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Donne e fotografia...

uno sguardo di genere

di Laura Baldelli

In ogni professione le donne, come c'insegna la storia, hanno incontrato e affrontano difficoltà ad ottenere riconoscimenti, così nella fotografia, ritenuta professione tecnica non adatta alle donne, come sempre relegate ai ruoli di accudimento a beneficio della comunità, piuttosto che spinte alla realizzazione di desideri e aspirazioni. Così molte presenze femminili importanti nella storia della fotografia sono state taciute perché giudicate irrilevanti, ma ne sono state censite moltissime, dalle pioniere alle contemporanee, come risulta dalla ricerca della fotografa e docente Patrizia Pulga.

Riguardo alla questione se esista uno “sguardo di genere”, la docente di fotografia e cultura visuale all'Università di Bologna, Federica Muzzarelli, afferma che oggi è da superare la discussione sulla specificità dell'arte al femminile o femminista, arte delle donne, perché le relega “alla mistica della femminilità”. L'arte al femminile è stata però importante quando ha provocato effetti politici di sovvertimento dei codici classici della produzione artistica, soprattutto tra '800 e '900, quando l'identità femminile iniziò a cambiare e alcune donne in quel preciso momento storico scelsero la fotografia come mezzo d'espressione, piuttosto che la pittura.

Oggi molte fotografe e critiche affermano che non c'è un'arte al femminile, né un'estetica al femminile ma una sensibilità e una produzione artistica diversa e che è invece molto più interessante scoprire e raccontare la capacità delle donne di accostarsi istintivamente alla fotografia, in periodi storico-sociali-culturali avversi, quando venivano costantemente rimosse dalle attività intellettuali e artistiche. La fotografa Sarah Moon afferma che «per molte di loro la fotografia non era una necessità, non era il mezzo con cui potevano guadagnarsi da vivere. Era semplicemente un desiderio molto forte». Ed è molto importante che “le donne raccontino le donne” con la consapevolezza della cooperazione, della valorizzazione piuttosto che della competizione.

Anche ripercorrendo la storia della fotografia tra tecnica ed estetica, si rintraccia anche la storia delle donne che trovano proprio in questo strumento, un mezzo per esprimersi, raccontarsi ed emanciparsi e soprattutto raccontare le donne. Infatti, la storica della fotografia Naomi Rosenblum, mentre scriveva A World History of Photography (1984), si accorse che nella ricerca della documentazione storica, le donne erano appena accennate, molte sconosciute che meritavano invece di essere riconosciute, così scrisse A History of Women Photographers (1994).

È interessante partire da come e perché nacque la fotografia nella prima metà dell'800 ed evidenziare come la storia della fotografia s'intrecci con la storia delle donne.

Infatti la fotografia, “figlia povera dell'arte”, nacque grazie alle ricerche e alle scoperte nell'ottica e nella chimica e diventò un mezzo economico e veloce per soddisfare l'autorappresentazione della classe sociale emergente, la borghesia, al posto del ritratto, riproducendo la realtà più oggettivamente. Un'arte, quindi, con un forte senso d'inferiorità verso la pittura, prigioniera del romanticismo e dell'idealismo, tanto che inizialmente prevalse il pittorialismo, in cui gli scatti fotografici erano il più possibile vicini alla pittura.  In questo contesto tra le pioniere della fotografia l'inglese Anna Atkins è accreditata come la prima fotografa che con grande creatività combinò le proprie conoscenze di botanica, chimica e disegno per creare con carta sensibilizzata ai sali di potassio, dei cianotipi, cioè disegni fotogenici, pubblicati nel 1843 nel volume Photographs of British Algae: Cyanotype Impressions, il primo libro in assoluto, in cui le immagini fotografiche sostituirono altri tipi di illustrazioni. Julia Margaret Cameron è invece la prima fotografa professionista, un'intellettuale tra gli artisti preraffaelliti, dai quali fu influenzata nel suo genere pittorialista, che ritrasse personaggi importanti suoi contemporanei come Charles Darwin, cogliendo gli aspetti psicologici, mettendo in scena l'immaginario, ma sperimentando anche tecniche della post-produzione nello sviluppo. Sempre in età vittoriana, Lady Clementina Hawarden allestiva set fotografici come palcoscenici teatrali con un occhio erotico quasi voyeuristico; e che dire dell'americana Alice Austen, capace di allontanarsi dal vincolo della pittura e che osò fotografare l'amore tra donne con grande sensibilità, entrando nella dimensione delle problematiche di genere.

