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Grave, difficile e pericolosa materia è questa

in cui il mio istituto mi mena,

e tale che io mi sarei ben volentieri astenuto d’entrarvi dentro,

se l’avessi potuto decentemente fare

[Ferdinando Galiani, Della moneta (Del frutto della moneta)]

 

Il mese di ottobre non si addice a Wall Street. Il grande crollo del 1929, la grande paura del 1987, il piccolo crollo del 1989, sono avvenuti tutti in ottobre. Noi non conosciamo la serie storica delle statistiche di borsa relative al primo mese d’autunno. Né ci interessa, e lasciamo volentieri che, in questo mondo di cabala, qualcun altro possa esaminarla. A noi, per la Contraddizione, basta studiare le cause strutturali di codesti fenomeni monetari. I pochi lettori che hanno seguito le nostre precedenti analisi non si saranno sorpresi affatto dello scoppio dell’ultima bolla di sapone speculativa “made in Usa”. Era stata annunciata, nella sua stessa effimera volatilità. Tutto secondo il copione e la regìa della grande finanza transnazionale. La conferma di ciò, tuttavia, non equivale a ridurre la questione a un semplice e banale contrattempo. Al contrario. Sono anni che, seguendo le analisi di Marx, indichiamo nella “sovraproduzione irrisolta su scala mondiale” la causa efficiente della perdurante crisi, non solo finanziaria, dell’imperialismo multinazionale. Gli stessi fenomeni di parvenza monetaria (inflazione, disinflazione, tassi di interesse e debito pubblico), a carattere nazionale, sono riconducibili tutti alle medesime determinanti connesse all’arresto del processo di accumulazione sul mercato mondiale. Anche quando, da altri, essi sono acutamente descritti nella loro immediata fattualità di cronaca e storia, noi li intendiamo sempre ascritti alle cause strutturali della sovraproduzione generale. Quest’ultima è alla base di un processo contraddittorio che data dalla, riuscita, controffensiva borghese della metà degli anni settanta (ben al di là della “sintomatologia petrolifera”, allora e ancora spesso chiamata imprudentemente e superficialmente in causa). La vera partita per la nuova spartizione del mondo è lungi dal concludersi. La lotta interimperialistica per l’egemonia prosegue. L’accumulazione non riprende ai ritmi pienamente adeguati. La speculazione temporeggia.

Perciò non concordiamo – anche nelle analisi delle rimanenze della sinistra – né con i catastrofisti che predicano (e predicono o, forse, sognano) il “crollo del capitalismo” a ogni pur labile occasione, con morbosa quanto ingiustificata, dai fatti, aspettativa; né con gli attendisti dell’“ora fatale” della rivoluzione che, per l’intanto, si inchinano alla maggior forza, bensì effettiva, dell’imperialismo multinazionale, gabellandolo però per unitario e non autocontraddittorio nella sua totalità, esibendo subalterna quanto insensibile considerazione dei reali sintomi di crisi che viceversa segnano materialmente l’attuale fase di “putrescenza” [sensu stricto leniniano] del capitalismo.

 

Hanno da antichissimo tempo gli uomini ricchi

tratto frutto dal danaro in varie forme di contratti;

e nello stesso tempo i poveri si sono doluti

della maggior parte di tali convenzioni come d’ingiuste e malvagge.

E, siccome è proprio di chi gode tacere

e soffrire i pianti altrui, come per contrario in chi si duole,

le grida e gli strepiti sono sempre grandissimi,

perciò sono stati tutti i secoli ripieni di voci

concordi in biasimare ogni frutto del danaro e detestarlo.

