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L’esempio del Vietnam nella lotta al Coronavirus

                     da #politica nuova, quadrimestrale marxista della Svizzera Italiana, giugno 2020. Pubblichiamo nell’ottica della collaborazione avviatasi tra “Cumpanis” e #politica nuova

di Giacomo Ariel Schmitt

 Studi universitari presso l'Accademia di Architettura di Mendrisio;

membro del Partito Comunista (Svizzera)

Nonostante sui media occidentali se ne parli poco, anche la Repubblica Socialista del Vietnam ha affrontato con relativo successo la crisi del COVID-19. Il paese asiatico, una delle economie emergenti del mondo, a causa della frontiera con la Cina e l’intenso commercio transfrontaliero si trovava infatti in una situazione di forte vulnerabilità alla propagazione del virus.

 

 

 

Quando la politica comanda sull’economia si raggiungono gli obiettivi

 

La risposta al coronavirus da parte del governo vietnamita alla cui guida c’è il Partito Comunista del Vietnam è stata rapida ed incisiva. I comunisti al governo, pur sapendo che ciò avrebbe comportato sacrifici dal lato economico, senza badare ad eventuali interessi privati degli imprenditori, hanno messo in atto tutta una serie di tempestive misure a tutela della salute pubblica: hanno cancellato i voli previsti dalla Cina, hanno sospeso il commercio transfrontaliero e chiuso tutte le scuole.

Inoltre il Vietnam è stato il primo paese dopo la Cina a imporre la quarantena ad una grossa area residenziale, dopo che un focolaio del virus era stato identificato come proveniente da lavoratori tornati proprio da Wuhan. I confini sono stati chiusi e presidiati dall’Esercito di Liberazione Popolare, i viaggiatori già arrivati dall’estero sono stati posti in isolamento, le attività commerciali chiuse e i raduni con grandi quantità di persone proibiti. Solo la produzione di beni e servizi essenziali è rimasta attiva, nel rispetto delle misure igienico-sanitarie.

Inoltre, allo scopo di potenziare le forze mediche, si sono abilitati gli studenti che stavano ultimando il percorso accademico in medicina e sono stati riconvocati i medici e gli infermieri pensionati. A seguire è pure giunto l’obbligo di indossare le mascherine in luoghi pubblici: in Vietnam il mercato è sottoposto alla pianificazione tipicamente comunista e quindi la produzione viene convertita sulla base delle necessità della società e su decisione politica a differenza che nei paesi capitalisti.

 

 

 

La salute pubblica prima di tutto

 

Insomma il Vietnam socialista ha agito immediatamente: meno efficienti sono stati invece altri Paesi nella regione che hanno inasprito il controllo solo dopo l’aumento dei casi di contagio. Il governo di Hanoi è riuscito in questo periodo a sviluppare inoltre due kit di test, verso il cui acquisto venti paesi esteri si sono dimostrati interessati. Intanto all’Università di Danang si è creato un sistema di misurazione della temperatura corporea a distanza, utile a ridurre i rischi d’infezione del personale medico, e un team di giovani scienziati di Ho Chi Minh City ha pure realizzato delle cabine mobili capaci di disinfettare il corpo umano in 30 secondi.

 

 

 

Il senso civico dei cittadini e il prestigio delle istituzioni vanno a braccetto

 

Nell’intero Paese gli individui con sintomi sono stati tracciati, così come i loro secondi e terzi contatti: grazie a una impressionante rete territoriale di militanti del Partito il monitoraggio e l’assistenza ai cittadini è capillare. Il Ministero della Salute vietnamita ha attivato anche un ser- vizio di informazione sulla malattia tramite telefono cellulare e i Comitati Popolari – organi di controllo rivoluzionario – hanno garantito la copertura gratuita delle spese di diagnosi alle persone entrate in contatto con i casi positivi al COVID-19 e hanno annunciato un sostegno finanziario giornaliero ai malati e il Partito Comunista ha fatto approvare dal governo un assegno mensile di 77 milioni di dollari diretto alle persone con problemi di lavoro.

Il Partito Comunista del Vietnam ha quindi avuto l’abilità di coinvolgere sinergicamente le istituzioni statali, ministeri e agenzie governative, ma anche la disciplina, la solidarietà e il senso civico dei cittadini educati nello spirito socialista del pensiero di Ho Chi Minh sono state d’aiuto, così come gli investimenti preliminari in risorse e infrastrutture che essendo strategiche non si permette che finiscano sotto speculazione capitalista. Tutte misure, queste, che per tempestività e incisività, è possibile adottare solamente laddove lo Stato dispone di un forte controllo sull’economia.

I media occidentali (solitamente non troppo teneri con il governo vietnamita a causa della sua scelta comunista) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno riconosciuto la capacità del paese asiatico nella gestione della pandemia. Persino il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington ha dovuto ammettere che la Repubblica Socialista del Vietnam sarebbe – assieme a Singapore – un modello globale per l’azione contenitiva del COVID-19. Gli autori dello studio del CSIS sottolineano però anche “la minor disponibilità di risorse rispetto a Singapore” che rende quindi di maggior valore il successo nel contenimento del virus da parte delle autorità di Hanoi che al primo aprile 2020 riporta 212 contagiati e nessun decesso a causa del Coronavirus nel Paese.

 

 

 

Il Vietnam vince, nonostante la propaganda anti-comunista

 

Non ci troviamo insomma di fronte ad un malvagio totalitarismo, come la borghesia cerca di farci credere per giustificare le difficoltà dei paesi occidentali a intervenire efficacemente. La propaganda anti-comunista può continuare quanto vuole, ma quando un paese è organizzato in modo da cercare di preservare il bene della collettività e agisce sotto la guida di un Partito Comunista che, pur garantendo forme di mercato, non si lascia condizione dei diktat del padronato, è evidente a tutti che anche le crisi vengono affrontate con successo. A dichiararlo è lo stesso Primo Ministro Nguyen Xuan Phuc, secondo il quale si possono sacrificare gli interessi economici a breve termine per proteggere la vita della popolazione: il Vietnam insomma insegna alla Svizzera che l’economia non va, giustamente, messa davanti alla salute! E se un paese più povero e con meno risorse di noi può permettersi di agire in questo modo, non dovrebbe esserci nessun dubbio sulla possibilità di farlo anche da parte di Berna in cui invece vige ancora il dogma liberale e cosmopolita che alla fratellanza tra nazioni sovrane preferisce la globalizzazione capitalista che arricchisce i pochi e fa pagare la crisi ai molti.