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Polonia Socialista

Luis Corvalán e la questione “Solidarność”

di Luis Corvalán

segretario generale del Partito Comunista del Cile. Tempi Nuovi n. 6 1982

Per le giovani generazioni, per mettere a valore la memoria, pubblichiamo questo articolo di Luis Corvalán del 1982. Luis Nicolás Corvalán Lepe (nato nel 1916 e deceduto nel 2010) è stato segretario generale del Partito Comunista del Cile (PCCh) dal 1958 al 1990. Quando scrive quest’articolo è, dunque, ancora segretario del PCCh. Nel 1947, quando il Partito Comunista viene messo fuorilegge, è detenuto nei campi di concentramento di Pisagua e Pitrufquén. Alla fine degli anni ’60 è uno dei massimi costruttori della coalizione Unidad Popular, che porta Salvador Allende alla presidenza del Cile e al governo rivoluzionario. L’11 settembre del 1973, il generale Augusto Pinochet, con l’aiuto determinante degli USA, attua un sanguinoso colpo di stato di natura fascista contro il governo di Unidad Popular e Allende viene ucciso. Corvalán viene arrestato senza processo e deportato, prima all’isola Dawson, poi nel campo di concentramento di Ritoque e Tres Alamos. Nel 1976 vi è un accordo tra Cile e URSS: Corvalán ottiene asilo politico in Unione Sovietica e in cambio viene rilasciato il dissidente sovietico Vladimir Bukovsky. Nel 1980 Corvalán entra clandestinamente in Cile e, dunque, scrive l’articolo che presentiamo da clandestino in patria. L’articolo affronta la questione di “Solidarność”. Questo era un movimento sindacale polacco, di natura prettamente cattolica, costituitosi negli scioperi operai a Danzica nell’agosto 1980 e guidato da Lech Wałęsa. “Solidarność”, a partire da rivendicazioni operaie, puntava politicamente a sovvertire il socialismo polacco. Quando Corvalán pubblica questo articolo, il generale polacco Wojciech Jaruzelski, al fine di difendere il socialismo dagli attacchi sempre più alti e destabilizzanti di Wałęsa e sempre più chiaramente sostenuti dall’intero occidente capitalistico, è alla testa del partito comunista polacco e del governo. La stessa, futura, storia di “Solidarność”, trasformatosi negli anni in partito politico, attivo sino ai giorni nostri, avrebbe confermato la natura essenzialmente liberista e reazionaria del movimento di Lech Wałęsa. In Italia, in quei primi anni ’80, non furono pochi, anche nel campo comunista, anche a sinistra, anche nel PCI, a credere che “Solidarność” fosse un movimento di sinistra, democratico e progressista, che lottava contro “le degenerazioni del socialismo polacco”.

Sta qui, dunque, l’attualità dell’articolo di Luis Corvalán che riproponiamo: quella di aver compreso la natura conservatrice e reazionaria del movimento di Wałęsa nel momento in cui nella sinistra europea, anche comunista, non se ne interpretava la vera natura.

Certo, Corvalán esprime fiducia nel socialismo e nel popolo polacco e crede che, infine, Wałęsa sarà sconfitto. Non andò così: la potente scesa in campo di papa Wojtyla a fianco di “Solidarność”; l’aiuto crescente degli USA e dell’occidente capitalistico al movimento antisocialista polacco; la stessa crisi che iniziava ad attraversare l’URSS e il “campo socialista”, furono fattori determinanti nella vittoria di “Solidarność” e nella sconfitta del socialismo polacco. Tuttavia, ciò che rimane è la capacità di Corvalán di guardare lontano, di capire – attraverso un’analisi materialista e di classe – quella natura di destra che segnava oggettivamente “Solidarność” e che a tanti altri sfuggiva. (f. g.)

