Il titolo di questa riflessione a suo modo conclusiva, che dovrebbe tentare di mettere la parola fine in coda ad un ciclo di articoli miei, pubblicati da “Cumpanis”, concepiti come supporto ad una scuola di partito varia ed eventuale che intendesse collocare la letteratura mondiale nel suo programma di insegnamento, trasferendo l’impegno artistico in quello politico e civile, potrebbe essere una imitazione del rozzo linguaggio del fortunato personaggio di Antonio Albanese, l’ineffabile populista e pasticcione Cetto La Qualunque che, concludendo un ragionamento, potrebbe dire davvero “infinemente”, in ragione del profondo disprezzo che nutre per le regole della nostra lingua.

Sicché, infinemente, dopo aver sottoposto all’attenzione del mio eventuale lettore il Catilina visto da Aleksandr Blok, il diritto alla svogliatezza sbandierato dal cognato di Carlo Marx, Paul Lafargue, il pensiero meridiano propostoci da Franco Cassano, la ribellione totale alle sublimazioni penitenziali delle pulsioni naturali dei piccoli borghesi del divino marchese De Sade, l’elogio dei piccoli passi nell’edificazione di rapporti interpersonali perfino sentimentali del “Che fare?” di Nikolaj Gavrilovič Černyševskij in vista di una rivoluzione illuminata dal sole dell’avvenire, il nuovo rapporto inevitabilmente necessario tra gli uomini e i parchi dal punto di vista del mai troppo citato Valerio Giacomini, la reinvenzione della saga del Risorgimento italiano e delle miserie dell’integrazione culturale di Luciano Bianciardi, e – appunto: infinemente – la prova provata dell’esistenza della contraddizione nel lento e zigzagante lavoro di scavo della vecchia talpa, testimoniata (quella prova) dal fratello di Peppino Impastato, in una dolorante e lucidissima con-biografia, sua e di suo fratello, azzardo un personale percorso critico e autocritico, anche per rispettare la direttiva stampata sul retro della tessera del Pci, che proponeva all’iscritto (nonché – ovviamente, ma di questi tempi va sempre precisato – all’iscritta), di esercitare sempre la critica e l’autocritica. 

1. Cosa avrebbero scritto Blok, Lafargue, e Cassano

Cosa avrebbero scritto gli autori che ho citato e che, nel mio piccolo, ho messo in vetrina, dopo aver letto il bel libro di Giovanni Impastato? 

Credo che Aleksandr Blok, in quanto poeta, e prestigioso portavoce della intelligencija che nel gennaio 1918 appoggiò subito la rivoluzione russa, agitando la parola d’ordine “Rifare tutto”, adotterebbe subito Peppino, dando per scontato che sia stato una preziosa forza della natura al servizio della lotta di popolo contro le forze oscure del capitale, soffermandosi tuttavia in maniera del tutto particolare sulla qualità e sull’impasto dell’ironia sarcastica con la quale il futuro martire metteva allo scoperto le malefatte del potere mafioso.

Blok ha scritto, nel novembre 1908, un intero saggio dedicato alla malattia dell’ironia, “che si manifesta con attacchi di riso spossante, inizia con un diabolico, beffardo sorriso provocatore, per finire nella violenza e nel sacrilegio”.

Quanta parte di individualismo era contenuta nella scelta di Peppino Impastato di affrontare la mafia in quel modo? Blok se lo sarebbe chiesto, proprio perché conclude il suo saggio con la richiesta “non ascoltate il nostro riso, ascoltate il dolore che si cela dietro di esso”. E più avanti, dopo aver citato Gogol (“rinnega te stesso per te stesso, ma non per la Russia”) e Ibsen (“per essere se stessi bisogna rinnegare se stessi”) e Solov’ëv (“il rifiuto di sé non è il rifiuto della personalità, ma la rinunzia della persona al proprio egoismo”), conclude che nella formula sacra del rinnega te stesso sta “la salvezza anche dal male dell’ironia”. Approdando ad una definitiva conclusione:

Il male dell’ironia è il male della personalità, il male dell’individualismo. Fino a quel momento non potremo essere immuni neppure da nessun male dello spirito, eternamente in fiore ma eternamente sterile”.

Era il lontanissimo novembre 1908. Nella lontanissima Pietroburgo. E Aleksandr Blok – ventottenne – da pochissimo si era rivelato il maggiore dei poeti decadenti e simbolisti russi. Avrebbe senso oggi, dopo i rivolgimenti che si sono succeduti anche lassù, sul delta della Neva, nella metropoli più a nord del mondo, applicare quel giudizio sulla figura del ventottenne Peppino, anche quando lo sia già catalogato, alla stregua di Catilina, come uno dei protagonisti della storia della rivoluzione mondiale?

