Tiziano Tussi (1951, Spinadesco), già ordinario di Storia e filosofia nei Licei di Milano e provincia. Iscritto dal 1982 all’Ordine Nazionale dei Giornalisti nell’elenco dei Pubblicisti della Lombardia. 

Ha collaborato e/o collabora con diversi periodici e quotidiani nazionali: Quaderni di Storia, il Manifesto, Italia Oggi, Patria indipendente, Il Protagora, l’Indice dei libri; ha pubblicato testi di storia, di filosofia e di analisi critica della scuola italiana, tra i quali: Mazzini, con Franco Della Peruta, Arterigere, Varese, 2007; La memoria, la storia, La Città del sole, Napoli, 2011; ha partecipato a libri collettanei sulle stesse problematiche. Ultime pubblicazioni: “Una storia marginale. La formazione dell’Italia unita come risultato degli scontri diplomatici e militari dei maggiori paesi europei per l’egemonia continentale”, in Il Risorgimento: un’epopea? Per una ricostruzione storico-critica, a cura di C. Carpinelli e V. Gioiello, Zambon editore, Francoforte sul Meno, 2012; “Contestate e create: la lezione del pensiero critico per una scuola formativa”, in Le radici della razionalità critica: saperi, pratiche, teleologie. Studi offerti a Fabio Minazzi, a cura di Dario Generali, Mimesis, Milano, 2015; “Mario Dal Pra giornalista e collaboratore dell’Avanti e del Fronte Popolare”, in Mario Dal Pra nella “Scuola di Milano”, a cura di Fabio Minazzi, Mimesis Milano, 2018; “Contro la scuola dell’ignoranza”, in La scuola dell’Ignoranza, a cura di Sergio Colella, Dario Generali e Fabio Minazzi, Mimesis, Milano, 2019; Nanchino 1937-1938. La strage dissotterrata, Meltemi, Sesto San Giovanni, 2020; Storia senza memoria. La rivoluzione bolscevica: inizio e fine, Edizioni Pgreco, Milano, 2021; “La madre di Gor’kij in un mare storico e politico in tempesta” in La madre. Romanzo di vita russa, Maskim Gor’kij, a cura di Cristina Carpinelli, Jouvence, Milano, 2021; Postfazione a Post Scriptum comunista, Boris Groys (nuova edizione), Meltemi, Milano, 2021.

Ha ricoperto la carica di presidente dell’Istituto pedagogico della Resistenza a Milano sino al 2003; è stato membro del Comitato nazionale dell’ANPI sino al 2011.

Il Partito Comunista Italiano è stato forse il più grande partito comunista d’Europa e uno dei più vivi e importanti sulla scena occidentale. Potresti analizzare per noi le ragioni della sua progressiva social democratizzazione, della sua dissoluzione e della sua trasformazione subitanea in un partito di tipo “radical”, posizionato chiaramente al fianco del capitalismo e delle istanze della borghesia?

Per rispondere in modo che mi sia congeniale, devo innanzi tutto precisare che penso sia diventato necessario, obbligatorio e decisamente utile cercare di modernizzare e rimodulare tutto l’apparato linguistico della politica della sinistra di classe, almeno di ciò che è ne è rimasto. 

La svendita ideologica di punti di ancoraggio storicamente definibili come appartenenti ad un campo proletario mi pare evidente in troppe compagini che si dicono e si situano su un terreno che potremmo definire centro-sinistra; anche chi si riconosce in questo luogo dello spirito rivendica a gran voce la modernizzazione selvaggia di ogni riferimento a tematiche definite superate e/o obsolete, quelle comuniste, tanto per intenderci. 

Non voglio naturalmente suggerire di ingrossare tale indifferentismo, perciò lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti: quando parlo di sforzo di modernizzazione e rimodulazione al passo con i tempi correnti percepisco negli attori non modernisti i riferimenti politici, nel senso che dobbiamo tenere presente che la ricezione intellettiva e la resa linguistica della stessa che ne segue deve necessariamente fare i conti con la modernità di vita e/o addirittura anticiparla, sempre. 

Viene in mente la lezione di Hans Robert Jauss sull’orizzonte di ricezione, giocato nel suo caso in modalità artistica (Apologia dell’esperienza estetica, Einaudi, 1985); esempi storici ve ne sono diversi, basterebbe guardare al fenomeno del Futurismo nel secolo scorso, mettendo tra parentesi un giudizio di validità, in senso lato, dello stesso. 