In Italia, nelle foto della principessa Anna Maria Borghese c'è il ritratto di un'epoca, un documento storico dello stile di vita dei ricchi.

Intanto la fotografia acquisì la sua autonomia comunicativa dopo la Grande Guerra, vero spartiacque di molti linguaggi espressivi e comunicativi. L'americano A. Stieglitz la definì un'arte autonoma e l'avvicinò alle altre espressioni artistiche d'avanguardia.

In Europa nel primo '900 la fotografia diventava superamento della realtà visibile e parte integrante del rinnovamento nell'arte, nella cultura, nella politica, nella nuova ricerca di valori, canoni moderni, dove moderno significa stare nella realtà delle macchine e nella società del movimento.

Infatti il Modernismo con le avanguardie futuriste, dadaiste, surrealiste, costruttiviste, ha avuto come protagonista la fotografia, strumento tecnico di sperimentazione e di multimedialità.

Anche le donne ne sono state protagoniste come Hanna Hoch del movimento Dada, che contaminava grafica e fotografia; Claude Cahun, artista surrealista che giocava sull'ambiguità identitaria sessuale, utilizzando l'autoritratto per raccontare l'immaginario omosessuale con i temi della maschera e dello sdoppiamento: a lei va il merito di un recupero del “corporeo” nella sfera culturale occidentale. Nella grande fucina creativa della Repubblica di Weimar ricordiamo Marianne Breslauer, viaggiatrice ed esponente della “street photography”, dove ha privilegiato il punto di ripresa e il gioco della luce e con la sua passione per la moda ha fotografato il Modernismo dandy e il “lesbo-chic”. Addirittura W. Benjamin disse: “la lesbica è l'eroina della modernità”, perché l'autoproclamazione gay aveva lanciato la moda dello stile androgino, che fu la scelta delle donne moderne anche eterosessuali; la modella preferita della Breslauer, Annemarie Schwarzenbach, con i suoi travestimenti ha ispirato la moda delle epoche successive, ma più che ispirazione è stato un vero “saccheggio”.

Nel movimento Bauhaus fondato da W. Gropius in Germania nel 1919, la fotografia è protagonista insieme alla scuola d'arte, di disegno industriale, di grafica, di architettura ed emersero donne creative e competenti nella tecnica, come Lucia Moholy Nagy, le cui opere furono attribuite al marito Laszlo o a W. Gropius, come spesso è accaduto nel corso della storia della fotografia; tra le molte donne del Bauhaus ricordiamo Geltrud Arndt designer e fotografa, appasssionata dal travestimento e dall'autoritratto, inteso come possibilità di racconto del corpo e dell'azione.

Gli anni '20 e '30 furono un laboratorio di ricerca creativa dove emerse anche Alice Lex-Nerlinger, di formazione pittorica e grafica, che sperimentò il fotomontaggio e il fotogramma nelle sue opere d'impegno politico comunista. In Italia, Wanda Wulz, figlia d'arte ed esponente futurista sperimentò molto nella post-produzione in camera oscura, creando fotodinamiche e foto plastiche, famosissima è la sua “donna gatto”.

In seguito con la diffusione di giornali illustrati si fece strada il fotogiornalismo in Germania, grazie anche alla tecnica e all'industria in grado di produrre macchine fotografiche piccole e maneggevoli come la Leika con obbiettivi intercambiabili per una nuova figura: il fotoreporter. L'immagine fotografica diventava una notizia visiva con immagini al posto delle parole, uno strumento per l'indagine sociale, la documentazione e la denuncia, soprattutto negli USA.

Le donne del fotogiornalismo da ricordare sono moltissime, sono professioniste di grande valore a iniziare da Tina Modotti, militante pasionaria comunista, artista di grande sensibilità e talento, le sue foto sono icone rivoluzionarie, che non sentono il tempo e soprattutto “il corpo è prassi politica”; così la straordinaria Gerda Taro, anche lei rivoluzionaria e comunista, per anni dimenticata perché molte sue foto indimenticabili furono attribuite al suo compagno Robert Capa, eppure fu la prima fotoreporter a morire giovanissima al fronte durante la guerra di Spagna.

