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Declino dell’impero yankee

e resistenza rivoluzionaria

venezuelana

 

 

di Livia Antonieta Acosta Noguera

Teologa, nel 2000 è a capo, per il governo Chavez, dei Progetti Speciali per i Fondi di Sviluppo Microfinanza, con particolare responsabilità della promozione del microcredito per le fasce più deboli della società. Tra il 2001 e il 2002 contribuisce a organizzare i Circoli Bolivariani, aventi il compito di diffondere il progetto rivoluzionario “chavista” sia in Venezuela che a livello internazionale. Per il governo rivoluzionario è tra i principali membri del Sebin (il Servizio di Intelligence bolivariano). Nel 2003 inizia il suo percorso di diplomatica presso l’Ambasciata del Messico, dove lavora per le relazioni culturali tra Venezuela e Messico, per le politiche della Difesa e per i rapporti con il Partito della Sinistra Messicana, Rivoluzione Democratica. Nel 2010 è trasferita all’Ambasciata venezuelana del Perù per essere poi nominata Console del Venezuela negli USA, a Miami, in Florida. Sarà cacciata dagli USA di Trump, da parte dell’FBI, per assurde accuse di “pianificazione di attacchi informatici” contro le strutture del governo nordamericano e contro le centrali nucleari statunitensi. Tornata in Venezuela è di nuovo al servizio della Rivoluzione.

"Cumpanis” ringrazia la compagna Livia per l’inizio di questa prestigiosa collaborazione.

(traduzione di Nunzia Augeri)

 

 

 

 

Caracas, 16 aprile 2020

Grazie alla rivista politica internazionale “Cumpanis” per avermi dato l’onore di scrivere nel suo numero zero.

Se quello che sta vivendo oggi il mondo per la pandemia del Covid19 è la conseguenza di una guerra occulta, condotta dagli USA, fra Stati Uniti e Cina ed evoca le contraddizioni della globalizzazione enfatizzando i mezzi di comunicazione moderni, sia a livello di oggetti e persone che di informative su notizie e dati, noi ci vediamo immersi in questa guerra, come una piccola aldea (villaggio) che non può evitare di essere compromessa per i conflitti fra i suoi vicini. Nondimeno, il Venezuela ha funzionato da “campo di battaglia” fra le trincee di entrambi i giganti. È indiscussa l’importanza del Venezuela per le sue risorse strategiche e per la sua posizione geografica privilegiata, soprattutto per gli Stati Uniti, in quanto questo è il paese latinoamericano che ha la riserva di petrolio più grande del mondo, comprovata con 298,350 barili di petrolio, il sesto per le riserve di oro, certificate legalmente in 2.236 tonnellate. È prima riserva certificata per 28.927.980 tonnellate di nichel; ha diamanti certificati per 1 milione e 020 carati; inoltre, possiede una ricchezza naturale di gas, acqua, vegetazione, un clima straordinario, e un grande valore culturale per la composizione della sua popolazione e la sua ospitalità e allegria, e per la dirigenza portata avanti dalle donne. Non deve sorprendere il fatto che il Venezuela, da tempo, così come lo è tutt’ora, sia stato convertito in un teatro di guerra sovrastato dal discorso retorico di una diplomazia “gringa” già adoperata, e nel vecchio e stancante teatrino montato da una sedicente opposizione che “dovrebbe” governare perché vittima di brogli in tutte le elezioni.

