi di vita e di trasformazione delle condizioni di esistenza, di realizzazione della personalità e di adempimento del dovere di solidarietà. Il lavoro viene assunto in un concetto ampio, come fonte di ogni ricchezza e di socializzazione, creatore del substrato materiale della cultura e dello sviluppo umano. È un valore presentato come un “modo di vita”, di fare, di pensare, di comunicare, che ha fatto e fa del mondo in cui l’uomo vive un prodotto umano, un ambiente sociale.

Il lavoro viene assunto a criterio ordinatore dell’assetto economico volto alla tutela e alla promozione integrale della personalità umana. Il lavoro come opera di civiltà, attività o funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società (art. 4), potenza costruttiva che plasma la materia, la studia, la esplora perché riveli tutto il suo valore e la sua fecondità.

Il lavoro è stato l’inizio della società umana, però si è estrinsecato storicamente e si estrinseca in un contesto di rapporti di classe, di dominio, rapporti sociali di produzione, che lo hanno ridotto a “labor”, travaglio, pena, fatica, sofferenza.

Il lavoro come valore costituzionale, dunque, prevede un superamento della configurazione classista della società, infatti i rapporti di classe sono visti come “ostacoli di ordine economico e sociale” (art. 3) alla piena partecipazione politica dei lavoratori, allo sviluppo armonioso e completo della personalità, definibile come felicità in rapporto alla natura espansiva dell’essere umano, che tende verso beni esistenziali, espressivi, relazionali, beni di civiltà, irriducibili all’utile economico, a un calcolo di mercato. A partire dal diritto al lavoro, la cui effettività deriva dalle condizioni promosse dalla Repubblica, i diritti di libertà sussistono a condizione che venga garantita la loro libertà dal mercato e aprono ad una trasformazione della società in una tendenziale comunità di progetto

Libertà

La libertà, in dottrina, viene in generale definita la situazione in cui l’essere umano può agire senza costrizioni o impedimenti e possedendo le risorse (mezzi, capacità) per determinarsi secondo un’autonoma scelta dei fini e dei mezzi adatti a conseguirli. Per libertà intendiamo dunque la possibilità d’essere se stessi, di decidere in modo autonomo la propria forma di vita; la libertà dell’“io situato”, cioè interno ad uno stato di cose indipendente da lui, a partire dal quale l’io si dà un progetto di fioritura, superando gli ostacoli che impediscono di conseguire la pienezza umana.

Con l’idea moderna, sociale, di democrazia è stato riconosciuto il principio della indivisibilità della libertà. Cioè, i diritti costituzionali formano un sistema in cui la lesione di una parte si ripercuote sulle altre parti (ad es. la limitazione del diritto al lavoro incide sulla libertà personale perché preclude il conseguimento delle condizioni minime d’esistenza).

La libertà, inoltre, si distingue in libertà negativa, cioè agire senza impedimenti e costrizioni e libertà positiva, che richiede strutture oggettive che la rendano possibile, cioè libertà effettiva, posta come sicura (da positus), legata ad una concreta possibilità d’azione, per la quale essere liberi vuol dire avere le risorse che consentono di autodeterminarsi, di prendere decisioni da sé senza essere determinati dalla volontà di altri o da forze estranee al proprio volere.

Per il costituzionalismo democratico-socialista non tutte le situazioni di libertà meritano lo stesso apprezzamento, non qualsiasi libertà è un valore (ad es. non è un valore la libertà di diminuire la dignità umana o la libertà di controllare i mezzi d’informazione). La libertà del lupo d’azzannare l’agnello non ha lo stesso valore della libertà dell’agnello dalle fauci del lupo. Viene posta in rilievo non la libertà astrattamente intesa, ma l’eguale distribuzione delle libertà; infatti sono stati introdotti i diritti sociali, economici e culturali, come diritti ad accedere alle risorse comuni, per la dignità umana e il libero sviluppo della personalità. Libero è chi non è sottoposto al potere di qualcuno che dispone di lui, chi è auto-nomo, cioè chi può governare se stesso, chi è libero di volere, di maturare un giudizio responsabile in condizioni di autonomia, libero da condizionamenti economici e informativi. La libertà come governo di sé è il potere di creare se stessi, dare uno stile alla propria vita. La libertà vuol dire amare le intensità, usare l’energia vitale per esplorare, sperimentare, scoprire che ci sono limiti che possiamo superare e altri no, perché sono limiti che danno forma alla libertà e al piacere, ci salvano dall’indistinto.

Secondo il pensiero democratico e socialista bisogna distinguere fra due tipi di libertà:

• libero (libertà da) è chi non subisce imposizioni, chi non è subordinato al potere di qualcuno che dispone di lui, per cui la libertà d’un soggetto equivale alla negazione di potere altrui (potere su);

• libero (libertà di) è chi dispone di un potere proprio (potere di), cioè può compiere una scelta o un’azione sia nel senso della possibilità-liceità, sia nel senso della possibilità soggettiva (è capace di, ha i mezzi per compiere una certa azione; cioè, è in grado di agire perché ne ha le risorse).