Ma indubbiamente lavorare intellettivamente e linguisticamente con i tempi in cui si vive la propria vita, ora, adesso, quotidianamente, porta ad una capacità feconda di interpretazione del mondo. Detto questo rispondo nel merito: credo che la storia italiana si sia avviluppata, in epoca moderna, soprattutto su un piano di importanza secondaria a livello internazionale. 

Basterebbe riferirci al nostro Risorgimento. Tempo fa partecipai alla stesura di un testo che trattava appunto tale tematica (Una storia marginale. La formazione dell’Italia unita come risultato degli scontri diplomatici e militari dei maggiori paesi europei per l’egemonia continentale, in Il Risorgimento: un’epopea? Per una ricostruzione storico-critica, a cura di Cristina Carpinelli e Vittorio Gioiello, Zambon, 2012); anche per la situazione che si è creata alla caduta del campo comunista, cioè dell’URSS 1989-1991, la sinistra del nostro Paese ha vissuto a traino il contraccolpo politico di questo avvenimento, così come è accaduto in altri, tanti, Paesi. 

Ed ecco che anche il PCI di allora ha seguito quella fine, sbriciolandosi: un mondo è cambiato, un “impero” politico è caduto e ha portato con sé numerosi detriti. Ne ho scritto in un mio recente libretto, Storia senza memoria. La rivoluzione bolscevica: inizio e fine (Edizioni Pgreco, Milano, 2021); una storia politica che poteva essere diversa se solo i leader di tale partito non avessero allattato e allevato nel loro seno le ultime file del balletto non le prime fila del corpo di danza del Partito. 

Questo per motivi vari penso vi siano stati problemi personali per leader che non volevano avere troppa concorrenza, anche se questo lo si vede particolarmente con il passare del tempo da allora e specialmente oggi, nelle formazioni residuali che si richiamano, anche languidamente a quel periodo, e che rimangono sulla scena. Credo vi sia stato anche questo, ma ben più di sostanza appaiono altre considerazioni. 

Nel secolo scorso, dopo la fine dell’URSS, particolarmente per uno stimolo di sopravvivenza nel panorama politico di quegli anni, senza più quel gigante alle spalle, gigante sul quale si poteva anche esprimere un giudizio severo e negativo al limite massimo, era più difficile per chiunque a sinistra stare in piedi. Ricordo alcuni compagni di Democrazia Proletaria, profondamente anti URSS e, potremmo dire storicizzando un po’ questa posizione, profondamente antistalinisti come comportamento politico di fondo, al ritorno da viaggi in Nicaragua sandinista avere cambiato parere sull’URSS vista la sua azione di supporto a quel tentativo, così attaccato dagli USA. 

E potremmo anche allargare a Cuba tale significativo cambio di analisi politica. Ma fermiamoci qui, vorrei rimanere su un terreno teorico e filosofico. Ora siamo alla farsa della tragedia (naturalmente il riferimento è al testo di Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte) con gli esponenti attuali del mondo sbriciolato della sinistra di classe e del centro sinistra (non sbriciolato ma inane)  che si arrabattano per stare a galla in una situazione politica che vede l’afflusso al voto, sempre significativo e disvelante per la fortuna parlamentare, attestarsi a due terzi di votanti, quando va bene, e a volte anche arrivare a più della metà degli aventi diritto al voto che si astengono. 

E non è vero che non sia un problema politico, in quanto determina fenomeni abnormi e fraintendimenti che non fanno assolutamente bene alla democrazia nel Paese; basterebbe, esemplificando, riferirsi al Movimento 5 Stelle, ai perfetti dilettanti della politica che hanno avuto successo improvvisamente. 

Questi occupano una scena vuota di protagonismo intelligente e preparato; vi è una incapacità da dilettanti allo sbaraglio che vive sempre più, allargandosi. Questo fa il gioco del capitalismo nazionale e internazionale? Logicamente sì! Un gioco scoperto quando al capitalismo, come sistema, basta un piccolo gruppo di persone capaci e un esercito di esecutori, magari schiavizzati dagli orari di lavoro sempre più lunghi e/o schiavi della droga più usata e perfetta che è il cellulare. 

