Chi non conosce almeno uno dei libri di Calvino? E chi – almeno tra quanti si collocano a sinistra, non ha ascoltato una volta le canzoni del Cantacronache, il gruppo di musicisti letterati e poeti sorto a Torino nel 1957, per volontà di Fausto Amodei, Sergio Liberovici, di Michele Luciano Straniero, e di Margherita Galante Garrone, in arte Margot? 

Già un po’ meno? Anche se mi pare strano. Senza il gruppo di “Cantacronache” la storia della canzone italiana sarebbe stata diversa, ha scritto Umberto Eco. Quel gruppo voleva creare canzoni per “evadere dall’evasione”. Trovava i suoi modelli negli chansonniers francesi (Margot fu la prima a tradurre e incidere Le Déserteur, di Boris Vian), nei repertori di Bertolt Brecht e Kurt Weill, e nella tradizione dei cantastorie italiani. E i primi dischi – usciti a partire dal 1958 – contenevano anche canzoni scritte da Calvino: “Dove vola l’avvoltoio”? E soprattutto “Oltre il ponte”, che abbiamo continuato a cantare per tutto il sessantotto, assieme a “Contessa”, e anche dopo. 

Italo Calvino nel 1958 aveva 35 anni, essendo nato a Cuba, nella cittadina di Santiago de las Vegas de la Habana, (vicino all’Avana, quindi), il 15 ottobre 1923. Aveva già fatto il partigiano, nelle brigate Garibaldi impegnate in Liguria, con il nome di battaglia di “Santiago”. Aveva già pubblicato il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno (Einaudi, 1947), Ultimo viene il corvo (Einaudi, 1949), e molti altri testi di successo. 

Era stato iscritto al Pci e ne era uscito nell’agosto 1957, dopo il ventesimo congresso del Pcus e i fatti di Ungheria. E dopo aver pubblicato sulla rivista romana “Città aperta” un mese prima, il 25 luglio 1957, il racconto La gran bonaccia delle Antille che non piacque a Palmiro Togliatti e che provocò una risposta di Maurizio Ferrara (il babbo di Giuliano) sulla rivista “Rinascita”, intitolata La grande caccia delle Antille.

1. Delimitiamo il campo

Calvino visse fino al 1985. In quasi quarant’anni di ininterrotto lavoro produsse libri, articoli, saggi e lezioni in gran quantità, che i critici accorti e giudiziosi hanno esaminato, commentato e classificato. 

Chi vuole può facilmente documentarsi. 

Ma in ogni caso un lettore avveduto non dovrebbe privarsi del piacere di leggersi sia i lavori più scopertamente impegnati, alcuni imbevuti del profumo della lotta partigiana, altri (come La speculazione edilizia, (Einaudi 1958), o “La giornata di uno scrutatore” (Einaudi, 1963), dove la Resistenza non c’è più, ma la politica è espressamente evocata, ma assieme non potrà esimersi da una piena immersione delle storie dei “nostri antenati” (Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente), gustando altresì il resto della produzione (da Le città invisibili a Ti con zero, da Il castello dei destini incrociati ai racconti de Gli amori difficili; dall’elogio della complessità della realtà contenuto nella struttura di Se una notte d’inverno un viaggiatore ai saggi di Una pietra sopra, fino all’imperdibile serie di considerazioni contenute nelle Lezioni americane, uscite postume, da Garzanti, nel maggio 1988. 

Ho saltato molti altri titoli. Ma raccomando almeno la lettura della traduzione de I fiori blu (Einaudi, 1967) del suo amico ed estimatore Raymond Queneau, con il quale collaborò nel suo lungo e fruttuoso soggiorno parigino (dal 1967 al 1980), nella sua casa di Square de Châtillon. 

Ovviamente – almeno dal mio punto di vista – è il caso di circoscrivere il campo a partire dal quale svolgere le mie quattro chiacchiere, parziali, partigiane e (se me lo si consente) comuniste. 

Ripeto: il lettore farà bene a godersi tutto il Calvino, Lezioni americane e traduzioni comprese. Io, invece, peraltro reduce da identici godimenti, limiterò il campo del presente pezzo ad una canzone del Cantacronache, all’articolo su “Città aperta” sulla Gran bonaccia delle Antille, e ai testi dove la politica ha i riferimenti più espliciti. 

