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L’egemonia del riformismo in CGIL

e la sua funzione nel processo

di social democratizzazione del PCI

di Rolando Giai-Levra

Cumpanis, dicembre 2020

 

Non è possibile limitarsi a festeggiare il centenario della fondazione del P.C.d’I. senza cominciare a fare un bilancio politico serio sulle responsabilità storiche di chi ha operato per la sua distruzione. In realtà, la Bolognina ha rappresentato l’atto politico finale di un lungo processo degenerativo avviato molto tempo prima dalla componente riformista del partito con certe scelte economiche liberali che (passo dopo passo) formarono la base ideologica su cui la destra prese il sopravvento nel P.C.I.

Un ruolo determinante e protagonista in tale processo l’ebbe il CESPE (Centro Studi sulle Politiche Economiche) fondato dopo l’XI° Congresso del P.C.I. nel 1966, il cui primo presidente fu Giorgio Amendola che fece parte dello stesso ufficio fino alla sua morte (1980). È assai noto che Amendola puntava alla riunificazione del P.C.I. con il P.S.I. e il P.S.D.I. e, senza alcun dubbio, influenzò negativamente in modo determinante le scelte politiche successive del P.C.I.

Negli anni ’60, cresceva la mobilitazione del movimento operaio, che generò i primi delegati di reparto che diedero vita al grande movimento dei Consigli di Fabbrica, conquistando obiettivi importanti: dal rafforzamento del potere d’acquisto dei salari al consolidamento della loro difesa attraverso la «scala mobile», dal passaggio dalle 48 alle 40 ore settimanali a parità di salario, allo Statuto dei Lavoratori (legge n.300 del 20.05.1970) fino al controllo dell’Organizzazione del lavoro in fabbrica. In quegli anni, a seguito delle lotte della classe lavoratrice italiana, che stava concretamente destabilizzando le basi del capitalismo, il riformismo nel Sindacato, nel P.C.I. e del P.S.I., non tardò a manifestare le sue preoccupazioni ritenendo necessario cominciare a prendere talune decisioni per frenare l’avanzata delle lotte delle/dei lavoratrici/lavoratori e soprattutto le loro rivendicazioni salariali. Ed ecco che entra sulla scena politica la figura di Luciano Lama, uno dei dirigenti del P.C.I. eletto segretario nazionale della CGIL, che svolse un ruolo fondamentale al servizio della corte di Giorgio Amendola e Giorgio Napolitano nel processo di social democratizzazione del P.C.I., proprio attraverso la CGIL che lui dirigeva.

Fino al 1946 era iscritto al PSI di cui non abbandonò mai la sua formazione ideologica che lo portò subito ad abbracciare la corrente liberale amendoliana. Succeduto ad Agostino Novella, Lama svolse il ruolo di segretario della CGIL dal 1970 fino al 1986, e fin dall’inizio del suo mandato non tardò a manifestare quello che aveva in mente di fare. Cominciò a teorizzare la necessità di avviare fin da subito un processo di “Unità Sindacale” a tutti i costi con CISL e UIL. Tale percorso iniziò con un primo appuntamento tra CGIL-CISL-UIL nel mese di ottobre del 1970 che venne chiamato “Firenze1”, poi proseguì con altri due incontri nel 1971 chiamati “Firenze2 e 3”. I punti condizionanti che dovevano essere risolti per raggiungere “l’unità sindacale”, vennero imposti soprattutto dalla CISL: “l’autonomia” del sindacato ovvero quella della CGIL dal P.C.I., “l’incompatibilità” tra cariche sindacali e cariche di partito e/o istituzionali ossia quelle che riguardavano i sindacalisti della CGIL nel P.C.I. e poi il superamento della “affiliazione” internazionale della CGIL alla Federazione Mondiale dei Sindacati (FSM) che facevano riferimento al movimento comunista internazionale. Tale movimento aveva l’obiettivo strategico di unire tutti i sindacati del mondo sotto un'unica grande organizzazione sindacale di classe. Praticamente le decisioni che vennero prese, con il pieno accordo di Lama, erano tutte a svantaggio della CGIL e del P.C.I. e tutte a vantaggio di CISL e UIL.

Quindi, Lama dimostrò subito di essere l’uomo giusto nel posto giusto funzionale alla socialdemocrazia interna ed esterna al P.C.I. ed al capitalismo italiano. Infatti, sulle basi politiche e ideologiche imposte da CISL e UIL, Lama firma l’accordo per la costituzione del “Patto Federativo” tra le 3 confederazioni il 03.07.1972. Tra l’altro, va evidenziato che con questo patto, CGIL-CISL-UIL prendevano l’impegno ufficiale di sciogliere le proprie organizzazioni entro il 1973, per dar vita ad un'unica organizzazione sindacale. Ovviamente, tale impegno si dimostrò un obiettivo astratto, privo di qualsiasi fondamento oggettivo e non fu mai raggiunto e quell’accordo servì soltanto a creare un’unità di facciata, verticistica e burocratica, tra CGIL-CISL-UIL. In realtà, il Patto Federativo tanto auspicato da Lama, servì soltanto a condizionare pesantemente e in modo negativo tutte le lotte e le forme organizzative di base delle/dei lavoratrici/ori negli anni successivi, come vedremo più avanti. Non è un caso che il “Patto Federativo” non tardò ad entrare in rotta di collisione con il processo di unità di classe che era già stato avviato, nella base e nella lotta, dalla classe lavoratrice con il grande movimento dei delegati e dei Consigli di Fabbrica, che raggiunse il suo apice con lo storico “Autunno Caldo”. Il periodo della segreteria di Lama entrò in perfetta sintonia con la segreteria del P.C.I. di Enrico Berlinguer che durò dal 1972 al 1984, quasi una sovrapposizione politica finalizzata allo stesso obiettivo. Gli esempi dei punti politici convergenti tra le due Segreterie della CGIL e del P.C.I. sono stati tanti e spianarono la strada alle destre per la conquista del comando nel partito e rovesciare la concezione marxista-leninista-gramsciana dell’organizzazione comunista, della classe lavoratrice e dei quadri comunisti.