Studi condotti in USA hanno riscontrato una diminuzione dell’assunzione di droghe classiche di pari passo con l’uso spasmodico del cellulare e di altri strumenti informatici; in tale situazione non aver mantenuto luoghi di umana discussione e di analisi nello studio del reale che ci circonda – case editrici, riviste, quotidiani, scuola quadri, case del popolo ecc. – è stato veramente un crimine perpetrato dalla classe dirigente della sinistra in genere. 

Ma già, trattandosi di ballerine dell’ultima fila… Confondendo la sovrastruttura con la struttura, per carità troppo vicino ad un’impalcatura che riportava allo stalinismo, perciò da schifare, e dando alla sovrastruttura un ruolo di guida sociale per tutti i suoi risvolti, anche lavorativi, di produzione, non si è voluto capire che si sarebbe andati verso la rovina prospettica: ci si sarebbe, da sinistra, suicidati. Già i tempi erano difficili, accorciare tale tragedia tuffandosi nella farsa non è servito però a niente. 

Ed ora siamo qui. Che facciamo? E poco si risolve guardando la base e non i vertici dei partiti rimasti; tra gli iscritti a quei partiti che cercano di mettere in sicurezza la barca che fa sempre più acqua con un cucchiaino da caffè e i loro vertici assolutamente sganciati dalla decenza strutturale della politica, c’è una discontinuità che viaggia nella direzione della vacuità, nella quale si infilano tutti i Giuseppe Conte di turno.

Dopo la fine dell’esperienza del PCI, abbiamo assistito alla nascita dell’esperienza di Rifondazione Comunista, caratterizzata da molteplici anime e da una forte tendenza movimentista. Qual è il tuo giudizio su quest’esperienza, quali i suoi errori?

La vita di Rifondazione Comunista (RC) è figlia della situazione pregressa che ho cercato di delineare sopra, ma rispondere precisamente comporterebbe uno spazio qui non percorribile. Ricordo solo un episodio: alla presentazione della nuova compagine a Milano, al Teatro Lirico, che allora era funzionante, il 24 febbraio 1991 (ho recuperato in rete la data esatta) ero con Ludovico Geymonat (sarebbe morto lo stesso anno a novembre) e altri. 

Salì sul palco Nichi Vendola per tenere il suo intervento, un fervorino per appoggiare il nuovo partito, appena nato: una parte del PCI e quasi tutta Democrazia Proletaria, per quel momento; poi si aggiunsero altre truppe sparute della sinistra di classe. Il giudizio di Geymonat su quello che disse Vendola e su come lo disse è stato questo: sembra un prete che parla. Secco e deciso. 

Tale lapidario giudizio la dice tutta sulla cifra del nascente partito che, ricordo, ha visto tra i suoi segretari anche Fausto Bertinotti che ora cincischia con Comunione e Liberazione, il Bertinotti sindacalista che ricordo in un suo passaggio di intervento pubblico, appunto da sindacalista – questo proprio non saprei ritrovarlo precisamente nel tempo, ma sicuramente molto prima della nascita di RC. In quella perorazione, mi pare all’Umanitaria di Milano, invitava ad una nuova povertà gli operai in lotta: un san Francesco redivivo, in fondo in linea con le sue posizioni attuali.

Ricordo anche che in Democrazia Proletaria (DP), al congresso di scioglimento, vi fu solo un delegato che si oppose allo stesso; aveva ottenuto per sé la delega di presenza in quel congresso. Uno solo. Questi era un mio amico, compagno di scuola media, Walter Sassi, per questo il ricordo è così chiaro; aveva proposto una rifondazione di DP, inascoltato. 

Vorrei aggiungere anche un altro ricordo: al congresso di scioglimento del Partito Comunista d’Italia (marxista-leninista), cui partecipai, nel settembre 1991, venne detto che i compagni di quel gruppo, che resisteva attorno al giornale Nuova Unità, sul quale scrivevo, sarebbero entrati in RC come una bottiglia di cognac in un liquido che era accomunato all’aceto. Insomma, entrati per cercare di mantenere, secondo loro, lo spirito profondo del mondo m-l. 