2. Oltre il ponte 

Sullo spirito della Resistenza e sul ruolo che nella lotta partigiana avevano svolto i comunisti, Calvino aveva le idee chiare, e le mantenne tali per tutta la vita. 

A suo modo di vedere quei compagni “avevano una attitudine a superare i pericoli e le difficoltà di slancio, un misto di fierezza guerriera e autoironia sulla stessa propria fierezza guerriera, di senso di incarnare la vera autorità legale e di autoironia sulla situazione in cui ci si trovava a incarnarla, un piglio talora un po’ gradasso e truculento ma sempre animato da generosità, ansioso di far propria ogni causa generosa. A distanza di tanti anni devo dire che questo spirito, che permise ai partigiani di fare le cose meravigliose che fecero, resta ancor oggi, per muoversi nella contrastata realtà del mondo, un atteggiamento umano senza pari” (Risposta all’inchiesta La generazione degli anni difficili, 1962, Laterza). 

Di quello spirito, e dell’eventualità di poterlo trasmettere a nuove generazioni, si occupa la canzone “Oltre il ponte”, scritta per il gruppo del Cantacronache e musicata da Sergio Liberovici. Oggi quel testo è in tutti i repertori dei canzonieri impegnati politicamente, ma merita – anche per questo motivo – una speciale riflessione.

L’autore immagina di rivolgersi ad una ragazzina nata nel pieno della rinascita, negli anni del boom economico e del predominio della borghesia e della Democrazia Cristiana, per dirle cose sulla sua vita, e sul rapporto che quella vita potrebbe avere “sull’età che hai ora”, pur avendo qualche dubbio (“… io spero che a narrarti riesca...”). La situazione di partenza è delineata con pochi e rapidi tratti:

“Coprifuoco, la truppa tedesca

la città dominava: siam pronti:

chi non vuole chinare la testa

con noi prenda la strada dei monti”.

Nel 1943 Calvino aveva vent’anni. Si era iscritto a Firenze alla facoltà di Agraria e forestale, forse per proseguire il lavoro di suo padre, agronomo. Più tardi (nel 1947), si laureerà a Torino, nella facoltà di Lettere, con una tesi su Conrad. Nel medesimo anno nel quale vince un concorso letterario indetto dal quotidiano “l’Unità”, intitolato Campo di mine. In quegli anni il Pci era molto impegnato nella promozione di giovani talenti. Chi segue queste mie chiacchiere ricorderà che un premio Unità lo vinse scrivendo nel vicolo Borgia di Fermo, negli anni cinquanta il proletario autodidatta Luigi Di Ruscio, con Non possiamo abituarci a morire, libretto folgorante, pubblicato con la prefazione di Franco Fortini. La gran bonaccia arrivò dopo, e continua anche ai giorni nostri, quanto meno dalle parti dell’isolotto di via del Nazareno, rione Trevi, Roma, nel quale si sono accampati i naufraghi del galeone dello zio Donald, mescolandosi con gli altri naufraghi del galeone spagnolo, producendo una brutta razza di infrequentabili bastardi, del tutto incapaci di combattere, e prima ancora, di navigare prendendo il largo. Ma torniamo a quel ponte del 1944.

Quando aveva vent’anni, Calvino venne richiamato per fare il militare nella Repubblica di Salò. Renitente a quella leva, si nascose e lesse un sacco di libri. L’anno seguente, mentre era ancora nascosto, si scrive al Pci assieme a suo fratello sedicenne, dopo avere appreso la notizia della morte del giovane medico comunista, Felice Cascione, caduto combattendo contro i fascisti. Dopo di che, non volendo chinare la testa, prende la strada dei monti ed entra a far parte della brigata Garibaldi Felice Cascione.

Aveva vent’anni. E oltre il ponte, oltre il ponte che è in mano nemica (e io qui noterei il passaggio tra il verbo al passato del primo verso (“avevamo vent’anni”) e l’indicativo presente del secondo (“oltre il ponte che è in mano nemica”) quasi che il nemico sia sempre dalle parti di quel ponte, a presidiare la persistenza del potere della piccola borghesia cattolica e capitalista. Ma forse esagero, sovrapponendo i miei stati d’animo a un testo, che in ogni caso quando viene cantato produce anche brividi ancorati all’attualità.