Nelle società di mercato si sono instaurati forti poteri privati, il potere economico, che s’esercita su individui considerati fattori di produzione di merci, mediante il controllo delle risorse materiali a essi necessarie; il c.d. potere ideologico, che s’esercita su individui considerati come menti orientabili nel giudizio sul vero e sul falso, sul bene e sul male, mediante il controllo di conoscenze e idee e dei canali di diffusione di notizie e opinioni, cioè dei mezzi d’informazione e persuasione. “Oggi ciò che conta è il controllo sistemico globale manipolato dell’opinione pubblica” (Preve).

Lo Stato sociale, previsto dalla Costituzione formale della Repubblica, è obbligato ad assicurare formalmente e sostanzialmente il godimento dei diritti, proteggendoli nei confronti di chiunque sia in grado di ridurre o svuotare l’autonomia dei cittadini, condizionando e orientando la loro volontà.

Eguaglianza Sostanziale

Con il principio di Eguaglianza Sostanziale (art. 3, c. 2) il costituente vede la società come sede di diseguaglianze di risorse e di poteri e pone come fine essenziale della Repubblica realizzare le condizioni di fatto che consentono il pieno godimento dei beni della vita e l’autorealizzazione umana. L’eguaglianza sostanziale mira ad assicurare a tutti una vita sicura e decorosa, in cui sia realizzata la libertà dal bisogno, da un tenore di vita degradante, condizione preliminare per l’effettivo godimento delle libertà civili e politiche, opportunità di arricchire la propria personalità fruendo del “comune patrimonio della civiltà”, che “prolunga i nostri sensi e intensifica e affina la nostra capacità di godere” (Cerroni). Comune bagaglio di civiltà tutelato dall’art. 9, secondo cui il patrimonio storico e artistico della nazione, il paesaggio, la ricerca scientifica e creativa sono Beni Comuni. Sviluppo, ricerca, cultura, patrimonio costituiscono un tutto inscindibile, il cui valore è extraeconomico. Tale insieme ha un ruolo civile: rappresentare e strutturare la comunità nazionale, migliorare la qualità dell’esperienza concettuale e della vita collettiva e personale, affinare la percezione della realtà, intensificare l’esperienza, lavorare sulla tensione fra mentale e forma, fra concetto e immagine. La Corte Costituzionale, in una sentenza del 1986 ha indicato “la primarietà del valore estetico-culturale che non può essere subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici”.

L’art. 3, c. 2 prefigura un nuovo modello di società, ritenendo l’assetto economico decisivo per la realizzazione di una società di liberi ed eguali, aggiunge alla tutela negativa (divieto di discriminazioni) una tutela positiva, per compensare le classi subalterne (i lavoratori che ricavano i mezzi di vita dal loro lavoro) di quelle carenze di fatto che impediscono il pieno sviluppo della personalità e per impedire che gli squilibri di una società divisa in classi finiscano per svuotare i principi costituzionali.

Solidarietà

Nella Costituzione sono affermati i doveri di cittadinanza, che impongono un esercizio della libertà entro una dimensione di civile responsabilità diretta all’affermazione del bene comune, partendo dal principio che il bene personale è inscindibile dalla vita e dal bene della comunità, nella quale ognuno trova le opportunità per realizza se stesso (art. 29 Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, 1948).

Con le lotte del movimento operaio il costituzionalismo ha ripreso vigore in senso “sociale”,

• per superare l’astrattezza dei diritti umani, facendo valere come interesse generale la soluzione dei problemi della miseria, dell’ignoranza, della degradazione umana, dello sfruttamento economico,

• per affermare l’esigenza umana di godere d’una vita libera e dignitosa partecipando alla creazione e all’uso delle risorse che costituiscono la ricchezza nazionale.

Il lavoro nella Costituzione, è considerato in un contesto comunitario con una base d’omogeneità sociale, dove vige la solidarietà (art. 2), azione rispondente ad una sostanziale convergenza di interessi, di idee, di sentimenti (amor di patria), coscienza viva ed operante di partecipare ai vincoli d’una comunità, condividendone le necessità, in quanto s’esprime in iniziative di mutuo sostegno materiale e morale.

I diritti economici, sociali e culturali, diritti alla qualità della vita come bene comune, si basano su questo principio solidaristico, sul recupero di una dimensione (il sociale) che il dispotismo della razionalità economica ha rimosso riducendo i cittadini a individui chiusi nello spazio tecnico in cui funzionare e nella depressione del loro privato. Il sociale è essenziale per la produzione e la condivisione di senso, di esperienze, di valori unificanti, è lo spazio pubblico in cui esprimersi, in cui si svolge una storia di creatività ragionata, è lo spazio mediatore fra individualità e sistema, corposo, vitale, vero luogo d’incontro e di scambio.