Naturalmente tale intenzione non venne neppure presa in considerazione dal corpo di RC: entrati e spariti, fu un tutt’uno, tranne pochissime eccezioni. Gli errori di cui chiede la domanda si riassumono in definitiva nella sua scomparsa a livello nazionale: un partito che aveva raccolto anche una larga messe di voti, nel 1996 più di 3milioni e duecentomila e ancora dieci anni dopo più di 2 milioni e mezzo, per poi volatilizzarsi nelle elezioni successive, nel 2008, sino ad oggi.

Potremmo perciò definire RC un partito minorenne, almeno per la sua presenza in Parlamento, e siccome i nomi, le intitolazioni, contano, nel nome vi doveva essere il suo programma: rifondare il comunismo, compito mai neppure tentato e messo in pratica minimamente; nata orfana, senza URSS, vissuta di stenti e scomparsa senza lasciare traccia che non siano le invenzioni di un prete e similari, pagando sempre più la pochezza teorica e poi l’assenza di teste pensanti. Un po’ come accade quando i fiumi sono in piena: trasportano con loro molto materiale vario che poi si arena sulle spiagge del mare. 

Cambiando argomento, siamo tutti consapevoli di un progressivo indebolimento e di una crescente inconsistenza della proposta educativa in Italia, sia a livello della scuola dell’obbligo che a quello universitario. Quali ne sono a tuo avviso le ragioni, e quali le conseguenze per lo sviluppo della coscienza sociale e politica degli italiani? Come porvi rimedio?

Il mio lavoro per decenni è stato quello di insegnante di Storia e Filosofia nelle scuole superiori, Licei e Istituti. Nel corso del tempo si è venuto creando, sempre più, una solidificazione dell’apparato scuola, in tutti i suoi aspetti, verso il momento politico che l’Italia stava attraversando: scuola e potere vanno appaiati, sempre. 

Questo è la tesi di fondo di un testo a cui ricorro sempre quando devo parlare della scuola, un testo degli anni ’70 del secolo scorso, decenni che mi hanno visto studente universitario, Scuola, potere e ideologia, a cura di Marzio Barbagli (il Mulino, 1972). Una volta c’erano e si usavano libri con titoli come questo, che entravano direttamente nelle cose umane, nei rapporti sociali e politici. 

Nel libro, che raccoglie una quindicina di interventi vi è pure il famoso saggio di Louis Althusser, Ideologia e apparati ideologici di Stato; bene, la questione di fondo proposta è che ogni Paese ha la scuola che lo rispecchia nella sua composizione sociopolitica. Quindi, seguendo la storia dell’Italia dal secondo dopoguerra ad oggi si può definire cosa sia avvenuto nel mondo della scuola. 

Un mondo che è andato a traino del momento politico, con una sonora eccezione, naturalmente il 1968 e gli anni a questo intrecciati; poi con gli anni ’70 e specialmente gli ’80, il potere ha recuperato quasi totalmente il controllo sulla scuola e sugli studenti come sugli insegnanti e anche l’università si è accodata alle mode soporifere della cultura nazionale, e siccome le domande critiche del ’68 e dintorni erano per un allargamento della cultura e sua proletarizzazione, il potere di stato ha talmente allargato l’accoglienza verso le classi storicamente escluse dal sapere annacquando lo stesso e mettendolo a disposizione di ognuno. 

Ed ora, grazie alla maggior comodità data dai mezzi informatici a disposizione, tale ecumenismo si è ancora di più allargato, naturalmente a discapito della decenza culturale, del suo spirito critico, per tutti ma decisamente a vantaggio del potere stesso. 

Un inciso, che ritorna alla prima risposta: quando uso abbreviazioni linguistico-teoriche, come nel caso di potere di stato, lo faccio unicamente per riassumere e farmi capire velocemente, anche se la definizione, in questo come in altri casi, andrebbe sempre specificata. Ma non è certamente possibile ridefinire ogni parola e/o pensiero: ci vorrebbero tomi di libri per poi non andare oltre neppure di una riga di analisi. 

Così si è arrivati ai paradossi attuali: la scuola non è più strumento di ascesa sociale, in massima parte, ma tutti possono accedervi, tanto serve a niente o poco più. Appare perciò lontanissimo lo sforzo di Don Milani che, in stile pretesco, voleva fare giungere alla decenza culturale le classi escluse, con una scolarizzazione di massa e continua. Don Milani, teneva la sua scuola, a Barbiana, tutto l’anno e ogni giorno della settimana; certo non vi era la sollevazione contro il potere costituito ma la richiesta allo stesso di cura per ognuno, ripeto in stile pretesco. 