I versi continuano al passato: “vedevamo l’altra riva, la vita, tutto il bene del mondo oltre il ponte.” In quanto che:

“Tutto il male avevamo di fronte,

tutto il bene avevamo nel cuore.

A vent’anni la vita è oltre il ponte,

oltre il fuoco comincia l’amore”.

Oltre il fuoco. Dizione ambigua: l’impegno civile, la passione politica, sono anch’essi fuochi, spesso fatui. Ma per conquistare quel ponte c’è stato bisogno di sparare, di aprire il fuoco delle armi vere. Tant’è che il testo prosegue con la descrizione di una squadra di partigiani che, silenziosa sugli aghi di pino, su spinosi ricci di castagna, nel buio mattino discendeva l’oscura montagna, per conquistare le armi in battaglia, scalzi e laceri, eppure felici.

L’autore a questo punto sviluppa una considerazione in parte autocritica:

“Non è detto che fossimo santi,

l’eroismo non è sovrumano,

corri, abbassati, dai corri avanti

ogni passo che fai non è vano.

Vedevamo a portata di mano

oltre il tronco, il cespuglio, il canneto,

l’avvenire di un giorno più umano,

e più giusto, più libero e lieto”.

Sembra quasi che Calvino si autocensuri, e si trattenga dall’esternare tutto quello che ha sulla punta della lingua. Intanto, nella ripetizione poco comprensibile in un raffinatissimo letterato (“corri, abbassati, dai corri avanti”, che avrebbe evitato la ripetizione semplicemente sostituendo “corri” con “spara”, accontentando qualche brigatista nostalgico). Ma soprattutto in quel “vedevamo a portata di mano” che non chiarisce se alla fine quell’avvenire sia stato raggiunto o si sia smaterializzato nelle nebbie. 

Un giorno mi capitò di intervistare un comandante partigiano, a Caldarola, nelle Marche, per un pezzo che uscì su “Corriere adriatico”. 

Lui era vecchio e stanco, ma quando ci salutammo si alzò a fatica dalla seggiola e mi abbracciò. A quel punto mi armai di coraggio e azzardai la domanda perfida: “ma adesso, ripensandoci, ne valeva la pena?” 

Lui mi guardò pensieroso, mi risparmiò la paternale su “ogni passo che fai non è vano”, e mi disse con tristezza “no, naturalmente”. Ormai Fedro Buscalferri è morto, e a Caldarola c’è una strada con il suo cognome. Non si tratta di lui, ma di suo padre, Aldo Buscalferri, animatore delle prime “bande” partigiane della zona che gli morì tra le braccia falciato da un fucile tedesco, e che dovette abbandonare lì, sugli aghi di pino. Su spinosi ricci di castagna. Lui che è stato anche primo cittadino di Caldarola, prima di lasciare la fascia e il ruolo al famosissimo Massimiliano Cencelli, famoso per aver redatto un manuale per le lottizzazioni che ancora oggi porta il suo nome. Oggi sarebbero entrambi elettori del Pd. Forse. O anche no. Quién sabe?

Nel finale la canzone di Calvino torna ai giorni nostri.

“Ormai tutti han famiglia, hanno figli

che non sanno la storia di ieri.

Io son solo e passeggio fra i tigli

con te, cara, che allora non c’eri.

E vorrei che quei nostri pensieri,

quelle nostre speranze di allora,

rivivessero in quel che tu speri,

o ragazza color dell’aurora”.

Sono strofe scritte, musicate e cantate alla fine degli anni cinquanta. Negli States c’è il maccartismo. L’unione sovietica lanciava nello spazio lo Sputnik. Fidel Castro cacciava Batista da Cuba ed entrava con Camilo Cienfuegos ed Ernesto Che Guevara all’Avana. Morivano Stalin, Pio XII, e Alcide De Gasperi. E vinceva il festival di San Remo, la città della famiglia Calvino, la canzone Corde della mia chitarra, cantata da Claudio Villa e da Nunzio Gallo. Al quarto posto arrivò, in quel 1957, la Casetta in Canadà. Solo nel 1958 sarebbe arrivato Domenico Modugno, con il suo Nel blu dipinto di blu che con 63 voti sconfisse Nilla Pizzi, con la sua Edera, che ottenne 41 voti. 