[Ferdinando Galiani, Della moneta (Dell’interesse e dell’usura)]

 

L’attuale fase del capitalismo va caratterizzata correttamente, con l’analisi scientifica che il marxismo consente. A noi sembra che a ciò conduca proprio lo studio attento della dinamica complessa che ha portato il mercato mondiale dei capitali alla sua acme, facendolo così erompere ricorrentemente in alcune più o meno piccole crisi finanziarie, dopo l’“ultima grande crisi” apertasi alla fine degli anni sessanta. La mancata rapida chiusura di quell’ultima crisi ha innescato una fase nuova del capitalismo, che può definirsi “sublime”. Dopo la “fase suprema” dell’imperialismo nazionale, il capitale finanziario multinazionale si è disposto a produrre il “gas” necessario per gonfiare le bolle speculative: appunto, “sublimando” il suo stato (e il suo Stato). Questo stato (o Stato?!) “gassoso” tende a occupare tutto lo spazio speculativo e parassitario a sua disposizione. Le istituzioni sono relativamente lontane e separate le une dalle altre, tranne nei brevissimi momenti in cui entrano in collisione, facilitando la dimensione della speculazione per effetto del mercato. Tale degradazione dello stato – nel suo doppio senso – si arresterebbe, per così dire, soltanto allo zero assoluto, ossia quando il tempo di circolazione fosse uguale a zero. La “circolazione senza tempo di circolazione” [Marx] – cioè senza denaro – è il sogno proibito del capitale. Ciò è impossibile. La circolazione è il necessario ostacolo alla produzione, è la sua contraddizione immanente. Codesta contraddizione, essenziale per spiegare ogni crisi del capitalismo come modo di produzione, è quella che ne caratterizza massimamente e specificamente la “fase sublimata”. A cagione della grande facilità speculativa, prevale la tendenza del gas monetario immesso nel sistema a cessare di muoversi in maniera regolare. Esso diventa turbolento e genera crisi. La viscosità del mezzo circolante speculativo, gassoso, cioè “fittizio” e illusorio, tende ad aumentare rapidamente. Per l’attrito interno del mercato, una parte del denaro in circolazione trascina con sé le parti immediatamente adiacenti. D’altronde, la consistenza reale, per così dire, la densità delle monete tende a ridursi, a causa degli effetti sublimanti del parassitismo e della speculazione. Oggi tale processo è impersonato dalla perdita di potere del dollaro.

Le controtendenze alla turbolenza del mercato finanziario, provocata da codesta sublimazione, vengono allora ricercate in altre due determinanti:

– l’estensione del mercato mondiale (minacciato dal nuovo protezionismo);

– la velocità di circolazione dei segni monetari (in condizioni di alta precarietà e vulnerabilità).

Come abbiamo notato in altre occasioni, l’operare di queste controtendenze presuppone l’affermazione, con successo, di alcuni passaggi:

– assestamento dell’espansione planetaria del mercato mondiale, da ovest a est, per ridefinirne la spartizione, in un contesto che oggi gli economisti borghesi chiamano “interdipendenza”, come ai tempi di Lenin chiamavano “intreccio”, con l’intento di occultare la tendenza dei capitali alla centralizzazione e alla lotta, più o meno protezionistica, per l’egemonia, di contro alla reale socializzazione del modo di produzione;

– consolidamento di nuovi strumenti finanziari, a livello sovranazionale, per desensibilizzare il mercato dagli effetti di attrito portati dai ricorrenti episodi di crisi (inclusi quelli del debito estero), con l’obiettivo ultimo di ridefinizione del sistema monetario mondiale in un’ottica che è detta di “globalizzazione”, a séguito della fine dell’egemonia del dollaro, attraverso il riconoscimento progressivo ma sicuro della perdita di valore della moneta americana e la sua tentata sostituzione con un’altra o più (dollaro incluso) monete di riferimento mondiale.