No. Non avrebbe alcun senso. Ma pure l’osservazione resta. Dopo il putiferio che ha sgangherato l’Europa, Unione Sovietica compresa, che Blok non avrebbe mai immaginato, e dopo che l’intelligencija comunista italiana non solo considera importanti punti di riferimento i  Crozza e le Sabine Guzzanti, o Francesco Tullio Altan, o Sergio Staino, o Vauro Senesi, o Marco Dambrosio in arte Makkox, ma si vanta – a giusta ragione – di aver prodotto come inserti del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, “L’Unità” i fogli satirici “Cuore” e “Tango”, mentre le ironie quotidiane (su “Repubblica”) o settimanali (sull’“Espresso”) del venerato maestro Michele Serra spesso hanno il taglio e il sapore degli articoli del “Migliore” che davano la linea ai bei tempi, diventa impossibile incastrare l’arma dialettica dell’ironia negli angusti confini dell’individualismo.

Ma l’intero ragionamento non va cestinato. Essendo sempre più necessario, nel corso dell’utile esercizio dell’autocritica (che i malaticci chiamano autoanalisi, spendendoci cifre importanti per farsi aiutare da professionisti del ramo), controllare i livelli di individualismo, e sorvegliarli, come si fa per la pressione, o per la glicemia a digiuno.

Paul Lafargue avrebbe preso di petto quei miserabili che mettevano in giro le chiacchiere sul “fallito e pervertito pasoliniano, che non ha un lavoro, non ha una fidanzata, e gli piacciono i libri”, opponendo loro il diritto all’ozio (à la paresse) come passaggio fondamentale dal regno della subalternità a quello della liberazione. Mentre probabilmente avrebbe soppesato la maldicenza che circolava nell’apparato del partito comunista sui “quattro rivoluzionari fai da te” sulla base dell’esperienza del lavoro del suocero, Carlo Marx, e del suo personale impegno nella ricostruzione della sezione dell’Internazionale di Bordeaux, dell’esperienza nella Comune di Parigi, nella fondazione del Partito operaio e nella elezione al parlamento francese nelle liste del Partito socialista.

Certo, un foglietto locale psiuppino e un circolo culturale a Cinisi con l’aggiunta di una radio libera a Terrasini, e di una candidatura nella lista di Unità Proletaria per il consiglio comunale di un paese di diecimila abitanti o poco più, a prima vista può sembrare un curriculum miserello. 

Eppure, io credo che Lafargue avrebbe apprezzato il significato complessivo di quella esperienza di vita, che non a caso ancora oggi attira compagne e compagni nelle annuali manifestazioni che ne tengono viva la memoria. A mio modo di vedere, infatti, quel curriculum non ha il difetto della limitatezza, ma semmai porta il peso della frenetica passione con la quale è stato costruito e vissuto. Una passione che ha impedito a Peppino di avere relazioni sentimentali, e di costruirsi una di quelle unioni delle quali si occupò a suo tempo Nikolaj Gavrilovič Černyševskij nel suo formidabile “Che fare?”. 

Del resto, a conferma di questa mia impressione, trovo a pagina 193 del libro di Giovanni Impastato un passaggio che riguarda le poesie di Peppino. Il fratello le legge a sua insaputa, e si domanda chi ne fosse la destinataria. Una misteriosa Anna. Che Giovanni vorrebbe incontrare.

Vuoi bene a Peppino?” Le domanderei. “Lo capisci? Sei d’accordo con la sua lotta? Ti spiega le cose? Si fida di te?” E ancora: “Puoi calmarlo? Puoi farlo rallentare? Non fermarlo, solo andare più piano … Puoi fargli amare la vita?”.

Puoi calmarlo? Puoi farlo rallentare? Non fermarlo, solo andare più piano … Puoi fargli amare la vita?

Questa è la testimonianza del fratello minore di Peppino Impastato. Erede della difesa della sua memoria. Che nel libro non dice se Anna prima o poi è emersa dalle acque profonde dove si nascondeva. Ma ci dice parecchio sulla necessità di non vivere da scalmanati una lotta che, come suggerisce anche Vladimir Il’ič Ul’janov (detto Lenin) a volte ha bisogno, dopo due passi avanti, financo di uno indietro. Era vero nel 1904, ragionando sulla scissione tra Bolscevichi e Menscevichi, ma è vero anche in altre circostanze meno lontane nel tempo e meno aureolate dal fascino indiscreto della Storia.

Il mio grande amico Franco Cassano si ritroverebbe di certo, sotto l’ombrellone del suo “pensiero meridiano” nel formulare giudizi, rimproveri e speranze per il popolo mediterraneo, amatissimo da entrambi. E avrebbe potuto svolgere quella funzione di rallentamento della corsa a testa bassa che Giovanni avrebbe voluto chiedere di praticare alla misteriosa e sfuggente Anna.

