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L’Iran e la rivoluzione antimperialista:

per comprenderne la filosofia

di Valeria Augustina Rodriguez*

*laurea in Scienze politiche presso l’Università di Buenos Aires, con specializzazione sulle questioni dell’Asia occidentale;

diploma in giurisprudenza islamica presso l’Università “Al-Mustafa” di Qom, Repubblica islamica dell’Iran;

analista di questioni internazionali per “Sputnik”, “Hispan TV”, “Pars Today” ecc.;

con questo articolo Valeria A. Rodriguez inizia a collaborare a “Cumpanis”

 

 

 

“Il comunismo e il movimento islamico partono da due proposte ideologiche diverse (l’Islam sciita e il marxismo) ma non per questo contrarie; si possono invece considerare convergenti, perché entrambe sono a favore di una rivoluzione e lottano contro l’oppressione del capitalismo e dell’imperialismo”

“Abbiamo fatto popoli e tribù affinché vi conosceste a vicenda. Presso Allah, il più nobile di voi è colui che più lo teme”

(Corano, 49,13).

 

 

Nella storia contemporanea ci sono state molte rivoluzioni, spesso esaltate, ma quella che scoppiò nel 1979 in Iran la cultura occidentale l’ha collocata in un posto marginale e ciò ha prodotto un errore che non permette di capire effettivamente la regione dell’Asia occidentale, minimizzando sia il ruolo della Repubblica islamica dell’Iran che la resistenza di un popolo profondamente antimperialista e dotato di una sua peculiare filosofia.

La Rivoluzione in Iran è stata una rivoluzione islamica e popolare diretta dai religiosi iraniani e che trova la sua origine nell’avvento dell’Islam nell’antica Persia; per questo non la si considera una rivoluzione iraniana bensì una rivoluzione islamica e filosofica avvenuta in Iran. Risulta perciò importante esaminare a fondo i principi e i concetti della filosofia dell’Islam sciita come scuola di pensiero.

Essa si basa sul principio dell’unità di Dio, che si esprime nella ricerca della giustizia sociale sulla base di soluzioni che per l’individuo sono etiche, morali e spirituali, e per la società sono economiche, politiche e sociali, il tutto inquadrato nella Sharia, la legge islamica che deriva dal corano, il libro sacro dei musulmani.

Il processo rivoluzionario in Iran iniziò molto prima degli anni ‘70. Di fatto, Ruhollah Khomeini non fu il primo rivoluzionario ma ebbe vari predecessori che lottarono contro l’oppressione e per la costruzione di una società più giusta in Iran. Di fatto il primo rivoluzionario è stato il profeta Maometto, che mai iniziò una guerra ma dovette difendersi e diffondere l’islam attraverso la parola e la partecipazione sociale mediante il Consiglio della Shura, un organo popolare che era usato per risolvere eventuali problemi della società e per prendere decisioni; per questo lo si considera il primo rivoluzionario e ispiratore di Khomeini e dei suoi predecessori, i quali agirono sulle orme del profeta, iniziando movimenti sociali all’interno dei regimi tirannici di dinastie precedenti quella dei Pahlavi, quando ancora il paese si chiamava Persia.

Attraverso questi movimenti, diretti da religiosi ma molto eterogenei, sono state condotte molte azioni antimperialiste, come la rivolta del tabacco del 1890, in cui i religiosi, le donne, i lavoratori e i mercanti impedirono il controllo britannico sull’industria del tabacco, che avrebbe dovuto permettere un monopolio a favore della Gran Bretagna, malgrado fossero sotto il giogo della dinastia dello Scià. Dopo questa rivolta si ebbe la Rivoluzione costituzionale (1905-1911) che non riuscì a rovesciare il regime, ma ottenne comunque una serie di riforme (vedi Teymuri Ebrahim, Tahrim-e-tambaku ‘Il divieto di tabacco’, Serekat-e-Sahami-e-Ketabha-ye-Yibi, II edizione, Teheran, 1979).

Questa regione è stata parte degli interessi imperiali e molte volte ha dovuto affrontare gli imperi ottomano, britannico e russo. Nel 1921 i britannici appoggiarono l’avvento della dinastia Pahlavi, che poi fu considerata la pupilla degli Stati Uniti, finché nel 1979 venne deposta con la rivoluzione popolare di Khomeini.

Una delle caratteristiche di questa rivoluzione è la sua natura ideologica: nel novembre del 1979 Khomeini rilasciò un’intervista al giornale spagnolo “El Pais” in cui parlava del processo rivoluzionario che, benché represso con la violenza dalla polizia Savak dello Scià, non rispose con la violenza: “La Rivoluzione Islamica non è stata una rivoluzione in cui semplicemente un regime ne ha sostituito un altro, e tanto meno è stata un golpe militare. È stata la rivolta di una nazione che essendo musulmana difendeva la propria morale. La nostra rivoluzione si è svolta nella calma, perché seguivamo le regole islamiche”. Il Savak, invece, erano le forze di sicurezza dello Scià, note per le azioni repressive violente di fronte alle manifestazioni popolari per le strade di diverse città.

L’idea di Khomeini sulla Rivoluzione è che l’Islam non negozia, cioè non è complice di un sistema di oppressione, ma lotta contro di esso usando sia l’ideologia che l’azione. Sottolinea l’importanza delle regole islamiche perché sostiene che le sue origini filosofiche si trovano nella scuola di pensiero sciita, la quale rispetta le decisioni del popolo e rifiuta le imposizioni straniere.