Appare evidente ormai che la totalità di riferimento del sistema capitalistico è il mercato mondiale, finalmente compiuto nella sua strutturazione geografica, politica e funzionale. È l’egemonia della merce a livello planetario, della merce capitalistica prodotta sulla base del capitale. Questa totalità contraddittoria del modo capitalistico di “produzione” su scala planetaria è il mercato mondiale dei capitali, nella figura della finanziarizzazione. Non si tratta semplicemente di un luogo di “scambio”, quasi un “supermercato”, come l’intende la cosiddetta economia-mondo; né è un puro ambiente di speculazione dove molti pensano di “pagare due, prendere tre”. L’immanenza delle contraddizioni è specifica del modo di “produzione” medesimo, come contraddizioni tra le classi ed entro le classi. E stupido esorcizzarla in nome della complessità, spesso evocata insieme alla rammentata interdipendenza, per cercare di sopprimere il significato di qualsiasi gerarchia propria del sistema capitalistico mondiale. Si vorrebbe occultare il processo di dipendenza che definisce nella lotta i rapporti di dominanza. La conflittualità tra i molti capitali è insufficientemente considerata, così come il mutamento delle funzioni degli stati nazionali.

La dialettica tra forme funzionali del capitale e forme funzionali dello stato può ricevere adeguata spiegazione solo entro la determinazione di “modo di produzione”. Il processo di circolazione del capitale-denaro è determinato dal modo di produzione del capitale-merce, e può autonomizzarsi solo quanto il denaro rispetto alle altre merci. Questa autonomizzazione omogeneizza tutti gli elementi della società nella totalità del mercato mondiale, ma non conferisce “autonomia politica” al potere dello stato. Il denaro (universale), come rappresentante dell’equivalente generale, rimane comunque immerso nel capitale in quanto totalità contraddittoria. Lo stato viene sottomesso al capitale in modo via via più specifico e adeguato. Agli albori del capitalismo, lo stato nazionale era solo sottomesso formalmente alle esigenze del capitale. Con lo sviluppo del sistema monetario, la borghesia ha adeguato le proprie istituzioni al “suo” sistema di uguaglianza e libertà, rappresentato dalla merce attraverso la capacità omogeneizzante del denaro. Dopo la trasformazione del capitalismo concorrenziale in imperialismo e dopo la sublimazione del sistema creditizio, nella sua trasfigurazione finanziaria e speculativa sulla base di quello monetario, lo stato non è pervenuto alla sua forma istituzio­nale specifica. La sottomissione reale dello stato nazionale, in ricorrenti trasformazioni, al capitale finanziario multinazionale è ancora in corso. Essa appare come contraddittoria, nel senso di “società per azioni” dei capitali “a base nazionale” nel capitale mondiale transnazionale. Il parziale adeguamento delle forme statuali nazionali, già avvenuto a livello di “costituzione materiale”, non ha trovato tuttora sanzione piena in termini di riforme “istituzionali” borghesi.

Lo stato gestore della liquidità monetaria integra la forma pienamente matura del modo di produzione capitalistico. Lo sviluppo della moneta di credito proviene immediatamente dalla funzione del denaro come mezzo di pagamento. Con la trasformazione del capitale, essa assume sue proprie forme di esistenza, spesso assai diverse da quelle monetarie convenzionali (anche sul terreno tecnico telematico). La moneta di credito, nelle sue forme specifiche, tende a monopolizzare le grandi transazioni capitalistiche, respingendo la moneta corrente nella sfera del piccolo commercio, quando la produzione di merci assume un certo grado di intensità e di ampiezza. La funzione del denaro come mezzo di pagamento oltrepassa la sfera della circolazione delle merci. Il capitale comincia a circolare sul mercato mondiale in forma monetaria liquida, anche indipendentemente dalla base di merce, necessaria in ultima istanza. Lo stato nazionale conforma le proprie azioni economiche al fine di favorire il capitale multinazionale in quella circolazione di liquidità. La contraddizione appare realmente tra figura transnazionale del capitale e identità nazionale dello stato. Gli stati operano come “agenzie” di rappresentanza del capitale mondiale, come concessionari di una certa area di mercato senza averne però l’esclusiva. Per quest’ultima ragione, essi operano con margini di autonomia atti a sviluppare competitivamente propri interessi e provvigioni.

