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La sinistra italiana, in particolare se di ispirazione marxista, non può continuare ad affrontare la questione europea come se all’interno dell’Unione Europea e dell’Unione Monetaria Europea fosse possibile un cambiamento dei rapporti di forza a favore delle classi lavoratrici.

Soltanto un’analisi condotta con una buona dose di superficialità e ingenuità può impedirci di capire che il processo di costruzione dell’Europa è ormai giunto alla sua conclusione e che l’unione monetaria che si è realizzata ha pienamente raggiunto gli scopi che intendeva perseguire.

L’Euro, in particolare, non è una conquista della classe lavoratrice. Esso è un mezzo introdotto non per favorire il principio della solidarietà tra i popoli europei ma per perseguire gli interessi delle oligarchie europee, vale a dire delle imprese multinazionali e delle banche internazionalizzate. Nasce, quindi, dalla convergenza degli interessi delle élite europee, principalmente tedesche ma anche italiane, in un contesto caratterizzato dall’allargamento del mercato capitalistico attraverso l’abbattimento o la riduzione delle barriere statali alla libera circolazione di merci e capitali.

Per l’oligarchia tedesca, l’Euro è stato in tutta evidenza un successo in quanto, all’interno dell’area monetaria, sono state adottate le regole più adatte al sistema economico tedesco orientato alle esportazioni.

I limiti imposti, in rapporto al Pil, al disavanzo (3%) e al debito pubblico (60%) e l’impossibilità per la Banca Centrale Europea di acquistare titoli di Stato sul mercato primario (cioè partecipando all’asta in cui uno Stato offre i propri titoli appena emessi) hanno impedito un aumento della spesa pubblica per i Paesi con un alto debito pubblico e hanno determinato una fuga di capitali verso i titoli sovrani più sicuri, come quelli tedeschi.

L’attuale sospensione dei vincoli di bilancio e i finanziamenti, di cui solamente una parte a fondo perduto, del Recovery fund non costituiscono un’inversione di rotta ma semplicemente rientrano in quelle misure che le oligarchie sono disposte ad accettare nelle fasi più acute della crisi.

Inoltre, la condivisione dell’Euro con dei Paesi più fragili ha permesso alla Germania di avere una moneta più debole del Marco e ha contribuito a fornire uno sbocco finale alle esportazioni tedesche sia verso l’Europa che verso il resto del mondo.

L’unica regola sfavorevole alla Germania, vale a dire l’obbligo di non superare il 6% nel rapporto tra surplus di bilancia commerciale e Pil, non viene rispettata. Infatti, pur avendo nel 2019 tale rapporto pari al 7,6%, da parte tedesca non c’è nessuna intenzione di ridurlo attuando politiche finalizzate ad aumentare la domanda interna e i salari.

Per quanto riguarda invece il nostro Paese, l’adesione al Sistema Monetario Europeo (Sme), e successivamente all’Euro, è servita per creare un vincolo esterno che risolvesse il conflitto distributivo a favore della classe padronale ed evitasse che i governi potessero regolare tale conflitto con la spesa pubblica.

Essa, infatti, avvenne nel 1979 dopo che le conquiste della classe lavoratrice negli anni Sessanta e Settanta (a tal proposito possiamo citare la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la scuola media unificata, lo Statuto dei lavoratori, un livello di occupazione vicino al pieno impiego e la crescita dei salari) avevano alimentato le preoccupazioni dei “padroni” al punto da portarci vicini al colpo di stato.

L’ingresso nello Sme è servito così a disciplinare i lavoratori e a controllare le rivendicazioni salariali degli stessi con la minaccia che l’aumento dei salari avrebbe compromesso la competitività del Paese. Infatti, in un sistema di cambi fissi come lo Sme o l’Euro, un’eventuale aumento delle retribuzioni produce inflazione e l’inflazione, non essendo possibile svalutare il cambio, genera una perdita di competitività del Paese. Non è un caso che l’obiettivo della politica monetaria europea oggi sia proprio la lotta all’inflazione e, quindi, agli aumenti salariali.