D’altra parte, ciò non significa che la rivoluzione sia avvenuta in perfetta pace e armonia, bensì che il popolo iraniano si è difeso e ha lottato contro la violenza delle forze dello Scià che hanno provocato quel bagno di sangue che ancor oggi il popolo dolorosamente ricorda: basta camminare per le strade di Teheran per trovare il nome dei martiri della Rivoluzione scritti in ogni dove.

Il comunismo fu una forza che appoggiò la deposizione dello Scià e vi aderirono anche molti teorici islamici come Ali Shariati, i quali capirono che malgrado le distanze con il marxismo, entrambi cercavano di porre fine all’oppressione; nella fase precedente la rivoluzione e anche dopo, molti giovani studenti seguirono Shariati, il quale costituì un ponte tra le idee comuniste e quelle della rivoluzione islamica.

Egli era, inoltre, molto vicino al Fronte di Liberazione dell’Algeria, che aveva appoggiato nella lotta contro il dominio coloniale francese. Alcuni studiosi sostengono che Shariati, insieme con molti altri sapienti, fu l’ispiratore di Khomeini, per la costruzione del Sistema Islamico. Purtroppo egli non poté vedere la rivoluzione in quanto fu assassinato a Londra in strane circostanze nel 1977.

Le distanze rispetto al carattere della Rivoluzione di Khomeini fecero sì che i movimenti di sinistra laici se ne allontanassero e furono perciò perseguitati, perché alcuni usavano metodi violenti; e questo si potrebbe interpretare come un disconoscimento dello spirito ideologico iraniano che collega la sfera politica a quella religiosa.

In un altro passaggio dell’intervista, Khomeini parla della decisione del popolo di cambiare il sistema preesistente: “Dal principio della rivoluzione la gente gridava ‘Allahu akbar’ (Allah è grande) e ‘Vogliamo una repubblica islamica’; questo voleva il popolo. Alcuni gruppi a loro volta cominciarono a creare problemi. Alcuni dicevano di volere solo una repubblica, altri volevano una repubblica democratica e altri ancora una repubblica islamica democratica. Il 98,2 % del nostro popolo votò a favore della repubblica islamica. I gruppi che si dividevano il 2% restante cominciarono a creare problemi. Che cosa vogliono quelli che cospirano contro la Repubblica Islamica quando dicono che non hanno avuto spazio per le loro attività? Se non violano la Costituzione, avranno la libertà”. (Dall’Intervista a Ruhollah Khomeini, “El Pais”, 30 novembre 1979).

Vale la pena sottolineare che dopo l’istituzione del nuovo Sistema Islamico è stata votata una Costituzione che riconosce la presenza di idee diverse, che però devono rispettare la decisione della maggioranza, cioè che le diverse ideologie vengono rispettate, ma devono inquadrarsi nel Sistema Islamico. Infatti, nella stessa intervista Khomeini sostiene: “L’articolo 26 della nostra Costituzione dice che tutti i partiti, le comunità, le assemblee o le minoranze religiose sono libere, a condizione che non cospirino contro il paese, contro la nostra nazione o contro la Repubblica Islamica e non violino le leggi”.

Quando parla di cospirazione non si riferisce solo ai fatti avvenuti dopo l’istituzione del sistema, che fu uno dei momenti più difficili in cui molti sapienti religiosi come Bahonar, Beheshti e altri furono assassinati con bombe collocate all’interno del Congresso, ma anche ad ogni azione che pretenda di cambiare la cultura, l’identità o l’ideologia del paese.

In questo articolo vogliamo focalizzarci sul processo rivoluzionario del 1979, poi faremo una breve rassegna dei fondamenti dell’ideologia rivoluzionaria dell’Islam sciita, per esaminare quindi il contesto storico del processo nonché le alleanze politiche e la prospettiva di Khomeini.

Nel contesto della multipolarità attuale, faremo inoltre una breve rassegna dell’attualità in Iran e dell’azione dell’ayatollah Khamenei, giacché è molto importante conoscere i popoli antimperialisti che, malgrado la loro diversità, presentano un aspetto fondamentale per la costruzione di alleanze contro la tirannia e l’oppressione dell’imperialismo e delle forze liberali.

 

 

 

Il concetto di rivoluzione nell’Islam

 

“In verità Allah non modifica la realtà di un popolo finché esso non muta nel suo intimo”

(Corano, 13,11).

 

 

Per capire la Rivoluzione Islamica in Iran è fondamentale abbandonare per un attimo il pregiudizio occidentale contro le religioni, che non è altro che una generalizzazione, dato che la Chiesa romana (non nella sua totalità) fu complice dell’oppressione durante il feudalesimo e anche dopo.

In questo caso l’Islam è diverso, in quanto da una parte si considera una forma di vita, cioè non solo una religione, ma come una filosofia con diverse scuole di pensiero.

Ma, malgrado ciò, le sue basi sono rivoluzionarie e la sua visione del mondo porta a configurare una società giusta, senza imporre agli altri le proprie idee bensì incoraggiando il dialogo.

Peraltro, la sua maniera di intendere il mondo è molto distante dal liberalismo hobbesiano, cioè non si suppone che l’uomo sia malvagio per natura, bensì lo si vede come una creatura dotata di libero arbitrio, cioè libero di scegliere la propria strada, che egli disegna con le proprie decisioni. A sua volta l’Islam pone una serie di premesse fra le quali si trova quella di diffondere il bene e proibire il male, e in base a questa semplice premessa l’uomo può decidere il proprio destino. L’essere umano, diversamente dagli animali, è dotato di intelletto, e con esso può discernere il bene dal male, cioè è cosciente dei propri atti, diversamente dagli animali che agiscono per puro istinto. A sua volta, l’Islam riconosce che l’essere umano presenta un aspetto individuale e un altro sociale e collettivo; di fatto, conta su una base sociale entro i suoi cinque pilastri che rappresentano la base organizzativa della comunità, dove è posta in prima linea la responsabilità sia individuale che sociale; cioè si riconoscono i due aspetti dell’essere umano (quello individuale e quello collettivo) ed entrambi si alimentano reciprocamente. I cinque pilastri dell’Islam sono i seguenti: Shahada (affermazione dell’unicità di Dio), Salat (la preghiera cinque volte al giorno), il digiuno (una volta l’anno durante il mese di Ramadan), Zakat (la decima), Haji (il pellegrinaggio alla Mecca).