Apro una breve parentesi sul contenuto del Patto Federativo con cui venne colpita e messa in crisi l’egemonia culturale di classe del P.C.I. in CGIL e sulle masse lavoratrici. Sotto il profilo organizzativo i risultati furono:

1) per il sindacato cattolico CISL e per quello socialdemocratico di destra UIL, che avevano una debolissima presenza in fabbrica e molto meno lavoratrici/ori iscritte/i rispetto la CGIL, fu un risultato eccellente che permise loro di essere presenti dove non sarebbero mai potuti arrivare nei luoghi di lavoro, di produzione;

2) contro la democrazia proporzionale, il patto prevedeva una presenza paritetica in tutti gli organismi dirigenti della Federazione che, indipendentemente dal numero delle/degli iscritte/i di ogni singola organizzazione e della loro presenza reale in fabbrica, dovevano essere composti da 90 membri suddivisi pariteticamente per ciascuna confederazione; la Segreteria nazionale doveva essere composta da 15 membri di cui 5 componenti per ciascuna confederazione compresi i segretari generali; infine l’Esecutivo doveva essere composto da 9 membri di cui 3 per ogni organizzazione. In realtà, questo patto verticistico e burocratico contrastava nettamente con le strutture consiliari nei luoghi di lavoro e di produzione, a cui volutamente venne imposta una veste sindacale che non apparteneva alla loro natura di classe.

Nel documento si legge: “[…] Il Consiglio dei delegati è l’istanza sindacale di base con poteri di contrattazione sui posti di lavoro, ed alla sua formazione concorrono in primo luogo gli iscritti alle tre Confederazioni e i lavoratori non iscritti che, su iniziativa delle stesse, per loro libera scelta intendono parteciparvi: pertanto in tale organismo e, dove esiste, nell’esecutivo deve essere assicurata la rappresentanza delle forze sindacali che operano nell’azienda stessa e che costituiscono la Federazione. […] In questo quadro i Consigli dei delegati devono essere politicamente ed organizzativamente collegati con le strutture sindacali, verticali ed orizzontali, operanti a tutti i livelli territoriali […]”. (Patto Federativo CGIL-CISL-UIL, 03.07.1972 - Roma). In realtà, questo era il vero obiettivo che questo fumoso patto senza alcuna consistenza di classe aveva rivelato e che venne stipulato al solo scopo di controllare dall’alto i Consigli di Fabbrica e la loro autonomia di classe. Tutto ciò avvenne con la benedizione dei due segretari “comunisti” Lama della CGIL e Berlinguer del P.C.I. che non pronunciò mai una parola contraria.

Non avendo digerito i risultati strappati con le lotte e i sacrifici delle/dei lavoratrici/ori nel corso dell’“Autunno Caldo”, gli Industriali, alla scadenza del contratto successivo tentarono di rivalersi al più presto di ciò che furono costretti a concedere nel 1969. Con l’apertura del nuovo CCNL, lo scontro fu molto duro e vide lavoratrici e lavoratori a fare più di 80 ore di sciopero, con la parola d’ordine “Unità, contratto, riforme, Mezzogiorno”. La FLM (Fiom-Fim-Uilm) proclamò una manifestazione nazionale a Roma il 09.02.1973 per il CCNL, che vide la partecipazione di 250.000 metalmeccaniche/ci seguita dal presidio della Fiat Mirafiori da parte degli operai il 29.03.1973. Questa forte mobilitazione, accelerò la conclusione del rinnovo contrattuale, che venne firmato nel mese di aprile del 1973 con alcuni risultati positivi e prevedeva l’inquadramento unico (operai-impiegati), la conquista delle 150 ore per il diritto allo studio delle lavoratrici e dei lavoratori, le 4 settimane di ferie per tutti, la riduzione a 39 ore settimanali per il settore siderurgico e 16.000 lire di aumento uguale per tutti dei minimi retributivi. In quel periodo, sul piano internazionale, il colpo di stato in Cile dell’11.09.1973, sostenuto dall’imperialismo USA ed Europeo, dalla DC, dalle destre italiane ed europee, colpì tutte le forze comuniste e progressiste del mondo. Berlinguer, con tre lunghi articoli per la rivista “Rinascita” del P.C.I., colse il gravissimo evento per definire sul piano nazionale la strategia del “Compromesso Storico” da realizzare con la D.C. per “scongiurare”, secondo lui, lo stesso pericolo anche in Italia. (Rinascita n. 38-39-40, settembre/ottobre 1973).

Egli cominciava a delineare anche il futuro orientamento internazionale del partito, con un “nuovo modello di comunismo”, che negli anni successivi si sarebbe tradotto in una sequenza di scelte anticomuniste: rottura con l’URSS esaltando la democrazia borghese a “democrazia universale”; teoria dell’“eurocomunismo”; accettazione dell’ombrello NATO; fine della spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre, ecc. Questa condizione politica decisamente favorevole alla strategia riformista della CGIL e della corrente socialdemocratica interna al P.C.I., venne colta da Lama per accelerare il processo di rottura con la Federazione Sindacale Mondiale (FSM) in cui, dal 1945 erano organizzati tutti i sindacati che facevano riferimento al comunismo, tra cui la CGT in Francia e la CGIL in Italia. Lama, con il sostegno di CISL-UIL, della corrente socialista della CGIL e del P.S.I., a partire dal 1973 condusse poco alla volta la CGIL fuori dalla FSM, affiliandosi alla Confederazione Europea dei Sindacati bianchi (C.E.S.) fin dal 1974 insieme a CISL-UIL, per poi giungere alla rottura definitiva con la FSM nel 1978. (Christophe Degryse, Pierre Tilly, “1973-2013: 40 anni di storia della Confederazione europea dei sindacati”, Editore responsabile: European Trade Union Institute).