Vai a sapere come si sarebbe classificata “Oltre il ponte”, nel caso assolutamente improbabile che fosse stata presentata, e che gli organizzatori l’avessero accettata. Ipotesi fantapolitiche, naturalmente. Ebbene, mentre la radio, la televisione e i juke box risuonavano di Nilla Pizzi e di Claudio Villa, il gruppetto di Cantacronache incideva su disco Brassens, Boris Vian, e Oltre il ponte. Come effetto secondario del confronto mancato tra il galeone di Togliatti e quello dei papisti, a causa della convenienza dei papisti di godersi la bonaccia e di Giuseppe Stalin, che aveva fissato le regole di una “via italiana” alla gran bonaccia, che non avrebbe mai più schiodato dalle Antille l’altro galeone, che pure aveva tra l’equipaggio marinai che avevano avuto vent’anni quando si trattò di andare oltre il ponte, aprendo il fuoco.

3. Nella gran bonaccia delle Antille

Sicché siamo arrivati dritti dritti al luglio 1957, che è sempre l’anno della Casetta in Canadà e delle Corde della mia chitarra, ma che è pure l’anno della pubblicazione sulla rivista romana diretta da Tommaso Chiaretti “Città aperta” dell’apologo La gran bonaccia delle Antille, nonché dell’uscita dal Pci di Italo Calvino, che ciò nonostante restò un prezioso nostro compagno, e un insuperato maestro.

Chiaretti era nato a Leonessa, cittadina di poco più di duemila abitanti, in provincia di Rieti, che nel 1944 aveva conosciuto la strage di Leonessa, compiuta dagli uomini del 69 Panzer Regiment del colonnello Ludwig Schanze contro i partigiani della brigata Garibaldi “Antonio Gramsci”. Ai tempi della strage (dove morirono circa cinquanta civili, e che restò impunita, come molte altre) Chiaretti aveva 18 anni. 

A Roma (città dove morì nel 1987 stroncato a 61 anni da un male incurabile) fu sceneggiatore di film e di programmi televisivi, nonché critico cinematografico dell’“Unità”. Attorno alla sua rivista si raccoglievano alcuni tra i più noti comunisti in dissenso con la linea del Pci. L’aver dato vita alla rivista “Città aperta” aveva fruttato a Chiaretti la radiazione dal Pci, prima che “la culturale” fosse affidata a Mario Alicata, che, secondo la testimonianza di Citto Maselli, non provava alcun imbarazzo a invitare alle riunioni alle Botteghe oscure anche “radiati” come Elio Petri, o Renzo Vespignani, o – appunto – il Tommaso Chiaretti direttore di “Città aperta”. A quelle riunioni partecipavano Carlo Salinari, Antonello Trombadori, Gillo Pontecorvo, e un giovanissimo Carlo Ripa di Meana. 

Perché essersi incagliati nella gran bonaccia delle Antille non impediva ancora l’esercizio accorto e in qualche misura “aperto” di quella egemonia culturale sulla quale aveva riflettuto Antonio Gramsci, e che si concretizzò nel lavoro della casa editrice Einaudi, nelle riviste, nei quotidiani, nel cinema, nel teatro, nella letteratura, nella ricerca scientifica, nelle arti, e via elencando fino a quando l’opportunismo senza progetti e l’arrivismo senza ideali non è riuscito a rovinare ogni cosa.

La sensibilità degli artisti quasi sempre riesce ad anticipare i rischi di involuzione, denunciandoli e provando a raddrizzarli. Dentro o fuori il grande partito (Gaber direbbe: perché c’era il grande partito comunista, e nonostante ci fosse il grande partito comunista), la mancata svolta successiva al ventesimo congresso del Pcus e la posizione sbagliata assunta sui tragici fatti d’Ungheria fecero accendere tutti i segnali di imminente pericolo di esaurimento della spinta propulsiva della lotta partigiana e del progetto costituzionale.

In quel clima, ricostruito da par suo da Beppe Vacca in un volume fuori commercio riservato agli abbonati della rivista “Rinascita”, uscito nel 1978, intitolato Gli intellettuali di sinistra e la crisi del 1956, del quale nel mio piccolo consiglio la lettura, a pagina 26 viene ripubblicato un articolo di Calvino uscito sul “Contemporaneo” nel 1956, che fa parte del dibattito aperto da quella rivista sulla cultura marxista, al quale parteciparono in massa le firme più autorevoli della commissione culturale e dell’area dell’egemonia comunista in fase di dimagrimento.