L’Islam, inoltre, pone l’accento sulle azioni e sulle loro conseguenze, e il musulmano lo impara attraverso una semplice allegoria: se si riscalda l’acqua fino a 90 gradi, quasi all’ebollizione, con quell’acqua si può preparare un thè, usarla per difendersi da un’aggressione oppure per assalire un’altra persona; secondo la decisione presa ci sarà una diversa conseguenza. Se si decide di fare un thè, si può dire che si soddisfa un desiderio proprio e la conseguenza sarà la soddisfazione personale. Se si decide di usare l’acqua bollente per difendersi da un’aggressione, la conseguenza sarà di aver fatto del male a qualcuno che ci ha attaccato. Ma se si decide di usare l’acqua bollente per aggredire qualcuno, la conseguenza è di far del male senza alcuna giusta ragione e ciò contrasta con i principi della morale islamica che non ammettono l’aggressione, giacché nessuno ha il diritto di attaccare altri se non per legittima difesa.

Gli insegnamenti islamici, pertanto, sottolineano la responsabilità dell’individuo rispetto a se stesso e rispetto alla costruzione del suo ambiente; esortando a diffondere il bene e proibire il male si produce una responsabilità reciproca fra tutti i membri della società, un po’ come sostiene Emile Durkheim, che considera la società come un corpo umano e che ogni individuo ha la responsabilità di agire in modo corretto sulla base della morale per evitare l’anomia sociale. In questo senso, secondo l’ayatollah Beheshti, deve esserci un equilibrio sociale per evitare l’anomia e a questo scopo esistono le leggi, ma queste devono impedire l’oppressione e trattare tutti con giustizia; in questo modo si potrà produrre l’equilibrio. In questo contesto si sottolinea anche la formazione del carattere rivoluzionario, come continuo sforzo per eliminare i difetti spirituali e come sviluppo delle qualità morali dell’individuo, allo scopo di avere una società giusta (vedi Beshesti Bahonar, Introduccion a la Filosofia del Islam, Editorial Alborada, 1988).

Per riuscirci, è necessario che vi sia una responsabilità individuale e sociale, cioè capire che ogni individuo fa parte di una società, per cui si deve agire di conseguenza, tenendo sempre in considerazione l’altro. Quando, infatti, l’aspetto individuale supera il collettivo si danno azioni individualiste che, portate a livello di governo, potrebbero portare a una tirannia o a una oligarchia, quando l’aspetto individuale viene condiviso da una parte della collettività che diventa un’élite.

L’ideologia islamica sostiene l’eguaglianza e la giustizia collettiva, e afferma che si deve lottare contro la tirannia perché opprime gli altri, ma la lotta deve essere collettiva; per questo nel Corano si trova il concetto di rivoluzione come presa di coscienza dell’uomo rispetto all’azione di rifiuto dell’oppressione, quando sostiene che Dio cambia la realtà umana solo quando gli uomini decidono di cambiarla e lo fa alla luce delle cause e degli effetti: per questo l’uomo è inteso come trasformatore della storia.

Pertanto, secondo Shariati, per l’Islam la storia è intesa come un continuo movimento di cause ed effetti che danno all’uomo l’opportunità di usare il suo potenziale come segretario di Allah (Dio), attraverso la sua propria responsabilità.

È opportuno, inoltre, sottolineare che il concetto di rivoluzione nell’Islam deriva dal modello stabilito dal profeta e dalle istruzioni impartite nel Corano, guardando al futuro, le quali includono da una parte le regole morali, etiche e spirituali e dall’altro quelle economiche, politiche e sociali allo scopo di raggiungere e incrementare la pace e la giustizia, la tranquillità e l’eguaglianza.

Nel Corano si trovano vari termini che si riferiscono al concetto di rivoluzione. Uno di questi è Taghyeer (in arabo significa cambiamento), che appare nella sura coranica “il tuono” ed è stato molto utilizzato da teorici e accademici musulmani come Jamal Din Al Afghani e Rashid Reza, che hanno capeggiato movimenti rivoluzionari in Asia occidentale (questo termine si riferisce al Medio Oriente).

Un altro concetto che appare nel Corano è quello di Inquilab, usato in senso rivoluzionario ed è inteso come un cambiamento dell’essenza stessa, cioè una presa di coscienza per progredire nell’azione. Khomeini, in uno dei suoi discorsi, ha detto: “Coloro che hanno commesso tirannia e oppressione presto si renderanno conto della direzione che hanno intrapreso e sapranno che cosa sono diventati”, alludendo alla presa di coscienza e all’azione successiva.

La presa di coscienza è in rapporto diretto con le cinque basi dell’Islam, giacché ognuna di esse mette in relazione la dimensione individuale con quella collettiva: ne è un esempio il digiuno annuale durante il Ramadan, che se ha una funzione purificatrice dell’anima di fronte a Dio, ha anche una funzione collettiva di presa di coscienza, giacché soffrendo personalmente fame e sete si fa propria la sofferenza di colui che le soffre ogni giorno.