La ricerca perenne di liquidità, in simile contesto, diviene affannosa. Storicamente, il capitale sottomette l’apparato statale, per le questioni specifiche qui analizzate, in due fasi. L’accentramento finanziario delle forme produttive e monetarie approda alla “fase superiore” dell’imperialismo nazionale classico. Il deperimento degli imperialismi nazionali che ne esprime l’inadeguatezza di fronte all’espansione planetaria del mercato mondiale impone la “fase sublime” dell’imperialismo nazionale moderno. Fuor di metafora, la vocazione internazionale del capitale prevale, ed esso diventa sempre più sovranazionale e poi transnazionale. La ricordata controffensiva imperialistica della metà degli anni settanta ha indicato queste linee di tendenza, a suo tempo da noi analizzate e che si possono così sintetizzare:

1. Fusioni di imprese, produttive e finanziarie (partecipazioni, acquisizioni, scalate) su vasta scala e a livello internazionale, con Giappone e Germania-Europa come protagonisti, per ridefinire l’assetto proprietario del capitale mondiale; tali fusioni tendono a una strutturazione verticale e specializzata a un tempo, con l’obiettivo di controllare l’intero processo della produzione e circolazione capitalistica di merci e denaro, e della gestione finanziaria (creditizia, assicurativa e valutaria); in ciò è basilare la ricerca di gestione delle produzioni materiali fondamentali, smarrita a seguito della sovraproduzione che ha determinato la perdita di egemonia da parte del capitale finanziario a base americana, e la tendenza di esso al parassitismo internazionale sulla base di un plusvalore prodotto altrove (innalzamento dei tassi di interesse).

2. Finanziarizzazione del mercato mondiale del capitale, nella attuale fase critica e “sublime” del processo di accumulazione di capitale-denaro seguita alla metamorfosi funzionale dell’imperialismo Usa; il forte impulso allo sviluppo del credito mondiale affonda le sue radici nelle ricerca di uno sbocco provvisorio alla sovrabbondanza di capitali, iniziatasi a manifestare in Usa alla fine degli anni sessanta ed esasperata successivamente dalle illusorie politiche monetariste; la crescita delle dimensioni dei centri decisionali transnazionali è stata una conseguenza imposta dall’estensione del mercato finanziario mondiale e dei suoi stessi segmenti regionali e continentali, sottoposti ai cicli delle lotte tra capitali su scala sempre più vasta, e dall’au­mento dell’ammontare minimo richiesto per gli investimenti in capitale fisso, necessario a compensare la caduta tendenziale del tasso di profitto.

3. Subordinazione delle classi e degli stati, nelle loro connotazioni nazionali, con il duplice intento di conformare la funzionalità dello stato al capitale sublimato nella speculazione e di annullare nella coscienza storica e nell’elaborazione sociale e politica la presenza della classe antagonista – il “proletariato” o classe dei lavoratori salariati, dipendenti dal capitale; questa tendenza si rivela praticamente nella subalternità neocorporativa degli apparati delle classi lavoratrici nazionali, e consente meglio alla borghesia transnazionale il frazionamento del proletariato mondiale e la subordinazione degli apparati statuali nazionali.

L’orgia scatenata dall’ideologia del capitalismo <putrescente> per consolarsi nel festeggiamento della “morte del comunismo” nel mondo è la più diretta immagine riflessa e deformata della tendenza della fase descritta. Di fronte a essa noi comunisti non possiamo difendere gli errori e le colpe di un’epoca segnata dal cosiddetto “socialismo reale”. Ma sarebbe ingenuo accettare la fine del “comunismo novecentesco”, giacché non esso – non quello caratterizzato soprattutto dall’epoca di Lenin – e neppure quello “ottocentesco” di Engels e Marx sono finiti, bensì i loro falsi miti e le loro altrettanto mitiche falsificazioni.

