Per commemorare il ventennale dell’attacco alle torri gemelle del World Trade Center e al Pentagono, i mezzi di comunicazione si sono riempiti di ogni tipo di ricordi, rievocazioni e riflessioni. “L’11 settembre ha cambiato tutto” è diventato un ritornello comune, l’avvenimento serve a dividere la storia recente in un “prima” e un “dopo”. Molto si insiste per quel gran numero di persone che non avevano allora l’età sufficiente per ricordare l’orrore e il terrore di quel giorno, visto come il momento che ha definito una generazione. Al centro dell’attenzione vi è il trauma della perdita subita da tante e tante persone, insieme con i persistenti problemi di salute di cui i primi soccorritori ancora soffrono dopo vent’anni. Le riflessioni insistono per lo più sugli aspetti emotivi, personali e individuali. James Poniewozik, un critico televisivo del New York Times, ha esaminato le trasmissioni di quest’anno e trova che sono analoghe a quelle di dieci anni fa:

“Ci sono le drammatiche interviste ai sopravvissuti e a coloro che hanno perso i loro cari; le eroiche storie di salvataggi e le storie strazianti di coloro che sono periti nei tentativi; i filmati della conflagrazione, del caos e dello choc, già visti nelle trasmissioni di quel mattino, per le strade imbiancate dalle ceneri; le immagini dei primi soccorritori e dei volontari che scavavano fra le macerie”.

Poniewozik si domanda: “L’11 settembre è una giornata o un’era?” e lamenta la mancanza di film che guardino oltre. Fra quelli che lo hanno tentato, il migliore è il documentario in quattro parti di Spike Lee, “11 settembre 2021 ½”, che combina le esperienze personali di abitanti di New York con le critiche al governo, da George Bush a Donald Trump (qui chiamato il “presidente Agente arancio”). Ma anche questo documentario tratta l’11 settembre come un punto di inizio e non apre la questione dei precedenti.

L’11 settembre: i fenomeni che ha scatenato

È facile percepire un “prima” e un “dopo” per coloro che ne hanno memoria. Sembrò infatti che “cambiasse tutto” e mettesse in moto delle conseguenze che ebbero un profondo impatto, molto oltre le perdite di vite dell’inizio. Quasi immediatamente il Congresso approvò l’Autorizzazione all’uso della forza militare, con l’unico voto contrario della deputata Barbara Lee. Quasi un milione di persone morirono come risultato diretto delle guerre senza fine lanciate sull’onda dell’11 settembre dall’amministrazione Bush-Cheney. Nell’ottobre del 2001 venne approvato il Patriot Act, che dava al governo ampi poteri di sorveglianza e detenzione.

Oltre a questo ci fu immediatamente un’impennata di islamofobia. Nei quattro mesi precedenti il settembre 2001 c’erano stati quattro casi di violenza anti-musulmana; nei quattro mesi successivi ce ne furono 96. Dopo l’11 settembre, l’islamofobia divenne una linea-guida della politica ufficiale (Nguyen 2005) con l’arresto immediato di 1.200 musulmani, arabi e asiatici; l’FBI ne esaminò più di 11.000; e un sistema di controllo che obbligava le persone provenienti da certi paesi a registrarsi presso enti pubblici ne toccò circa 300.000. Ci fu un’impennata di controlli sulla popolazione musulmana, specialmente a New York, dove il Dipartimento di polizia spese più di tre miliardi per lettori di targhe, strumenti di riconoscimento facciale, furgoni di sorveglianza mobile a raggi X, eccetera. Per i musulmani, prendere un aereo divenne un’esperienza difficile e a volte umiliante. 

L’11 settembre iniziò un’epoca di teorie cospiratorie indotte da internet, a cominciare dai “Truthers”, il cui film “Loose Change” fu il primo video internet che divenne virale. Perfino il documentario di Spike Lee diede impulso in origine a queste teorie. Negli anni successivi, queste tesi si fusero con l’islamofobia dei “Birther” e con la violenza anti-musulmana fomentata anni dopo da Donald Trump.

Bisogna tornare indietro e domandarci: la migliore maniera per capire l’11 settembre è veramente quella in cui la storia viene narrata di solito, concentrandosi sugli avvenimenti di quel giorno come sono stati vissuti dalle singole persone? Perché certi dettagli sono inclusi nella narrazione e altri invece esclusi? Quali sono i messaggi trasmessi dalla narrazione, e quali interessi politici servono?