Interi capitoli del capolavoro “Il pensiero meridiano” suggeriscono di comprendere e di assimilare il gusto della lentezza, che è visto come carattere primario dell’uomo del Sud. Dal primo capitolo, non a caso intitolato “Andare lenti”, fino all’ultimo della parte seconda, che è una argomentata polemica contro quello che chiama “Homo currens”, intitolando quel capitolo “L’integralismo della corsa”, Franco Cassano afferma:

È quindi l’integrismo asettico dello sviluppo quello che bisogna mettere per primo in discussione. Senza il suo declino è difficile che si riesca a favorire quello degli altri. Ma perché quell’indebolimento abbia luogo occorre un lungo processo di trasformazione culturale, occorre che venga frenata la progressiva riduzione dell’identità culturale dell’Occidente all’imperativo dell’espansione illimitata, che la resistenza alla mercificazione e alla tecnicizzazione di tutti gli ambiti di vita non sembri più un arcaismo, il risentimento di intellettuali superati dai tempi o la pretesa testimoniale di un papa. Occorrerebbe in altri termini ritrovare non solo all’esterno, ma anche all’interno dell’Occidente, un nucleo duro ed irrinunciabile di imperativi capaci di contrastare efficacemente il progredire crescente della mercificazione”.

(Franco Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza 2019, a pagina 73)

2. Cosa avrebbero scritto De Sade, Černyševskij, Giacomini e Bianciardi?

Insisto con questo tormentone (tormentino?) del “cosa-avrebbe-scritto-a-Peppino” un po’ per chiudere il cerchio di queste mie rivisitazioni di testi classici ad usum proletarii, e un altro po’ per la certezza che la storia del ragazzo di lotta a testa bassa contro ogni lato miserevole dell’esistenza sia una vicenda circolare, che si ripete ogni giorno e che non troverà mai una accettabile mediazione.

Su questo mi permetto di avere una opinione non sovrapponibile alle certezze di Giovanni Impastato sul potere magico della Carta Costituzionale, e sulla possibilità di cambiare il mondo con la via italiana al comunismo. Ma di questo scriverò qualcosa alla fine. Per il momento continuo a rispolverare la scaletta dei pezzi già pubblicati da “Cumpanis”. Arrivando nei dintorni di De Sade, autore esemplare, ma lontanissimo dalle esperienze affettive e sessuali del nostro interlocutore prediletto.

De Sade frequentò la politica, e il medesimo circolo dei giacobini di Robespierre, ma indirizzò sempre le sue pulsioni fondamentali in una direzione che Peppino vedeva solo da lontano, e descriveva nel suo quaderno di poesie: la dimensione del sesso spesso e volentieri crudele e violento; sadico, appunto. Il marchese che non volle mai essere chiamato tale, alternava nei suoi racconti le descrizioni più crude con accurati ragionamenti teorici, nei quali tendeva a dimostrare che la natura è indifferente al duello umano, troppo umano, tra bene e male, e tra giusto e ingiusto, basando le sue leggi sulla sopravvivenza della specie, e sul successo della forza su ogni illusione di giustizia.

Sicché Peppino si sarebbe trovato di fronte un interlocutore capzioso e facondo, addirittura più colto e più raffinato del colto e raffinato zio Cesare, che lo avrebbe indotto a riflettere parecchio sulle ragioni profonde, in qualche modo “naturali” del sistema di famiglie che facevano (e fanno) capo alla famiglia maggiore dell’onorata società, che alcuni chiamano anche “cosa nostra”.

E l’autore di “Justine, ou les malheurs de la vertu” lo avrebbe messo di fronte a pagine e pagine di descrizione di sesso violento che la fa franca e non viene in alcun modo punito, e che – soprattutto – trova corrispondenze, echi e segrete condivisioni nei più segreti recessi della psiche di ciascuno di noi. Certo, si può sempre negare l’evidenza. E tuttavia chi non ha paura di essere sincero con se stesso, leggendo una pagina come quella che descrive il medico Rodin scatenato sul 

jeune écolier de quinze ans, beau comme le jour

che vezzeggia e bacia. E che subito dopo 

ses doigt impies chechent à faire naître dans ce jeune garçon, des sentiments de volupté qu’il en exige également

riuscendoci pienamente, al punto che 

sa bouche est le temple offert à ces doux encens,

nonostante il sentimento di pena che il giovane scolaro bello come il giorno nelle mani sacrileghe del dottor Rodin suscita nel lettore, non è facile immaginare un sondaggio che testimoni che una maggioranza di piccoli borghesi devoti e rispettosi dei costumi correnti si schierebbero con il ragazzino contro il violentatore, senza subire il fascino del dottore

lui même tout prêt d’éclater

senza sentire nelle oscure profondità delle proprie peggiori pulsioni di essere lui stesso pronto ad esplodere, per le medesime pessime ragioni che facevano scatenare il dottor Rodin?

Se questa minima citazione potesse provocare qualche atto di sincerità (e di contrizione) potremmo agevolmente arrivare al punto, vale a dire al cuore degli argomenti che userebbe De Sade.