Lo spunto per quel dibattito fu una polemica del “Contemporaneo” con la rivista, dell’intellettuale milanese Roberto Guiducci, di Franco Momigliano e di Franco Fortini. Di assoluta attualità è l’introduzione al volume già citato scritta da Beppe Vacca, nella quale si attualizza quel confronto, con osservazioni molto pertinenti sulla “quistione politica degli intellettuali”, specie nei riferimenti alla posizione di Mario Alicata, e sul ruolo in qualche modo di supplenza degli intellettuali socialisti e dell’articolata costellazione dei nostri ex, che per un lungo periodo hanno controbilanciato le afasie delle Botteghe oscure.

L’intervento di Calvino si intitolava Nord e Roma sud, e dipanava un ragionamento che, anticipando la denuncia dell’immobilismo complessivo del partito di Togliatti che sarà la sostanza del saggio che di lì a poco sarebbe uscito su “Città aperta”, sosteneva la necessità di un ritorno di egemonia del “marxismo del nord”, per sconfiggere quello “di Roma sud”, nella fase nella quale tutti hanno capito sempre tutto riuscendo a far quadrare sempre tutto, essendo “tutti in gamba, tutti simpatici, tutti spiritosi”, parlando tutti il romanesco, e ravvivando “il vecchio ceppo della superficiale furberia italiana”.

In quell’intervento l’autore individua tre categorie di intellettuali che “non possono celare la loro sconfitta”: “quelli che si sono staccati dal movimento o gli si sono voltati contro per aver perso la fiducia nella grande forza di libertà che la classe lavoratrice e il marxismo portano sempre in se, e che sempre finisce per trionfare”; “quelli che hanno rinunciato a pensare” … “che hanno perso la fiducia nel pensiero tradendo così la loro funzione e il loro dovere, perché l’uomo di cultura militante vale solo in quanto pensa e crea”; e “quelli che si sono serviti di posizioni di lotta ideologica per commettere dei crimini, come chi in Unione Sovietica fece chiudere istituti scientifici di avversari o nascose opere d’arte dei musei: esempi di malvivenza politica e intellettuale che meritano odio e disprezzo senza attenuanti”.

“Onore vada invece a chi ha saputo legare la sua opera creativa e geniale alla lotta dei popoli, anche quando gli indirizzi ufficiali gli erano avversi; a chi ha avuto sempre fiducia nel pensiero e nell’arte come nella classe lavoratrice e nelle infinite risorse del suo movimento”.

Il pezzo uscì sul “Contemporaneo” numero 13, nel 1956. Con la seguente critica di fondo:

“Non mi rifiuto di sottoscrivere i bilanci positivi, ma dico che ora ci vuol altro.

Molte delle nostre battaglie sono state solo di fronteggiamento dell’avversario, d’imposizione di nostri temi e termini, d’acquisizione alla nostra cultura dei migliori prodotti della cultura borghese e di ripulsa d’altri. Ma elaborazioni profonde e moderne non ce ne sono state”. “Abbiamo fatto del giornalismo, oppure della filologia. È mancato il resto: il pensiero”.

È evidente il disagio profondo nei confronti delle scelte del vertice comunista, che contesta sia nelle segrete stanze, in una riunione della commissione culturale centrale, dove polemizza con Alicata ed avanza “una mozione di sfiducia verso tutti i compagni che attualmente occupano posti direttivi nelle istanze culturali del partito”, sia nella cellula “Giaime Pintor” che opera alla Einaudi, il suo posto di lavoro, alla quale presenta un ordine del giorno che denuncia “l’inammissibile falsificazione della realtà” operata dall’“Unità” nel riferire gli avvenimenti di Poznań (città polacca dove il 28 giugno si erano verificate proteste operaie contro il caro vita) e di Budapest, criticando l’incapacità del partito di rinnovarsi alla luce degli esiti del ventesimo congresso e dell’evoluzione in corso all’Est.