Di sicuro, non casualmente, la difficile situazione del Venezuela si è acutizzata nella misura in cui gli Stati Uniti hanno aumentato la loro pressione nella disperata lotta per mantenere la loro già deteriorata egemonia (profetizzata da tempo) davanti al grande avanzamento del gigante cinese; quest’ultimo, certamente, ha giocato e lottato nella stessa arena del circo capitalista, con le sue stesse regole, ed è risultato essere, di molto, superiore e vincitore su coloro che hanno creato e imposto al mondo intero il gioco del monopolio capitalista. A tutti gli abitanti del mondo posso dire, senza alcun dubbio, che siamo una generazione privilegiata: non sostengo di poter festeggiare, ma posso dire che siamo gli spettatori dello scenario di un’imminente declino e fine dell’Impero yankee e i testimoni delle sue ultime convulsioni che ci spingono a resistere anche in Venezuela, terra di ricchezze ma anche sua neo colonia che, però, a differenza del suo maggiore antagonista, ha una visione multipolare e pluralista della sua economia. Chiaramente, gli Stati Uniti non vogliono fallire ma non riescono a trovare strategie giuste, in pieno secolo XXI, come quando, in passato, hanno promosso e sostenuto governi venezuelani asserviti per sfruttare vantaggiosamente l’estrazione del petrolio, come durante la seconda guerra mondiale. Il Venezuela ha fornito, allora, il 64% del petrolio che consumavano le forze britanniche sul fronte europeo e dell’Africa del Nord; le petroliere venezuelane furono attaccate dai sottomarini tedeschi in pieno Mar dei Caraibi e gli Stati Uniti intervennero prendendosi il merito di “salvatori” della situazione venezuelana, tanto da guadagnare una certa autorità per interferire successivamente nelle politiche dei governi del Paese fino a quando, con il governo del Presidente Chávez Frias, si è respinta la loro politica d’ingerenza. Le manovre statunitensi di questi ultimi venti anni, spesso, sono arrivate all’irrazionalità, all’assurdo e alla brutalità, come il fatto di pilotare e tutelare il “Gruppo di Lima”, formato da 15 paesi che sostengono molti rappresentanti dell’opposizione venezuelana. Attualmente, le aggressioni sono più sofisticate, includono l’uso delle TICs (tecnologie dell’informazione e comunicazione) per promuovere governi di transizione, accusare i governi legittimi di essere dittature, distruggere la morale delle persone e degli Stati, ingannando molte persone con enormi menzogne, rendendole soggetti inermi; bloccano finanziamenti, alimenti, medicine; fanno colpi di stato, tentativi di omicidio di esponenti politici, disseminano gruppi paramilitari e terroristici per far crollare l’attuale governo. Quel che sta ottenendo questa politica d’ingerenza – da parte degli Stati Uniti che cercano di appropriarsi delle ricchezze del Venezuela e approfittare della sua posizione geo-strategica (nello stile delle conquiste del diciottesimo e diciannovesimo secolo dove scambiavano gli specchi con l’oro), – è l’avversione, nel mondo, di molti cittadini dalla libera coscienza e solidali con il governo ufficiale. In più, la maggioranza del popolo venezuelano (e qua va segnalato che le elezioni del 20 maggio del 2018 hanno portato all’elezione dell’attuale legittimo presidente Nicolás Maduro Moro con 6.245.862 voti, rappresentando il 67,84% dell’elettorato) considera questi attacchi l’operazione più criminale nella storia dell’umanità perpetrata dagli U.S.A.