Fu Khomeini a dichiarare l’ultimo venerdì di Ramadan come il giorno di Al Quds (Gerusalemme) che è un giorno durante il digiuno in cui si ricorda la sofferenza e l’oppressione del popolo palestinese nelle mani dei sionisti.

Nel suo testamento politico Khomeini dice: “Tutti noi dobbiamo ribellarci, distruggere Israele e restituire all’eroico popolo palestinese la sua terra e i suoi diritti, giacché la sciocca idea del ‘grande Israele’ (dal Nilo all’Eufrate) li sprona a commettere crimini inconcepibili. Le nazioni musulmane e i popoli oppressi del mondo sono orgogliosi di avere come nemici il re Hussein di Giordania, quel vagabondo la cui unica professione è il crimine, e il re Hassan del Marocco e Hosni Mubarak d’Egitto, tutti alleati del criminale Israele. Tutti delinquenti al servizio degli Stati Uniti e di Israele che non esitano a commettere ogni tradimento contro le proprie nazioni, semplicemente per esercitare un maggior potere”. (Vedi Ayatollah-Al-Uzma, Ruhollah Al-Musaui-Al-Khomeini, edito dal Ministero degli affari esteri della Repubblica Islamica dell’Iran).

La Rivoluzione islamica iraniana diede la spinta iniziale perché i movimenti islamici di resistenza iniziassero a popolarizzarsi. Il ruolo attivo sia in campo politico che religioso svolto dai religiosi, come le riunioni del venerdì nelle moschee, risulta fondamentale nella filosofia della Umma (concetto di Comunità Islamica) e costituisce la dimensione politica della preghiera, giacché ogni venerdì nelle moschee si discute di politica. A sua volta, la guida dei religiosi è fondamentale, ma giustamente sono intesi come guide e diversamente dal cattolicesimo romano non sono organizzati sotto un’istituzione centrale, ma la loro organizzazione è più collettiva e anche il popolo vi ha una forte partecipazione.

Fu, infatti, il Profeta Maometto che diresse la società del suo tempo nella diffusione del messaggio islamico e il popolo rappresentò l’azione, cioè la forza rivoluzionaria che si mosse verso la ricerca della giustizia sociale, anche se dovettero scontrarsi con migliaia di ostacoli rappresentati da tradimenti, tirannie ecc.; ma malgrado quello e con la guida e l’accompagnamento dei religiosi, il popolo musulmano ha potuto attuare una Rivoluzione senza precedenti che si riferisce non solo alla liberazione di un popolo ma all’unità del popolo islamico (che in parte è stato corrotto da diversi regimi venduti agli Stati Uniti e al sionismo internazionale suo alleato).

 

 

 

La Rivoluzione Islamica

 

“Se riusciamo a recuperare la nostra vera identità, senza permettere che la disperazione ci indebolisca e abbiamo fiducia in noi stessi senza aspettare nulla da nessuno, saremo infime capaci di ogni impresa. Questo sarà possibile se avete fiducia in Dio Onnipotente e in voi stessi, e se siete disposti a sopportare il peso delle difficoltà per conquistare una vita degna e liberarvi dall’influenza e dal dominio degli stranieri”.

Ruhollah Khomeini

 

 

Finora abbiamo parlato dell’aspetto filosofico della Rivoluzione, ma questo non è stato l’unico motore; è importante focalizzarsi sul contesto storico, economico e politico.

A partire dal secolo XIX la geografia dell’Asia occidentale cominciò a cambiare per gli interventi militari del colonialismo europeo, ma è solo dopo la prima guerra mondiale che la mappa cambia con la formazione di Stati artificiali, in gran parte costituiti attraverso la manipolazione delle ambizioni tribali, come nel caso degli Stati del Golfo, rispetto ai quali l’obiettivo europeo era la divisione e la frammentazione per mantenere l’egemonia imperiale nella regione, con governi proni a quelli europei per interesse materiale.

Un altro esempio è la Palestina, regione che l’Inghilterra promise ai sionisti che poi, nel 1948, crearono Israele, la “Rhodesia” d’Asia occidentale (alludendo alla Rhodesia, l’attuale Zimbawe, che fu uno Stato artificiale costituito dagli inglesi come governo bianco in Africa e servì per mantenere il potere della corona britannica dopo il processo di decolonizzazione). La Francia, da parte sua, creò sei Stati, ma sotto la pressione popolare li ridusse a due, Siria e Libano. E lo stesso fecero gli inglesi con il regno di Giordania.

All’inizio del XX secolo l’Iran, o meglio la Persia, diventa il centro degli interessi degli imperi ottomano, russo e britannico. Intanto, nel 1925, la dinastia Qajar venne rovesciata con l’appoggio di Londra, che impose la nuova dinastia Pahlavi, a garanzia che i benefici economici dei giacimenti petroliferi restassero nelle mani dei britannici.

Nel 1951 il Movimento del Fronte Nazionale, sotto la guida del primo ministro Mossadeq, obbligò il Parlamento a nazionalizzare l’industria del petrolio e a formare la Società Nazionale Iraniana del Petrolio. Anche se un blocco britannico condusse a un collasso virtuale di tale industria, provocando seri problemi economici interni, ciò non impedì a Mossadeq di continuare con la sua politica di nazionalizzazione.

