L’Industria 4.0 rappresenta oggi il livello più alto raggiunto dallo sviluppo tecnologico e dell’automazione industriale. Le nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale applicata, sono in grado di interconnettere le/i lavoratrici/tori (a tutti i livelli dall’operaio/a fino al/alla dirigente di una azienda), attraverso la rete digitale con macchine di produzione fisicamente ubicate anche in luoghi diversi e distanti tra loro nel mondo. 

Sappiamo che il sistema capitalistico ha usato sempre la tecnologia per incrementare la produttività e sfruttare con più efficacia la forza-lavoro in funzione del profitto. Poiché, la confusione è tanta e le speculazioni di certi intellettuali sono molte su questo argomento, credo che sia necessario approfondire alcuni temi che sembravano superati; ma, che in realtà sono ritornati d’attualità dopo la degenerazione ideologica avvenuta con lo scioglimento del P.C.I. e delle sue scuole politiche per la formazione di nuovi quadri comunisti. 

Queste riflessioni sono importanti perché servono a comprendere l’organizzazione del lavoro e della produzione moderne dell’industria 4.0 e a focalizzare meglio i rapporti di produzione di classe che intercorrono tra le forze produttive e i mezzi produttivi, oggi, di proprietà capitalistica. Sono riflessioni necessarie per dare delle risposte concrete, che sono fondamentali nella lotta dei comunisti per il proprio radicamento nella classe operaia e lavoratrice. Questo argomento rappresenta il terreno in cui avviene, di fatto, lo scontro di classe tra borghesia e proletariato per contendersi il controllo e la gestione dei mezzi produttivi, delle forze produttive e della produzione delle merci. Indipendentemente dal livello di coscienza acquisito dalla classe, la lotta che si svolge su questo terreno, oggettivamente, rappresenta potenzialmente la lotta tra capitalismo e socialismo.

I processi determinati dai rapporti di produzione capitalistici nell’Industria 4.0, non sono altro che l’evoluzione dei processi che erano stati determinati dagli stessi rapporti di produzione nel corso delle tre rivoluzioni industriali precedenti. In modo molto sintetico e schematico, possiamo dire che la prima ebbe inizio alla fine del 1700 in Inghilterra ed era caratterizzata dalle macchine che funzionavano con l’energia prodotta dal vapore. Nel corso di tale rivoluzione verso la fine del 1700 e inizio 1800, nacque il “Luddismo”, un movimento che si opponeva all’introduzione delle macchine industriali e si caratterizzava con azioni di sabotaggio della produzione industriale. 

Quel movimento di protesta fallì; perché identificava il nemico nelle nuove macchine, che venivano considerate la causa dei bassi salari e dell’espulsione della forza-lavoro dalla fabbrica e non nella proprietà dei mezzi di produzione e di lavoro. Di conseguenza, non veniva compreso il fatto che il capitalista aveva bisogno di una sacca di disoccupati utili per acuire la concorrenza tra i lavoratori stessi per mantenere bassi i salari, come avviene esattamente ancora oggi. La seconda rivoluzione industriale iniziò circa nel 1850/1870 in Europa e negli Stati Uniti con l’uso dell’elettricità, della chimica e del petrolio che sostituirono il vapore; mentre, la terza iniziò nel 1960/1970 negli Stati Uniti, in Giappone e in Europa con la nascita dei microchip e quindi con l’uso dell’elettronica, dell’informatica, di internet, ecc.

Nel corso di queste rivoluzioni industriali, sotto il dominio del capitale la classe lavoratrice ha lottato con forza e grandissimi sacrifici per migliorare le proprie condizioni di lavoro e di vita. Tra i vari obiettivi, quelli più importanti sono stati la lotta per il controllo dell’organizzazione del lavoro, la riduzione dell’orario di lavoro e la difesa del potere d’acquisto del proprio salario, che in determinati periodi storici hanno segnato i rapporti di produzione dominanti e colpito parzialmente il profitto dei capitalisti. 

