(“Cumpanis” ringrazia Enrico Vigna per questo prezioso e come sempre documentatissimo contributo)

19 marzo 2021

Molti nel periodo dell’ultima campagna elettorale negli Stati Uniti, in particolare nella cosiddetta sinistra italiana, avevano ingenuamente, maldestramente o strumentalmente interpretato la fine dell’era Trump, il giocatore di golf miliardario, narcisista, scriteriato e spesso disorientante, come un segnale di speranza in un cambiamento progressista e in una prospettiva di nuove e più amichevoli relazioni tra le potenze mondiali e nelle aree di crisi o guerra. In questi primi mesi di reggenza, la nuova amministrazione USA ha già delineato e sancito quali saranno gli scenari dei prossimi anni. 

Altro che processi di pacificazione, intesa o conciliazioni, la prospettiva sarà di un inasprimento delle relazioni internazionali, nuove tensioni e nuove conflittualità. 

È iniziata l’era con cui i leader mondiali dovranno ora fare i conti: l’era di Joe Biden, il simbolo raffigurato del Liberal World Order, l’Ordine Liberale Mondiale.

Eppure, sarebbe sufficiente leggere e documentarsi sui programmi e dichiarazioni elettorali e sulle personalità messe a guida dell’Amministrazione per immaginare i passi futuri.

Qui vorrei documentare in particolare l’aspetto del rapporto con la Russia, anche alla luce delle dichiarazioni offensive e minacciose dei giorni scorsi da parte di Biden verso Putin, un vero e proprio atto ostile e ingiurioso, fuori da qualsiasi prassi diplomatica nella storia delle relazioni internazionali tra paesi. Ma che, a differenza di molti osservatori, ritengo tutt’altro che squilibrate o insensate; al contrario, sono inserite in una lucida continuità con le concezioni storiche e politiche del secolo scorso, e innestate in una prospettiva politica futura estremamente articolata e strategica, soprattutto molto logica e conseguente, oltre che naturalmente molto pericolosa per il mondo. Sicuramente, per la prima volta totalmente esplicite e dirette.  

Restano dichiarazioni di una gravità assoluta, perché, come già dichiarato da numerosissimi esponenti politici russi di diverse tendenze, queste diffamazioni non sono contro una figura soggettiva, ma sono contro l’intero popolo russo.

Qui cercherò sinteticamente di documentare e delineare questa lettura dei fatti. 

Naturalmente la lettura degli avvenimenti da me qui fatta, è fondata sugli interessi dei popoli, dei paesi indipendenti e sovrani, al di là delle loro scelte politiche nazionali, ed è contrapposta alle logiche egemoniche e imperialiste. 

Nel suo primo importante discorso di politica estera, il neoeletto presidente degli Stati Uniti ha subito chiarito che l’era della tradizionale politica interventista e conflittuale degli Stati Uniti sta per riprendere il sopravvento sulla concezione “America First” di Donald Trump, una politica controversa e contraddittoria che enfatizzava un nazionalismo economico e una riduzione del coinvolgimento degli Stati Uniti nei conflitti. Nel suo ultimo discorso da presidente, Trump ha sottolineato che era molto orgoglioso del fatto di essere stato il primo presidente negli ultimi decenni a completare il suo mandato senza aver iniziato una nuova guerra (…pur non avendone chiusa nessun’altra…). L’approccio di Biden, al contrario, mostra che l’interventismo e il tentativo di ristabilire la supremazia degli Stati Uniti nel mondo saranno i nuovi capisaldi della politica globale USA. Gli esponenti più radicalmente russofobi e sinofobi all’interno dell’establishment statunitense sono stati messi alla guida della potenza nordamericana, per questo è evidente quali saranno le politiche future primarie dell’amministrazione Biden: la ricerca della riaffermazione della supremazia degli Stati Uniti perduta in questi anni, indicata come “obiettivo ripristino”. 