Le faglie critiche del processo di accumulazione capitalistica sono tali che noi dovremmo saper fare leva sulle contraddizioni interimperialistiche. Al contrario, è la grande borghesia transnazionale che prende coscienza e tende sempre più a costituirsi come <classe per sé>, come soggetto storico che cerca di affrontare in maniera appena più regolata la propria interna concorrenzialità fratricida. Certo, riesce solo a sopirla e differirla, ma così essa può meglio disporre, a conti fatti, del proprio comando di classe su una forza-lavoro assai più decentrata a livello internazionale. Il moderno proletariato, come classe (disorganizzata, privata di identità, appare per nulla cosciente della specificità nuova della fase attuale, cioè quella comportata dalla subalternità sovranazionale nella trasformazione del mercato mondiale. Il grande movimento di metamorfosi dei capitali sul mercato mondiale indica che si è ancora ben lontani dall’assestamento del loro equilibrio. La sovraccumulazione evidenzia due momenti: l’insufficienza di plusvalore (non l’eccesso di un anodino “surplus”, giusto l’insegnamento che Grossman ripete da Marx ai pregressi luxemburghiani e ai prossimi keynesiani), e l’esigenza di una nuova dimensione e dislocazione degli investimenti.

Sul mercato mondiale si presenta una pletora di capitali frantumati disposti ad avventure, speculazioni, imbrogli creditizi e azionari. Si tratta di quei capitali sovrabbondanti e nello stesso tempo incapaci, per grandezza e forma, a operare per proprio conto. D’altra parte, la loro inutilizzazione crea l’apparente paradosso di lasciare inutilizzata una gran parte della popolazione lavoratrice, consentendo provvisoriamente ai signori del denaro di speculare per sopire le loro contraddizioni interne più esplosive. Ma la tendenza alla sublimazione è l’esito della conflittualità dei molti capitali in cui è articolato il capitale sociale totale. La classe borghese nel suo insieme subisce una perdita. L’antagonismo tra i diversi capitali riesce solo a ripartirla diversamente, bloccando al contempo la ripresa sistematica generalizzata e continua del processo di accumulazione. Cosicché la caduta del tasso di profitto è compensata precariamente, tramite il processo di concentrazione finanziaria, dall’aumento della massa di profitto e delle dimensioni di impresa. In siffatte circostanze, la pletora di capitali frantumati deve trovare i canali adeguati per essere messa a disposizione dei dirigenti delle grandi imprese multinazionali, sotto forma di credito. Creare codesti canali è uno dei compiti principali tra quelli affidati dal capitalismo mondiale agli stati nazionali, nella figura della circolazione. Il credito si estende al massimo, anche allargando i limiti del consumo improduttivo, per tentare di utilizzare completamente il capitale industriale sovrabbondante. Sono i futuri creditori che offrono al mondo intero il loro denaro eccedente; non sono i predestinati debitori poveri che lo domandano, come erroneamente si ritiene (nella questione del debito estero non è come nei rapporti individuali giacché là si tratta di nazioni articolate in classi con rapporti di antagonismo e di dominanza: trattare i paesi come persone significa occultarne la stratificazione in classi). Il sistema produttivo mondiale non tarda a mostrare comunque la propria insufficienza per assorbire il torrente di plusvalore che fino al momento della sovraproduzione vi affluiva. Onde evitare che esso si prosciughi rapidamente, si cercano affannosamente nuovi mercati lontani, si industrializzano nuove aree, e si allarga il credito, finché speculazione e inflazione non procurano intralci. Ciò puntualmente avviene, perché il processo stesso provoca “ulteriore sovraproduzione” e il credito appare allora più chiaramente nel suo nome alternativamente “sdoppiato” di debito.

 

I danni dei debiti pubblici,

in primo nutriscono la pigrizia ne’ ricchi,

fin troppo inclinati a giacervi dentro,

ed opprimono il povero ad un grado quasi intollerabile.

Né può esservi maggior disordine in uno Stato

che i tributi sieno destinati a pascere

la gente agiata senza pensiero e fatica-alcuna.