Il 21 luglio 1952 le strade di Teheran si riempirono di persone che acclamavano Mossadeq e il leader spirituale Ayatollah Kashani, che lo appoggiava attraverso il movimento clericale, e l’esercito intervenne con una forte repressione. Un anno dopo gli Stati Uniti eliminarono il primo ministro. Alcuni documenti della CIA desecretati recentemente riconoscono l’intervento degli Stati Uniti nel colpo di Stato che rovesciò Mohammad Mossadeq nell’anno 1953. Ci fu, quindi, una grave crisi politica, con vive proteste avanzate dai dirigenti religiosi, e lo Scià si convinse a lasciare il paese il 16 agosto del 1953.

È opportuno sottolineare che in quel periodo le idee nazionaliste si diffusero in tutta la regione, come fece anche Nasser in Egitto. Allora, per contrastare le idee nazionaliste, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti diedero più tardi legittimità allo Scià Mohammad Reza Pahlavi e alla sua “monarchia costituzionale” che più tardi divenne una dittatura assolutista, dove i servizi segreti del Savak svolgevano un ruolo importante nella repressione e nel mantenimento dello status quo, e una delle principali promesse era la secolarizzazione della società.

È quello il momento in cui l’Ayatollah Khomeini comincia a mettersi in luce come uno dei principali critici del regime; le sue lezioni e le sue conferenze erano molto seguite dai giovani di Qom, dove egli si trovava come professore di teologia.

Dal 1959 lo Scià adottò una politica provocatoria nei confronti dei religiosi, come l’espropriazione di fondazioni religiose, l’imposizione di politiche filo-occidentali e perfino degli accordi con Israele. Intanto tre associazioni religiose si univano nel Movimento di Coalizione Islamica (Hei’at Mo’talafeh) che costituiva anche dei partiti di sinistra e rappresentava fra gli altri il settore del bazar. I membri di questa coalizione erano seguaci di Khomeini e furono molto attivi durante la rivolta del 1963, quando lo Scià presentò le sue politiche di modernizzazione, la “Rivoluzione Bianca”.

 

 

 

La Rivoluzione Bianca

 

Consisteva in un pacchetto di misure che avevano lo scopo di riformare la società e l’economia iraniane; c’erano due misure di importanza particolare che finirono per spingere la società iraniana alla rivolta, giacché le loro conseguenze non furono quelle sperate.

La prima misura si riferiva alla riforma agraria, che a prima vista pareva positiva per i contadini, ma era di fatto solo una maschera per giungere alla disorganizzazione totale dell’economia agricola, ed era progettata per assicurare il massimo vantaggio alla famiglia reale. Si trattava di organizzare l’oligarchia legata alla dinastia Pahlavi e gli interessi agro-industriali stranieri di società aventi sede negli Stati Uniti, in Europa e soprattutto in Israele, con il quale si concluse un succoso affare petrolifero ad Haifa, attraverso un’impresa di cui dopo la rivoluzione del 1979 si impadronì Israele, che rifiutò di pagare all’Iran una multa di più di un milione di dollari, nel 2015, decisa in base alla sentenza di un tribunale svizzero.

Per quanto riguarda la riforma agraria promossa dallo Scià, bisogna ricordare che anche se una certa quantità di terra venne distribuita ai contadini, si trattava di terre non coltivabili e per di più non erano libere da oneri: i contadini dovettero caricarsi un prestito concesso da banche appartenenti alla famiglia reale i cui alti interessi superavano le loro possibilità, e non potendo pagarli le loro terre finirono per venir confiscate. Le terre confiscate finivano nelle mani della “Fondazione Pahlavi”, con lo scopo di coprire operazioni finanziarie della famiglia reale e per appoggiare gli interessi agro-industriali stranieri, che usarono le terre iraniane a proprio vantaggio. Tutto questo provocò una distruzione dell’economia rurale e determinò la migrazione dalle campagne alla città.

Anche se sul piano strettamente economico il PIL era cresciuto del 50% per via dell’ingresso di capitali, giacché lo Scià aveva concluso importanti accordi economici con le grandi potenze, questi ebbero un grave impatto sull’organizzazione commerciale del paese. Le importazioni crebbero tanto che l’industria nazionale cadde quasi in rovina: allora era più facile trovare nei supermercati burro danese che non di produzione nazionale. Questo ebbe un forte impatto sul bazar, che è il cuore del sistema economico e commerciale del paese.

L’altra misura che mise in subbuglio la società iraniana fu la questione della donna: si impose una visione piena di pregiudizi circa le donne religiose del paese. Seppure si attuarono importanti trasformazioni riguardo alla partecipazione politica delle donne, si impose anche una riforma detta “processo di occidentalizzazione” incluso nell’abbigliamento, cioè le donne vennero obbligate a portare vestiti occidentali. L’abbigliamento aveva un alto valore simbolico per le donne, considerando che nella zona ci sono molti santuari e che la tradizione islamica richiede un abbigliamento femminile abbastanza particolare agli occhi occidentali. Di fronte a questa misura migliaia di donne nelle città di Mashad e Qom si lanciarono in una serie di grandi manifestazioni di protesta, che vennero represse dal Savak, che imprigionò molte donne. Per questo le donne sono considerate uno degli attori più importanti della rivoluzione. Nel suo testamento politico Khomeini afferma: “Le donne furono fondamentali nel nostro movimento, erano in prima linea e vennero seguite dagli uomini”. Infatti per Khomeini la presenza femminile fu il dato fondamentale per lo sviluppo della rivoluzione: Dobbiamo la nostra vittoria alle donne, gli uomini scesero in strada per loro”.