Due anni dopo, nel 1981, è realizzato anche il divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro con la funzione di tagliare i salari indiretti, cioè di comprimere lo stato sociale. Il divieto da parte della Banca d’Italia di garantire il collocamento integrale dei titoli offerti dal Tesoro ha comportato la necessità di ricorrere ai mercati finanziari per finanziare il disavanzo dello Stato e l’aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico.

Da quel momento, la crescita inevitabile del debito pubblico e, successivamente, i parametri di Maastricht hanno giustificato le privatizzazioni, le liberalizzazioni, i tagli alla spesa pubblica, la precarizzazione dei rapporti di lavoro e ogni forma di macelleria sociale.

Per giustificare tali misure che determinano l’impoverimento delle classi subalterne, le classi dominanti si servono anche di economisti, giornalisti, intellettuali, opinionisti, cioè di coloro che Kalecki definisce uomini d’affari ed esperti di economia strettamente legati ai settori bancario ed industriale e Marx chiama pugilatori a pagamento.

Bisogna aggiungere, a tal proposito, che quando il gioco non riesce perché le misure sono particolarmente difficili da digerire da parte delle classi subalterne, l’oligarchia crea le condizioni per l’affermazione delle destre, che sanno benissimo come creare dei nemici facili (in primis gli immigrati) da dare in pasto alla classe lavoratrice arrabbiata per spiegarne l’impoverimento, incanalarne il malcontento e, soprattutto, dividerla.

Quindi l’Euro ha aumentato i divari economici tra Paesi (tra la Germania, i suoi “satelliti” e i Paesi periferici) e tra le classi sociali all’interno di tutti i Paesi che ne fanno parte (esso ha avvantaggiato le élite e ha danneggiato, invece, i lavoratori salariati, gli artigiani, i piccoli commercianti e le piccole-medie imprese non inseriti nella globalizzazione).

Per modificare i rapporti di forza tra lavoro e capitale a favore delle classi lavoratrici e subalterne, è quindi necessario che il nostro Paese esca dall’Unione Europea e dall’Unione Monetaria Europea.

Naturalmente, l’uscita dell’Italia dall’Euro non sarà un pranzo di gala e registrerà alcune difficoltà.

Ad esempio, un problema potrebbe nascere dal fatto che, dal 2013, l’Italia ha accettato di introdurre, nelle nuove emissioni di titoli di Stato con oltre un anno di scadenza, una clausola di azione collettiva per cui, se almeno il 25% dei possessori di quei titoli si dovesse opporre, la ridenominazione del debito pubblico nella nuova moneta nazionale non verrebbe effettuata.

Un altro problema potrebbe derivare dalle possibili perdite per le imprese che si dovessero trovare con dei debiti in Euro con l’estero nel momento in cui inevitabilmente verrà svalutata la nuova moneta nazionale. Al contrario, le imprese che hanno crediti in Euro con l’estero avranno dei vantaggi.

Limitando i movimenti di capitale e tenendo sotto controllo i prezzi, la svalutazione rimarrebbe comunque entro dei limiti accettabili in quanto i Paesi esportatori concorrenti dell’Italia avrebbero tutto l’interesse a fare in modo che sia contenuta.

L’uscita dall’Euro rappresenta in ogni modo una condizione necessaria per mettere in discussione un sistema economico come quello capitalistico, basato sul profitto e sulle disuguaglianze.

Infatti, soltanto dopo aver ripreso in mano la sovranità monetaria e fiscale, si può cominciare a parlare di pianificazione pubblica, di creazione di posti di lavoro e di investimenti pubblici nella sanità e nell’istruzione. In altri termini, dopo aver recuperato l’autonomia fiscale e la possibilità di stampare moneta, può iniziare la transizione verso un sistema economico socialista, che promuove valori legati all’uguaglianza e alla solidarietà tra i popoli e si pone come obiettivi il soddisfacimento dei bisogni degli uomini, la piena occupazione e la giustizia sociale.