Le alleanze portate avanti proprio dal governo statunitense per destituire il governo venezuelano con numerosi, elaborati artifici, senza tener conto dei Diritti Umani del popolo, non hanno ancora dato il risultato sperato. Al contrario, si stanno impiccando con la loro stessa corda. Su un secondo fronte, più mediatico che politico, gli Stati Uniti continuano a utilizzare la loro industria di infamie (un leitmotiv che ha dato risultati eccellenti con tutti gli altri governi latinoamericani che si sono sottomessi); pertanto, è dal 2006 che la Repubblica Bolivariana del Venezuela è stata sottomessa a una serie di sanzioni progressive, con la motivazione che il governo sosteneva finanziariamente il terrorismo o il narcotraffico. Sanzioni che toccano sia i cittadini a livello individuale, sia lo Stato venezuelano: congelamenti di liquidità, proibizione delle transazioni, restringimenti dei visti verso tanti paesi, violazioni dei Diritti Umani per più di 80 cittadini venezuelani e 27 compagnie. Tutto in base a una lista stilata da Hillary Clinton. Dal 2014 sono stati emessi 15 atti giuridici, leggi, decreti e norme sanzionatorie contro il Venezuela, inclusa l’ultima notizia, quella di mettere 15 milioni di dollari di taglia sopra la testa del Presidente Nicolás Maduro e sul Vicepresidente del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), Diosdado Cabello, accusandoli di essere narcotrafficanti. E tutto nel pieno di una pandemia da Covid19, per distrarre l’opinione pubblica statunitense dalla cruda e vergognosa realtà che porta a ritenere che il Paese “dem” sia stato incompetente nel suo ruolo di prima potenza mondiale e a fargli ottenere il primato di essere il primo focolaio del continente e, adesso, il primo paese nel mondo per numero di contagi, morti e tasso di mortalità che supera il 4%. Tasso più alto di quello che loro denominano ‘terzo mondo’, con la sfacciataggine, inoltre, di accusare il governo del Venezuela dei propri morti per un “narcovid19” che hanno inventato per invadere le acque venezuelane. L’amministrazione di Trump, dal 2017 fino ad oggi, ha imposto sanzioni a più di 20 funzionari, comandanti militari attivi e ritirati, ha chiuso conti correnti in banche come Citibank, Commerzbank, Deutsche Bank AG e altre: sanzioni contro l’impresa statale PDVSA dal 2017, proibizioni di accesso al settore dei prestiti internazionali e azionari degli U.S.A., proibizioni di transazioni in criptomoneta emessa dal governo, debiti e oro del Venezuela, blocco di proprietà della PDVSA sotto giurisdizione statunitense, e la proibizione a cittadini statunitensi di fare transazioni con la compagnia e con i conti correnti che risultano oggetto di blocco nel loro paese. Questo stop finanziario è iniziato nel 2015 e, da allora, è stato rafforzato con l’obiettivo di creare una crisi economica e sociale nel paese per arrivare a forzare un cambio di governo, mettendo in crisi migliaia di cittadini venezuelani che non riescono più ad avere cure mediche per malattie come il cancro, il diabete, l’AIDS, fra le tante. Gli Stati Uniti hanno arrecato un danno incalcolabile al popolo, violando i diritti umani e condizionando lo sviluppo, la sovranità e l’indipendenza del Venezuela.

Uno dei piani strategici degli Stati Uniti è stato il processo di “debolivarizzazione” (ossia eliminare tutto l’aspetto bolivariano delle radici del venezuelano: la sua cultura, la moneta, l’indipendenza, l’amore per la patria, i valori per ridurre la corruzione, l’odio fra connazionali e, infine, la divisione in gruppi che seguono le filosofie bolivariane e quelli che seguono lo Zio Sam).

Questo ha comportato, come risultato, che un gruppo di venezuelani, in maggioranza figli di stranieri che sono stati accolti per le caratteristiche ospitali di questa nazione, si siano convertiti nei principali nemici del Venezuela e del suo popolo. Questi compatrioti sono quelli che hanno richiesto e ottenuto le sanzioni, hanno confiscato i beni dello Stato e hanno reso possibile il fatto che i venezuelani – che erano ammirati e ben accetti nel mondo – siano adesso visti come una specie di peste, massa di migranti disordinati, disobbedienti e disonesti. Questi compatrioti, bene o male chiamati “apatrioti”, sono stati il ponte di connessione fra gli Stati Uniti e i paesi alleati per essere usati come portavoce in varie parti del mondo, portavoce dei “sofferenti nel nostro paese”. Come nel più banale automatismo, continuano a ripetere le stesse cose, lamentandosi del fatto che altri paesi li accolgono come non fa la loro stessa patria; fanno proliferare odio e maledizioni contro il loro paese, contro il loro governo sostenendo le loro tesi incondizionate (ma anche contraddittorie dato il loro pensiero ideologico contro un intervento militare degli U.S.A. o contro una guerra civile).

Adesso, in questo contesto di emergenza, queste vittime di tale triste avversione propria della preistoria e dei popoli barbari, per tornare a una normalità, sollecitano l’aiuto del legittimo presidente del Venezuela, Nicolás Maduro. E quindi mi chiedo: perché non chiedono a Juan Guaidó, che hanno reso portavoce del paese agli occhi del mondo?

La Repubblica Bolivariana del Venezuela ha marcato un nuovo ordine socio-economico rispetto ai paesi latinoamericani che promuovono governi ultraconservatori e modelli economici capitalisti, e la partecipazione del cittadino è essenziale per la sopravvivenza della popolazione tra sanzioni, blocchi imposti dagli U.S.A. e i loro sudditi. Adesso, in mezzo a una pandemia, la patria sta emergendo come un sottomarino che stava navigando sott’acqua e riaffiorava a momenti. Il Venezuela è l’esempio mondiale per le risposte date contro il blocco e contro questa malattia che affligge i cittadini del mondo.