Il 25.01.1975 viene firmato l’accordo tra CGIL-CISL-UIL e la Confindustria (ricordato come accordo Lama-Agnelli) venne stabilito l’unificazione del “punto” di contingenza al livello più alto, la cui applicazione venne fatta slittare nel 1977. Questo accordo ebbe conseguenze dirompenti; perché provocò un vespaio di reazioni politiche a cominciare dalle polemiche dell’economista liberale italiano-americano Franco Modigliani docente del MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston, che dichiarò che si trattava di un accordo grave e dannoso. In realtà, Giovanni Agnelli ottenne molto più di quello che aveva “concesso”; cioè, la C.I.G. fino a zero ore che si rivelò lo strumento più efficace per gli industriali per riorganizzarsi a governare a proprio piacimento la mobilità della forza-lavoro e stroncare il conflitto di classe in fabbrica. In pratica, con quell’accordo i padroni ottennero due grandissimi risultati: 1) buttare sul lastrico decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori, recuperando enormi masse di capitali. 2) la possibilità di fare una pulizia “etnica” di classe della parte più cosciente ed avanzata della classe lavoratrice con l’espulsione di delegati di reparto, attivisti sindacali di base soprattutto della CGIL e di militanti d’avanguardia del P.C.I., per soffocare sul nascere il conflitto tra capitale e lavoro nei luoghi di lavoro e di produzione.

Da parte sua, il CESPE sollecitato dalle feroci critiche di Modigliani e della borghesia italiana, non tardò a farsi sentire per portare avanti la sua azione politico-culturale liberale. Il 15-17 marzo del 1976, presso il teatro Eliseo di Roma organizzò un convegno dal titolo “Crisi economica e condizionamenti internazionali dell’Italia” (“l’Unità” del 16.03.1976) i cui argomenti centrali furono il contenimento del costo del lavoro e l’aumento della produttività. In quell’iniziativa, erano presenti Lama e Berlinguer, oltre a vari esponenti della socialdemocrazia interna del P.C.I. come Amendola, Napolitano e altri. Erano stati invitati economisti liberali, tra cui ovviamente l’italo-americano Modigliani il quale, senza mezzi termini incalzò il P.C.I., la CGIL e tutta la sinistra di mettere fine alla politica degli aumenti salariali automatici e uguali per tutte/i, come la «scala mobile» e gli scatti di anzianità; che rappresentavano, secondo lui, la causa principale della crescita dell’inflazione e della disoccupazione.

Ancora una breve parentesi per mettere in evidenza quanto era falsa la teoria di Modigliani e soci. La «scala mobile» è sempre stato uno strumento nato per difendere i salari dalla crescita del costo della vita i cui punti di contingenza, tecnicamente, scattavano ben tre mesi dopo che i prezzi erano già stati aumentati e in qualsiasi caso, non riuscirono mai a coprire interamente l’aumento dei prezzi e del costo della vita. Questo strumento venne istituito, con l’accordo del 1945 (per il Nord) e del 1946 (per il Centro-Sud) raggiunto tra CGIL e Confindustria. La risposta alle false teorie di Modigliani, sia sul piano empirico che quello teorico, venne data da diversi economisti anche italiani che criticarono il P.C.I. e la CGIL per aver abbandonato l’analisi marxista e abbracciato quella liberale e interclassista. Essi affermavano che non era affatto il salario a far crescere l’inflazione che invece era conseguente al durissimo scontro che era in atto tra il capitale industriale e quello finanziario che fagocitava fette di profitto industriale sempre più grandi. Una teoria “scientifica” avrebbe dovuto avere un valore universale valido per tutti i paesi del mondo, ma non era così; perché, in quel periodo, l’inflazione e la disoccupazione erano saliti alle stelle nei paesi in via di sviluppo dell’Africa, dell’America latina, tra cui il Cile in cui l'Inflazione oscillava addirittura tra il 311,11 % e il 100,92 %, ecc., eppure in quei paesi i salari erano sensibilmente più bassi rispetto a quelli Italiani. Al contrario, nei paesi a capitalismo avanzato, l’inflazione era relativamente bassa come in Germania (3,74%), negli USA (6,50%), in Svizzera (1,30%), ecc., e i salari erano (come lo sono ancora oggi) molto più alti nel nostro paese (https://www.inflation.eu/it/tassi-di-inflazione/cpi-inflazione-1977.aspx). Anche sul piano teorico l’analisi di Marx demolisce le tesi di Modigliani: “[…] Vi potrei dire che gli operai di fabbrica, i minatori, i carpentieri navali e altri operai inglesi, il cui lavoro è relativamente ben pagato, battono tutte le altre nazioni per il basso prezzo dei loro prodotti, mentre, per esempio, l'operaio agricolo inglese, il cui lavoro è pagato relativamente male, è battuto da quasi tutte le altre nazioni per l'alto prezzo dei suoi prodotti. Confrontando un articolo con l'altro nello stesso paese, e confrontando le une con le altre le merci di diversi Paesi, potrei mostrarvi che, a parte alcune eccezioni più apparenti che reali, in media il lavoro pagato male produce le merci care. Naturalmente, ciò non proverebbe che gli alti prezzi del lavoro in un caso e il basso prezzo nell'altro caso siano la causa rispettiva di questi effetti diametralmente opposti, ma ad ogni modo ciò prova che i prezzi delle merci non sono determinanti dai prezzi del lavoro. […]” (K. Marx, “Salario, Prezzo e Profitto”, cap. 5 “Salari e prezzi”, Editori Riuniti, 1971). Da questa realtà, sorge la domanda: perché solo in Italia la crescita salariale avrebbe dovuto causare una crescita dell’inflazione e della disoccupazione, mentre negli altri paesi questo non succedeva? Le risposte non vennero mai date da parte dei riformisti e dei vertici sindacali CGIL-CISL-UIL; perché ciò che contava per loro era la condivisione delle tesi liberali e interclassiste che erano perfettamente funzionali al processo di social democratizzazione del P.C.I. Dobbiamo chiederci: se non è vero che l’aumento dei salari fa aumentare l’inflazione e la disoccupazione, perché tutto questo accanimento contro i salari della classe lavoratrice italiana? La vera e unica ragione, mai dichiarata dagli industriali, dagli economisti, dai riformisti e dalla borghesia nostrana è una sola: se crescono i salari delle operaie e degli operai, si abbassano i profitti dei capitalisti “[…] Un aumento generale del livello dei salari provocherebbe una caduta generale del saggio generale del profitto, ma non toccherebbe, in linea di massima, i prezzi delle merci. […] La tendenza generale della produzione capitalistica non è di elevare il salario normale medio, ma di ridurlo […]”. (K. Marx, “Salario, Prezzo e Profitto”, cap. 14 “La lotta tra capitale e lavoro e i suoi risultati”, Editori Riuniti, 1971). Vera più che mai questa analisi, non è un caso che dopo oltre 90 ore di sciopero delle/dei metalmeccaniche/ci, il 01.05.1976 venne raggiunto l’accordo per il CCNL dei metalmeccanici in cui l’obiettivo economico non era più centrale; ma, venne posto come obiettivo centrale il cosiddetto diritto all’informazione, per avere periodicamente l’informazione sui programmi degl’investimenti e dell’occupazione.

Sul piano istituzionale, all’insegna della lotta all’inflazione e dei sacrifici, il 30.07.1976 si formò il governo monocolore democristiano Andreotti con l’astensione anche del P.C.I., oltre al P.S.I., P.R.I., P.S.D.I. e P.L.I. Poco più di un mese dopo Napolitano, che in quel momento era il responsabile economico del PCI, dichiarava l’appoggio al progetto della politica dei sacrifici fatta dal governo Andreotti, per il contenimento dei salari, la riduzione dell’inflazione, la crescita della produttività, in cambio di “investimenti” per lo sviluppo economico (che non ci sono mai stati). Con lo stesso orientamento politico e la stessa impronta del convegno del CESPE, nonché sulla base dei deboli risultati ottenuti dal CCNL dei metalmeccanici, il 15/16.01.1977, venne organizzato dal P.C.I., nel teatro Eliseo di Roma, un convegno in cui Berlinguer senza mezzi termini lanciava e avviava la politica dell’austerità chiedendo agli intellettuali di creare il consenso intorno a tale obiettivo. Praticamente, i due convegni del CESPE e del P.C.I. rappresentarono il trampolino di lancio e la condizione politica e ideologica per le destre del partito per far passare scelte di politica economica liberali che accelerarono la loro scalata nel controllo totale del partito. Tali scelte vennero calate in tutte le strutture del partito e in CGIL che era già ben predisposta dalla politica collaborazionista portata avanti da Lama. Sulla strada della politica dell’austerità tracciata da Berlinguer, all’insegna della falsa lotta all’inflazione e alla disoccupazione, qualche giorno dopo il convegno del P.C.I., Lama con CISL-UIL e Confindustria, all’insegna del contenimento del costo del lavoro e per l’aumento della produttività, il 26.01.1977 firmarono un accordo che eliminava gli scatti di contingenza dal calcolo delle liquidazioni, aboliva 7 festività dal calendario che significava un conseguente aumento di orario di 56 ore annue pro-capite, pari a qualche centinaia di migliaia di posti di lavoro in meno rispetto la forza-lavoro occupata in quel momento a livello nazionale. Nonostante fosse stata tagliata una parte della contingenza che aveva già ridotto il potere d’acquisto dei salari e fossero aumentate le ore di lavoro, non ci fu alcuna corrispondenza oggettiva con un conseguente aumento dell’occupazione (fonte Ocse: disoccupazione al 7% nel 1977 e salita all’8% nel 1980) e neppure con una riduzione dell’inflazione (fonte Istat - Banca d’Italia: dal 1975 al 1977 era al 17% per poi salire al 21% nel 1980). Quindici giorni dopo l’iniziativa dell’Eliseo, al teatro Lirico di Milano Berlinguer torna alla carica con un discorso all’assemblea degli operai comunisti di Milano per confermare che l’austerità era una strada obbligatoria da cui non ci si poteva sottrarre. (“Austerità occasione per trasformare l’Italia” - Le Conclusioni al convegno degli intellettuali Roma 15.01.1977 e all’Assemblea degli operai comunisti Milano 30.01.1977, Editori Riuniti, 1977, https://www.enricoberlinguer.it/enrico/scritti/austerita1977/).

In quel periodo, il movimento sindacale era ancora in una condizione di relativa forza dovuta soltanto all’esistenza e alla resistenza che ancora riusciva a portare avanti il movimento dei Consigli di Fabbrica contro il capitale, nonostante fosse stato indebolito dalle scelte burocratiche delle stesse confederazioni. Il 25.05.1977 con la ripresa della trattativa sull’accordo raggiunto nel 1975 sul "punto unico" di contingenza, il governo emanò due decreti per ridurre l'inflazione. Venne bloccata la «scala mobile» per 18 mesi e venne soppressa la «scala mobile» maturata dal calcolo dell'indennità di anzianità. Il 02.12.1977 venne indetta un’altra grande manifestazione a Roma che, ancora una volta, vide la presenza massiccia di oltre 200.000 metalmeccaniche/ci, per sollecitare la chiusura delle vertenze aziendali ancora aperte e per rivendicare nello stesso tempo un cambio di rotta della politica economica del governo nel settore industriale. Questa manifestazione, non fu gradita dai vertici della Federazione CGIL-CISL-UIL, come risulta scritto nel sito web di ex delegati della FLM: “ […] L’iniziativa fu avversata dalla Federazione Cgil Cisl Uil e dal Pci, che la considerarono “avventurista”, dato il clima politico generale e il rischio di scontri e provocazioni, come quello che aveva coinvolto Luciano Lama all’Università di Roma. L’iniziativa ebbe successo e diede un contributo determinante alla successiva crisi di governo e nel determinare nuovi equilibri politici, verso quella che fu definita la politica di “solidarietà nazionale” con l’ingresso del Pci nell’area di governo […]”. (FLM-Fiom/Fim/Uilm -  http://www.mirafiori-accordielotte.org/1976-80/introduzione/). Va precisato che, tra le varie ambiguità del P.C.I. in quel momento, venne pubblicato su “l’Unità” del 02.12.1977, un documento assai ambiguo della Segreteria Nazionale del P.C.I. in “appoggio” alla manifestazione, mentre era già impegnato a sviluppare la sua politica di austerità.

Arriviamo ad un punto cruciale. Dopo circa due anni dal Convegno del CESPE, un anno dal Convegno del P.C.I. e dall’accordo firmato con la Confindustria, senza alcuno scrupolo razionale, Lama rilasciò un’intervista al direttore di “Repubblica” Eugenio Scalfari il 24.01.1978, in cui anticipava la svolta dell’EUR, dando una forte accelerata alla politica di austerità avviata da Berlinguer, dichiarando che: “[…] il sindacato propone ai lavoratori una politica di sacrifici non marginali, ma sostanziali […]. Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti […]. Noi siamo tuttavia convinti che imporre alle aziende quote di manodopera eccedenti sia una politica suicida. [...] riteniamo che le aziende, quando sia accertato il loro stato di crisi, abbiano il diritto di licenziare […]”. Queste gravissime dichiarazioni politiche, senza precedenti nella storia della CGIL, furono la causa di dure proteste di lavoratori nelle fabbriche e di studenti nelle scuole e nelle Università. Il C.C. del P.C.I. del 28.01.1978 riconfermava la linea politica dell’austerità indicata da Berlinguer nel convegno dell’Eliseo, e contemporaneamente Napolitano pubblicava un editoriale su “l’Unità”, con il quale dava un giudizio totalmente positivo per le coraggiose dichiarazioni dei due segretari della CGIL e del P.C.I. in relazione al contenimento dei salari e l’aumento della produttività (resoconto riportato da “l’Unità” del 29.01.1978). Nonostante le proteste che aveva investito il segretario della CGIL, il mese dopo Lama, insieme a CISL-UIL, giungono alla famigerata svolta dell’Eur del 13-14.02.1978 a Roma per chiamare le lavoratrici e i lavoratori a fare grandi sacrifici per il paese affermando che “… il salario non era più una variabile indipendente…”. Nonostante che questo modello di “unità sindacale” con le conseguenti politiche economiche liberali adottate rappresentavano la causa di un significativo calo di iscritte/i nelle realtà industriali, una settimana dopo Lama confermava le decisioni assunte a Roma con un editoriale dal titolo “Sacrifici proporzionali” pubblicato sulla rivista della CGIL “Rassegna sindacale”.

 

Il 13.03.1978, nacque il governo monocolore DC Andreotti IV all’insegna della “solidarietà nazionale” con il voto del P.C.I. Lo stesso giorno che ottenne la fiducia dal Parlamento il 16.03.1978 avvenne un fatto politico molto grave destinato ad avere conseguenze politiche pesanti sulla classe lavoratrice del nostro paese: venne rapito Aldo Moro presidente della DC dalle cosiddette “Brigate rosse” e circa due mesi dopo fu ucciso dalle stesse mani. Il fenomeno del terrorismo in Italia (in gran parte di stampo cattolico), era formato da diverse bande armate che si davano nomi diversi, erano facilmente infiltrati da agenti esterni e oggettivamente pilotati soprattutto dalla loggia massonica P2 di Licio Gelli collegato ai servizi segreti internazionali, europei, nazionali, come venne appurato da numerose indagini della magistratura e inchieste parlamentari. In realtà, il terrorismo autosedicente “rosso” in Italia è stato uno strumento formidabile, non di destabilizzazione del sistema capitalistico e del suo potere politico, come tentavano di far credere i vari gruppi armati con i loro deliranti volantini; ma, al contrario furono elementi di stabilizzazione del sistema che riuscì a ricompattare tutta la borghesia del paese (dai riformisti fino alle estreme destre) contro la classe operaia e i comunisti. La socialdemocrazia (PSI, PSDI, riformisti laici e cattolici nella CGIL-CISL-UIL e del P.C.I., ovviamente con l’appoggio di tutte le altre forze politiche borghesi), fecero buon uso di tale fenomeno per riversare l’infamante accusa di “fiancheggiamento” al terrorismo nei confronti di molti comunisti, delegati e attivisti di base soprattutto della CGIL in fabbrica, per il solo fatto che mettevano in discussione la linea verticistica capitolazionista delle tre confederazioni. La situazione precipitò drammaticamente con l’assassinio del compagno operaio Guido Rossa militante del P.C.I., attivista della Fiom-CGIL e delegato del Consiglio di fabbrica dell’Italsider di Genova eseguito il 24.01.1979 da uno dei gruppi che appartenevano anch’essi alle “BR”. Fu un avvertimento, un cupo presagio ammonitore su quello che sarebbe successo alla classe lavoratrice. Come la strage di stato di piazza Fontana del 12.12.1969, eseguita da una banda di criminali fascisti, ha rappresentato il livello più alto della stagione della strategia della tensione per colpire i comunisti, la classe lavoratrice e il movimento dei C.d.F. nel loro momento più alto di lotta, allo stesso modo l’assassinio di Guido Rossa era un evidente segnale contro i lavoratori, i comunisti, i delegati e attivisti di base della CGIL per indicare loro che dovevano chiudere il ciclo delle lotte iniziate negli anni ’60. Con la decisione della Direzione del 17.01.1979, contro cui votarono Napolitano, Chiaromonte, Macaluso, Perna, Trivelli, Bufalini (https://www.ilmigliorista.eu/documenti/un-anniversario-dimenticato-e-il-1979/), a fronte della pesante situazione politica venutasi a creare nel paese, due giorni dopo l’assassinio di Guido Rossa, il P.C.I. ritirò il suo appoggio al governo Andreotti. Poco tempo dopo, in un’intervista rilasciata a “Paese Sera” nel mese di agosto del 1979, Lama riconfermava tutta la linea stabilita nel convegno dell’Eur dando un giudizio molto positivo anche sul “Compromesso Storico” indicato da Berlinguer. Il 21.09.1979 un’altra azione terroristica uccise il dirigente della Fiat Auto di Torino, Carlo Ghiglieno, per mano di un’altra banda armata autosedicente “rossa” denominata “Prima Linea”. Il triennio nero ’77-’78-‘79 è stato il peggior periodo per numero di attentati, morti e feriti, oltre che di attentati incendiari, fatti sempre dalle stesse bande armate e tale grave situazione venne colta come una grande occasione dalla Fiat per utilizzarla strumentalmente come pretesto per avviare la sua offensiva e le sue rappresaglie contro le lavoratrici e i lavoratori, con i primi 61 licenziamenti, l’08.10.1979, con “giustificazioni” campate in aria. Leggiamo sempre dal sito degli ex delegati della Fiat Mirafiori che “[…] la Fiat nel comunicato stampa presentò l’iniziativa con la motivazione che la fabbrica era diventata ingovernabile per le violenze e gli atti di terrorismo, stabilendo quindi una diretta connessione tra i licenziamenti e la lotta al terrorismo […]”. (http://www.mirafiori-accordielotte.org/1976-80/, La recrudescenza del terrorismo e il licenziamento dei 61 lavoratori). In realtà, la Fiat stava attraversando una profonda crisi economica a seguito di forti perdite di quote di mercato determinate soprattutto dalle scelte sbagliate fatte dal proprio gruppo dirigente e questi primi licenziamenti non erano altro che l’anticamera di scelte e decisioni forcaiole ben più gravi che la Fiat stava preparando.

Nel frattempo, il riformismo dominante in CGIL-CISL-UIL e in fase ascendente nel P.C.I., non rallentavano la propria azione politica e dopo l’attacco ai salari dell’EUR a Roma, questa volta venne colpita l’organizzazione di base della classe operaia con il convegno di Montesilvano a Pescara svolto dal 5 al 7 novembre del 1979. In questo convegno venne architettata una “democrazia” del tutto contrastante con la democrazia operaia e consiliare espressa dalla base dal movimento operaio. Le libere e democratiche strutture consiliari vennero letteralmente imbrigliate nei confini delle tre Confederazioni CGIL-CISL-UIL che le consideravano “strutture di base del sindacato”, in totale contrasto anche sul piano teorico con le analisi di Gramsci sulla natura di classe dei Consigli di Fabbrica. Il convegno di Montesilvano aveva trovato il terreno spianato da Bruno Trentin (allora segretario Fiom/CGIL) che per primo teorizzò il “Sindacato dei Consigli” considerando le strutture consiliari come terminali sindacali. Possiamo considerare il convegno di Montesilvano il primo atto ufficiale delle Confederazioni che portò alla dissoluzione delle strutture consiliari negli anni successivi e su tale gravissima responsabilità politica, le due Segreterie di Lama in CGIL e di Berlinguer insieme ai riformisti del P.C.I. non spesero una parola in difesa dei Consigli di Fabbrica e della democrazia operaia. Intanto, il liberale Amendola non perse l’occasione per passare in avanscoperta per rincarare la dose e spronare tutti quelli che erano ancora titubanti nel P.C.I. Con un lungo articolo a dir poco allucinante e reazionario sulla situazione dei lavoratori in Fiat pubblicato sulla rivista “Rinascita” del P.C.I., Amendola esasperò le critiche contro la classe operaia e i comunisti, benedicendo le scelte fatte da Lama nei convegni dell’EUR e di Montesilvano. Con questo articolo Amendola attaccava apertamente la “violenza” delle lotte operaie in fabbrica, i C.d.F. che non sarebbero stati capaci di garantire ordine e partecipazione democratica dei lavoratori, la «scala mobile» che doveva essere profondamente modificata per le stesse ragioni sostenute da Modigliani, giustificava i licenziamenti in fabbrica e l’impossibilità di superare l’alienazione dello sfruttamento del lavoro neppure in una società socialista, attaccava il biennio rosso 1919/1920 in cui, secondo lui, i comunisti non furono capaci di mantenere la disciplina tra i lavoratori e che, di conseguenza, causò la loro sconfitta, poi l’attacco allo “Statuto dei Lavoratori” che non andava interpretato in senso unico solo a favore dei lavoratori, paragonava le cosiddette “violenze” operaie alle violenze fasciste, affermava l’esistenza di un legame diretto tra la “violenza in fabbrica” e il terrorismo, faceva un aperto attacco al diritto di sciopero e così via considerando, addirittura, che l’eccesso di scioperi in passato, erano stati la causa vera della salita al potere del fascismo e quindi concludeva il suo articolo richiamando all’“ordine” il P.C.I.: “[…] Se vogliamo che non intervenga un governo autoritario ad imporre un ritorno all’ordine è tempo di pensarci noi a ristabilire le condizioni di una civile ed ordinata coesistenza […]”. (“Rinascita”, n.43 del 09.11.1979, https://www.ilmigliorista.eu/documenti/interrogativi-sul-caso-fiat-di-giorgio-amendola/). In altre parole, con la supponenza di un autocrate riformista, egli indicava ai comunisti di non chiamare più le masse lavoratrici al conflitto di classe contro il capitale; ma, di diventare addirittura agenti dell’ordine liberale per frenare le lotte in corso, onde evitare eventuali svolte autoritarie. Consiglio la lettura di questo articolo per fare alcune riflessioni sulla gravita politica e ideologica delle sue dichiarazioni che delineavano già la disastrosa strada e il precipizio in cui i socialdemocratici stavano portando il P.C.I. Ma i sinceri comunisti che erano nel partito, dalla base al vertice, in che modo ostacolarono tale processo? Ai fini di un vero bilancio teorico-politico-storico del P.C.I., c’è da chiedersi qual è stata la condizione politica interna al partito che ha permesso a soggetti apertamente liberali e anticomunisti come Amendola, Napolitano e tutto il marasma riformista dei loro portaborse di raggiungere i massimi livelli dirigenziali del partito e peggio ancora di continuare indisturbati a svolgere la loro azione anticomunista nel più grande Partito Comunista occidentale? Prima o poi le risposte dovranno essere pur date!

 

Intanto, dietro alle quinte del potere politico c’era chi continuava a tramare con la strategia della tensione con il preciso intento di spaccare le organizzazioni della la classe operaia e dei comunisti. Il 02.08.1980 avviene il gravissimo attentato dinamitardo fascista che provoca una strage senza precedenti nella stazione di Bologna con 85 morti e 200 feriti e questo era un altro avvertimento alla classe lavoratrice e ai comunisti. Utilizzando questa grave situazione e per rincarare l’offensiva iniziata con i 61 licenziamenti e recependo l’oggettiva debolezza che stava investendo le confederazioni e la crescente forza che invece stava assumendo la socialdemocrazia nel P.C.I. di cui il segretario della CGIL Lama era divenuto uno dei protagonisti insieme a Amendola e Napolitano, la Fiat decise di passare allo scontro aperto, per rovesciare drasticamente e definitivamente i rapporti di forza in fabbrica annunciando l’11.09.1980 l’avvio della procedura per il licenziamento di 14.469 lavoratori. Il 26.09.1980 Berlinguer andò a fare un comizio di retroguardia e di codismo politico di fronte ai cancelli della Fiat dichiarando che se il Consiglio di Fabbrica avesse deciso di occupare la fabbrica, il P.C.I. sarebbe stato al suo fianco. La gravità politica di questo passaggio consiste nel fatto che non ci fu un intervento d’avanguardia di Berlinguer che a nome del P.C.I. avrebbe dovuto dare l’indicazione di occupare la fabbrica, al contrario decise di accodarsi alle decisioni del C.d.F. che, come vedremo, non aveva una posizione omogenea. Con la crisi economica incalzante e la caduta del governo Cossiga, il 30.09.1980 la Fiat approfittò della debolezza istituzionale del parlamento per rincarare la dose, trasformando i 14.469 licenziamenti in 24.000 lavoratori in C.I.G. di cui 22.000 operai, utilizzando un criterio altamente discriminatorio per tagliare fuori dalla fabbrica, appunto, i militanti comunisti, i delegati e gli attivisti sindacali più attivi che organizzavano le lotte dei lavoratori. In quel frangente, venne tenuta l’assemblea dei delegati del Consiglio di Fabbrica di cui una parte indicava di passare all’occupazione della fabbrica; mentre un’altra parte di delegati con l’appoggio delle confederazioni e dei riformisti del P.C.I. e del P.S.I. sostenuti da tutta la stampa borghese, fece passare l’indicazione di limitare l’azione al presidio dei cancelli e di ricorrere allo sciopero ad oltranza che durò 35 giorni con lotte e picchettaggi. Il 14.10.1980 (giorno dopo della ripresa delle trattative) a Torino viene inscenata una manifestazione a sostegno della Fiat con una marcia antisindacale e anticomunista cosiddetta dei “40.000” (in realtà erano molto di meno e per la questura addirittura erano meno di 12.000) fatta da capi reparto, quadri, impiegati e alcuni lavoratori crumiri della Fiat; nonché, tantissime persone che non erano affatto dell’azienda e che appartenevano invece a forze politiche di destra. Un avvenimento politico molto grave che avrebbe condizionato negativamente il risultato della trattativa sindacale a favore della Fiat. Infatti, le tre confederazioni capitolarono e la Fiat impose la C.I.G. a zero ore per 22.000 operai che non rientrarono più in fabbrica uscendo a testa dopo aver ripristinato il comando del capitale in fabbrica. Dopo questi gravi fatti, i rapporti al vertice tra CGIL-CISL-UIL cominciavano a scricchiolare seriamente, minando ulteriormente la debolissima unità di facciata stabilità con il “Patto Federativo” del 1972. Nonostante che i salari e gli stipendi delle/dei lavoratrici/tori stavano perdendo sensibilmente il loro il potere d’acquisto, Lama, rilanciava le questioni della lotta alla crescita dell’inflazione, della “unità sindacale” e la validità delle decisioni assunte nei convegni dell’EUR e di Montesilvano. (L. Lama, n. 1 di “Rassegna Sindacale”, 08.01.1981). A rincarare la dose delle dichiarazioni di Lama fu lo stesso Berlinguer con la sua famosa e grave intervista rilasciata a Repubblica il 28.07.1981 in cui riconfermava la giustezza di tutte le scelte politiche fatte dal P.C.I. su “l’austerità”.

La Confindustria in auge, approfittando della debole condizione in cui versava il movimento sindacale e la classe lavoratrice ormai in ginocchio, affondò la sua offensiva il 1°/06/1982 dichiarando unilateralmente la disdetta dell’accordo sulla «scala mobile» che era stato raggiunto nel 1975 e bloccando tutti i rinnovi contrattuali. Intanto, le elezioni politiche del 1983, portarono alla presidenza del consiglio il socialista Bettino Craxi mentre veniva fatto un ulteriore tentativo “unitario” tra CGIL-CISL-UIL nel direttivo del 07.02.1984 a Roma che non portò ad alcun risultato. Con il chiaro intento di preparare un attacco politico contro i comunisti e le/i lavoratrici/tori e dare il colpo finale alla classe operaia e alle sue organizzazioni economiche, politiche, culturali e sociali come fece a suo tempo Benito Mussolini, Craxi raccoglieva il consenso degli imprenditori, dei sindacati CISL-UIL alle sue proposte per “ridurre” l'inflazione; mentre la CGIL, divisa al suo interno, decise di ritirarsi dalle trattative con il governo. Con le spalle coperte, il governo Craxi ispirato anche dalle proposte dell’economista Ezio Tarantelli stretto collaboratore del segretario CISL Pierre Carniti, in perfetta sintonia anche della D.C. e degli altri partiti, fece approvare in parlamento il 14.02.1984 il cosiddetto “decreto di San Valentino” convertito successivamente in legge il 12.06.1984, per eliminare 3 punti di contingenza. Il P.C.I., che aveva promosso un referendum per abrogare quella legge antioperaia insieme alla CGIL dichiara la mobilitazione generale per una grande manifestazione il 24.03.1984 a Roma in cui sfilarono oltre un milione di lavoratrici/tori contro il decreto del governo Craxi e a sostegno del referendum abrogativo promosso dal P.CI. La CGIL era spaccata al suo interno tra l’area dei riformisti del P.C.I. e quella dei riformisti capeggiati dal vice segretario socialista Ottaviano Del Turco che condivideva la decisione del governo Craxi. Tutta questa situazione ebbe come conseguenza la rottura definitiva e la fine dell’unità burocratica tra CGIL-CISL-UIL stabilita con il “patto federativo”. Grazie al governo Craxi, il CESPE finalmente vide realizzato l’obiettivo della riduzione dei salari tanto auspicata nel suo convegno otto anni prima e il 02.07.1984 promosse un’assemblea per trasformarsi in fondazione per rendersi completamente autonoma dal P.C.I. In questo convegno erano presenti vari dirigenti della destra del P.C.I. tra cui Napolitano, Chiaromonte, Nilde Jotti, Alfredo Reichlin, Aldo Tortorella, Adalberto Minucci e altri, oltre a vari economisti come Caffè, Spaventa, Ruffolo, Visco, Momigliano, ecc. - (“l’Unità” del 03-07-1984).

Qualche mese dopo, il 27.03.1985 l’economista Tarantelli venne ucciso dalle stesse bande delle “BR” presso l’Università “La Sapienza” di Roma, guarda caso mentre doveva scrivere un appello che indicava di votare NO nel referendum sulla scala mobile promosso dal P.C.I. Ancora una volta i terroristi dimostrarono di essere assai utili alla stabilizzazione delle classi dominanti le quali utilizzarono anche questo fatto per far ricadere la responsabilità politica sui comunisti, a tutto vantaggio del rafforzamento della corrente socialdemocratica nel P.C.I. Nel mese di giugno del 1985 si tenne il referendum che ebbe un risultato assai discutibile con la “vittoria” dei “NO”, grazie al boicottaggio senza precedenti dei democristiani, dei socialisti, dei socialdemocratici, dei repubblicani, dei liberali, dei radicali e di tutte le destre (parlamentari ed extraparlamentari) contro l’iniziativa comunista. Prima ancora di avere l’esito finale del referendum la confindustria decise unilateralmente di disdettare tutti gli accordi relativi alla «scala mobile» e agli automatismi salariali, con l’evidente scopo di instaurare i vecchi rapporti tra capitale e lavoro. In questo referendum, molto grave fu la posizione assunta da Lama che non diede l’indicazione di votare SI all’abrogazione della legge craxiana; ma indicò la “libertà di coscienza” nel voto favorendo oggettivamente tutte le forze che si erano schierate contro il referendum del P.C.I. e contro la classe lavoratrice.

Ecco, quanto sopra descritto rappresenta il ruolo che svolse Lama nelle svolte economiche liberiste e antipopolari del paese; nonché, nel processo di social democratizzazione del P.C.I. Conclusa la sua segreteria nel 1986, la sua strategia riformista fu portata a compimento da Bruno Trentin (segretario CGIL dal 1988 al 1994) che, come ho già scritto in un altro mio articolo su “Cumpanis”, si rese protagonista: 1) della svolta programmatica e organizzativa della Cgil del 1989-90 con lo scioglimento della corrente comunista in CGIL; 2) dell’accordo con CISL e UIL del 1991 per lo scioglimento dei C.d.F. e la costituzione delle R.S.U. in cui doveva essere garantita una quota paritetica per ognuna delle tre confederazioni; 3) dell’accordo del 1992 sulla «scala mobile» che praticamente venne del tutto abolita; 4) degli accordi con CISL e UIL di luglio e dicembre del 1993 sulla concertazione (governo, sindacati, industriali) per la politica dei redditi per mettere sotto controllo le rivendicazioni salariali e per riconfermare l’accordo del 1991 sulle R.S.U.

Praticamente, nel corso delle loro segreterie, Lama e Trentin fecero svolgere alla CGIL la funzione di un vero e proprio partito politico nel P.C.I., che diede la possibilità alle destre capeggiate da Napolitano e soci di organizzarsi per orientare l’organizzazione verso la propria autodistruzione, come avvenne con il disastroso atto finale della “Bolognina” attuato dal riformista Achille Occhetto.