Arrivando a descrivere l’azione terribile di torturatori professionisti, in un casolare non lontano dalla linea ferroviaria Palermo-Trapani, come il risultato di doveri d’ufficio improrogabili (in quanto ordini superiori), reso meno ripugnante da forti pulsioni erotiche, che sempre la natura accompagna a quel genere di azioni. Che, descritte con la sua mano elegante, non necessariamente apparirebbero maligne conseguenze di pessime perverse abitudini.

Se il colloquio che immagino si fosse verificato davvero, e se Peppino avesse avuto davanti ai suoi occhi l’evocazione profetica dell’antefatto brutale della sua morte, molto probabilmente non avrebbe creduto una parola, e avrebbe replicato con ragionamenti politicamente corretti sulla inderogabilità dell’impegno civile, e sulla inevitabilità del rinnovamento sociale e del comunismo. Senza cogliere né la minaccia, né l’analisi. Perché esistono capi naturali che ragionano così, e che poi vengono uccisi, lasciando a noi soltanto un nome da scandire nelle manifestazioni, a perpetua disperata memoria.

Peppino e Giovanni si sono occupati anche di ecologia. Un rapidissimo accenno, a pagina 223 della co-biografia, colloca dopo le esperienze del servizio militare e della militanza nei “proletari in divisa” una fase ambientalista.

Finito il militare, che era stato per lui un periodo di estrema sofferenza, mio fratello cerca di riprendersi. Ora ha trovato un nuovo equilibrio che traspare nei discorsi e nei progetti.

Intanto ci occupiamo di ecologia, facciamo mostre sul territorio, com’era e come sta diventando”.

In quegli stessi anni Valerio Giacomini e Valerio Romani si occupano di territorio e di ambiente anche loro, riflettendo sui futuri parchi dell’Alto Garda Bresciano e del Pollino, e improvvisando ragionamenti teorici che in seguito saranno raccolti nel testo fondamentale “Uomini e parchi”. Valerio Giacomini, in particolare, è nominato successivamente direttore degli istituti botanici delle università degli studi di Catania, Napoli e Roma. Nella capitale si stabilisce definitivamente e, dal 1975, ricopre la prima cattedra italiana di Ecologia. Nel 1975. Tre anni prima del sequestro di Peppino, delle torture e della messa in scena sui binari della linea ferroviaria Palermo-Trapani.

Se si fossero incontrati sicuramente avrebbero riletto insieme quel territorio attorno a Cinisi e a Terrasini, dove di lì a pochi anni le istituzioni locali istituiranno la riserva naturale di Capo Rama, a Terrasini (falesia costiera calcarea mesozoica) o quella della Grotta dei Puntali (grotta in calcare brecciato del giurassico), a Carini, o del bosco d’Alcamo (bosco di essenze mediterranee con rimboschimenti), ad Alcamo. O la riserva della Grotta di Carburangeli (calcari brecciati del giurassico) a Carini. 

Valerio Giacomini avrebbe esposto le sue teorie rivoluzionarie sulla necessità di istituire aree protette e parchi per l’uomo e con l’uomo. Esaltando ogni arbusto e ogni piantina da tutelare, ma soprattutto evidenziando l’importanza delle relazioni umane nel lavoro di tutela, conservazione e valorizzazione di ogni territorio.

Si tratta di passaggi fondamentali per l’orientamento di ogni pulsione progressista e modernizzatrice. Ed è difficile escludere che da uno o più incontri sarebbe scaturita una ulteriore svolta ambientalista del direttore di “Radio Aut” e dell’intera sua redazione. 

Infine, resta da immaginare un innesto tra l’immaginario di Luciano Bianciardi e quello dei fratelli Impastato, che oggi prosegue nell’impegno di Casa Memoria.

Bianciardi è un punto di riferimento più che affidabile per quanti abbiano spirito critico e lettura ironica di miti quali l’impegno culturale, e la frenesia lavorativa propria delle culture renane in generale, e di quelle meneghine in particolare.

Esattamente come Franco Cassano che con il suo pensiero meridiano fa lo sgambetto all’homo currens, Bianciardi prende di petto la frenetica agitazione mattutina del formicaio milanese, popolato di segretarie con i tacchi a spillo e di subalterni con il cartellino tra i denti, invasati dal richiamo del posto fisso e del darsi da fare sempre e comunque, soprattutto quando non è chiara la ragione e l’obbiettivo del loro gran da fare.

Altro filone del lavoro di Bianciardi è la rielaborazione delle pagine più famose del Risorgimento. L’epopea garibaldina che parte da Quarto e arriva al Volturno; le giornate di Milano, con le barricate e le coccarde tricolori. E tra fatti veri e noti l’interposizione di invenzioni più moderne, a volte contemporanee, per ribadire il concetto che aprire il fuoco sarà sempre necessario, e che una rivolta di popolo non sarà mai fuori tempo massimo. E poi, terzo e ultimo “filone”, c’è il lavoro di traduzione per la sopravvivenza fisica, e la scrittura che rompe ogni argine e fa del giornalismo popolare un momento di alta e solitaria evasione letteraria.