Il 5 luglio 1963 ci fu una delle manifestazioni più importanti contro un’altra misura dello Scià che esentava gli Stati Uniti dalla giurisdizione del paese; questo, insieme con un contratto di 200 milioni di dollari per l’acquisto di materiale militare, spinse Khomeini a chiedere all’esercito dello Scià di rivoltarglisi contro, il che terminò con una brutale repressione esercitata dalla polizia dello Scià contro l’esercito. La repressione fu feroce e si stima che furono assassinate almeno 15 mila persone. Khomeini fu arrestato e mandato in esilio in Turchia, dove restò fino all’ottobre del 1965, poi lo trasferirono in Iraq, da cui proseguì con le sue attività.

 

 

 

Re dei re

 

Nel 1971 si commemorarono i 2.500 anni di governo monarchico del paese e il 50° anniversario della dinastia Pahlavi; venne organizzata una festa sontuosa in cui lo Scià non solo si autonominò imperatore ma anche “re dei re”.

Era il governante più coccolato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Fondo Monetario Internazionale, che lo riconoscevano come il governante più capace e brillante del mondo finanziario, e inoltre aveva acquisito il titolo di gendarme del Medio oriente per il suo esercito, il più poderoso e il meglio armato della regione. Nessuno poteva immaginare che il popolo stesse covando una rivoluzione che sarebbe scoppiata dopo la grande inflazione, la recessione e la conseguente disoccupazione che sopravvennero dopo le trasformazioni economiche provocate dalla Rivoluzione Bianca.

Khomeini si trovava a Najaf, in Iraq, continuando il suo esilio iniziato in Turchia, e da lì dettò una dichiarazione che venne diffusa clandestinamente da vari movimenti politici attraverso nastri incisi. Egli criticava la festa e arrivò a paragonare lo Scià a Yazid (l’assassino di Hussein, uno dei nipoti del Profeta, che ne perseguitò la famiglia e i seguaci). “L’Imam Hussein rivela al mondo intero la vigliaccheria di Yazid, quando si solleva contro di lui. Questa lotta si è sempre combattuta. I grandi ulema dell’Islam hanno sempre lottato instancabilmente contro i tiranni e le bestie che incatenano il popolo, contro coloro che dilapidano le ricchezze del paese per saziare le proprie passioni e le proprie fantasie”, diceva un passo del lungo messaggio che veniva diffuso clandestinamente.

Bisogna notare che la città di Najaf è particolarmente importante per i musulmani sciiti, perché lì si trovano le tombe di Ali e di Hussein (genero e nipote del profeta Maometto), i quali vennero assassinati sotto il governo di Yazid per aver difeso le idee dell’Islam. Questo ha una grandissima importanza simbolica, che venne ampiamente recepita dal sentimento islamico degli iraniani.

Le manifestazioni popolari non cessavano ed erano sempre più affollate e ferocemente represse, mentre in Iraq Khomeini perdeva suo figlio, avvelenato dal Savak con la complicità delle forze armate irachene. Per questa ragione Khomeini decise di cambiare per esiliarsi in Francia.

 

 

 

Il venerdì nero

 

Alcuni giorni prima del venerdì nero più di 400 persone morirono bruciate nel cinema Rex di Teheran durante la proiezione clandestina di un film che criticava lo Scià; la repressione era sempre più feroce: venne introdotta la legge marziale e si sparava contro chiunque manifestasse per le strade.

L’8 settembre 1978 è considerato uno dei giorni più terribili del periodo precedente la rivoluzione: le manifestazioni popolari erano sempre più affollate, e quel giorno la piazza Yaleh (che poi si chiamerà Shohada in onore dei martiri di quella giornata) si riempì di giovani che chiedevano il ritorno di Khomeini e non esitarono a scontrarsi con le forze dello Scià, con la perdita della vita di migliaia di giovani: si stima, infatti, che ne morirono almeno 15 mila. Intanto lo Scià si riuniva con il presidente cinese e Khomeini da parte sua mandava in giro un comunicato di critica dell’azione.

 

 

 

Le Università

 

Uno dei principali focolai della rivoluzione fu l’università, dove migliaia di giovani si erano interessati alle idee di Shariati e poi di Khomeini. Il 4 ottobre, una settimana dopo il venerdì nero, gli studenti dell’Università di Teheran organizzarono una grande manifestazione di appoggio a Khomeini, chiedendo il suo ritorno nel paese: di nuovo si ebbero molti morti, caddero almeno 6.500 giovani. Bisogna notare che le università furono influenzate grandemente dalle idee di Ali Shariati, seguace di Khomeini, che fu assassinato dal Savak nel 1977 a Londra. In gioventù era stato uno dei membri più attivi delle rivolte studentesche, e più tardi spinse molti giovani a ribellarsi allo Scià con i suoi lavori di filosofia islamica e di sociologia, dove dimostrò che le teorie occidentali non erano poi così lontane dalle teorie sociologiche islamiche.

D’altra parte bisogna anche notare che nelle università c’era una grande presenza di giovani comunisti provenienti dalla rivoluzione cubana, che apportarono la propria esperienza nell’organizzazione dei giovani durante le rivolte studentesche, e inoltre esisteva una certa tradizione comunista a causa della presenza della Russia nella regione.

Anche il partito Tudeh e altri partiti di sinistra parteciparono alle manifestazioni contro il regime oppressore dello Scià e alcuni addirittura accompagnarono il popolo nelle manifestazioni che chiedevano il ritorno dell’Ayatollah Khomeini; ma al momento del referendum che si tenne dopo la rivoluzione non vollero partecipare perché non erano d’accordo con la formazione di un Sistema Islamico. Alcuni movimenti di sinistra come Fedayeen e Mojhedin Islamico volevano un sistema laico e una volta instaurata la Repubblica cominciarono ad esercitare violenze come l’assassinio di religiosi; per questo motivo vennero espulsi dall’arena politica della Repubblica Islamica.