 

 

 

 

I noti caporioni della controrivoluzione polacca riunitisi a Radom e Danzica ai primi di dicembre hanno deciso che è giunta l’ora. Wałęsa ha detto che: «Lo scontro è inevitabile e deve avvenire per forza».  Il vicepresidente di “Solidarność” di Varsavia lo ha avvertito: «Se retrocedi di un passo, io personalmente ti taglio la testa». Palka di Lodz ha proposto di creare «milizia operaia organizzata e armata di caschi e manganelli». Bujak di Varsavia ha posto la questione dell’immediata formazione di un “consiglio economico e sociale” e cioè di una specie di governo provvisorio. Negli stessi giorni è stato fatto appello ad eliminare fisicamente i comunisti. Jurzik, capo di “Solidarność” di Stettino, ha detto così: «Il tempo dei giochi è finito. Bisognerà erigere forche e impiccare qualcuno. Secondo me, non sarebbe male piantare già ora qualche forca».

Tutto ciò fa ricordare a noi, cileni, gli eventi che hanno avuto luogo nel nostro paese. Nell’ultimo periodo della presidenza di Allende, alla vigilia del golpe fascista, si dicevano le stesse cose, seppur con parole diverse. Nelle vie di Santiago apparvero le scritte: “Giunge l’ora di Djakarta”, che alludevano al bagno di sangue in Indonesia nel 1965. Un deputato estremamente reazionario dell’oligarchia dichiarò che: «Gli unici marxisti buoni sono i marxisti morti». Nel Cile la controrivoluzione vinse. Santiago si trasformò in Djakarta. Nella capitale e in tutto il paese nel giorno del golpe e nei giorni successivi furono uccisi migliaia di marxisti e molte migliaia di quelli che non lo erano: credenti e sacerdoti compresi.

Il popolo e il governo della Polonia, grazie alla lealtà e al patriottismo dell’esercito, hanno trovato le forze per imboccare il cammino che farà fallire i piani dei nemici interni ed esterni del socialismo e dell’indipendenza del paese.

 

 

 

Controrivoluzione

 

Noi, comunisti cileni, che abbiamo provato sulla nostra pelle cosa porta con sé la controrivoluzione trionfante, siamo profondamente soddisfatti della nuova svolta degli eventi in Polonia. Le misure adottate dal governo polacco per la salvezza nazionale permetteranno di evitare la catastrofe che si stava avvicinando e porteranno ad un ulteriore consolidamento e sviluppo della democrazia in questo paese, correggendo gli errori commessi.

Il presidente americano ha reagito a ciò con irritazione. Ha sollevato il chiasso attorno a quel che egli definisce “violazione dei diritti elementari del popolo polacco” ed ha fatto la voce grossa chiedendo la liberazione dei dirigenti di “Solidarność”, del Kss-Kor e degli altri congiurati. Di tutto questo il signor Reagan ha parlato il 17 dicembre. E il giorno prima il suo rappresentante all’Onu ha votato contro la risoluzione che condanna il regime fascista di Pinochet, e ciò nel momento in cui nel Cile si rendono più crudeli le repressioni, si compiono nuovi assassinii, la chiesa cattolica denuncia altri casi di tortura, anche nei confronti di due membri della Commissione cilena per i diritti umani.

Nonostante ciò non vediamo alcuna contraddizione o incoerenza nella condotta del signor Reagan. L’appoggio a Pinochet e l’irritazione per le misure del governo polacco, guidato dal generale Jaruzelski, corrispondono a una stessa linea. Nell’uno e nell’altro caso Reagan difende gli interessi dell’imperialismo e non dei popoli della Polonia e del Cile.

Va ricordato che nel nostro paese la controrivoluzione fu pilotata da Washington e si fece strada sotto la bandiera della “difesa della libertà e della democrazia” e non sotto la bandiera del fascismo. Il golpe fece affogare in un mare di sangue le libertà del popolo ed eliminò tutte le tracce della democrazia. Il regime costituzionale, democratico, fu sostituito con l’arbitrio fascista. Ci furono anche nel Cile dirigenti sindacali che seguirono la via della controrivoluzione. La maggioranza dei camionisti, proprietari di uno, due camion, dei taxi, i commercianti al minuto e una parte degli operai della miniera di rame “El Teniente” scesero in sciopero contro il governo del presidente Allende. La loro partecipazione non modificò in alcuna misura il carattere fascista del complotto. È necessario aggiungere che gli stessi camionisti, taxisti, commercianti e minatori, dopo aver subìto i colpi della dittatura di Pinochet, hanno capito di essere stati ingannati 9 anni fa o di avere sbagliato e perciò oggi si battono contro la tirannia.