Ebbene, io vorrei credere che dopo uno o più incontri tra Luciano e Peppino si sarebbe definitivamente azzerato il falso problema del ragazzo senza arte né parte (e tuttavia sempre primo della classe e preveggente analista) e si sarebbero costruite acute e argute ricostruzioni di vecchie storie isolane, con il medesimo gusto della precisione filologica e dell’innesto modernizzatore usato per le cinque giornate di Milano, prendendo spunto anche da alcune intuizioni di Leonardo Sciascia. Ma nessuno degli incontri e degli innesti che ho evocato immaginandoli come possibili si sono prodotti davvero nella realtà, lasciando la storia vera di Peppino Impastato, raccontata con preziosa maestria da suo fratello Giovanni, nuda e priva di ogni baroccaggine aggiuntiva, misura di coerenza e di capacità di contrapporsi al malanno piccolo borghese, sia esso quello mafioso, oppure la sua prosecuzione negli oscuri meandri degli apparati segreti dello Stato occupatissimi nel mascherare la verità e deviare ogni indagine, oppure l’inquietante cerimoniale dei riti processuali, che per troppi anni hanno evitato di condannare chi andava condannato.

3. Per chiudere l’intero ciclo di ragionamenti “un po’ così”

E adesso è arrivato il momento di guardarmi allo specchio, e di arrivare alla conclusione. Potrei allungare il brodo. Ma in questa estate afosa, con i virus delle varianti del covid che si nascondono dietro ogni mascherina e dietro le nuvole nebulizzate di ogni scoppio di tosse, e con la politica che quotidianamente mostra la sua siderale distanza dalle diseguaglianze del vecchio e del nuovo proletariato, forse è più saggio stringere e tagliare l’ultimo traguardo.

La passione che mi ha fatto riempire un certo numero di cartelle all’interno di una impalcatura assai ipotetica, che muoveva dall’esistenza del nuovo elemento di aggregazione rappresentato dalla rivista telematica, e all’interno di quel polo di aggregazione del sottocodice “scuola di partito”, veniva da molto lontano. Da una sorta di “vallone delle cose perdute” nel quale si raccoglie tutto quanto si perde sulla terra, e dove a suo tempo il paladino Astolfo recuperò l’ampolla con il “senno d’Orlando”.

Accanto alle ampolle di quel senno che

… altri in amar lo perde, altri in onori,

altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;

altri ne le speranze de’ signori,

altri dietro alle magiche sciocchezze;

(Ludovico Ariosto, Orlando furioso, XXXIV 85)

esisterà di certo una ampolluccia piccolissima, quasi invisibile, dove è concentrato il carburante che ha fatto correre la mia macchina, fino dai giorni delle manifestazioni di noi giovani con le magliette a strisce contro il congresso di Genova del Msi e contro il governo Tambroni. Dopo di che, la macchina rincorse i movimenti per la fine della guerra del Vietnam e la sconfitta degli americani. E a seguire ci fece ripulire montagne di libri alluvionati, in modo da farci chiamare angeli del fango. 

In quelle settimane della tarda primavera del 1967 un aereo mi portò da Roma a Palermo, per incassare un importante premio di poesia con la giuria composta da Ceserani, Bompiani, Piccioni e Volpini. I versi che piacquero a Remo Ceserani al punto di citarli nella prefazione all’antologia come espressione del sentimento della nostra “nuova generazione” furono:

Ho terrore

di raccontare i pensieri, di mormorare

trai tuoi capelli le solite cose

perché ho pochi pensieri, e confusi,

e a me i pensieri servono per vivere.

Si trattava di versi scritti nel 1962, cinque anni prima di quel 1967 nel quale ricevetti il premio. Avevo diciannove anni, e quei concetti erano parte di una cosa più lunga intitolata “Mi vergogno di credere”, che aveva un finale:

Non sei che una donna, amore,

io lo so

che tutto quello che faremo non servirà a niente

che tutto quello che diremo non servirà a niente

che piangerò

uno di questi giorni

per avertelo detto;

io lo so

che piangerò per averti

presa la mano e averti detto:

amore,

ti voglio bene.

Versi sinceri. Dedicati al primo amore, che fu la contessa osimana Costanza Sinibaldi, che mi lasciò qualche anno dopo per sposarsi nientemeno che con un americano. Per la serie “amore non ne avremo”. Evidentemente Remo Ceserani avvertì il profumo di sincerità e l’aura ingenua dei diciannove anni. 