Maturavano quindi, contemporaneamente, le decisioni di uscire volontariamente dal partito, con una sofferta lettera al comitato federale di Torino del quale faceva parte, pubblicata dall’“Unità”del 7 agosto 1957, e di inviare alla rivista romana “Città aperta” il racconto che Togliatti non apprezzò, e che è arrivato il momento di riassumere per sommi capi.

Il narratore (sollecitato dai giovani che vogliono sapere, e che gridando lo scuotono dal dormiveglia ogni qualvolta si assopisce) è “zio Donald”, un vecchio marinaio. 

Che è reduce dalla guerra tra la Spagna e l’Inghilterra del 1585, vissuta nel galeone corsaro che era parte della flotta di sir Francis Drake, in navigazione al largo delle Antille, vale a dire nei dintorni dell’isola natale di Calvino, che come è noto è Cuba, nella quale tornerà nel febbraio 1964 per sposare Esther Judith Singer, detta Chichita, e per fare amicizia nientemeno che con Che Guevara.

Zio Donald è testimone di molti dati di fatto, che elenca tra una sonnolenza e l’altra. Ricorda che la flotta di Francis Drake procedeva a passo di lumaca sul mare liscio come l’olio con tutte le vele spiegate per acchiappare qualche raro filo di vento, quando si viene a trovare a tiro di cannone da un galeone spagnolo.

Il galeone stava fermo, noi ci fermiamo pure, e lì, in mezzo alla gran bonaccia, prendiamo a fronteggiarci. Non potevamo passare noi, non potevano passare loro. Ma loro, a dire il vero, non avevano nessuna intenzione di andare avanti: erano lì apposta per non lasciare passare noi. Noialtri invece, flotta di Drake, avevamo fatta tanta strada non per altro che per non dar tregua alla flotta spagnola e togliere da quelle mani di papisti il tesoro della Grande Armada”.

Il racconto è in forma di apologo. Sicché va decodificato. Zio Donald è lo stesso Calvino, militante assonnato, e reduce da una lotta che sta esaurendosi impantanandosi in un preoccupante immobilismo. Francis Drake è Giuseppe Stalin. Il galeone spagnolo e “papista” rappresenta il partito della Democrazia Cristiana. Sicché la polemica non riguarda la cronaca più recente, gli scioperi di Poznań o l’occupazione di Budapest, ma prende di mira le conseguenze della conferenza e degli accordi di Livadija, a tre chilometri da Yalta, in Crimea, dove tra il quattro e l’undici febbraio del 1945 Roosevelt, Churchill e Stalin si accordarono dividendosi l’Europa in zone di influenza.

Peraltro, il bersaglio è Drake, cioè Stalin, più degli altri due, perché sarebbe stato lui, stabilendo regole inderogabili che riguardavano la sua flotta, a provocarne lo stallo e l’immobilismo militare. È vero che le forze in campo erano sbilanciate a favore del galeone papista, ma molti dei marinai erano reduci da combattimenti vittoriosi (l’epopea della Resistenza) e si sarebbero volentieri impegnati nell’impresa di dare una spallata ai papisti e ai capitalisti. Ma Stalin ordinava la coesistenza pacifica, sicché il tesoro della Grande Armada, vale a dire la liberazione dallo sfruttamento e l’edificazione della società socialista, restava nella stiva del galeone nemico. Che non aveva, peraltro, nessuna intenzione di battersi.

Quei dannati del galeone avevano avevano provviste d’acqua, frutta delle Antille, rifornimenti facili dai loro porti, potevano stare lì quanto volevano: anche loro però si trattenevano dallo sparare, perché per gli ammiragli di Sua Maestà Cattolica quella guerricciuola con gli Inglesi così come stava andando era proprio quel che ci voleva, e se le cose si mettevano diversamente, per una battaglia navale vinta o persa, tutto l’equilibrio andava all’aria, certo ci sarebbero stati dei cambiamenti, e loro di cambiamenti non ne volevano. Così passavano i giorni, la bonaccia continuava, noi continuavamo a star di qua e loro di là, immobili al largo delle Antille…”. 

Senza permettermi di forzare il pensiero dell’autore, che si ferma lì, alla critica della linea di Stalin e dell’Internazionale, diventa difficile non avere presente quanto meno La speculazione edilizia, il racconto lungo (in 24 capitoli) che viene pubblicato sul numero 20 della rivista “Botteghe oscure” nel settembre del 1957, in quello stesso anno, ma concepito – per testimonianza dell’autore – verso il 1955, assieme alla Giornata di uno scrutatore, nel quadro di un progetto che non ha visto la luce, intitolato Cronache degli anni cinquanta, che avrebbe dovuto basarsi “sulla reazione dell’intellettuale alla negatività della realtà.

Nel La speculazione edilizia ci sono due protagonisti che si fronteggiano. Quinto, alter ego di Calvino, impegnato tra la redazione di una rivista e un lavoro malpagato nel mondo del cinema, e il costruttore edile Caisotti. Quinto – intellettuale già partigiano e già militante di base nel Pci di Sanremo – mentre prova a misurarsi con la realtà di una sottospecie di speculazione edilizia, incontra il rozzo ex proletario Caisotti, diventato rozzo costruttore, che in parte detesta e in parte ammira. 

Nel capitolo diciottesimo Quinto scopre che anche Caisotti è stato partigiano. E quella scoperta lo fa riflettere sulla “bella curva che ha fatto la società italiana”.

Due partigiani, un paesano e uno studente, due che s’erano ribellati insieme con l’idea che l’Italia fosse tutta da rifare; e adesso eccoli lì, cosa sono diventati, due che accettano il mondo com’è, che tirano ai quattrini, e senza più nemmeno le virtù della borghesia d’una volta, due pasticcioni dell’edilizia, e non per caso sono diventati soci in affari”.

Non mi permetto di forzare il pensiero di Calvino, anche perché lui stesso lo mette nero su bianco papale papale. Su quel galeone fermo nella gran bonaccia pesa il sentimento di una Resistenza magari nemmeno tradita, ma di sicuro andata a male. E se quando toccò proprio ad Italo Calvino la presidenza della commissione giudicatrice della 38a edizione del la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (1981), sotto la direzione di Carlo Lizzani, il leone d’oro venne assegnato agli Anni di piombo di Margarethe von Trotta, e a Sogni d’oro di Nanni Moretti, cioè a dire ad un lavoro sulla lotta armata tedesca (o, per essere più precisi, sull’assassinio della dirigente della Rote Armee Fraktion, Gudrun Ensslin, nel carcere di massima sicurezza di Stammheim, nel 1977), e ad uno sulla crisi esistenziale di un uomo di cinema, qualcosa magari potrebbe voler dire. Ma eviterò quest’ultima forzatura tornando all’ultima parte della Gran bonaccia.

Durò settimane. Da una parte i papisti, che gustavano gelati di ananasso, e dall’altra parte i più valenti marinai di tutti gli oceani, che avevano per destino di conquistare alla Cristianità tutte le terre che vivevano nell’errore, costretti a starsene con le mani in mano, con le scorte ridotte all’estremo, pescando alla lenza dalle murate.

Molti dei nostri, specie tra i più vecchi e i più tatuati, dicevano che noi eravamo sempre stati una nave da corsa, buona per azioni rapide, e ricordavano i tempi in cui le nostre colubrine sguarnivano delle alberature le più potenti navi spagnole, aprivano falle nelle murate, giostravano con brusche virate…”.

Ma questi discorsi di sparatorie e di abbordaggi erano solo un modo di trastullarsi, aspettando chissà che; una levata di libeccio, un fortunale, addirittura un tifone… Gli ordini erano che non ci si dovesse nemmeno pensare. Perché la vera battaglia navale era quello star lì fermi, perché le regole dell’ammiraglio Drake erano le regole dell’ammiraglio Drake, e se si cominciava a cambiare… Dovevano continuare a ripulire le spingarde, lavare il ponte, assicurarsi del funzionamento delle vele, che pendevano flosce nell’aria senza vento. E nelle ore libere delle lunghe giornate lo svago ritenuto più sano erano i soliti tatuaggi sul petto e sulle braccia, che inneggiavano alla loro flotta, dominatrice dei mari.

4. Uno spazio molto più piccolo

Fin qui la parte distruttiva. Per quelli che hanno fatto il classico, la pars destruens. L’altra parte, quella construens, è meno brillante e denota una caduta definitiva della speranza, anche se proprio in quegli anni si avvicina al gruppo di Cantacronaca e propone alla ragazza dalle guance di pesca e color dell’aurora di far rivivere 

… quei nostri pensieri

quelle nostre speranze di allora

lasciando aperto un discorso che per quanto lo riguardava direttamente si stava chiudendo.