Un approccio ispirato al materialismo storico considera le narrazioni storiche ufficiali come una produzione culturale che serve gli interessi delle classi dominanti e dei politici che in quel momento le rappresentano al governo. Le narrazioni rappresentano “idee dominanti” sviluppate dagli intellettuali delle classi dominanti per rispecchiare e portare a compimento “l’illusione della classe su di sé”, come dicono Marx ed Engels nella “Ideologia tedesca”. Tali narrazioni storiche spostano l’attenzione dalle basi materiali del cambiamento sociale agli eventi presi isolatamente e staccati dal contesto sociale, politico ed economico. E inoltre tendono a presentare la classe dominante come vittima innocente del fato, ma che comunque è degna di mantenere il potere che esercita sulla società.

Come è cominciata la narrazione ufficiale? 

Una delle prime mostre sull’11 settembre dettò il tono con cui la storia è stata raccontata negli anni successivi. Nel 2003 lo Smithsonian Institute lanciò la mostra “11 Settembre: testimonianze per la storia”, in cui si poneva l’accento sul “dolore e la resilienza dei singoli individui”, ma non ci si occupava dei precedenti sociali e politici che avevano portato a quella giornata, secondo l’opinione della studiosa di scienze politiche Amy Fried (2006). Il gruppo di curatori affermò che aveva deliberatamente cercato di costruire una “mostra non politica”, usando immagini e reportage presi dai media, e introducendo il minimo possibile delle interpretazioni. In questo processo però hanno finito per mostrare un messaggio politico molto chiaro, secondo la Fried. Per esempio, hanno esaltato il ruolo svolto nel periodo successivo da George Bush e da Rudy Giuliani, presentati come “individui che hanno migliorato la loro condizione precedente, meno apprezzata”. La mostra durò solo quattro mesi e venne chiusa prima delle elezioni del 2004, ma pare che sia stata molto apprezzata dal Dipartimento di giustizia e dall’FBI.

La sociologa Patricia Leavy (2007) sostiene che i falchi dell’amministrazione Bush, e i media che a volte inconsciamente li hanno sostenuti, hanno costruito una narrazione dell’11 settembre specificamente adatta ai loro scopi, cioè a giustificare la guerra al terrore. La narrazione è stata rafforzata in quattro modi: denominazione dell’avvenimento (lo conosciamo come “11 Settembre”), costante copertura mediatica (anche quest’anno abbiamo visto le stesse immagini); uso di superlativi (insistendo sulla disconnessione dalla storia) e “uso selettivo di metafore storiche” (per esempio, il paragone con Pearl Harbour, facendo apparire la “guerra al terrorismo” come un fatto difensivo). Definendolo costantemente come “privo di senso”, si è escluso di poterlo approfondire. Si è stabilita una dicotomia che rimuove ogni sfumatura nel contrasto fra “terroristi” e “patrioti”, i cattivi e gli eroi, o – secondo George Bush – quelli “con noi” e quelli “contro di noi”. Questa narrazione – afferma la Leavy – ha portato a favorire altri aspetti delle politiche di conservazione, perfino la campagna contro l’interruzione di gravidanza. Leavy cita il caso di un manifesto apparso negli anni successivi, in cui si vedeva il fumo che si sviluppava dalle torri gemelle con lo slogan “Ogni anno 3.200 persone sono assassinate dal TERRORE dell’aborto”.

L’insistenza sull’orrore della giornata, definita come “male” e “priva di senso”, è servita a nascondere un approccio più materialistico che vuole situare l’avvenimento nel contesto più ampio e interconnesso di risorse, popolo e produzione. Ha sviato l’attenzione dall’accesso e dal controllo delle risorse petrolifere, ha nascosto la complicità degli Stati Uniti nel favorire regimi autoritari e dittatoriali, e ha distolto lo sguardo dai banchieri che ci stavano avviando verso la Grande Recessione del 2008.

Narrazioni alternative

Narrative diverse e alternative, che sfidano la storia ufficiale, sono state rare ma non assenti del tutto, d’altra parte messe decisamente sotto controllo poliziesco. Il rapper KRS-One ha raccontato un suo ricordo d’infanzia, quando fu cacciato via dal quartiere finanziario dove si trovava il World Trade Center. I poliziotti, racconta, lo spinsero verso la metropolitana dicendogli di tornare al suo quartiere e di “lasciar stare la gente bianca ricca” (Simko, 2015). Per ragioni di questo tipo, dice KRS-One, gli afro-americani “hanno festeggiato quando ci fu l’11 settembre”. Immediatamente denunciato per “solidarietà con Al-Qaeda”, dovette subito abbassare il tono e dopo dodici anni era ancora lì a scusarsi.

