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Questa intervista ad Alessandro Vaia (Interstampa, n° 10-11, ottobre-novembre 1985) si colloca tra la morte di Enrico Berlinguer, 1984, l’elezione di Alessandro Natta quale segretario generale del PCI e il XVII Congresso del PCI (1986), Assise nella quale si radicalizza il progetto di distaccare il Partito dal movimento comunista mondiale, rendendolo parte integrante della sinistra europea e contemporaneamente di farlo uscire del tutto dalla cultura comunista e rivoluzionaria.

Iniziativa sindacale,

lotta per la pace

e prospettiva socialista

intervista ad Alessandro Vaia

Interstampa, ottobre-novembre 1985

 

Il superamento del capitalismo rimane obiettivo strategico del PCI? Il tema è stato posto per la prima volta da Luciano Lama in una intervista alla Repubblica. Alle sue tesi hanno replicato i comunisti della Piaggio di Pontedera, ha risposto Armando Cossutta, e altri, riconfermando la prospettiva socialista. Altri dirigenti di partito hanno sostenuto che si tratta di una disputa astratta, nominalistica, priva di riferimenti alla realtà concreta. Tu che ne pensi?

Io credo che non sia esatto affermare che la discussione intorno ai problemi del socialismo, del capitalismo, e della “fuoriuscita dal capitalismo” – espressione non molto felice, per la verità – sia inutile. Al contrario. Dovrebbe però essere ovvio che un partito comunista è per il socialismo e quindi non si dovrebbe neanche discutere di questo. Se se ne discute è perché, come ricordavi, il problema è stato sollevato da Repubblica, e ci fu allora Luciano Lama il quale affermò che la fuoriuscita dal capitalismo non doveva più essere obiettivo del PCI, e lo ha ripetuto recentemente in un'intervista al Corriere della Sera. Ma che cosa vuol dire fuoriuscita dal capitalismo? Vuol dire semplicemente superamento del capitalismo. La ricerca cioè di una società che risolva le contraddizioni insite nel sistema capitalistico. Ma che può rifiutarsi di accettare una fuoriuscita di questo tipo? Certo, ci sono quelli come Ruffolo, del PSI, il quale dice che non c'è più il capitalismo, e quindi non c'è bisogno di superarlo (una tesi sostenuta prima di lui da Ronchey con le sue solite banalità). Però il capitalismo c'è.

Poi sono arrivati altri dirigenti del PCI i quali hanno affermato che questa è una discussione astratta, inutile, fuorviante. Ma se era fuorviante, chi ha cominciato a discuterne?  Sono stati proprio alcuni esponenti come Lama, e altri dirigenti. E perché allora non si dovrebbe discutere? Perché si dovrebbe tacere?

 

L'imperialismo, i grandi gruppi capitalistici – notoriamente dotati di grande senso pratico – investono somme gigantesche nella battaglia ideologica, nel settore dei mass-media, nei giornali, nelle televisioni private, che oggi stanno dilagando. E dimostrano di considerare molto concreta in questa disputa politico-ideale su capitalismo e socialismo, a dimensioni ormai planetarie, la conquista delle coscienze di miliardi di persone. Non è forse vero che solo se si conquista la fiducia dei lavoratori, delle loro avanguardie ad una prospettiva di cambiamento, è possibile poi condurli all'iniziativa e alla lotta?

La tua domanda affronta uno dei problemi più grandi che stanno di fronte a tutta l'umanità, sia nei paesi sviluppati che in quelli del terzo e quarto Mondo. È possibile una trasformazione della società che superi le contraddizioni del capitalismo? Sì, questo è possibile, e un avvio a questo superamento è storia vivente di quella grande parte dell’umanità che ha imboccato la via del socialismo, che ne ha gettato le basi o che è già in una fase più avanzata della sua costruzione. Il bisogno di tutto il resto dell'umanità di guardare ad una società migliore, fondata su basi diverse dal capitalismo, percorre tutta la storia del movimento operaio e non vedo per quale ragione non dovrebbe più esistere oggi. Oggi se mai questa esigenza è cresciuta in rapporto al passato.

 

Eppure la prospettiva di una trasformazione socialista dell’Italia non è dietro all'angolo. Riconfermarla significa dunque eludere la necessità di lotte concrete per obiettivi e conquiste anche parziali?

No, al contrario. La necessità delle lotte immediate è un principio che è sempre stato presente nel movimento comunista. Non ci può essere un partito, un'organizzazione della classe operaia che non si interessi, che non affronti le lotte necessarie per il miglioramento immediato delle sue condizioni di vita economiche, culturali, spirituali. Ma l'obiettivo generale e ideale della trasformazione della società è un'esigenza per condurre meglio e con più efficacia, con più fiducia, in modo più unitario anche le lotte rivendicative di ogni giorno.

 

Del resto l'Italia, in questo dopoguerra è migliorata in larga misura grazie alle lotte guidate dai comunisti, dall'opposizione. Mentre negli anni dopo il '75, quando il PCI si avvicina di più all'area di Governo ma in un contesto in cui si appanna la sua identità comunista e la sua capacità di lotta, non è forse vero che si assiste – anche per questo – ad un arretramento delle stesse conquiste parziali dei lavoratori, dai tagli alle liquidazioni a quelli sulla scala mobile?