Sulla riduzione dell’orario di lavoro, Marx ed Engels ci forniscono ampie statistiche sulle modifiche legislative che ci sono state in diversi paesi del mondo nel corso delle due prime rivoluzioni industriali in cui le lotte di lavoratrici e di lavoratori riuscirono a modificare la giornata lavorativa. In Inghilterra, nel 1831, venne introdotta una legge che modificava la giornata di lavoro dalle 16 alle 12 ore lavorative per chi aveva meno di 18 anni e questo fu uno dei primi momenti di un faticoso e lungo percorso per ottenere una legislazione socialmente più evoluta. Nello stesso secolo, in Italia, nell’industria serica torinese, le giovani operaie filandiere lavoravano 16 ore al giorno e soltanto alla fine del 1890 una legge decise di ridurre la giornata lavorativa a 12 ore. A Torino, nel mese di maggio del 1906 decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici del settore metalmeccanico si mobilitavano per rivendicare la riduzione della giornata lavorativa dalle 12 alle 10 ore di lavoro. Nel mese di ottobre del 1906 venne stipulato il primo contratto di lavoro, tra la Fiom e la società “Itala” di Torino, nel cui articolo 3 veniva stabilito che l’orario di lavoro era di dieci ore giornaliere” (http://archivio.fiom.cgil.it/itala.htm). Il 20 febbraio del 1919, venne siglato l’accordo fra la Federazione degli industriali metallurgici e la FIOM che stabiliva l’orario di lavoro a 8 ore giornaliere e 48 settimanali dal lunedì al sabato (http://archivio.fiom.cgil.it/profilo.htm). Questo dato storico è importante perché dimostra che, a differenza di certi tromboni di centrodestra, non è affatto vero che le 8 ore sono state una concessione del governo di Mussolini; ma, una vera e propria conquista della classe operaia ottenuta con durissime lotte e grandi sacrifici.

Solo dopo queste mobilitazioni operaie per ottenere un Contratto Nazionale, ben 6 anni dopo con una legge del 1925, il governo fascista fu costretto a riconoscere le 8 ore giornaliere e le 48 settimanali come orario di lavoro legale. Dopo circa vent’anni, nei mesi di marzo e aprile del 1943 ripresero le lotte con grandi scioperi generali e mobilitazioni di massa delle lavoratrici e dei lavoratori che, insieme all’eroica guerra di resistenza, furono fondamentali per la liberazione del paese dal nazifascismo e per rilanciare la lotta in difesa dei diritti dei lavoratori. Negli anni ’60, ripresero le mobilitazioni della classe lavoratrice con gli elettromeccanici e poi di tutto il settore metalmeccanico seguito dalle altre categorie organizzate dai loro primi delegati e dalla Fiom/CGIL, fino a conquistare e concludere nel 1969 un CCNL in cui veniva stabilita la riduzione dell’orario di lavoro da 48 a 40 ore settimanali in 5 giorni lavorativi (dal lunedì al venerdì) e con un aumento salariale. Questo contratto fu raggiunto grazie alla direzione del grande movimento dei Consigli di Fabbrica che si era sviluppato a seguito della nascita dei primi delegati di reparto dei primi anni ’60 e che potenzialmente rappresentava un modello alternativo al governo dei capitalisti nelle fabbriche e naturalmente per le conquiste dei diritti di organizzazione sindacale e politica in fabbrica. Questa situazione rappresentò la condizione oggettiva per la nascita dello Statuto dei Lavoratori, avvenuto qualche mese dopo con la legge n.300 del 20 maggio 1970. Da quel CCNL la riduzione dell’orario di lavoro non ha più avuto alcuna modifica strutturale, al contrario, con l’aggravarsi della crisi di sovrapproduzione del capitale, quasi tutti i diritti in fabbrica sono stati smantellati con la complicità attiva della socialdemocrazia e degli ultimi dirigenti democristiani del PD che oggi egemonizzano anche la direzione nazionale della CGIL.

Nel corso di questa crisi strutturale del capitalismo, la 4a rivoluzione industriale, iniziata circa alla fine degli anni ’90, ha fatto fare un salto qualitativo e quantitativo senza precedenti, nei processi di produzione e di lavoro grazie alla massiccia introduzione della robotica, dell’intelligenza artificiale, della stampa 3d, del digitale e della logistica che mobilita mezzi sempre più grandi carichi di containers che trasportano via terra, mare e aria, centinaia di migliaia di tonnellate di merci che in passato costituivano i vecchi magazzini e depositi che erano ubicati all’interno delle aziende.