Sicché, a questo punto, posso fissare un primo segno sulla mappa che vado ricostruendo, affermando che questi poveri versi apprezzati da cotanta giuria fanno il paio con quelli di Peppino Impastato, contenuti nel misteriosissimo quaderno intitolato “Amore non ne avremo”, letto all’insaputa dell’autore dal suo fratello minore.

Con un significato tra le righe del tutto identico. Io mi vergognavo di credere, e avevo la preveggente capacità di sapere che mi sarei pentito per aver aperto il mio cuore a Costanza, ben sapendo che amore non ne sarebbe derivato. E così fu.

Nell’ampolla formato minimo, nascosta tra le altre nel vallone delle cose perdute, c’è ancora quel carburante che mi portò nel profondo rosso del Pci del dopo sessantotto prima, durante e dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. 

Mi permetto oggi, arrivato al confine di ogni pulsione sovversiva e rivoluzionaria, di avanzare l’ipotesi che quel liquido capace di fornire la spinta propulsiva fosse identico a quello che spingeva in quegli stessi anni Peppino Impastato a battersi dai microfoni di “Radio Aut” contro la mafia di Cinisi e di Terrasini, indagando contemporaneamente sul delitto di Alcamo Marina, dove servitori dello Stato erano stati uccisi da altri servitori del medesimo Stato, a causa di un contro circuito antidemocratico che non è stato il primo e non fu neppure l’ultimo. Con il tentativo – analogo a fin troppi altri – di depistare, attribuendo alla sinistra le colpe della destra. “Todo modo para buscar la voluntad divina”, avrebbe commentato Iñigo Lopez de Loyola.

Ricordo perfettamente la forza che mi spingeva in quegli anni. Andavo da Ancona a Genova solo per farmi regalare da quella federazione del Pci un registratore professionale fondamentale per avviare la nostra radio locale comunista, “Radio Sibilla”. Tutta la notte al volante sull’intrico di autostrade che dalla federazione di Genova, in cima alle scalette, mi riportava in via Cialdini, nel mio habitat naturale.

Poi, quando il cadavere di Aldo Moro fu ritrovato in via Caetani, a fianco di una delle sedi romane della Cia, (e non, come troppi hanno scritto, depistando, a metà strada tra le sedi del Pci e della Dc) e la notizia impedì che nei mezzi di comunicazione si parlasse del ritrovamento di un altro cadavere meno importante, sulla tratta ferroviaria Palermo-Trapani, non lontano dalla casupola dove era stato torturato a morte, quella spinta propulsiva analoga e parallela si indebolì e conobbe singolari metastasi. Finii in un ufficio al sesto piano di Botteghe Oscure, nel regno dei creativi e dei propagandisti, a tentare di mettere ordine nel mondo sgangherato dell’emittenza radio e televisiva del Pci. 

A seguire rientrai nelle Marche, misurandomi con il confortevole status di assessore provinciale alla cultura. Dopo di che diventai addirittura presidente di quella Provincia, e in seguito del parco naturale del Conero.

Tutto questo a motore al minimo. Come fossi passato da una fuori serie ad un diesel. 

Certo, sempre ben disposto al lavoro e alla lotta per il progresso e per la vittoria finale del proletariato, ma zoppicando, con ferite che si rimarginavano a fatica, e mi impedivano di gustare momenti di piena auto realizzazione, come quando a Torino il congresso di Federparchi mi nominò componente della segreteria nazionale, o come quando mi fecero direttore della rivista “Parchi”, o anche quando presi la parola a Lisbona, a Bruxelles, a Barcellona, a Parigi a Firenze a Roma e in altri posti ancora per coniugare la tutela delle aree protette con la loro valorizzazione, e per rendere sempre meno aleatorio e sempre più produttivo il rapporto tra uomini e parchi.

Non c’era più nessun rapporto con le ragioni che rendevano frenetiche le giornate di Peppino. Un po’ perché ormai ero un ex che si rifiutava di considerarsi tale, e un altro po’ perché sentivo sul collo il fiato dei nuovi barbari in arrivo nel mondo politico e nel mondo dei parchi. Su questi passaggi ho già scritto cose. In libri restati segreti, più ancora di manoscritti chiusi a chiave in un cassetto. Nel 2005 le edizioni “Affinità elettive” di Ancona pubblicarono il mio “Filando filo verde”, con tanto di prefazione dell’allora sindaco della città Fabio Sturani.

Il libro era diviso in due parti. Nella seconda ripubblicavo tutte le interviste fatte da direttore della rivista “Parchi” a personaggi illustri, quali Alberto Magnaghi, Gianni D’Elia, Piero Ottone, Piero Bevilacqua, Franco Cassano, Roberto Gambino, Antonio Cianciullo, Valeriano Trubbiani. E già questo insieme compatto di autorevolissime opinioni valeva il prezzo del volume.