[Ferdinando Galiani, Della moneta (Dei debiti dello stato)]

 

Gli stati nazionali operano nella direzione descritta, anche superando precariamente i loro stessi precedenti limiti di competenza. Ma la concorrenza mondiale, la saturazione dei mercati, l’invendibilità delle merci, l’inflazione e il ristagno, sono costantemente in agguato. Qualunque ritardo dei riflussi monetari, insolvenza e arresto dei pagamenti, può provocare il panico. Il moderno stato dell’imperialismo multinazionale è chiamato ad allargare significativamente le sue funzioni monetarie e creditizie (anche sotto forma di debito pubblico e debito estero). Questo è il vero senso dell’effimero detto “meno stato più mercato”, e della canea neoliberista sulla “privatizzazione”. Il peso dello stato nell’economia del capitale non diminuisce affatto, giacché è proprio lo stato come tale che diventa ancora più “privato” – cioè sottratto al controllo sociale della collettività. I compiti statuali relativi alla circolazione monetaria, di continuo più <sublimata>, sono designati precipuamente per una parziale ricerca del plusvalore perduto. Richiedono l’individuazione di nuovi canali finanziari e sono onerosi (costo del servizio del debito pubblico, come interessi passivi). La privatizzazione è perseguita per duplice via. Prima, il taglio della spesa pubblica per servizi sociali serve per aumentare i fondi destinati a pagare gli interessi passivi sul debito pubblico. Poi, quegli stessi servizi possono essere ceduti alla sfera privata per essere trasformati in fonte autonoma di profitti, trasferendovi quote di plusvalore. La subordinazione funzionale degli stati è definita da questo quadro e immersa nella totalità del mercato mondiale. Le forme della subordinazione statuale dipendono dal rango occupato dagli stati nazionali nel mercato mondiale dei capitali. La concorrenza tra i capitali sul mercato mondiale ha vanificato le vecchie forme di mediazione statale nazionale. I conflitti intercapitalistici non sono più limitati entro i confini della nazione, cui il vecchio stato di diritto fu preposto al suo nascere. Anche la regolazione interna della lotta di classe trascende quei limiti di fronte all’esigenza di un’estrazione transnazionale di plusvalore. Lo stato, sia dominante che dominato, si liquida e si sublima, in conformità al rispettivo rango.

Gli stati nazionali dominati di vecchio tipo non servono più allo scopo. La funzione economica dello stato è ormai solo gregaria del capitale mondiale. Essa consiste nel trasferimento degli oneri (a cominciare dalle situazioni di debito, interno e estero) sulle classi e sugli strati sociali nazionali deboli — a cominciare dai proletariati nazionali, ma travolgendo anche la piccola proprietà contadina e artigianale e perfino la piccola borghesia industriale e commerciale non integrata nel sistema finanziario. La manovra statale è rivolta a finanziare il credito privato derivante dalla pletora di capitali dispersi e frantumati, sia esteri che locali. Qui l’esportazione di capitali nazionali raggiunge ovunque livelli altrimenti incomprensibili. Il mercato mondiale tende a rovinare a turno, una dopo l’altra, tutte le economie nazionali subalterne, in attesa del regolamento dei conti tra quelle dominanti. Le funzioni degli stati imperialisti sono diametralmente opposte e ridefinite complementarmente a quelle degli stati dominati. Lo stato Usa viene da una posizione dominante che rappresentava il centro di sovrastrutture e infrastrutture capaci di governare lo smistamento della liquidità del capitale monetario mondiale. Adesso il capitale a base americana ha perso proprio quella sua capacità di liquidità. Questa è la sublimazione dell’imperialismo. L’economia americana è ora la principale destinataria dei finanziamenti provenienti dal mercato mondiale, tale da alleggerire la sovraccumulazione giapponese e tedesca, e l’incipiente pletora monetaria di alcuni paesi emergenti di nuova industrializzazione (soprattutto del sud-est asiatico). In un clima di perenne contesa, la grande borghesia transnazionale concorda provvisoriamente nell’affidare allo stato Usa la nuova funzione di finanziarizzazione del mercato mondiale dei capitali: è la sorte che tocca storicamente alle potenze declinanti. Il contendere effettivo sta nella misura e nella portata di tale finanziarizzazione. Il problema ultimo è di sapere se e chi paga, tra i capitalisti e le nazioni, in aggiunta alla regolare quota fissa a carico dei vari proletariati nazionali. Lo stato Usa è oggi quello più di ogni altro preposto a creare il “gas” della speculazione, puramente valutaria e monetaria, con cui vengono gonfiate le bolle di sapone del capitale monetario nominale. È il capitale “fittizio e illusorio” che proviene dalla sovrabbondanza di capitale industriale disperso, e che si accresce a dismisura nelle fasi che precedono i crolli di borsa. È stato così nell’ottobre ‘87. È stato così nell’ottobre ‘89. Sarà ancora così in un prossimo futuro, ... magari in ottobre.