Abbagliati dai processi di sviluppo tecnologico, alcuni intellettuali hanno sfornato palate di “tesi” illudendosi di poter colpire le teorie scientifiche di Marx ed Engels, sostenendo che i fondatori del pensiero comunista sarebbero stati superati dalla stessa realtà dello sviluppo tecnologico; perché, secondo loro, le macchine oggi sono in grado di generare anche valore e profitto che consentirebbero al capitalista di produrre “…cose impossibili in tempi manualmente impensabili…”, senza più il bisogno del lavoro umano. In altre parole, il capitalista ricaverebbe profitto dalle macchine e non più dallo sfruttamento della forza-lavoro e sulla base di questa “teoria”, quindi, a nulla servirebbero più le varie rivendicazioni salariali, per la riduzione dell’orario o altro portate avanti dai lavoratori e dalle lavoratrici. Questa è l’ennesima dimostrazione che non bisogna mai dare per scontato nulla; perché, alcune questioni che sembravano superate, in realtà non lo sono affatto, dal momento che c’è molta confusione tra le/i compagne/i che, in tutta buona fede, scivolano spesso sullo stesso terreno dell’idealismo di certi intellettuali borghesi e/o che si autodefiniscono “marxisti”.

Leggendo i testi di Marx e di Engels, ho cercato sempre di comprendere meglio il punto di partenza da cui essi hanno sviluppato tutte le loro analisi; cioè, il materialismo storico e dialettico, che ovviamente è esattamente l’opposto dell’idealismo di cui ideologicamente sono impregnati gli intellettuali borghesi, nonché certi “rivisitatori marxisti”. 

Su questa base materialistica, mi sono chiesto se le macchine, compreso le più evolute, possono sostituire la forza-lavoro e produrre plusvalore? L’argomento deve essere necessariamente affrontato sul piano razionale, per non lasciar spazio alle speculazioni degli agenti della cultura dominante e per aprire alcune riflessioni attraverso cui rilanciare, su basi scientifiche, le rivendicazioni per la riduzione dell’orario di lavoro, per la difesa del potere reale d’acquisto, sul controllo della stessa Organizzazione del Lavoro, ecc. Non dare delle risposte, significherebbe lasciare questi obiettivi intrappolati nei modelli rivendicativi interclassisti di stampo socialdemocratico o cattolico che, oltre a ledere la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, storicamente hanno sempre condotto la classe lavoratrice al fallimento.

Cominciamo a sgomberare il terreno da quel feticismo che attribuisce alle macchine poteri e valori, che non hanno mai avuto e che non avranno mai nella realtà, quindi è necessario considerarle per quel che sono concretamente; cioè, soltanto il prodotto del lavoro umano (fisico e cerebrale) e mezzi utili alle forze lavorative per produrre altri oggetti in tempi di lavoro più brevi. Tutte le macchine (anche quelle più sofisticate) nascono dall’esistenza della “divisione sociale del lavoro” e rappresentano soltanto la materializzazione di operazioni manuali combinate al lavoro intellettuale, che in passato venivano svolte da lavoratori parziali. Sulla base dello sviluppo tecnologico sempre più accentuato, alcuni economisti hanno ipotizzato, addirittura l’estinzione della classe operaia. 

Queste assurde teorie, tra le prime quelle di Jeremy Rifkin, sono state molto caldeggiate anche dalla coppia Bertinotti-Revelli, che hanno sostenuto per molto tempo anche la stravagante tesi che il “Toyotismo” avrebbe superato e sostituito il Taylorismo e il Fordismo. In realtà, il sistema dell’organizzazione del lavoro della Toyota, come dice lo stesso ingegnere Taiichi Ōhno inventore del “Toyota Production System (T.P.S.), altro non è che lo sviluppo conseguente del Taylorismo e del Fordismo adattati alle caratteristiche dell’organizzazione del lavoro della Toyota in Giappone. Queste tesi, insieme ad altre ancora, fanno parte di quella pattumiera ideologica socialdemocratica (minimalista o massimalista poco importa), utilizzata per sostenere l’esistenza di vari “marxismi” con lo scopo esclusivo di tentare di colpire la teoria del socialismo scientifico di Marx ed Engels, con l’evidente e consapevole risultato di aver disorientato ideologicamente molte/i compagne/i, creando grande confusione molto utile al grande capitale.