Negli USA Dorothea Langhe ci ha lasciato scatti entrati nell'immaginario collettivo, documentando la depressione americana degli anni '30 con un bianco e nero così incisivo da influenzare il cinema neorealista italiano. L'americana Margaret Bourke-White da fotografa professionista industriale passò al fotogiornalismo, lasciandoci preziosi reportage dall'URSS prima del secondo conflitto mondiale e, dopo, come reporter di guerra al seguito delle truppe alleate lungo la linea Gotica e all'apertura del campo di sterminio di Buchenwald. La cinese Hou Bo fu la fotografa che documentò la storia della Cina, fotografando la Lunga marcia al seguito di Mao. Tsuneko Sasamoto è stata la prima fotoreporter giapponese che ci ha aperto il mondo del Sol levante con tutte le affascinanti contraddizioni.

In Italia Leonilda Prato, musicista ambulante, fotografa e partigiana ha documentato l'Italia contadina, resistente e antifascista; Cecilia Mangini, ancora vivente, ha alternato la sua lunga attività tra cinema e fotografia, documentando il Meridione con un incisivo bianco e nero e il Việt Nam durante la guerra e reportage dei backstage del cinema italiano.

Inoltre, la grande Agenzia Magnum fondata da Henri Cartier-Bresson e da Robert Capa vanta numerose donne come Eve Arnold che fu la prima in mezzo a un mondo di uomini: ha documentato il cinema hollywoodiano, regalandoci foto straordinarie delle celebrità e anche grandi reportage di viaggio, scatti con un gioco di luci che solo il bianco e nero sa esprimere; Inge Morath un'intellettuale viaggiatrice che ha saputo cogliere l'anima in ogni situazione; Marilyn Silverstone, innamorata dell'India, ha scattato immagini di un mondo pieno di fascino, contaminazioni spirituali e contraddizioni; Martine Franck, fotografa freelance, ha posto sempre al centro dello scatto la composizione, condividendo per una vita intera con il marito H. C.-Bresson, la grande passione per la fotografia. Con Susan Meiselas la denuncia del fotogiornalismo di Magnum diventa racconto da tutto il mondo, un esempio per le fotoreporter dei tempi successivi. Oggi le fotoreporter contemporanee sono delle storyteller: ricordiamo Monika Bulaj, i suoi scatti raccontano di popoli e tradizioni che sopravvivono dall'est in Europa e oltre; Zahra Kazemi, vittima del regime iraniano, ci ha lasciato indimenticabili scatti del suo paese; Linda Dorigo è una giovane fotogiornalista esperta del Medioriente così Francesca Tosarelli, giovane fotografa in prima linea sui fronti di guerra; l'argentina Linda Lestido che ha composto un racconto per immagini delle donne dell'Argentina che sono state vittime di miseria e soprusi durante le periodiche e ricorrenti dittature.  Gisèle Wulfsohn è stata in prima linea contro l'apartheid in Sudafrica; Mary Ellen Mark ha diversificato il suo lavoro dai set cinematografici fino alla denuncia delle realtà più crudeli dell'infanzia abusata nel mondo.

Oltre alle fotografe professioniste impegnate, trasgressive, rivoluzionarie, ci sono state donne, di sicuro talento, che però hanno scelto di essere al servizio del Fascismo e del Nazismo come Leni Riefenstahl e Ghitta Carell: la prima è stata anche regista del capolavoro “Olimpia”, un esempio di “estetizzazione della politica“, ma anche di cinema delle donne, lasciandoci una documentazione artistica e storica di un regime,  in seguito, viaggiando e fotografando per tutta la sua esistenza lunga 100 anni, ha continuato la ricerca della bellezza dei corpi; l'altra ci ha consegnato una serie di ritratti del Duce che hanno contribuito alla costruzione fotografica del mito, così come negli scatti-icone famosissimi di personaggi del cinema del teatro e della letteratura suoi contemporanei, in cui emerge un talento particolare nel cogliere la personalità.

Ci sono state anche fotografe non professioniste, scoperte per caso che rappresentano proprio l'emblema di come la fotografia sia stata un mezzo espressivo, un occhio che “vede” e racconta la propria sensibilità: l'americana Vivian Maier, una vera street-photographer e la russa Masha Ivanshintsova, fotografa-testimone della quotidianità nel mondo sovietico; due talenti istintivi senza scuola, né formazione, ma di grande sensibilità, originalità e valore.