L’esercizio di questi diritti (es. percepire un reddito sufficiente a condurre “un’esistenza libera e dignitosa”) comporta trasformazioni in profondità dell’assetto sociale, tende a modificare il rapporto di forza fra capitale e lavoro, attenuando la dipendenza dei lavoratori dal mercato del lavoro e dal potere economico privato e finisce con l’incidere in modo sostanziale sulla gestione del potere. Lo Stato sociale de-mercifica ambiti di vita, di sapere, di comunicazione, diminuisce il controllo del capitale sulla forza-lavoro, sulla sua formazione e sul suo impiego, potenzia le capacità di partecipazione sociale e politica dei lavoratori.

Stato Sociale

La Costituzione formale ha previsto come forma istituzionale della nazione lo Stato sociale, basato sul valore della sicurezza sociale, un Welfare State propulsore e gestore dello sviluppo umano, non solo economico. Stato che assicura standard minimi di risorse (educazione, sanità, alloggio, reddito, ecc.) ai cittadini come diritto d’appartenenza alla comunità politica, un diritto a risorse non misurate sul valore di mercato. Lo Stato Sociale si dota di istituzioni di benessere, che forniscono servizi aperti a tutti, al di fuori di ogni assetto privatistico di interessi, destinate a proteggere i cittadini dai rischi e dai danni provenienti da una società dominata dal mercato. Il WS ha lo scopo di proteggere la persona umana dal potere economico, che si vale del possesso della ricchezza materiale, in una situazione di scarsità, per indurre coloro che non la posseggono a determinati comportamenti utili alla classe dominante. Il potere economico è di chi possiede i mezzi di produzione ed è quindi in grado di condizionare il comportamento di chi si trova in condizioni di penuria, attraverso la minaccia di privazioni o la promessa di compensi.

Il mercato crea continuamente contraddizioni, lacerazioni, squilibri, deformazioni, accumulazione di proprietà privata e di potere presso alcuni e privazione di risorse presso altri, spetta allo Stato Sociale garantire la convivenza tra

• gli ambiti di vita regolati secondo la logica privata, in cui conta l’utile dei singoli, che agiscono con risorse personali per soddisfare interessi individuali, e

• gli ambiti di vita regolati secondo la logica pubblica del soddisfacimento egualitario dei bisogni sociali, del bene comune, il valore comune che i singoli possono perseguire solo assieme, creando e curando i beni pubblici, quelli che “generano vantaggi indivisibili a favore di tutti, per cui il godimento di un individuo non sottrare nulla al godimento degli altri individui” (Matteucci).

Secondo il pensiero socialista la salvaguardia della mera libertà fisica dell’individuo appare insufficiente a proteggere la libertà individuale contro le ingerenze e gli arbitri dei poteri pubblici e privati. Nelle società di massa l’individuo è sottoposto a diffuse forme di costrizione spirituale, che mirano a penetrare all’interno della sfera psichica per impadronirsi dei meccanismi individuali di decisione. L’ambito interiore della coscienza, una volta lasciato al dominio esclusivo dell’individuo, è divenuto ambito di interventi di manipolazione psicologica e dell’informazione da parte del potere economico e ideologico.

I costituenti italiani che elaborarono e approvarono l’art. 3 della Costituzione stabilirono che comune fondamento dei singoli diritti di libertà è la libertà spirituale, intesa come condizione esistenziale senza la quale nessuna attività può dirsi frutto d’una libera scelta, infatti è necessario che la coscienza sia libera per orientare consapevolmente le proprie azioni. Quindi la libertà dello spirito va tutelata contro la manipolazione del potere ideologico, in quanto è concepita non come appartenente a una sfera interiore estranea al diritto, ma come possibilità di essere se stessi, di governare se stessi, di costruire la propria esistenza, di sviluppare e manifestare la propria personalità, possibilità, che, per un marxista, richiede un superiore complessivo legame sociale cooperativo, rapporti comunisti di comunicazione, di produzione e di conoscenza, l’edificazione di una comunità di individualità, della comunità solidale postcapitalistica delle eguali libertà, come la chiama Costanzo Preve.

Scriveva Mortati “L’individuo non diviene compiutamente persona se non nella comunione con i suoi simili. Non si può realizzare tale comunione senza una sostanziale solidarietà di interessi fra gli associati. Solidarietà d’interessi non può sussistere se non in una società di eguali”.

Lo stato di benessere che qualifica un’esistenza degna, non può essere misurato secondo un calcolo economico, ma dev’essere costituito da valori forti a base non-proprietaria, da beni non negoziabili, apprezzabili solo mediante indici di qualità (dignità e integrità umana, salute, godimento dei beni culturali e ambientali…). Forte è stata sull’elaborazione costituzionale l’influenza culturale del socialismo.

(continua)

 

Riferimenti bibliografici

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L. Ferrajoli, Garantismo e poteri selvaggi, in “Teoria politica” XIV, 1998, 3

L. Geymonat, La libertà, ed. Rusconi, 1988

C. Mortati- Istituzioni di diritto pubblico, ed. Cedam, 1976

C. Preve – L’eguale libertà, ed. Vangelista, 1994

G. U. Rescigno – Costituzione italiana e Stato borghese, ed. Savelli, 1975