Il 10 e 11 dicembre migliaia di persone scesero per strada e venne resa pubblica una dichiarazione che esigeva il rovesciamento dello Scià, il ritorno di Khomeini e la fine del colonialismo. Di fronte a questa enorme dimostrazione di tenacia popolare il 16 gennaio lo Scià fuggì.

 

 

 

Il ritorno di Khomeini

 

Dopo la fuga dello Scià venne installato un Consiglio di reggenza per governare il paese. Il Consiglio, peraltro, risultò incapace di funzionare e il primo ministro Shahpur Bakhtiar, designato frettolosamente dallo Scià prima di partire, non riuscì a giungere a un compromesso con i suoi ex colleghi del Fronte Nazionale o con Khomeini. Dieci giorni dopo, le forze armate iraniane dichiararono la loro neutralità, ponendo termine effettivamente al regime dello Scià. Bakhtiar si nascose e poi andò in esilio in Francia.

Il ritorno di Khomeini fu uno degli eventi più emblematici della rivoluzione: più di tre milioni di persone accorsero ad acclamarlo. Immediatamente dopo il suo arrivo si recò a visitare il cimitero dove si trovavano i martiri caduti per la rivoluzione e alla fine di marzo, dopo la costituzione di un governo provvisorio, si tenne un referendum popolare per scegliere il sistema di governo, che fu infine il Sistema Islamico: da allora la Persia cominciò a chiamarsi Repubblica Islamica dell’Iran. Secondo i dati di Scienze Sociali in Iran il 98,2% dell’elettorato votò a favore del Sistema Islamico e della Riforma costituzionale del 1909. La partecipazione dei partiti politici fu imponente, ma alcuni partiti che non erano d’accordo con il referendum non parteciparono, iniziando un boicottaggio perché non accettavano l’idea di un Sistema Islamico.

Dopo la vittoria della rivoluzione vennero tempi oscuri, come l’imposizione della guerra contro l’Iraq e la morte di Khomeini, cui seguì l’elezione di Ali Khamenei come leader della rivoluzione. La sua presenza è molto importante, egli è il custode del sistema con il titolo di Velayat E Faqih. Anche se è al di sopra del governo, cioè al di sopra del Presidente, egli non prende delle decisioni ma indica le linee politiche come guida o consulente, cioè si prende cura dello spirito del sistema e consiglia il governo, il quale ha libertà di azione ma entro i limiti del Sistema Islamico.

Spesso l’Iran è considerato una teocrazia, ma questo non è corretto, è un ibrido che mette in relazione le istituzioni elette dal popolo con altre, con il collegio elettorale inquadrato nel Velayat E Faqih come consulente del Presidente e custode della Rivoluzione.

 

 

 

L’Iran di oggi, la multipolarità e la rivoluzione

 

L’Iran è indiscutibilmente un attore importante nella regione mediorientale, per vari motivi: da una parte per la sua ubicazione geografica è considerato uno Stato cuscinetto fra Asia occidentale e Asia continentale, oltre al fatto di avere un passaggio marittimo fra i più importanti del mondo, lo stretto di Ormuz; da lì passa il 30% del petrolio ed è uno dei settori su cui più si appuntano le pretese degli Stati Uniti.

Per quanto riguarda l’aspetto economico, si tratta di un mercato poco sfruttato, anche se negli ultimi decenni ha rafforzato i suoi legami di cooperazione con molti paesi in tutto il mondo; ha una capacità industriale molto interessante, giacché malgrado la guerra imposta e i boicottaggi economici mediante le sanzioni imposte dagli Stati Uniti fin dal 1979, ha potuto dotarsi di un’industria poderosa.

Dopo la firma del trattato nucleare del 2015, le sanzioni economiche sono state lievemente ridotte e l’economia, che aveva un’inflazione a due cifre, si è potuta risollevare, ma ciò non è durato molto: con l’arrivo di Trump al potere, non solo si uscì dall’accordo, ma egli ha imposto una politica di “massima pressione”, cosicché tutta l’economia iraniana si trova oggi in uno stato di transizione. Ma è particolarmente importante l’aumento della produzione, con le imprese iraniane che guardano ben oltre il gran mercato interno, verso l’esportazione. Nel 2019-20 le esportazioni non petrolifere dell’Iran hanno raggiunto la cifra di 41,3 miliardi di dollari, superando le esportazioni di petrolio per la prima volta nella storia post-rivoluzionaria del paese. E circa la metà delle esportazioni non petrolifere è costituita da prodotti di manifattura.

La “massima pressione” della squadra di Trump con le sue sanzioni ha certo portato a una diminuzione delle esportazioni totali non petrolifere, ma si tratta però solo di un 7%. Il totale resta molto vicino ai massimi storici. Secondo i datti dell’indice dei responsabili degli acquisti (PMI, con la sigla in inglese) pubblicati dalla Camera di commercio iraniana, gli imprenditori del settore privato sono tornati a fare affari fin dal primo mese dopo l’allentamento del blocco parziale. Il fatto è che i beni di consumo e i prodotti industriali iraniani, dai biscotti all’acciaio inossidabile, sono esportati da piccole e medie imprese verso il resto dell’Asia occidentale e anche in Asia centrale, Cina e Russia.

D’altra parte, anche per la produzione mineraria l’Iran si trova al quindicesimo posto, essendo uno dei principali esportatori di materiali come il titanio, fondamentale per innumerevoli applicazioni nell’industria militare, aerospaziale, marittima e per vari processi industriali. La miniera Qara-Aghai in Urmia, la capitale della provincia di Azerbaigian occidentale, che fa parte della cintura mineraria iraniana, contiene le maggiori riserve d’oro del paese e ha un potenziale enorme.