Gli anni '60 e '70 hanno rappresentato per le donne il periodo della presa di coscienza e dell'emancipazione e molte hanno scelto la fotografia come professione e come mezzo espressivo; alcune di loro hanno testimoniato e documentato la lotta delle donne, l'epoca delle manifestazioni comuniste in tutta Europa, in particolare: Paola Agosti che ha usato la fotografia come indagine politico-sociale, Gabriella Mercadini, coraggiosa fotoreporter che ha messo in pratica lo slogan del femminismo “il personale è politico”; Carla Cerati che ha condotto una significativa indagine fotografica sui manicomi in Italia prima della sperimentazione della legge Basaglia; Lisetta Carmi alla ricerca del bello della verità scomoda di chi vive ai margini come i trans; Letizia Battaglia che ha usato la fotografia per denunciare al mondo gli orrori della mafia.

Se parliamo delle “donne che raccontano le donne” Ruth Bernhard negli anni '50 fu la pioniera della ricerca sul corpo femminile che ha fatto scuola, ispirando le fotografe contemporanee, interrompendo la tradizione e il luogo comune che solo l'occhio maschile “sapesse vedere un corpo femminile”.

Anche nello scivoloso terreno della fotografia di moda, le fotografe hanno colto un'immagine viva, autentica, lontana dallo stereotipo tutto maschile di rappresentare le donne “maggiorate o anoressiche”, come Elisabetta Catalano, Alice Springs, Isabel Muñoz, fotografa anche di danza, Angèle Etoundi Essamba che ha fotografato il corpo femminile come simbolo dell'orgoglio nero.

Ci sono fotografe meno “commerciali” che si definiscono “fine art”, dove il racconto fotografico è espressione del sé, si contamina con altre arti visuali multimediali, una modalità molto creativa che si esprime nell'ambito del simbolico e dell'astratto; ne sono un esempio di forte impatto emotivo gli scatti in bianco e nero dell'argentina Paula Luttringer, che racconta con la nuova visualità,  l'esperienza della prigionia e della tortura, come elaborazione del dolore e cura dell'anima; in USA con Carrie Mae Weems, il racconto politico si traduce in una ricerca della composizione, che diventa arte.

C'è anche uno sguardo, che va oltre l'occidente, di fotografe di tutte le età che esprimono le loro personalità nei contesti del mondo islamico come la marocchina Majida Kattari che fotografa le donne in un paese dove il corpo delle donne non può essere svelato, esibito, scegliendo la via espressiva tra realtà e surrealismo; la tunisina Ela Hammar, un'intellettuale che ci svela l'universo femminile del suo paese, tra tradizione e voglia di liberazione; Eman Mohammed, giovane resistente palestinese che dà visibilità a un popolo che rifiuta di morire soffocato dall'imperialismo islraeliano, scatti di denuncia, ma anche di gioia creativa di vivere; Dodo Jin Ming che con originale sensibilità, trasferisce la sua passione per il violino in una sinfonia di scatti.

Inoltre, in Argentina moltissime fotografe hanno messo a disposizione le loro conoscenze e competenze per le Madri de Plaza de Majo per ritrovare i figli, le figlie e i nipoti partoriti in carcere e rapiti dai militari argentini negli anni devastanti delle dittature: i frammenti fotografici dei familiari hanno permesso di ricreare tante biografie spezzate dal regime sanguinario.

In Italia, grazie a numerose iniziative di enti locali ci sono state molte mostre, retrospettive e biennali dedicate alle fotografe, che hanno contribuito a far conoscere un mondo semisconosciuto, ma suggestivo e di grande valore storico-artistico-sociale.

In tutto il mondo esistono importanti scuole di fotografia, dove si studiano anche le arti visuali, il fotogiornalismo, le nuove tecniche digitali, la storia della fotografia e tantissime donne scelgono la macchina fotografica per esprimersi, lavorare, divertirsi creativamente, mentre in Italia la ex ministra dell'istruzione Mariastella Gelmini, nell'anno scolastico 2010-11, ha abolito la materia Tecnica fotografica negli Istituti Professionali Grafici, unico corso di studi superiore in cui veniva insegnata la storia e la tecnica della fotografia...