Il neo eletto presidente Biden aveva da tempo ribadito la sua ostilità verso la Russia. Egli ha più volte dichiarato anche in passato, che avrebbe fatto pagare a Mosca un prezzo concreto per le “presunte” interferenze, mai dimostrate con prove definite, ma sempre asserite “mediaticamente”, nelle elezioni americane o riguardo ad azioni altrettanto mitologiche di hacker russi, che presumibilmente avrebbero lanciato attacchi informatici su larga scala alle istituzioni governative. Ma tutti questi sono solo pretesti, le vere ragioni sono formulate nei documenti strategici. L’approccio dell’amministrazione Biden alla Russia è radicato in un concetto chiave di politica estera di Joe Biden e del Dipartimento di stato statunitense: fare degli USA l’unica potenza globale di primo piano. Negli ultimi quattro anni di amministrazione Trump, gli Stati Uniti hanno perso terreno a favore di Russia e Cina, non solo causa l’eccentrico ex presidente, ma anche in conseguenza delle nuove efficaci politiche e contromisure globali sino-russe e non solo. Il nuovo presidente durante la sua campagna elettorale, ha promesso di recuperare terreno su questo aspetto e da qui le sue posizioni aggressive. Il dominio del mondo, attraverso l’Ordine liberale mondiale ricordiamolo, è un’idea molto concreta nella mente dei circoli politici statunitensi. E questa non è una affermazione stravagante o estremista, tantomeno, una teorizzazione strampalata complottista. Il Council of Foreign Relations ha riconosciuto l’Ordine come necessità vitale per la difesa della democrazia, il Brookings Institute l’ha sostenuto, così come la prestigiosa rivista Foreign Affairs Magazine e anche l’Università di Princeton. Anche l’US Army War College ha una discussione approfondita su questo tema. Il New York Times ha affermato “L’ Ordine Liberale Mondiale è costruito con il sangue”, così come divulgano tutti i principali think tank geopolitici occidentali nel mondo. Quindi, non sono teorie fantasiose è una progettualità concreta e tangibile. Loro ne discutono e studiano, da noi ci si sorride sopra… e si vedono i risultati politici.

Vediamo i fatti per capire

I fondamenti della Strategia di difesa nazionale USA

Nella strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Russia e Cina sono definite “potenze revisioniste” che hanno osato sfidare gli Stati Uniti. Sempre secondo la Strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti, la Russia e la Cina sono definite un problema più grande persino del terrorismo: in quanto “cercano un dominio regionale, vogliono distruggere la NATO e adattare le economie e le politiche in Europa e Medio Oriente ai loro interessi”. 

L’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) è andata persino oltre nel suo concetto per contrastare un’influenza dannosa del Cremlino, arrivando ad accusare il governo russo di perseguire l’obiettivo di “minare la liberalizzazione economica, fermare lo sviluppo democratico internazionale e indebolire la sovranità dei singoli stati”. Questi promotori dell’egemonismo americano non si rendono conto delle grottesche falsità e si dimenticano dei precedenti impegni che, per esempio, erano di non espandere la NATO verso est o costruire basi militari vicino ai confini della Russia, riattivare il Trattato ABM, la non ingerenza nelle politiche interne dei vari paesi e non organizzare e sostenere le cosiddette rivoluzioni colorate, interventi o addestramenti militari e così via, solo per restare nell’area dell’ex spazio sovietico. Che significherebbe favorire processi di conciliazione e soluzione negoziale dei conflitti regionali.

Il nuovo reggente della Casa Bianca ha usato il suo primo discorso di politica estera da quando è entrato in carica, alla sessione internazionale online della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, dedicata alle relazioni tra Europa e Stati Uniti, non per lanciare un appello per progettualità costruttive, qualcosa che sarebbe oggettivamente necessario nel mondo di oggi, nella situazione di crollo generale causato dalla pandemia di coronavirus, ma al contrario per alimentare futuri scenari di scontri militari. Il nuovo presidente Biden, lasciando cadere la maschera di “amante della pace”, ha nuovamente accusato Cina e Russia di aspirare a indebolire la NATO e l’unità transatlantica, e ha promesso di rafforzare i valori e le forze militari delle democrazie occidentali, una visione del futuro incentrata all’isteria militare.