L’agire statale, pur se deciso per governare l’instabilità del mercato finanziario, non può evitare di creare altri motivi di instabilità. Il mercato mondiale diviene un organismo la cui ipersensibilità cresce a misura della sua finanziarizzazione. Ogni azione dello stato <sublime> del capitale ha l’effetto che Marx paragonava a quello della piuma, che aggiunta al peso della bilancia oscillante è capace di farla traboccare da una parte. In siffatta situazione, qualunque piccola cosa in più, da questa o da quella parte, è decisiva. L’instabilità all’or­dine del giorno è una contraddizione ineliminabile in questa fase del ciclo di accumulazione capitalistica su scala mondiale. È parte integrante della lotta tra i capitali. La contraddittoria molteplicità dei capitali, coessenziale alla totalità del capitale sociale, si estrinseca in tutta la sua pienezza. Anche se nuovamente adeguate, le funzioni degli stati nazionali non sono tali da sopprimere l’anarchia del modo di produzione capitalistico, per quanto superconcentrati e centralizzati siano i capitali monopolistici. L’anarchia insopprimibile dei molti capitali genera la conflittualità, e soltanto con essa le crisi da sovraproduzione. Senza pluralità di capitali non si darebbe <crisi da sovraproduzione>, ma solo dispotismo. La sovraproduzione non sarebbe mai critica, in quanto <immediatamente identica> all’accumulazione, come vorrebbe essere originariamente nelle aspirazioni illusorie del capitale. (Queste illusioni trovarono eco nel dibattito che oppose Grossmann ai teorici della seconda internazionale, fautori di un improbabile supercapitalismo finanziario, nel senso di una inspiegata regolazione puramente monetaria metaproduttiva; oggi simili tematiche tornano di attualità nell’im­provvida esaltazione dell’“interdipendenza” mondiale di un sistema economico capitalistico unitario, la cui origine sta ancora in una <teoria monetaria senza valore>).

Il capitale medesimo aspira alla propria unitarietà pensando di poter annullare il tempo di circolazione e il denaro. La realtà è diversa, giacché il processo di produzione e accumulazione si inceppa proprio nella insopprimibile circolazione monetaria a causa della lotta tra i capitali, e per nient’altro. Con il divenire storico del deperimento del modo di produzione capitalistico, il capitale stesso forza l’azione statale contro la sua propria immanenza, e si contraddice. Vorrebbe essere unitario e senza mediazioni, laddove è molteplice e mediato, cioè intrinsecamente contraddittorio. È codesta autocontraddittorietà che si pone all’interno del rapporto di capitale, prima che essa si manifesti all’esterno, fenomenicamente, come contraddizione tra le classi — capitale e lavoro salariato. Senza la prima, la seconda non sarebbe neppure definibile: questo insegnamento del marxismo è stato sempre tra i più disattesi. Il capitale, invece, sa bene questa circostanza. Proprio per l’aspirazione all’unita esso necessita della mediazione statale, giacché nell’immediatezza è molteplice. Gli stati nazionali sono oggi ridefiniti per affrontare, senza poterli risolvere, i problemi posti da questa contraddizione, in quanto rappresentanti politici della pluralità del potere economico. Per definizione, dunque, sono luogo di contraddizione e di mediazione interborghese. Gli stessi stati dominanti devono eseguire due tipi di compiti distinti, conformemente agli interessi delle forme reali e produttive del capitale totale di contro a quelle della sua forma illusoria e speculativa. Lo stato monetario del capitale, da un lato, rappresenta la produzione di plusvalore. La liquidità serve a far fluire regolarmente la circolazione e la riproduzione del capitale. Ogni intralcio deve essere rimosso rapidamente. Il mercato azionario viene regolato, relativamente, per porre precisi argini alle speculazioni dei cosiddetti “squali di borsa”, sapendo bene che è la forma stessa delle società per azioni a porre barriere capitalistiche, produttive e speculative, alla “socializzazione reale”. Entro questi limiti, proprio la speculazione favorisce, con il sostegno degli apparati statali nazionali eventualmente contrapposti e con il concorso di accordi sovranazionali tra banche centrali e istituzioni internazionali, il trasferimento dei titoli di proprietà. I nuovi ricchi possono appropriarsi a buon mercato di titoli di proprietà reale, così da favorire la ripresa della produzione e del ciclo di riproduzione, cogliendo tutte le occasioni di distruzione di valori-capitale, capaci di riattivare il processo di sfruttamento capitalistico. Qui il capitale monetario opera realmente come fonte della produzione, purché la caduta delle quotazioni non porti alla bancarotta delle imprese e dello stato stesso.