In più c’era una prima parte, concepita come una sorta di manuale ad uso di un apprendista politico ambientalista. Con momenti ironici e passaggi molto seri ricostruivo le vicende della mozione Bandoli, della quale ero stato referente marchigiano e che alla fine di un percorso congressuale molto faticoso mi aveva consentito di essere delegato a Roma e di essere inserito in tutti gli organismi di partito regionali. 

Accanto a quel testo, che mi ostino a considerare importante, nel 2013 le edizioni “Phasar” di Firenze pubblicarono il mio “Tutto sommato o quasi”, che tendeva a fare il punto pressoché finale della mia esperienza politica e amministrativa. 

Cito questi due prodotti del mio ingegno non certo per invogliare l’eventuale lettore del presente testo a procurarseli e a divorarli, con frequenti sottolineature e illuminate note a margine. Li cito esclusivamente per affermare con qualche pezza d’appoggio di avere già dato sul versante della più o meno pudibonda autocoscienza, tanto da non avere più nessuna voglia di riprovarci.

Non so se le mie condizioni critiche sul piano della salute mi consentiranno in uno dei prossimi nove maggio di spingermi fino a Cinisi per partecipare alla manifestazione che Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato organizza ogni anno. Se sarà possibile, sarà l’occasione per riprendere anche questo discorso, come si dice ora, “in presenza”. 

4. Diverticolando

Altrimenti, valga questo modestissimo contributo ad aggiungermi alla lista – fortunatamente lunga – delle estimatrici e degli estimatori di un uomo nato in un contesto familiare mafioso, che è stato capace di battersi coraggiosamente contro quel male subdolo e ancora dilagante, senza se e senza ma. Onore a lui, e a tutti coloro che continuano il lavoro che ha avviato.

Queste potrebbero essere le parole conclusive. Dopo le quali l’io scrivente resterebbe qualche minuto alla tribuna, prima di stringere le mani a chi siede alla presidenza, palpando l’eventuale improbabile bella ragazza, uscendo definitivamente dalle luci della ribalta. Le ben note (almeno ai cinefili, dal 1952) “Limelight”.

Diverticolando, e usando il film di Charlie Chaplin come inizio di metafora, in vista dell’immagine conclusiva, che sarà il dipinto sui funerali di Togliatti di un altro siciliano illustre, Renato Guttuso, comincio col mettere sul piatto due circostanze. A quei funerali del giugno 1984 io c’ero, in rappresentanza della provincia di Ancona. Sicché ero in fila dietro al nostro gonfalone, assieme a tutti gli altri amministratori di enti locali governati anche dai comunisti. Secondo dato di fatto: il caro estinto Enrico era il Calvero di turno, che aveva salvato dal suicidio e rimessa in sesto la ballerina disperata (diciamo il Pci degli anni precedenti il “compromesso storico”, per poi scatenarsi in una campagna elettorale estranea al suo comportamento quotidiano e superiore alle sue forze fisiche, finendo nel tamburo del comizio finale di Padova, e lasciandoci la pelle.

Consentendo così l’unico sorpasso che il Pci fece mai alla Dc, nelle elezioni europee del 17 giugno 1984, quando noi comunisti guadagnammo quasi il 4% dei voti (e 27 seggi), la Democrazia Cristiana ne perse 3,49 (ottenendo 26 seggi), e si verificò che undici milioni e settecento mila italiani vollero che la sinistra diventasse il primo partito (sia chiaro: undici milioni e settecento mila su trentacinque milioni e centoquaranta mila. Sommando i voti ottenuti dal Pci e dalla Dc restano fuori e assegnati altri undici milioni e ottocento quarantaquattro mila elettori, più dei voti che hanno esaltato fin troppo noi iscritti al Pci), superando gli undici milioni e seicento mila (su trentacinque milioni e centoquaranta mila) che votarono per la Dc, i quasi quattro milioni (su trentacinque milioni e centoquaranta mila) che votarono Psi mandando a Bruxelles gli stessi nove parlamentari di prima, e i cinquecento mila (su trentacinque milioni ecc. ecc.), che consentirono a Democrazia proletaria di avere un seggio al Parlamento europeo, con l’1,44% dei suffragi popolari. 

Mi permetto di ripetere che nel momento del suo massimo successo elettorale, il Pci che aveva addirittura messo sul piatto il cadavere del suo segretario, era in minoranza rispetto ai trentacinque milioni di elettori del nostro Paese. In larga, indiscutibile minoranza. Una parte, più che rispettabile, ma anche minoritaria.

Con questi due fatti sul piatto (che, com’è sua abitudine, continua imperterrito a piangere) sono ormai in grado di avviarmi alla conclusione.

Che riguarda l’ambiguo e fluttuante valore degli stati d’animo popolari. Dei già più volte citati 35.141.553 milioni di elettori nelle europee del 17 giugno 1984. Anzi, a voler essere precisi (in ossequio al precisino che non manca mai) se ai votanti veri e propri aggiungiamo le schede bianche e nulle, i votanti furono 37.069.626, con una affluenza dell’82, 47%, essendo gli elettori chiamati alle urne 44.948.253. 