Lo stesso tono tenuto da Biden sull’aumento del confronto militare, ha prevalso al Forum del G7, con la richiesta di respingere collegialmente Pechino e Mosca. Il primo ministro britannico Boris Johnson, che presiedeva il vertice, è diventato immediatamente il rappresentante attivo delle politiche di Washington. Va comunque rilevata qualche crepa tra i paesi europei, infatti questa durezza di Biden nei confronti di Mosca e Pechino infastidisce apertamente molti leader europei e nel continente europeo non tutti danno segni entusiastici nel sostenere questa linea presa dalla Casa Bianca, non solo i “paesi di Visegrad”, anche nel voler fare di Francia, Germania e Giappone le navi da guerra di Washington.

Oggi, l’unico interesse oggettivo concreto in comune di statunitensi ed europei, è quello di ottenere un effetto leva come strumento di contrattazione per contenere Cina e Russia. Questa motivazione è particolarmente forte per gli europei, perché non vogliono perdere i loro profitti a causa della riduzione dei legami commerciali con la Cina o la Russia. E i segnali concreti sono che questa cooperazione economica tra le due parti continuerà, almeno per tutto questo decennio. Il deputato tedesco al Parlamento europeo, Reinhard Bütikofer, ha sintetizzato come gli Stati Uniti sono oggi così percepiti in Europa: “La grandine splendente sulla collina non è più così brillante come una volta”.

Subito dopo la sua elezione, quando il neoeletto presidente degli Stati Uniti, chiamò la sua controparte russa e da subito sollevò alcune “questioni critiche”, penso che si potesse già capire, se non era chiaro, che la politica estera di Biden nei confronti della Russia nei prossimi quattro anni sarà guidata da un tipo di russofobia molto classico degli USA, che è stata una caratteristica primaria della politica estera degli Stati Uniti da decenni. Infatti, i principali media statunitensi hanno interpretato le dichiarazioni di Biden come l’inizio del “confronto con la Russia, che è iniziato quando Biden ha sollevato la “pelosa” questione dell’“ingerenza elettorale”, che i Democratici sollevano sin dalla sconfitta di Hilary Clinton nelle elezioni del 2016.

“…Ho chiarito al presidente Putin, in un modo molto diverso dal mio predecessore, che i giorni in cui gli Stati Uniti subivano passivamente di fronte alle azioni aggressive della Russia, come interferire con le nostre elezioni, gli attacchi informatici, l’avvelenamento dei suoi cittadini, sono finiti. Non esiteremo ad aumentare i prezzi da pagare per la Russia, nella difesa dei nostri interessi vitali e del nostro popolo. E saremo più efficaci nel trattare con la Russia quando lavoreremo in coalizione e coordinamento con gli altri partner che la pensano allo stesso modo… , ha dichiarato Biden.

Ciò che il continuo riferimento all’“ingerenza” indica, è che Biden intende portare le relazioni USA-Russia al punto in cui la Russia sia vista solo come un “aggressore” e come uno scaltro “interventista”. Questa insistenza sull’“ingerenza”, finora mai documentata e provata, è utile agli interessi degli Stati Uniti anche in altri modi: per esempio, potrebbe opportunamente essere utilizzata come discriminante e strumento di ricatto verso i paesi europei per le loro scelte negli scenari geopolitici europei conflittuali, come Ucraina, Donbass, Bielorussia, Pridnestrovie, Ossezia del Sud, Abkhazia, Serbia e Kosovo, Srpska in Bosnia, ecc. Inoltre, l’Europa è un anello particolarmente fondamentale per gli Stati Uniti, soprattutto dopo che la Russia (e la Cina) in Europa hanno fatto passi da gigante nelle relazioni commerciali ed economiche con molti paesi, sia della UE che della NATO, grazie anche al progetto del gasdotto Nord Stream -2 . Dichiarando la Russia “aggressore” e “interventista”, Biden spera di ricostruire un rapporto di completa dipendenza e di riportare tutti i paesi europei sotto il suo dominio completo. 

Mentre Biden propone la proroga di cinque anni con la Russia sull’unico trattato rimanente che limita i due più grandi arsenali nucleari del mondo, ha contemporaneamente fatto partire ulteriori e più serrate indagini di intelligence sulle “attività russe”. Un alto funzionario statunitense ha affermato che l’obiettivo è quello di “dimostrare come la Russia sia responsabile delle azioni sconsiderate e aggressive che si sono viste negli ultimi mesi e anni”. 