Lo stato usuraio e parassitario, d’altro lato, si sovrappone alle regolari metamorfosi del ciclo del capitale, su preciso mandato e con il consenso di questo. Qualora in tale figura non siano rappresentate quote future di plusvalore, ma unicamente capitalizzazione di proventi speculativi attesi, si ha produzione di capitale fittizio, che, in quanto illusorio, non costituisce duplicazione del capitale reale (le cronache e le statistiche di borsa stanno a confermarlo). Dall’esplosione delle <bolle di sapone> monetario nominale, in quanto tale, l’econo­mia reale non risulta impoverita di un centesimo. Si tratta di un enorme giro di trasferimenti cui anche lo stato usuraio partecipa, sia indirettamente come mediatore tra i diversi capitali (interni ed esteri), sia direttamente con i proprî titoli e certificati quotati in borsa o trattati segretamente tramite le banche centrali. L’espan­dersi della speculazione in una fase di crisi irrisolta come l’attuale, comporta seri pericoli di difficoltà monetaria. Ne sono segnali il rialzo dei tassi e il crollo dei valori nominali, con l’illusione di una ripresa del potere monetario attraverso la connessa provvisoria rivalutazione del corso dei cambi. Tutto ciò può anche provocare accentramenti patrimoniali e riflessi reali sull’industria (nella misura in cui si innesti una catena di fallimenti che provochi un ulteriore crollo). L’intero processo – e il ruolo in esso affidato allo stato – fa apparire come autonomo il movimento di mercato monetario che gli corrisponde. Ma questo non è altro che un movimento superficiale che si presenta come un’immensa “economia di carta”, il cui fondamento materiale le sta alle spalle e la precede nel tempo: così “nella buona come nella cattiva sorte”, ogniqualvolta tale fondamento risulti marcio o fatiscente. Se il crollo finanziario si manifesta prima di quello industriale, è pur sempre quest’ultimo che ha provocato anzitempo lo scoppio delle <bolle di sapone>: come ogni sintomo superficiale non è la causa, bensì la conseguenza, di una qualsiasi malattia organica profonda, anche se quello compare sempre prima di scoprire questa. La crisi di produzione che prima o poi seguisse quei fenomeni monetari non verrebbe a causa della fuga maleodorante del “gas” economico, ma sarebbe già inscritta originariamente in sé stessa. Attraverso il processo descritto diverrebbe soltanto visibile o fiutabile ciò che era nascosto. I commentatori borghesi – esperti economisti inclusi – nella loro superficialità, si pongono il problema della fragilità dell’economia reale (Usa, in questi tempi) solo quando le bolle di sapone scoppiano nei loro occhi. Per essi, altrimenti, si tratta di un enigma, quell’enigma che già Marx descrisse come forme di “feticcio del denaro” che si rendono autonome e nella loro pazzia <diventano visibili e abbagliano l’occhio>.