L’allargamento inutile vi è stato e Don Milani ora può essere visto come esempio di impegno, anche se un po’ estremo, simile ad una ONG che ha a cuore gli ultimi della terra, ma che non cambia in nulla la terra degli ultimi, le periferie, lo sfruttamento culturale e lavorativo, le vite disperate degli stessi, ma gli liscia solo il pelo, come si fa con i gatti, miagolii inclusi. 

Il pensiero critico, anche di Don Milani, si è perso, figurarsi quello dei critici di sinistra, di classe. Ma può la scuola continuare in una deriva inarrestabile verso l’ignoranza e con l’ignoranza? Certo che può. Il modo in cui il capitalismo lavora, produce, con macchine informatizzate e sistemi informatici adatti per sempre più rapporti di lavoro (i licenziamenti avvengono sempre di più usando un sms o un twitt), con la messa in schiavitù di intere fette di popolazione mondiale – basterebbe pensare al fenomeno dell’immigrazione verso l’Europa di masse di diseredati – può tranquillamente sostenere, proporre e difendere un apparato scolastico che funzioni sotto il segno dell’ignoranza. 

Faccio riferimento ad un testo collettaneo (La scuola dell’Ignoranza, a cura di Colella, Generali e Minazzi, Mimesis, 2019) nel quale scrissi un piccolo saggio, Contro la scuola dell’ignoranza, che si sforza appunto di tematizzare quanto sto cercando di dire; e proprio in queste settimane ha cominciato a girare in rete un Manifesto per la scuola, firmato da personalità di pubblico rilievo, di specchiato impegno di lavoro culturale: Luciano Canfora, Alessandro Barbero, Carlo Ginzburg, Chiara Frugoni e altri, che pare proprio accompagnare le preoccupazioni presenti nel testo di cui ho riferito sopra. 

Basti vederne alcuni incisi, che possono riassumersi nel seguente precipitato: fare lezione. E non appaia strano che occorra ripristinare questa ovvietà. Vediamo qualche punto: per una scuola della conoscenza, restituire centralità all’ora di lezione, via gli inutili percorsi dell’alternanza-scuola lavoro, via il PTFO, via il RAV, via tutte le attività burocratiche inutili. 

Fermiamoci qui, il Manifesto è facilmente reperibile in rete. Ora occorre riprendere un concetto serio di valutazione: la vita valuta e la scuola deve fare anche questo, naturalmente da parte di insegnanti capaci e all’altezza del compito, con le università che dovrebbero prepararli e non giocare con lo scimmiottamento del sistema internazionale di punti, crediti e acqua di rose per la preparazione agli esami. 

Insomma, la serietà degli studi: se non si riprende in mano ogni aspetto dell’apparato scolastico, ogni aspetto, non si riuscirà nel compito titanico di rimettere sui gradini del decoro tutta la carriera scolastica dei giovani; ma, ovviamente, per fare questo occorrerebbe che anche il momento politico ed economico andassero nella stessa direzione. Chi può iniziare il percorso di ristrutturazione valoriale? Credo, ora, nessuno e perciò gli aspetti di critica e di richieste alto livello valoriale si possono al massimo tradurre in momenti di resistenza al degrado che non credo abbiano molte possibilità di riuscita. 

Anche per questo compito, ancora una volta, è una rivoluzionaria capacità politica che deve guidare la riappropriazione feconda del momento culturale, del mondo della cultura, della ricerca che abbia obiettivi sociali di utilità nazionale e internazionale da perseguire, tralasciando perciò gli aspetti personalistici: rivoluzionaria per questo. 

 

Concludendo, mi piacerebbe chiederti quali sono a tuo avviso i punti chiave per la ricostruzione di una prospettiva comunista in Italia.

La ricostruzione di una prospettiva comunista è compito alto, troppo alto per questa fase storica, credo non si possa costruirla di botto. Il motivo è che il capitalismo, inteso come capacità di controllare la vita degli uomini in modalità sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è un meccanismo in atto veramente forte e ben capace di giungere allo scopo. 