Ancora più violento il modo in cui hanno costretto al silenzio Ward Churchill, un docente nativo americano che ha perduto la cattedra di studi etnici all’Università del Colorado Boulder a causa di uno scritto esplosivo intitolato “Alcuni lo respingono: la giustizia dei polli arrosto”. Il saggio di Churchill poneva l’attacco dell’11 settembre nel suo contesto, sostenendo che si era trattato di un contraccolpo inferto nella lunga guerra che gli Stati Uniti e l’Occidente conducono contro il popolo mediorientale, dall’assistenza prestata da Lyndon Johnson a Israele per cacciar via i palestinesi, poi i bombardamenti sistematici di George Bush sulle infrastrutture di purificazione delle acque in Iraq, che hanno contribuito alla morte di mezzo milione di bambini iracheni. Churchill sostiene che c’erano poche maniere di rispondere a un sistema di oppressione che parte dai nitidi e apparentemente innocui uffici di Wall Street. Per quei tecnocrati ha usato il termine di “piccoli Eichmann”, che era in uso fin dagli anni ‘60. Ma questa frase è stata ripresa dai media e le ritorsioni contro Churchill hanno portato al suo licenziamento dall’Università.

Riconoscendo il pericolo posto dalla narrazione che giustifica la “guerra al terrore” in luogo di una più appropriata azione giuridica in risposta a questi attacchi, il Partito comunista degli Stati Uniti decise nel 2002 di convocare una Conferenza di Pace e Solidarietà a Chicago, denunciando l’uso dell’11 settembre fatto dall’amministrazione Bush per coprire le proprie intenzioni belliche.

Con la nazione in stato di choc dopo l’11 settembre, l’amministrazione era incline a profittare del nostro dolore collettivo e muovere rapidamente verso una politica di vendetta e di guerra. Noi dicevamo: “Non è solo lo spreco dei fondi pubblici per finanziare questa guerra senza fine, e neppure l’attacco alle nostre libertà democratiche fondamentali con la scusa della “sicurezza”, che noi vogliamo fermare. Non è solo alla brutale distruzione dell’Afghanistan e all’assassinio diretto di 3.500 civili afgani che noi chiediamo di porre fine… Vogliamo finirla anche con la dottrina militare che minaccia di catapultare il genere umano verso l’annientamento nucleare”. Questa analisi è rimasta tristemente valida per i due decenni successivi, quando più di 100.000 afgani sono morti nella guerra senza fine che ne è seguita.

Focalizzando l’attenzione sul “non senso” dell’11 settembre e con la riluttanza dei curatori della mostra del 2003 a inquadrare gli avvenimenti nel contesto della politica economica globale, non c’è da meravigliarsi che dei giovani intervistati di recente dal New York Times abbiano chiesto ai loro insegnanti di spiegare meglio l’accaduto, incluso “qualcosa di più… sulla storia degli Stati Uniti in Medio Oriente”. L’11 settembre è stato provocato da decenni di politiche imperialistiche degli Stati Uniti e dell’Occidente che hanno negato ai popoli il diritto all’autodeterminazione; un primo esempio si ebbe nel 1958 quando gli Stati Uniti inviarono in Libano 15.000 soldati per appoggiare il presidente cristiano maronita Camille Chamun. Chamun non era gradito nel suo paese, ma stava cooperando con l’Occidente per impedire l’unità araba promossa dal presidente egiziano Gamal Abder Nasser. Da allora gli Stati Uniti sono sempre stati impegnati nella regione.

La gente commemora l’11 settembre – è naturale ricordare certi avvenimenti negli anniversari importanti – ma dobbiamo vedere quella data come un punto nella storia dinamica di condizioni materiali politico-economiche e di molteplici attori globali, e cercare di capire più a fondo l’avvenimento e le sue cause nel contesto della storia mondiale. Dobbiamo avere un approccio critico alle narrazioni contenute nei documentari e nelle mostre, ed evitare di “giudicare ogni epoca in base a ciò che essa stessa afferma e credere che ogni cosa che dice e immagina di sé sia vera”. (Marx & Engels, 1970, 67).

Fonti

Amy Fried, The Personalization of Collective Memory: The Smithsonian’s September 11 Exhibit, Political Communication, 23 (4) 2006, 387-405

Patricia Leavy, Writing 9/11 Memory: American Journalists and Special Interest Groups as Complicity Partners in 9/11 Political Appropriation, Journal of Political and Military Sociology, 35 (1) 2007, 85-101.

Marx & Engels, The German Ideology, International Publishers, 1970. Anche in Marxists.org.

Tram Nguyen, We Are All Suspects Now. Untold Stories from Immigrant Communities after 9/11, Beacon Press, 2005.

Christina Simko, The Politics of Consolation: Memory and the Meaning of September 11, Oxford University Press, 2015.