Finora, l’unico modo in cui gli Stati Uniti hanno “punito” la Russia come “responsabile” è stato attraverso le sanzioni. Ciò che l’amministrazione Biden sta pianificando quindi, è una nuova fase di ulteriori sanzioni, alcune già sancite il 18 marzo, per mantenere le relazioni USA-Russia sufficientemente gelide, in modo da sabotare e impedire una convergenza futura tra Russia ed Europa, anche al di là del progetto Nord Stream 2, fondata su interessi reciproci.

Un altro fattore importante che porta a non aspettarsi alcun cambiamento significativo nell’atteggiamento statunitense nei confronti della Russia è la questione della costante espansione della NATO. Questa espansione ha il chiaro obiettivo di circondare ulteriormente la Russia, come si è visto anche recentemente con il tentativo di coinvolgimento della NATO nella disputa Armenia-Azerbaigian, oltre alle ingerenze continue in tutti i paesi dell’ex URSS, dalla Bielorussia alla Moldavia, dalla Georgia all’Ucraina e così via.

Va ricordato che Biden ha avuto un ruolo centrale nel colpo di stato ucraino nel 2014, così come oggi lo è con l’opposizione filo occidentale bielorussa, e da allora i suoi legami con quel paese sono rimasti forti. Di recente c’è stata molta pubblicità sulla condotta di suo figlio che ha goduto di benefici legati a sistemi di corruzione. Probabilmente tangenti di riconoscenza più per il padre che per le attività del figlio. 

 

Come ha sottolineato recentemente il giornalista e analista militare Brian Cloughley: …La NATO è determinata a trovare minacce e sfide per giustificare la sua esistenza. In una sua recente pubblicazione (NATO 2030), l’obiettivo dell’organizzazione di continuare ad espandersi non è affatto diminuito. La loro capacità di espansione continua è pari solo alla convinzione delirante di essere una forza del bene, piuttosto che la più grande minaccia alla pace internazionale a cui il mondo abbia mai assistito… La NATO è una forza incompetente e disastrosamente destabilizzante, che cerca costantemente con minacce e sfide di giustificare la sua esistenza. Ancora una volta, non si può avere assolutamente alcuna fiducia che nessuna di queste ambizioni per il dominio militare globale sarà comunque incatenata o limitata sotto l’amministrazione Biden…”.

Per questo penso che l’amministrazione Biden abbia iniziato un assalto diretto alla Russia pochi giorni dopo aver assunto il potere, semplicemente in continuità con un progetto strategico ben definito in questi decenni.

Gli uomini preposti da Biden alla realizzazione del progetto anti russo (e anti cinese)

Il direttore dell’intelligence nazionale, Avril Haines, conosciuto per essere stato al centro di numerose operazioni di “cambi di regime” nel mondo, ha avuto mandato di cercare le prove e fornirle al presidente Biden, con una documentazione minuziosa, in particolare sulle presunte interferenze della Russia nelle elezioni del 2020, sul presunto tentativo di avvelenamento contro Alexei Navalny e sulle presunte taglie per soldati statunitensi in Afghanistan.

Il Segretario di stato di Biden, Antony Blinken, ha recentemente dichiarato ai legislatori statunitensi che le sanzioni approvate dal Congresso per colpire Mosca saranno “estremamente utili per poter imporre più alti costi e conseguenze alla Russia”. Blinken lo ha anche detto al Senato durante l’udienza per confermare la necessità della fornitura di armi letali all’Ucraina per difendersi dalla Russia e ha invitato apertamente la Georgia, un’ex repubblica sovietica, ad aderire alla NATO.  Blinken è colui che ha tranquillamente svelato alla stampa la guerra per procura degli Stati Uniti in Siria, dicendo che 2.000 militari statunitensi hanno “utilizzato e addestrato” da 60 a 70 mila combattenti delle cosiddette Forze Democratiche Siriane, curdi e arabi. Il diplomatico ha detto che queste forze miravano a distruggere l’ISIS, ma tutti ormai sanno che Russia e Iran hanno spazzato via lo stato terrorista dell’ISIS, non la coalizione occidentale. Il Comando Centrale USA è impegnato nella copertura aerea per il mercato nero del petrolio siriano, se qualcuno lo ha dimenticato. 