Ci sono lettere (una, del 1957, a Paolo Spriano, che comincia “Caro Pillo, come hai visto sono riuscito a dimettermi senza una rottura completa, e conto di proseguire il mio dialogo col partito…”). Ma quando, nel dicembre 1980, tirerà le somme in un pezzo per “Repubblica”, scriverà:

Quelle vicende mi hanno estraniato dalla politica, nel senso che la politica ha occupato dentro di me uno spazio molto più piccolo di prima. Non l’ho più ritenuta, da allora, un’attività totalizzante. E ne ho diffidato.

Penso oggi che la politica registri con molto ritardo cose che, per altri canali, la società manifesta, e penso che spesso la politica compia operazioni abusive e mistificanti”.

Comunque, per non troncare il riassunto, dirò che il personaggio positivo che viene introdotto verso la fine dell’apologo è “un gabbiere, certo Slim John, che cominciò a trastullarsi con una caffettiera. Se il vapore solleva il coperchio della caffettiera – diceva questo Slim John – allora anche la nostra nave, se fosse fatta come una caffettiera, potrebbe andare senza vele”.

Due indizi, tra loro un poco contraddittorii, lasciano pensare ad un possibile lieto fine. I ragazzi che sollecitano zio Donald a terminare il racconto dicono:

E allora, zio Donald! Sappiamo che vi salvaste, che sgominaste il galeone spagnolo, ma spiegateci come avvenne, zio Donald!”.

E zio Donald racconta ancora:

Ah sì. Anche là nel galeone, mica che fossero tutti della stessa idea, manco per sogno! Lo si vedeva, osservandoli con il cannocchiale. Anche lì c’erano quelli che volevano muoversi, gli uni contro di noi a cannonate, altri che avevano capito che non c’era altra via che affiancarsi a noi, perché il prevalere della flotta d’Elisabetta avrebbe fatto rifiorire i traffici da tempo languenti.

Ma anche lì, gli ufficiali dell’ammiragliato spagnolo non volevano che si muovesse nulla, per carità! Su quel punto i capi della nostra nave e quelli della nave nemica, pur odiandosi a morte, andavano proprio d’accordo.

Cosicché, la bonaccia non accennando a finire, si prese a lanciare dei messaggi con le bandierine, da una nave all’altra, come si volesse aprire un dialogo.

Ma non si andava al di là di un Buon giorno! Buona sera! Neh, che fa bel tempo! E così via”. 

L’apologo si ferma qui. Anche se zio Donald allunga il brodo descrivendo meglio e nel dettaglio gli effetti della bonaccia sugli equipaggi, non risponde ai ragazzi che continuano a domandargli come andò a finire. La cosa si spiega, naturalmente. Solo oggi siamo in grado di dare un nome a quei tentativi di dialogo che diventò dapprima il compromesso storico, e in seguito l’auto affondamento del galeone, con conseguente affollamento dei naufraghi sulla zattera della Medusa.

Ma se la politica a tempo pieno occupò uno spazio sempre più piccolo nella vita di Italo Calvino, i valori elaborati nell’impegno marxista e comunista presero nuove forme per il godimento pieno di noi lettori. Nel 1960 esce la trilogia “araldica” I nostri antenati (Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente). Nel settembre del 1961 partecipa alla prima edizione della marcia della pace Perugia-Assisi, promossa da Aldo Capitini.

Negli anni successivi è negli Stati Uniti, a Parigi, e in cento altri posti, inseguendo una molteplicità di suggestioni che traduce in saggi, racconti, romanzi. Lezioni americane.

E a questo punto potrebbe cominciare l’esame delle fantastiche opere della maturità letteraria di Calvino ma, per fortuna della lettrice e del lettore vari ed eventuali, ho fatto tutt’altra scelta. Come accennavo quando tentai di circoscrivere il campo di questo pezzo, la mia intenzione era quella di buttarla molto in politica lasciando la letteratura ai critici veri e propri. Calvino mi incoraggerebbe a domandarmi se ci sono riuscito, facendo moltissima attenzione a restare nel dubbio.

(ottobre 2021)