Per quanto riguarda la politica regionale, l’Iran fa parte della rete della resistenza islamica e la sua partecipazione è fondamentale.

Dopo la Rivoluzione Islamica, l’Iran ha cominciato ad esercitare un forte protagonismo nella regione, malgrado abbia dovuto combattere una guerra con l’Iraq, imposta e finanziata dagli Stati Uniti, allo scopo di destabilizzare e distruggere il Sistema Islamico. L’Iran ha allacciato alleanze con diversi bastioni della resistenza islamica, che hanno cominciato a essere sempre più attivi nella lotta contro l’imperialismo e l’oppressione, per esempio nella Palestina occupata o in Libano. Mentre gli Stati Uniti rafforzavano la loro presenza attraverso i loro alleati strategici in Asia occidentale, paesi che si possono considerare satelliti nordamericani (Israele e Arabia Saudita), l’Iran non solo ha fatto seri progressi pur con i suoi problemi interni, ma è riuscito a rafforzare le alleanze con altri paesi nell’ambito della multipolarità che si è andata formando dopo la fase bipolare della politica internazionale.

Per quanto riguarda le sanzioni economiche, l’Iran insieme ad altri paesi colpiti da sanzioni è riuscito a imporre un dibattito in materia nell’agenda internazionale, in diverse riunioni di vertice nelle quali hanno lavorato insieme. Rispetto all’America Latina, l’Iran mantiene storici rapporti commerciali e di cooperazione per esempio con Cuba e con il Venezuela. I rapporti con il Venezuela sono stati molto stretti durante la presidenza di Hugo Chávez, quando l’Iran partecipò in piani economici come la “Misión Vivienda”, in cui alcune imprese iraniane hanno collaborato per la costruzione delle case. Anche in ambito energetico ci sono accordi di cooperazione con questo paese latinoamericano, oltre a duecento altri accordi commerciali che hanno permesso l’installazione di imprese per fabbricare trattori, automobili, per processare il latte ecc. Ancora nel 2020, oltre all’invio di cinque navi di petrolio e additivi per la produzione di benzina, è stata inviata una sesta nave carica di alimentari e in Venezuela è stato aperto il primo supermercato iraniano.

La carica simbolica dell’invio delle navi è molto importante, dimostrando che con la decisione politica e la cooperazione internazionale si può risolvere un problema che neppure l’Intex ha saputo affrontare. Con l’Intex, strumento economico promosso dall’Unione Europea per commerciare con l’Iran saltando le sanzioni economiche, è stato possibile realizzare un’operazione, ma i risultati non sono stati quelli sperati.

Anche i rapporti con Cina e Russia sono importanti in un contesto multipolare; negli ultimi dieci anni i legami si sono rafforzati e si sono creati diversi organismi di cooperazione cui partecipa anche l’Iran. Inoltre, l’intento cinese di creare la nuova via della seta porta l’Iran ad essere uno dei paesi che hanno la maggiore influenza in Asia occidentale.

 

 

 

Conclusione

 

Concludendo, bisogna mettere a fuoco tre considerazioni che sono importanti e sono state centrali nel processo rivoluzionario: primo, il nazionalismo, nella forma laica come in quella religiosa, forme le quali, malgrado le loro divergenze, sono state entrambe funzionali all’instaurarsi del Sistema Islamico, ben oltre le dispute successive che continuano ancor oggi, ma comunque riescono a convivere (solo quelle che hanno accettato di rispettare la decisione popolare). Inoltre, l’identità islamica è fondamentale nella società iraniana ed è stato l’elemento che ha portato al successo della rivoluzione.

La seconda considerazione riguarda la politica estera, che è estremamente complessa per la situazione geografica del paese, che ad est ha il Pakistan, l’Afghanistan, l’Asia centrale, e a ovest l’Iraq, l’Arabia Saudita, la Turchia, il Libano, la Palestina. Malgrado tutto ciò, il paese è riuscito a rafforzare le sue alleanze fuori della regione, come nel caso del Venezuela, con il quale ha una relazione vecchia di almeno 60 anni, e con la presidenza di Ahmadinejad sono aumentati sia il commercio che la cooperazione. Anche con Cina e Russia, malgrado un passato inquieto agli inizi della rivoluzione, sono stati rafforzati i legami di cooperazione, il che è molto importante in un periodo storico in cui l’eterogeneità risulta fondamentale per lo sviluppo.

Infine la terza considerazione riguarda quel che abbiamo già sottolineato nel nostro lavoro, cioè che la Repubblica islamica dell’Iran rappresenta una grande rivoluzione sociale, politica e ideologica le cui conseguenze sono risultate molto più estese negli otto anni di guerra con l’Iraq. La resistenza del popolo fu centrale ed è il motore che muove la regione.

Il comunismo e il movimento islamico partono da due proposte ideologiche diverse (l’Islam sciita e il marxismo) ma non per questo contrarie; si possono invece considerare convergenti, perché entrambe sono a favore di una rivoluzione e lottano contro l’oppressione del capitalismo e dell’imperialismo.

Non possiamo dimenticare che l’URSS, appena la rivoluzione uscì vittoriosa, pubblicò sulla “Pravda” un articolo in cui puntualizzava la sua posizione: “Questo ritorno (di Khomeini) segna l’autentico inizio della rivoluzione in Iran e la decadenza delle potenze occidentali che vogliono dominare questa terra, che sarà invece un campo favorevole alla lotta per la giustizia e la libertà”.