Il neo Segretario di stato, come il suo predecessore Mike Pompeo, servono entrambi gli stessi precettori alla General Dynamics, alla Boeing e agli equivalenti britannici del complesso militar-industriale. In una testimonianza davanti al Congresso, Blinken ha spiegato come gli Stati Uniti abbiano già pianificato la divisione della Siria e che l’amministrazione Biden cercherà di riorganizzare le Primavere arabe per eliminare tutti i nemici di Israele. Non mi sorprenderebbe rivedere una rinascita dell’ISIS, magari sotto nuove spoglie…

In un’intervista del 25 novembre 2020, Blinken ha dichiarato: “Il presidente Biden dovrebbe sfidare Putin per la sua aggressività, non per abbracciarlo. Per non permettergli di sconfiggere la NATO e rafforzare il suo contenimento … oltre a fornire una potente assistenza per garantire la sicurezza a paesi come l’Ucraina, la Georgia, i Balcani occidentali…. Quattro mesi dopo è stato accontentato!

L’approccio di Blinken appare in perfetta armonia con quanto affermato dal neo Segretario alla Difesa Lloyd Austin, che ha riconosciuto nella stessa audizione del Senato USA alla Commissione per le relazioni estere, che l’amministrazione Biden si identifica con la Strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti del 2018, dove si indicano la Russia e la Cina come “potenze revisioniste”, cioè in contrapposizione e che gli Stati Uniti devono contrastare utilizzando tutti i mezzi disponibili. Solo per curiosità, Lloyd Austin, già a capo del Comando centrale degli Stati Uniti è un membro del consiglio di amministrazione di Raytheon, una delle società multinazionali che sfrutta al massimo la forte presenza militare di Washington nel mondo. 

Sicuramente per lui la pace non è un buon affare ed è poco augurabile!

Così si può capire anche la scelta di Biden per Victoria Nuland come sottosegretario di stato per gli affari politici, che dimostra come il nuovo presidente stia assemblando una squadra di falchi antirussi intorno a lui. Della Nuland non va dimenticato il suo ruolo operativo, certificato da quella famigerata conversazione telefonica registrata nel 2014 tra lei (in quel momento assistente segretario di Stato) e l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina, Jeffrey Pyatt, dove furono svelate le trame del golpe in corso e il cinismo efferato verso le vittime ucraine. Essa è nota per essere una convinta sostenitrice di una politica aggressiva e di ostilità nei confronti della Russia. Lo scorso febbraio, ha sostenuto la necessità di “fermare Putin” affinché gli Stati Uniti possano guidare il mondo e limitare la Russia in modo che non possa perseguire i suoi interessi, proponendo un rozzo approccio interventista, essa ha affermato che la leadership degli Stati Uniti “deve anche impedire i  tentativi di Putin di isolare la sua popolazione dal mondo esterno e noi dovremmo parlare direttamente al popolo russo dei vantaggi di lavorare insieme e del prezzo che stanno pagando perle politiche antiliberali di Putin… La Russia ha violato i trattati sul controllo degli armamenti, ha messo in campo nuove armi destabilizzanti, minacciato la sovranità della Georgia, sequestrato la Crimea e gran parte del Donbass; ha sostenuto i despoti in Libia, Siria, Venezuela e Cuba. Ha usato armi informatiche contro banche straniere, reti elettriche e sistemi governativi; interferito nelle elezioni democratiche straniere e ha assassinato i suoi nemici sul suolo europeoLa sfida decisiva per gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa nel 2021, sarà guidare le democrazie del mondo nella creazione di un approccio più efficace contro la Russia, basato sui loro punti di forza e mettere l’accento su Putin dove è vulnerabile, anche tra i suoi cittadini”.

Ecco i futuri obiettivi della presidenza Biden, elencati in modo chiaro e netto.

Lo stesso candidato alla nuova presidenza della CIA, l’ex ambasciatore in Russia, William Burns, aveva ripetutamente accusato Trump di disarmo diplomatico unilaterale a causa del suo tentativo di ricucire i rapporti con la Russia: “…non individuandola come una potenza che rappresenta una minaccia inimmaginabile un quarto di secolo fa… e non capendo che la Russia ha un complesso di inferiorità nei confronti degli Stati Uniti e del suo desiderio di essere presa sul serio come partner globale”. 