Oramai il suo gioco egemone si è specializzato durante secoli di tempo nei quali si è sempre più aggiornato, nella contemporaneità; ci sono volute due rivoluzioni per intaccarlo, per cercare di intaccarlo. La prima, quella francese del 1700, ha solo limato un poco la sua arroganza disumana, senza metterlo decisamente in crisi; la seconda, quella bolscevica lo ha spezzato ma solo per alcuni decenni, poi ha dovuto soccombere. Quindi il capitalismo stesso ha ricacciato il mondo in una sorta di pre-illuminismo; certo, vi sono macchie di modernismo che resistono, alcuni resti del campo comunista, ma genericamente lo stato del mondo lo possiamo definire pre-illuminista. 

Mettersi a cercare di definire una prospettiva comunista, in Italia, appare uno sforzo senza via d’uscita, un ben misero sforzo, stitico: l’orizzonte nazionale non è in sé in grado di dare risposte soddisfacenti a un tale tentativo. L’orizzonte ideologico, ricostruzione di una prospettiva comunista, è fuori tempo: io credo che occorra prima ripristinare un sano ambito illuminista e poi prender l’avvio verso orizzonti più elevati, di classe. 

Non paia questa una scappatoia: esempi di rivoluzioni comuniste in situazioni inadatte strutturalmente per le stesse si sono avute e quasi tutte fallimentari; non occorre riandare sempre a quella più importante, la bolscevica, e lì vi era la presenza di un gruppo di uomini eccezionali alla guida del fenomeno di trasformazione sociale, Lenin e Trockij in primis, il quaderno fallimentare è pieno di tentativi, basti pensare alle diverse rivoluzioni scoppiate sotto il segno del comunismo in Africa. 

Nel mondo ora rimangono su questa trincea alcuni pochi Stati di cui si può dire essere ancora comunisti – Cuba ad esempio – e altri che sollevano discussioni appassionate attorno alla loro natura – la Cina attuale; ma lasciando perdere il panorama internazionale e pensando all’Italia, troviamo assenti e/o ostativi gli aspetti che ho elencato prima: una classe dirigente all’altezza del compito della ricostruzione comunista, condizioni oggettive perlomeno difficili, la forza dilagante del capitalismo informatico e degli aspetti deleteri della politica borghese. 

Anche i borghesi non se la passano bene: una classe, la loro, praticamente scomparsa dalla dialettica storica, altro che Rivoluzione Francese. Il loro ruolo nella società italiana si è liquefatto a favore della nascita di filiere di profitto lasciato in mano a pochi attori; come nel mondo, anche in Italia vi sono oramai capitalisti tutti dediti ai propri interessi senza un minimo di preoccupazione sociale. 

Il profitto anche nell’oasi verde circondata dal deserto degli altri, il profitto anche sulla soglia dell’abisso che si spalanca davanti e addirittura mente ci cadiamo dentro. L’attenzione verso una società sana che dovrebbe avere riscontri positivi anche sul mondo della produzione – Olivetti, un nome a caso – è completamente scomparsa; anche il problema dell’inquinamento sta diventando sempre più un affare per il capitale: prima inquino e faccio profitti, poi disinquino a faccio profitti. 

In questa situazione di completa egemonia del capitalismo schiavistico a livello politico e sociale possiamo certo guardare a fenomeni residuali e/o minoritari che rompono, a volte, tale coltre, ma che non seminano nulla in prospettiva, i gilet gialli ad esempio in Francia, da noi la galassia dei no a qualcosa, la TAV, il vaccino. 

Una prospettiva comunista si situa a ben altro livello teorico e umano: siamo alla ricerca della felicità in terra, siamo per la felicità e non per l’affondo nella tragedia e nella miseria umana, per la luce della cultura. Alla domanda La vostra idea di felicità, nelle Confessioni che i genitori dovevano stilare, una serie di domande che i figli portavano a casa dalla scuola, nell’Inghilterra della metà del secolo XIX, Marx risponde: la lotta; mentre Engels, spirito ancora più allegro del compagno di una vita, dice semplicemente Châteax Margaux 1848, evidentemente un vino superlativo (la Confessione è stata variamente riportata nel tempo; io l’ho citata da un vecchio testo Savelli, Karl e Jenny Marx. Lettere d’amore e di amicizia, 1979); ecco, nelle due risposte potrebbe esserci il programma per una “ricostruzione di una prospettiva comunista in Italia”. Vecchi libri e vino eccelso: quindi una strutturazione solida, lo studio, e capacità inventiva. Altro da fare non c’è.