Sì, è esatto. Anche l'esperienza del Governo delle sinistre in Francia dimostra che, di per sé, se non si attacca il potere dei monopoli e non si sviluppa un grande movimento di lotta nel paese, la presenza della sinistra e degli stessi comunisti al Governo può tradursi in un fallimento, in una grave delusione delle aspettative popolari, e quindi in un riflusso moderato. Le illusioni in proposito prima o poi si pagano care.

 

Siamo in presenza, in modo particolare in questi ultimi anni, di un attacco pesante alle conquiste dei lavoratori. Ultima la legge finanziaria e i tagli alla spesa sociale. Perché di fronte ad un attacco così pesante il movimento operaio, il sindacato stenta a dare una risposta di lotta, come pure sarebbe necessario?

In un'intervista al Corriere della Sera Lama attribuisce le difficoltà del sindacato all'incapacità di aggiornarsi ai problemi nuovi che avanzano nella società. E come esempio cita la scala mobile e l'appiattimento retributivo, che ha posto e pone dei problemi soprattutto per quanto riguarda le categorie più qualificate del lavoro. Questi problemi esistono, il ritardo esiste, ma è un grave errore, secondo me, attribuire principalmente ad essi la difficoltà e la crisi che attraversa il sindacato. Questa crisi è oggi la più grande preoccupazione dei lavoratori che sentono sulla loro pelle le conseguenze della debolezza del sindacato. La denuncia di questa situazione è unanime, ed è centrata – lo dicono tutti – su una questione fondamentale: non c'è più democrazia nel sindacato. Le decisioni, anche le più gravi, le più importanti, passano sulla testa dei lavoratori, che non vengono neppure consultati. E quando lo sono non si tiene in nessun conto il loro parere.

Pietro Ingrao ha pronunciato, penso giustamente, parole roventi nei confronti di Lama e della Direzione Sindacale, dichiarando in un dibattito al Festival di Ferrara: “Quando parlo con i lavoratori sento dire cose che i dirigenti sindacali non dicono... Abbiamo assistito ad una concertazione, in cui un ristretto vertice sindacale ha assunto decisioni sottratte ai lavoratori, oppure ha portato ad essi delle scelte ormai immodificabili... C'è una dominanza crescente di una trattativa centralizzata tra Stato, vertice sindacale e organizzazioni padronali, nel tentativo di schiacciare la contrattazione articolata e lesiva del potere di intervento dei lavoratori”.

E Garavini ha rincarato la dose: “C'è una formidabile esigenza di democrazia che rimane insoddisfatta. Il 24 marzo, quell'enorme domanda di partecipazione dove è finita? Come può esprimersi?”.

 

Come si può uscire da questa situazione?

Bisogna smetterla con un malinteso senso dell'unità. Noi siamo unitari, lo siamo sempre stati. La dimostrazione del nostro spirito unitario è documentata dalla nostra politica di questi 40 anni. Non c'è dubbio che è indispensabile l'unità. Ma perché siamo divisi? Perché nel sindacato c'è una divisione? Secondo Lama le nostre debolezze dipendono dalla divisione che c'è nel sindacato. La realtà è esattamente il contrario. È che siamo divisi perché il sindacato si è staccato dai lavoratori, non li ha più chiamati a lotte importanti. Basta un esempio. Il movimento che è sfociato nella manifestazione grandiosa del 24 marzo dell'anno scorso è sorto dal basso, dalle assemblee autoconvocate contro l'inerzia dei vertici, contro la paralisi rivendicativa di cui Lama si è dimostrato il campione. E che ai vertici non ci sia volontà di correggere lo dimostra il modo come è stata presentata al padronato l'ultima piattaforma CGIL-CISL-UIL: una piattaforma che non è stata discussa neppure negli organi direttivi e che per dichiarazione stessa dei dirigenti sindacali, è immodificabile. Il problema centrale è la necessità di democrazia del sindacato, ma di democrazia reale.

 

C'è un rapporto tra l'inerzia dell'iniziativa sindacale e la rinuncia alla lotta nei confronti del padronato (il “patto sociale”) e la linea cosiddetta dell’alleanza dei produttori, sostenuta da alcuni dirigenti del PCI, riconducibili entrambi alla vecchia impostazione socialdemocratica della collaborazione tra le classi?

Ti rispondo con una affermazione di Garavini, quando dice che si cerca, riferendosi naturalmente al sindacato “esclusivamente di essere protagonisti di una sorta di compromesso col Governo”. Ecco i motivi per i quali fondamentalmente sparisce la democrazia. Cercare un compromesso col Governo e naturalmente, quasi sempre alle spalle dei lavoratori. In quanto al legame che c'è tra queste posizioni e l'alleanza dei produttori credo che sia indubbio, tuttavia richiederebbe un lungo ragionamento che nei limiti di questa intervista non è possibile sviluppare.