Biden ha anche posizionato consiglieri come il generale in pensione Jake Sullivan, implicato in molte operazioni “coperte” contro governi non allineati, e Michael Carpenter che ritengono le vecchie sanzioni settoriali imposte dall’amministrazione Obama, come insufficienti e sostengono l’imposizione di sanzioni “sbarranti” alle banche russe, perseguendo anche l’obiettivo di severe restrizioni contro l’economia russa nel suo insieme. Inoltre, essi sostengono che negli uffici del Congresso dal 2018, sono giacenti i progetti DETER e DASKA, annoveranti sanzioni dure contro le banche russe e il debito sovrano russo. Queste misure seppelliranno finalmente tutte le iniziative a favore della cooperazione bilaterale, ed è necessario riprenderne l’iter di imposizione.

Un pensiero ugualmente inquietante per il futuro, se si conosce la candidata alla carica di vice segretario alla Difesa, Kathleen Hicks, di profonde convinzioni belliciste, che si era persino opposta al piano di Trump di ritirare circa 11.900 soldati americani dalla Germania. Era contraria nonostante il fatto che circa la metà di quelle forze venivano semplicemente ridistribuite in altri paesi NATO.

Accusando incessantemente e sistematicamente Mosca di interferenza nelle elezioni americane, conducendo indagini giudiziarie scriteriate su collusioni tra Trump e il Cremlino, la politica del Partito Democratico ha perseguito i propri obiettivi politici interni, nessuno o pochi di loro hanno fatto evidenziare, che tutto questo avrebbe causato danni a lungo termine alle relazioni tra i due stati. 

Secondo il direttore dell’Istituto internazionale di consulenza politica russo, Yevgeny Minchenko, una tale posizione è in qualche modo una misura necessaria per i propri interessi: “…Biden è costretto a prendere una posizione più dura nei confronti della Russia, perché ha promesso di punire la Russia oltre a Trump, puntando sull’unità dell’Occidente prima di tutto e dei paesi dell’Unione europea, come logica strategica…”, ha spiegato Minchenko a Pravda.Ru.

Il direttore della Franklin Roosevelt Foundation for the Study of the United States presso l’Università statale di Mosca, Yuri Rogulev, ha dichiarato che “…i vertici politici degli Stati Uniti continuano a non considerare la Russia un partner alla pari e non considerano la possibilità, come prospettiva, di instaurare relazioni paritarie con essa. Fino a quando non riconosceranno che la Russia ha un ruolo autorevole negli affari internazionali è difficile aspettarsi un miglioramento nelle relazioni tra i due paesi…”.

La Casa Bianca ha recentemente pubblicato un documento di orientamento strategico relativo sulla sicurezza internazionale, dove l’asse centrale è fondato sulla concezione che la democrazia nel mondo è minacciata. Ma dove anche si certifica, che è ormai una realtà il fatto che la distribuzione del potere nel mondo sta cambiando, e ciò crea nuove minacce. In questa analisi vengono identificate la Cina e la Russia come i responsabili di questo, sottolineando che stanno diventando sempre più potenzialmente in grado, di unire potenza economica, diplomatica, militare e tecnologica, per lanciare una sfida pericolosa a un sistema internazionale stabile e aperto, come è stato fino al secolo scorso. Il rapporto prosegue asserendo che la Russia è determinata a rafforzare la sua influenza globale e svolgere un ruolo dirompente sulla scena mondiale. In questa logica “…negli ultimi anni sia la Cina che la Russia hanno investito molto negli sforzi volti a limitare la forza degli Stati Uniti e ostacolare la difesa dei nostri interessi e dei nostri alleati in tutto il mondo…”. 

Anche in questo caso sarebbe necessario sottolineare chi, negli ultimi 70 anni, ha usato il suo potere militare ed economico per minacciare, dominare e dove si è sentito indispensabile attaccare, distruggere e occupare quelle nazioni che non si prostravano o rifiutavano di soddisfare i diktat statunitensi. Quel paese non è né la Russia né la Cina, ma gli Stati Uniti. 