La Cia non risparmiò dollari per finanziare questi sedicenti scioperi. La stampa ostile al governo ebbe un generoso appoggio finanziario. Nel paese s’infiltrarono circa 2 mila agenti della Cia, camuffati da diplomatici e turisti. In Polonia le cose stavano andando allo stesso modo. Ogni giorno si scoprono nuove prove dell’ingerenza diretta dell’imperialismo.

Durante il governo dell’“Unidad Popular” nel Cile prevalse l’idea errata che la libertà è un valore indivisibile, al di sopra delle classi. Anche tra i partigiani del socialismo c’era chi riteneva possibile lottare per una completa trasformazione del regime esistente, riconoscendo il diritto all’uso di tutte le libertà politiche non solo all’opposizione democratica, ma anche ai fascisti. Questa cosa veniva presentata con orgoglio, come il tratto specifico della rivoluzione cilena. La lezione era tragica. La libertà per tutti si trasformò in furia della controrivoluzione e dopo l’11 settembre divenne schiavitù fascista per il popolo.

L’edificazione della società socialista è una grande impresa che, certo, non è libera e non può essere libera da difficoltà di vario genere. Gli errori della direzione in Polonia hanno fatto sì che il malcontento abbia assunto un vasto carattere. Di questo malcontento si è servito il nemico di classe che, diciamo francamente, stava ottenendo successi finché il generale Jaruzelski ha assunto la direzione del partito e del governo. Si è tentato mille volte di raggiungere una soluzione politica sulla base irremovibile che la Polonia è un paese socialista e parte integrante della comunità socialista. In un primo tempo i leader di “Solidarność” a parole riconoscevano questa premessa, ma in realtà vanificavano le buone intenzioni delle autorità e spingevano il paese verso il caos economico e politico. Così si è creata una situazione in cui, secondo la definizione del capo del governo polacco, si è esaurita la pazienza del popolo e bisognava fermare gli avventurieri prima che potessero far precipitare il paese nella voragine della lotta fratricida.

 

 

 

“Normalizzazione”

 

Le misure adottate in Polonia per normalizzare la produzione e l’attività dello Stato hanno colto in contropiede gli imperialisti americani che pensavano che in questo paese, come nel Cile del 1973, la situazione sarebbe peggiorata sempre più e avrebbe portato al crollo dello Stato socialista e a uno scontro bellico in Europa. In ultima analisi speravano che il popolo polacco non avrebbe potuto difendere il socialismo con le proprie forze. Ma hanno sbagliato. La realtà ha deluso le loro speranze: di qui la loro rabbia isterica. Reagan ha preso misure per interrompere le forniture di generi alimentari alla Polonia. Evidentemente il presidente americano non tiene conto che sono passati i tempi in cui il mondo dipendeva da quel che vogliono o non vogliono gli Usa. Dimentica quel che ha detto Brežnev al XXVI Congresso del Pcus: «Non lasceremo sola la Polonia socialista e non permetteremo che le si rechi offesa». Reagan non conosce il sentimento e la forza di solidarietà dei popoli della RDT, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria e Romania, per parlare solo dei paesi che fanno parte del Patto di Varsavia. Tutte le sue minacce e i discorsi antisovietici non sono capaci di modificare l’andamento degli eventi in Polonia ma rivelano solo l’ossessione bellicista che lo domina e che è un pericolo per tutta l’Europa, per tutto il mondo.

Per quanto riguarda noi, comunisti cileni, vorremmo confermare l’opinione già espressa, che su scala nazionale e internazionale è necessario mettersi da una o dall’altra parte della barricata. Noi siamo con la Polonia socialista.