Questo omaggio al precisino sempre in agguato anche dentro di noi non solo non cambia il ragionamento che ho impostato, ma lo aggrava. I dodici milioni di voti al Pci vanno messi in relazione con i quarantacinque milioni di aventi diritto. Dopo di che risulterà chiaro che non fu la sola Democrazia proletaria, con i suoi 506.753 voti, a non essere rappresentativa del popolo italiano.

Ogni anno a Cinisi c’è un popolo antifascista che forma un corteo contro la mafia e in ricordo di Peppino Impastato. Non raggiunge mai le cinquecento mila persone, e meno che mai tocca gli undici milioni e settecento mila che votarono Pci all’epoca. Ma va detto che se quell’elettorato non fu rappresentativo di un Paese che in seguito sarebbe andato da tutt’altra parte, i pochi antifascisti dei cortei di Cinisi potrebbero invece rappresentare uno sdegno popolare e un rifiuto della mafia largamente maggioritario in Italia.

Nel mio ricordo di quel lontano tredici giugno 1984 c’è una folla immensa che non si stancava di applaudire al passaggio di noi amministratori, con frequenti grida di incoraggiamento per il nostro prezioso contributo al raggiungimento delle loro speranze. Era il popolo dipinto tempo prima nei funerali di Togliatti da Renato Guttuso, in un impetuoso sventolare di bandiere rosse. E nel mio ricordo, probabilmente parziale e fazioso, in quelle ore rappresentava davvero il sentimento diffuso nell’intero Paese.

Pochi giorni fa ho avuto modo di vedere in televisione il corteo funebre di Raffaella Carrà, che si muoveva tra ali della stessa folla commossa. Che si differenziava da quella dei miei ricordi tardo berlingueriani soltanto per una sola e impercettibile sfumatura: in testa aveva la canzone “Tanti auguri”, quella che rivendica la bellezza di fare l’amore da Trieste in giù, formulando:

“Tanti auguri

a chi tanti amanti ha.

Tanti auguri

in campagna ed in città.”

Mentre noi che sfilavamo e gli altri che ci applaudivano avevamo in testa le strofe di “Bandiera rossa” tutti, e quelle dell’“Internazionale, futura umanità” nel circoscritto caso di quelli che sapevano le parole, e nei pranzi internazionali non facevano scena muta.

Oddio! È sempre meglio “Tanti auguri” di “Faccetta nera” o di “Giovinezza”, o di “Meno male che Silvio c’è”. Questo lo capiscono tutti i miei lettori vari ed eventuali. 

Ma come escludere che, nel trasporto sovreccitato dai mezzi di comunicazione di massa, lungo ogni percorso di corteo si possano assemblare cervelli di ogni ispirazione, all’interno dei quali risuonino inni prodotti dalla qualunque, sempre in agguato dietro ogni semplificazione e ogni istigazione?

Pochi eventi nazional popolari si spiegherebbero in modo diverso, qualora ci rifiutassimo di accettare il dato di fatto della permeabilità esagerata delle coscienze popolari.

Che, se adeguatamente sollecitate dal maelstrom prodotto dagli strumenti di eterodiffusione del senso comune d’accatto, sono capaci di applaudire Mussolini quando dichiara guerra dal balcone di piazza Venezia, Sua Santità quando scomunica i comunisti, ma non si scatena all’annuncio dell’assassinio del Che Guevara quando era già nelle mani dei militari, ma prende a forconate Carlo Pisacane, perché sì.

Sicché, prima di scendere dal palco e confondermi nelle ultime file della nostra platea, anche in nome e per conto di quanti sono morti come Peppino Impastato, o sono stati torturati e malmenati come i compagni di Bolzaneto, o come i carcerati di Santa Maria Capua Vetere, mi permetto di chiedere a tutti coloro che si propongono di cambiare davvero il mondo di esercitare una costante preventiva diffidenza davanti alle ondate di sentimento popolare di massa. Quasi sempre eterodiretto. Responsabile di straordinarie eterogenesi dei fini, e quasi mai figlie del pensiero della vecchia talpa.

Mentre mi siedo in fondo alla sala, con la mascherina e rispettando il distanziamento, per qualche minuto si spengono tutte le luci, e nello schermo dietro la presidenza viene proiettato il dipinto di Guttuso sui funerali di Togliatti, che, con modifiche impercettibili, potrebbe essere intitolato anche i funerali di Berlinguer. Aggiungendo pochissimi personaggi. E ribadendo il valore dell’appoggio popolare ad ogni esperienza di impegno politico, anticapitalista e costantemente calibrato e ricalibrato sugli interessi concreti del proletariato.

 Grazie assai per l’attenzione.

Ancona, 11 luglio 2021