È stata la “divisione sociale del lavoro”, nel corso della storia, ad aver creato le condizioni che hanno materializzato nelle macchine, tante micro operazioni manuali ripetitive e faticose, nelle macchine. Oggi, ci sono delle mega macchine come le frese meccaniche, cosiddette “talpe”, che sono in grado di perforare e scavare nelle montagne e nel sottosuolo, gallerie per costruire autostrade e metropolitane. Ci sono altre enormi macchine cingolate che tagliano e riquadrano enormi blocchi di pietre e marmi dal peso di decine di tonnellate all’interno di cave, ecc. Queste macchine hanno sostituito il lavoro che era svolto in passato dalle braccia di molti operai muniti di picconi e di martelli pneumatici e tuttavia la forza-lavoro è assai presente ed è necessaria in questi settori proprio per far funzionare questi enormi macchinari. Da questi e altri dati simili si può dedurre e stabilire che il capitalista potrebbe ricavare il suo profitto senza la forza-lavoro? No; perché tutto ciò non significa affatto che queste macchine come tutte le altre producono valore aggiunto, ovvero plusvalore/profitto per il capitalista. Marx ci dice che:

“[…] Con l’introduzione generale delle macchine in uno stesso ramo della produzione il valore sociale del prodotto delle macchine scende al suo valore individuale, e entra in azione la legge per la quale il plusvalore non deriva dalle forze-lavoro sostituite dal capitalista con le macchine, bensì, viceversa, dalle forze-lavoro che egli impiega per il loro funzionamento. Il plusvalore nasce dalla parte variabile del capitale soltanto, e abbiamo visto che la massa del plusvalore è determinata da due fattori ossia dal saggio del plusvalore e dal numero degli operai impiegati simultaneamente. Data la durata della giornata lavorativa, il saggio del plusvalore è determinato dalla proporzione in cui la giornata lavorativa si scinde in lavoro necessario e in pluslavoro. Il numero degli operai impiegati simultaneamente dipende a sua volta dalla proporzione in cui si trovano la parte variabile del capitale e quella costante. Ora è chiaro che l’industria meccanica, qualunque sia la misura in cui essa, mediante l’aumento della forza produttiva del lavoro, estenda il pluslavoro a spese del lavoro necessario, raggiunge questo risultato solo diminuendo il numero degli operai impiegati da un dato capitale. Essa trasforma una parte del capitale, che prima era variabile ossia si trasformava in forza-lavoro viva, in macchinario, vale a dire in capitale costante che non produce plusvalore. […]” – (Il Capitale – Libro I – Sezione IV – La produzione del plusvalore relativo – Capitolo 13 – Macchine e grande industria. – punto 3/b prolungamento della giornata lavorativa).

Naturalmente, lo sviluppo della tecnica e della scienza nelle macchine da produzione deve essere oggetto della massima attenzione; perché impone la necessità di una costante formazione professionale per poter svolgere mansioni sempre più qualificate come ad esempio: i codificatori, i programmatori, i progettisti, ecc., che sono a tutti gli effetti figure operaie salariate abilitate a svolgere una funzione di controllo di macchine automatiche sempre più complesse e sofisticate. Ma, se le macchine non producono plusvalore, cosa producono? Le macchine producono valore d’uso (che non è plusvalore) e durano tanto quanto dura il loro valore d’uso che è determinato dal loro deterioramento, logorio, usura, consumo, ecc. Come ci dice Marx, le macchine cominciano a vivere nel momento in cui entrano in fabbrica ed esse terminano il loro ciclo di vita nel momento in cui si esaurisce il loro valore d’uso. Di conseguenza, diventano obsolete e finiscono nella rottamazione o nella migliore delle ipotesi smontate per recuperare alcune parti ancora utilizzabili, oppure finiscono nella totale inattività, quando cessa la produzione di un’azienda che chiude i battenti (smantellamenti, delocalizzazioni, ecc.). In definitiva, le macchine sono soltanto mezzi che il capitalista usa per incrementare la produttività della forza-lavoro in fabbrica.

Certi “rivisitatori marxisti” non si chiedono come mai, nel pieno dello sviluppo dell’industria 4.0, i capitalisti che sono i proprietari dei mezzi di produzione non sostituiscono tutti i loro dipendenti con macchine automatiche e robot, per ricavare il massimo plusvalore? