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Incontrai per la prima volta l'opera di Alessandro Negrini, poeta e regista, durante la rassegna Cinematica di Ancona nel 2018; non sapevo nulla di lui, ma il suo film mi colpì moltissimo, specie nell'omaggio iniziale alla pioniera del cinema Alice Guy-Blaché; subito dopo la proiezione di “Tides. A History of Lives and Dreams Lost and Found (Some broken)” e l'aver ascoltato la sua intervista, scrissi una recensione, anche se il film non avrebbe avuto una distribuzione tradizionale nelle sale cinematografiche. E anche senza sapere che fosse anche un poeta, scrissi che il suo era un cinema di poesia. Il punto di vista professionale e artistico di Negrini, come quello verso la società e la vita, è interessante e merita di essere indagato.

 

Nella tua biografia si legge che sei un viaggiatore, un poeta e regista... ma per caso… Eppure ti esprimi con molta efficacia con le immagini e sai far interagire i diversi linguaggi espressivi, che sono sempre guidati da uno sguardo poetico, di quella poesia che sa andare oltre l'apparente, proprio come scrisse Thomas Gray: “Le poesie sono pensieri che respirano”. Raccontaci come interagiscono le tue passioni, le tue idee nelle forme espressive.

Le mie passioni si possono fondamentalmente riassumere in due. La prima, vivo cercando la musica delle storie minime. Storie apparentemente piccole, ma che sono spesso intrise di una poesia fortuita: la poesia dei vinti. Storie di vinti e tuttavia portatori di uno sguardo antico, perenne ed incoercibile: il sognare, e quindi rendere nuovamente pensabile, ciò che oggi deve essere impensabile, il diritto per tutti a una libera allegria. La riconquista di uno sguardo che desidera la propria vita non come un destino ineluttabile, ma che si riprende le parole e le immagini che gli erano state sottratte, come la parola “sogno”, la parola “dignità”, la parola “gioco”, cessando d’essere pura merce nel mondo. Questo può accadere nel cinema e grazie al cinema. Perché il cinema, quello vero, come dice Silvano Agosti, è l’arte dell’invisibile. Del sogno. È la magia del film che non termina coi titoli di coda, ma prosegue nello sguardo dello spettatore nell’invisibilità di un pensiero nuovamente in contatto con l’immaginifico, col sogno. Forse sono semplicemente uno che cerca l’infanzia mai sopita nella notte della Storia. La seconda passione è portare in giro le storie che scopro. Far travalicare loro i confini. Sia trasformandole in immagini, sia raccontandole. Sono un contrabbandiere che viaggia pieno di gente e di storie dentro. Nell’incontro tra questi due elementi entrambi legati al viaggio e alla scoperta, in questo andirivieni di storie, accade la mia vita. Come dice un mio amico, forse faccio film solo per poter andare a trovare nuovi amici.

 

Da molti anni vivi nell'Irlanda del nord e nei tuoi primi lavori cinematografici, le storie privilegiano quell'umanità di cattolici e protestanti, tra confini, sogni, incontri, piuttosto che i conflitti: storie piuttosto che Storia. E le storie nei tuoi film hanno centralità, mentre spesso il cinema che circola nelle sale cinematografiche esibisce tecnologia invece che narrazione; hai raccontato di esclusione sociale di senza tetto, ma anche di sogni, ritieni che il cinema debba e possa sviluppare sensibilità e ascolto verso un mondo tenuto ai margini e svolgere ruolo “politico”?

Quasi tutto il cinema che vediamo è o una estensione passiva di videogiochi d’azione, o una forma di intrattenimento borghese. Quando dico borghese mi riferisco all’aspetto che la cultura borghese privilegia: l’autocompiacimento assolutorio. Vale sia per i film “leggeri” che per quelli cosiddetti “d’autore”, alla Nanni Moretti per intenderci, dove vige la rappresentazione autoconsolatoria di una sinistra sempre elitaria e sempre sconfitta. Inoltre, sì, quando mi invitano a tenere workshop di scrittura per il cinema emerge spesso nei partecipanti un innamoramento nei confronti della tecnica a scapito della narrazione e della storia che si racconta. È vero che il mezzo, il modo in cui racconti è la storia. Ma la mediocrità, anche se in 4K, rimane mediocrità. Poi a me piace, specificatamente nei documentari ma anche nei film di finzione, raccontare storie che nel loro essere storie minime, contengano in sé un virus buono: il risveglio di una parte assopita che chiamo “la nostalgia del futuro non vissuto”. Non nostalgia del passato. Ma del futuro. Di un sogno. Gilles Deleuze lo definiva la “nostalgia del paese che deve ancora venire”. Di un’aspirazione che giaceva seppur sedimentata nella memoria, e nel suo esistere mi rende più vero, più “me”. Mi piace l’idea che il cinema, talvolta, non rappresenti solo il reale o una sua interpretazione, ma che vi entri dentro stimolandolo, diventandone compagno della Storia. Nel film “Paradiso”, che ho girato a Derry in Irlanda, accade proprio questo; la memoria dei giorni nei quali cattolici e protestanti ballavano insieme incontra una mia proposta, che diventa desiderio condiviso: fare riaprire la vecchia sala da ballo protestante e invitare i reciproci nemici a una grande serata danzante. Questa idea, nata al bancone di un pub tra me e uno dei protagonisti del film, diventa la catapulta per riportare dentro l’oggi, anche solo per un giorno, un sogno che sembrava domato: l’altro non è una minaccia, ma un compagno di danze. Però, al contempo non credo che il cinema debba essere obbligatoriamente militante e fare film a-tesi. Il mio cinema, che non è né un pugno nello stomaco né urticante, credo sia altrettanto politico. Perché tenta di innescare reazioni che travalicano i titoli di coda. Che non rappresentano solo la realtà, ma vi entrano dentro spostandone il punto di osservazione. Il cinema di Fellini era politico? Sì, se si arriva a percepire che il sogno e l’onirico contengono in sé la rivoluzione di tutti i parametri, inclusi quelli borghesi. Della logica, della percezione tempo, del potere stesso. In un saggio, un critico citava un articolo apparso sulla rivista del partito comunista sovietico, «Kommunist» alla fine degli anni Sessanta. La rivista contestava le interpretazioni predominanti del cinema di Fellini, sostenendo che i suoi film aprivano invece orizzonti molto più grandi di quelli che la critica e lo stesso regista individuavano. “La Dolce Vita” è un film anche ferocemente politico, che descrive ciò che giace sotto la patina di questo benessere: la decomposizione dell’etica e dell’umano. Ma lo fa come? Con un linguaggio onirico. In “Amarcord”, Fellini ha descritto con la profondità di un sociologo, ma sempre con lo sguardo fantastico di un bambino, il rapporto tra fascismo e il carattere psicologico italiano.

È anche per questa ragione che mi piace il cinema che lavora sul linguaggio cinematografico, rendendolo vicino e parallelo all’esperienza del sogno. Come quando chiudiamo gli occhi, e iniziamo a dormire, e inizia il cinema invisibile di ciò che ci abita.

 

Con “Tides” hai vinto molti premi e riconoscimenti e il film è stato presentato in Italia con eventi dedicati, fuori della grande distribuzione. Oggi quanto è difficile fare il regista, reperire fondi per la produzione e soprattutto a quali nuovi progetti stai lavorando, covid permettendo?

Vivo il fare cinema come la vita, come una grande avventura. Sicuramene con ostacoli, ma anche tanto entusiasmo. Ma l’ostacolo più grande oggi non è tanto la crisi, alla quale il cinema sopravvivrà.  L’ostacolo è il pubblico stesso, il cui gusto, e soprattutto l’indice di attenzione, è mutato nel suo DNA. A parte lo zoccolo duro di spettatori appassionati e gli addetti ai lavori, il cosiddetto grande pubblico è fatto di spettatori distratti, impazienti. Incapaci di lasciarsi sedurre dalla lentezza, o da ciò che non è immediatamente pronto a stimolare il sensazionalismo di un effetto speciale. Esattamente come col cellulare, si scorre velocemente, si legge velocemente. Il cinema commerciale, che costituisce il 90% del cinema, ha passato gli ultimi decenni a rincorrere lo stile televisivo, e ora rincorre lo stile dei social. Poi c’è il restante 10%, quello che viene chiamato “cinema d’autore”, e che vive semiclandestino. Mi capita per lavoro d’essere invitato come ospite o come membro della giuria in film festival in Italia e all’estero. Lì trovo film meravigliosi che non arriveranno mai in Italia, mai in una sala. Nemmeno nelle sale più illuminate. Vi sono poi dei cinema che sono come coraggiosi boschi, che piantano perennemente alberi facendo vedere nella propria sala questo cinema semiclandestino. Forse oggi il cinema vero è come la vita stessa, clandestina. Va scovata, e poi protetta. I miei prossimi lavori: sono in produzione col film che sto girando a Erto, in Friuli, una co-produzione tra Norvegia e Italia. Una storia dove le ferite della Storia, in questo caso la tragedia del Vajont, si intreccia con l’immaginifico e l’onirico. Poi, sto scrivendo un film con lo sceneggiatore e produttore austriaco, Michael Seeber, un film ambientato durante il nazismo. Sempre cercando di giocare e sperimentare il linguaggio cinematografico. E magari, togliendo l’inessenziale. Credo che, come dicono in inglese “Less is more”, occorre togliere, come il legno inutile intorno alla statua che ha da divenire. Lo scrittore Juan Rulfo diceva che il suo strumento di scrittura più fecondo era la gomma per cancellare. Scriveva cancellando. Arrivando alla statua dentro al tronco di legno.

 

Il covid ha semplicemente evidenziato complicità e orrori del neoliberismo; come cittadino, come intellettuale, come artista qual è il tuo pensiero riguardo ai tempi correnti, visto che l’arte e tutto il suo indotto sono tra i settori colpiti dalle chiusure?

Se penso alle morti quotidiane nel mar Mediterraneo, penso alla parola olocausto: “il sacrificio supremo, nell'ambito di una dedizione totale a motivi sacri o superiori”.  In questo caso, il nuovo sacro e superiore motivo è la sopravvivenza del neoliberismo. Ma se le morti nel Mediterraneo sono un lento olocausto, allora tutti noi siamo la replica dei cittadini tedeschi che proseguivano tranquillamente le loro vite incuranti del fumo che usciva dai forni crematori, a pochi chilometri dalle loro case. Significa che siamo complici.

E complice e altresì avvilente è il silenzio degli artisti e degli intellettuali. Quasi completamente muto. Muto sulle migliaia di anziani morti per mancanza di posti letto in rianimazione. Muto sullo smantellamento del sistema Riace e la criminalizzazione di Mimmo Lucano in Calabria. Muto sulla demolizione delle scuole palestinesi da parte di Israele. Muto di fronte alla barbarie estesa.

Vedo invece nella mia categoria uno schierarsi solo corporativo. Vorrei che gli artisti e gli intellettuali non facessero sentire la loro voce solo ed unicamente se toccati nella loro categoria. Che la nostra non fosse solo una voce corporativa. Altrimenti non siamo artisti, siamo lavoratori che scendono in piazza solo se toccati personalmente.

È sacrosanto che il mondo dell’arte scenda in piazza per tutelare la propria esistenza. Ma dove eravamo quando venivano tagliati miliardi e miliardi e miliardi alla Sanità pubblica? Dove eravamo quando la stessa materia con la quale creiamo sceneggiature, romanzi, saggi, poesie – il vocabolario, veniva assassinato, tacendo di fronte a questo avvelenamento semantico dove le parole non dicono più quello che dicono. Dove la tortura si chiama “sollecitazione illegale”, il tradimento della Costituzione si chiama “realismo”, le guerre coloniali si chiamano “Missione di pace” l’imperialismo si chiama “globalizzazione” e le vittime dell’imperialismo si chiamano “paesi in via di sviluppo”, la riduzione dei diritti sul lavoro “Jobs Act”. Dove eravamo? Atomizzati nel nostro sopravvivere. Anche noi vittime di un sistema che ci vuole al massimo ribelli da pianerottolo.

Non vi è nemmeno più il bisogno della censura. Sono gli stessi intellettuali e artisti a non percepire più come necessaria una visione radicale e critica di questa società. Vi è un modo di essere complici restando in silenzio. Mancano gli intellettuali coraggiosi che da un lato abbiano una visione, dall’altra che non temano di perdere consensi, lettori, strette di mano, contratti. Seduti sul divano della neutralità o, al più, di una prudente critica.

Credo che il compito degli artisti e degli intellettuali, oggi più che mai, sia quello di esercitare uno sguardo che sbugiardi l’infamia, perché denunciandola, ci si avvicina ad esercitare anche un altro diritto: il diritto al sogno.

 

La pandemia e le restrizioni dei nostri movimenti hanno sollevato molte critiche sul concetto di libertà, soprattutto individuali: tu che sei un vero “viaggiatore” cosa ne pensi?

Non è tanto la nostra libertà ad essere sospesa. È sospeso, oggi, ieri, da tanto, troppo tempo, il senso del Noi. Di popolo senza confini quale è l’unica possibile e pensabile vera famiglia: gli esseri umani. Quanto pesa, ora, questo macigno che portiamo nello sguardo, il virus del “Conta solo il profitto, la produzione”? Quanto pesa, ora, questo virus mentale che ha reso pensabile il pensiero che sia normale privatizzare e considerare come merce e uno sperpero di soldi, il diritto più importante: il diritto a vivere in salute e a essere curati?

Quanto pesa il “Sono morti in tanti, ma quasi tutti anziani, e con malattie pregresse”? Quei “vecchi” che una società civile degna di questo nome, deve proteggere e curare ancor di più proprio perché più fragili. In quel “ma”, respira la malattia del nostro secolo, così virulenta da cambiarci geneticamente la visione. Lo dico ai tanti colleghi artisti e intellettuali: ora occorre guardare negli occhi questa bestia. Tutti atomizzati alla ricerca di una sopravvivenza o affermazione individuale. Ricercare e costruire un vero senso di appartenenza. Lo dico a me in primis, ma anche ai miei colleghi artisti. Interroghiamoci, parliamo, non solo cantando dal balcone, ma interrogandoci, guardando negli occhi la bestia: una visione dove le merci contano più dell’uomo.

L’essere umano non è ancora nato. E per la sua possibile nascita, occorre anche non lo sguardo, ma la visione di artisti e intellettuali.