“Il piano della nazione del 2019-2025” descrive in dettaglio le strategie usate dall’Esecutivo nazionale per uscire dalla crisi che abbiamo e dalla quale ci stiamo risollevando.

C’è da evidenziare:

 • Il servizio informativo chiamato Carnet de la Patria come elemento articolatore del registro unico e della piattaforma interoperativa di tutto il Sistema di Missioni e Grandi Missioni di protezione del popolo, che sta aumentando e ottimizzando il sistema di politica integrale di protezione. Questo sistema ha permesso di far fronte al Covid19, di stabilire misure preventive e di contenimento contro la pandemia, di realizzare test e quarantena per chi aveva presentato sintomi e appiattire la curva di contagio; più di 18 milioni di cittadini venezuelani sono stati contattati per avere informazioni sul loro stato di salute dovuto a questa malattia così crudele;

 • Garantire l’egemonia dello Stato sulla produzione nazionale del petrolio; che sarà un qualcosa in più, data la crisi che sta affrontando attualmente il paese per la scarsità di benzina dovuta al fatto di non poter comprare (a causa delle sanzioni) gli additivi necessari per la raffinazione del greggio;

 • Adeguare l’apparato economico produttivo, le infrastrutture e i servizi dello Stato incrementando la capacità di risposta alle necessità del popolo prima possibile, grazie alle politiche del piano di Difesa Integrale della Nazione;

 • Spingere la produzione locale per il rifornimento dei viveri attraverso i Comitati Locali di Rifornimento e Produzione (CLAP); più di 4 milioni e mezzo di famiglie ricevono una media mensile di dieci chili di alimenti;

 • Assicurare le prestazioni relative alle contingenze come il controllo sociale per gli anziani, per i diversamente abili, per i disoccupati e per coloro che non riescono a sopravvivere;

 • Affermare l’identità, la sovranità cognitiva e la coscienza storico-culturale del popolo venezuelano, per non favorire l’analfabetismo di ritorno e favorire la decolonizzazione del pensiero;

 • Rafforzare il potere difensivo nazionale, così come l’unione civico-militare per proteggere e garantire l’indipendenza, la sovranità e la pace nazionale, assicurando la difesa integrale della Patria. Siamo preparati per affrontare qualsiasi battaglia che destabilizzi la sovranità della Nazione.

Siamo sicuri che, se riusciremo a mantenere il “Plan de la Patria” della Repubblica Bolivariana del Venezuela, il processo bolivariano andrà avanti. Le nostre relazioni internazionali sono perturbate dall’isolamento che impongono gli Stati Uniti e questo ci mette in condizioni di dover combattere anche contro chi fa ingerenza nelle azioni politiche rivolte alla nostra cittadinanza. Per questo, chiediamo alle altre nazioni del resto del mondo, un’unione per onorare un pianeta multipolare, un’economia plurale, che si sommi alla nostra lotta per sollecitare anche, alle Nazioni Unite, la cessazione delle sanzioni e dell’embargo a Cuba, Iran, Yemen e Venezuela. Fino a quando potremo permettere, avendo maggioranze governative legittime, che gli Stati Uniti continuino a imporsi unilateralmente con il loro programma mercantilista, con le loro rappresaglie, minacce alle altre nazioni e strategie di sottomissione in base ai loro interessi, solo per trarne vantaggi per la loro egemonia nel mondo? È questione di rispetto della libera coscienza dei popoli, della loro storia, dei loro eroi. Della loro geografia. Rispetto dei popoli e del popolo venezuelano.

Cito le parole di un venezuelano, grande patriota e lavoratore: «La nostra Patria sta in equilibrio fra due vertenze: la prima è l’intervento violento e guerrafondaio degli U.S.A. per cambiare il nostro governo, contando i morti; la seconda è quella che si sia noi, i venezuelani, a risolvere i nostri problemi attraverso un processo elettorale nel rispetto della Costituzione, contando i voti. E spero nel trionfo dei venezuelani con i voti, senza ingerenze degli Stati Uniti e senza morti, prodotti dal loro multiforme apparato di guerra».