Ma Biden si muove integralmente in questo solco, ed è dimostrato dalle sue prime mosse, come il concentrare le attenzioni sull’Europa, aumentando le truppe degli Stati Uniti di stanza in un certo numero di paesi e compiendo mosse aggressive in Bielorussia e nell’Oceano Artico. Non bisogna dimenticare che Biden è stato uno dei principali sostenitori del colpo di stato in Ucraina nel 2014 e anche del piano che prevedeva di mettere una base militare USA in Crimea, progetto anticipato e spazzato via dal referendum che ha sancito il passaggio della stessa alla Federazione Russa. Boccone amaro che ancora è indigesto agli Stati Uniti. 

I politici statunitensi e molti altri leader europei, chiedono continuamente concessioni, avanzando tutti i tipi di ultimatum, minacciando sempre di far pagare costi pesanti alla Russia, in caso di rifiuti. Ma nessuno chiede quale prezzo sono disposti a pagare gli Stati Uniti, per raggiungere un ragionevole compromesso tra i due paesi? Molti analisti chiedono se essi sono pronti a smettere di interferire negli affari interni della Russia e degli Stati confinanti con essa. Se sono disponibili a smettere di finanziare e supportare le opposizioni interne non legali. Se sono disponibili a smettere di inglobare i paesi ex sovietici nella NATO, costruendo basi militari ai confini della Russia. E l’elenco potrebbe continuare. Ma soprattutto, quando le autorità statunitensi riconsidereranno la loro rischiosa politica di contenimento della Russia su tutti i fronti, volta a strangolare l’economia e a disintegrare lo Stato russo? Risposte a questi quesiti non sono mai state date.

Questa continua minaccia dell’adozione delle famigerate “sanzioni infernali, che pendono sulla Russia come una spada di Damocle se entrassero in vigore, per molti alti esponenti e studiosi russi potrebbe fare finalmente chiarezza, facendo uscire il dollaro dalle banche locali e spingendo in avanti il processo, già avviato comunque, di de-dollarizzazione e all’annullamento dell’autorizzazione al suo uso nel paese. In questo modo la cosiddetta borghesia “compradora” russa dovrebbe fare la sua scelta finale: stare con la Russia e i suoi alleati internazionali o con l’Occidente. Come detto da Leonid Krutatov, esperto economico del governo russo “…gli Stati Uniti sono bravi a ‘strangolare col loro abbraccio’, vediamo se riusciranno a prevalere in una battaglia frontale e a viso aperto…”. 

ATLANTISMO

Riflessioni finali

L’era del dominio degli Stati Uniti sul mondo è finita, ed è altamente improbabile che possa mai essere ripresa. La vera domanda da porsi è quando gli USA riconosceranno questa realtà e si comporteranno di conseguenza, o se faranno mosse sempre più aggressive per mantenere la loro posizione, minacciando così il mondo con una guerra catastrofica.

Le decisioni finora prese dal neo presidente statunitense Biden, indicano in maniera netta e visibile che non sarà lui a guidare gli Stati Uniti in una nuova pacifica e razionale direzione. 

Ha dimostrato con le sue scelte nei confronti di tutte le aree di crisi, dall’Iran, all’Afghanistan (dove ha già detto che rifiuterà il piano di Trump per il ritiro delle truppe entro maggio) dalla Cina alla Corea del Nord, dall’Ucraina alla Russia, dal Venezuela a Cuba, dalla Siria alla Bielorussia, per citarne solo alcune. Ciò conferma quel vecchio detto che “non puoi insegnare a un vecchio cane nuovi artifici”, come metafora della politica estera degli Stati Uniti.

Lo stesso vale per l’inutilità delle mosse ostili dell’Occidente verso la Russia, imponendo sanzioni o creando vari tipi di Circoli di amici degli Stati Uniti, poiché non solo nel campo delle innovazioni militari e delle armi moderne, ma anche nello sforzo civile per combattere il disastro globale odierno, la pandemia di coronavirus, Mosca e Pechino hanno dimostrato i vantaggi che hanno su tutti. Non è per caso che il vaccino russo Sputnik V e i sistemi missilistici antiaerei russi S-400, sono stati recentemente sempre più paragonati al vecchio “Kalashnikov russo” nel lessico di tutti i giorni.