 

Le debolezze che si sono manifestate nella mobilitazione dei lavoratori in campo sindacale, non sono state certo minori nella lotta contro l'installazione dei missili a Comiso, contro la politica di riarmo. Quali sono le ragioni essenziali di questa debolezza che persiste pur in presenza del pericolo ancora più grave delle guerre stellari?

Il fatto è veramente singolare. Assistiamo oggi in Europa a movimenti per la pace, con contenuti giusti, accompagnati da grandi manifestazioni e lotte in paesi come la Germania, l'Olanda, l'Inghilterra e altri che nel passato indubbiamente non erano stati all'altezza del movimento per la pace in Italia.  Basta ricordare i dieci milioni di firme raccolte negli anni '50, una per una, nelle case, con un lavoro capillare immenso e fare un confronto con quello che è oggi il movimento in Italia. Perché questa debolezza? Io credo essenzialmente perché manca un indirizzo chiaro nella sinistra, nei sindacati e nel PCI. Non si individua e non si combatte la forza principale – cioè l'imperialismo americano – che esaspera la tensione, che spinge al riarmo. Non esiste una campagna continua, martellante che mobiliti e orienti grandi masse sui responsabili della tensione nel mondo. Ora con l'iniziativa reaganiana delle guerre stellari c'è un certo risveglio, una maggiore attenzione. Ma, se si eccettua la recente marcia da Perugia ad Assisi, che è una tradizione lontana di tutto il movimento per la pace italiano, tutto si riduce a dichiarazioni verbali: grandi iniziative parlamentari, di massa, con la partecipazione dei sindacati e delle organizzazioni democratiche non si vedono. Si è lasciata cadere l'iniziativa del referendum promossa dai parlamentari della sinistra indipendente sul problema  della violazione della Costituzione, un tema importantissimo, e persino le proposte presentate dalla compagna Luciana Castellina nel Comitato Centrale per caratterizzare la nostra opzione europeista come scelta di autonomia rispetto ai due blocchi sono state duramente respinte da autorevoli dirigenti del Partito, i quali ritengono, a torto, che un’ Europa non allineata non corrisponderebbe alla linea politica del Partito. Quale sarebbe allora la linea? Forse quella della subordinazione acritica al campo occidentale e alla NATO? Se è così, lo si dica chiaramente e lo si sottoponga al giudizio dei comunisti italiani.

 

Si discute molto sulla politica del PCI, più sui giornali – a colpi di interviste – che nelle sezioni. Il PCI è un’organizzazione formata da oltre un milione e mezzo di iscritti. Come partecipa la base a questa discussione?

È riconosciuto, e lo si vede anche dalle lettere che i comunisti scrivono ai giornali del Partito, che c'è un restringimento dell’attivismo in certe località: uno svuotamento delle sezioni, in particolare nelle grandi città. Attorno a questa passività dei militanti comunisti si svolge una discussione abbastanza interessante. Tuttavia non mi sembra che la discussione fino a questo momento abbia sempre colto l'essenziale. Non è che i comunisti oggi siano meno interessati ai problemi politici e sociali, è che nelle sedi appropriate non trovano la soddisfazione e il modo di discutere e soprattutto decidere la linea del Partito. Il restringimento del dibattito a un numero più limitato di militanti è una questione essenzialmente politica, non organizzativa, non determinata da fattori esclusivamente esterni.

 

Come superare questo restringimento della vita democratica all'interno del Partito?

È una domanda alla quale non è semplice dare una risposta in poche parole. Si tratta di non riesumare forme, metodi del passato che nella situazione nuova della società italiana e nei mutamenti che sono avvenuti all'interno stesso del Partito sarebbero anacronistici. Si tratta, però, di verificare veramente qual è l'orientamento della maggioranza dei comunisti e questo non può essere fatto se non sviluppa anche nel Partito, come nel sindacato, una democrazia reale. Oggi nel Partito si possono esprimere, come del resto è sempre avvenuto le proprie opinioni senza limiti, si può discutere di tutto, però non sempre gli orientamenti si traducono in decisioni coerenti con l'orientamento che esiste nella maggioranza del Partito. Quindi anche qui un problema di democrazia sostanziale, non formale.

 

Taluni esponenti, come ad esempio l'ex deputato Carandini, hanno posto apertamente il cambiamento del nome del Partito Comunista; in un'intervista al Corriere della Sera, Giorgio Napolitano ha sostenuto che “oggi” il vero problema non è questo. Che cosa significa?

Forse che in un domani, più o meno vicino, questo problema potrebbe porsi concretamente?

Questa “fuoriuscita” di Carandini può essere intesa come un'amenità o un desiderio di estrosità per farsi conoscere, ma la questione seria, la sostanza è che un numero non esiguo di iscritti al PCI in realtà non si sente più comunista. Io credo che costoro dovrebbero essere coerenti con le loro posizioni: la loro presenza in un Partito nel quale si sentono estranei, è cosa incongrua. Il problema non è quello di cambiare il nome del Partito ma di cercarsi un altro partito che corrisponda alle loro idee.

A cura di F.S.