Essendo chiaramente consapevole del poco tempo che trascorrerà alla Casa Bianca, Joe Biden sta attivamente cercando di dimostrare un approccio insolitamente aggressivo nei confronti di Russia e Cina, imponendo le condizioni per una nuova guerra fredda globale. Tuttavia, non si rende ancora conto che la nuova amministrazione di Washington dovrà condurre quattro guerre contemporaneamente: due guerre fredde nell’arena internazionale contro Cina e Russia, una “guerra civile” all’interno del paese e una grande guerra culturale a cominciare dal suo paese e poi in tutto il mondo. Non si può escludere la possibilità che, con ogni probabilità, a questi si aggiungeranno più di un conflitto militare locale, e per questo Biden non ridurrà, ma amplierà la presenza militare statunitense in Medio Oriente, Afghanistan, Europa, e sud-est asiatico. Inoltre, gli Stati Uniti dovranno combattere contemporaneamente su tutti i fronti, pur dovendo affrontare una profonda crisi economica e una crescente carenza di risorse. E il fatto che gli Stati Uniti non siano stati in grado di vincere una sola guerra negli ultimi 70 anni è di conoscenza comune a tutti, a partire da Vietnam e Afghanistan. Oltre a non essere riuscita a piegare la piccola grande Cuba.

Entro la fine del decennio, la Cina sarà la più grande economia del mondo e la sua Belt and Road Initiative, con il suo massiccio programma di investimenti infrastrutturali globali, sta rapidamente espandendo l’influenza di Pechino. Mosca, da parte sua, ha già stretto una forte alleanza con Pechino per accelerare il declino dell’influenza di Washington. La Russia è impegnata nella proposta di un mondo multipolare che limiterà di fatto gli Stati Uniti. I suoi interventi militari in Georgia, Pridnestrovie, Ossezia del Sud, Donbass, Siria, Nagorno-Karabakh e Medio Oriente mirano a rafforzare questo obiettivo. Anche la Turchia, variabile eclettica dello scacchiere NATO/occidentale è coinvolta in questo scontro globale, con la sua presenza militare nel Caucaso, in Libia e in Siria e impegnata in un confronto con la Grecia per l’esplorazione del gas e la revisione dei confini marittimi nel Mediterraneo orientale. Ed è una contraddizione molto pericolosa per le forze occidentali e la NATO, ed è di queste settimane la notizia dell’intento di acquistare i SU 57 dalla Russia, che sarebbe un’ennesima contraddizione per l’alleanza occidentale.

Come si dice in Oriente: “Il cane abbaia, ma la carovana va avanti. Perché abbaiare è una manifestazione dei deboli”.

Ovviamente i russi conoscono molto a fondo la realtà. I più recenti discorsi del presidente Putin e del ministro degli Esteri Lavrov, indicano entrambi che la pazienza e tolleranza russa con gli USA sta finendo. Putin ha chiaramente delineato l’approccio di Biden quando ha detto: “…Possiamo aspettarci che anche la natura delle azioni pratiche diventi più aggressiva, inclusa la pressione sui paesi che non sono d’accordo con un ruolo di satelliti controllati e obbedienti, con l’uso di barriere commerciali, di sanzioni e restrizioni illegittime in ambito finanziario, tecnologico e cyber. Un gioco del genere senza regole aumenta in modo critico il rischio di un uso unilaterale della forza militare… L’era legata ai tentativi di costruire un ordine mondiale centralizzato e unipolare è finita. Ad essere onesti, questa era non è nemmeno iniziata. È stato fatto un semplice tentativo in questa direzione, ma anche questa è ormai storia. L’essenza di questo monopolio andava contro la diversità culturale e storica della civiltà umana”.

Infine, c’è la questione inespressa della salute di Biden. È una questione aperta se le sue facoltà mentali siano all’altezza delle estenuanti richieste legate a un mandato di quattro anni alla guida della potenza statunitense. Se Biden non sopravvive per quattro anni, mentalmente o fisicamente, le convinzioni e le capacità della vicepresidente Harris (…altro personaggio estremamente grezzo politicamente e radicale) diventano di fondamentale importanza. Questa è una domanda che dovrà essere affrontata e la risposta non sarà semplice per la leadership statunitense.

In ogni caso chi scrive si associa al Presidente Putin, augurando buona salute a Joe Biden… anche perché ne ha veramente bisogno, sia a livello mentale che fisico…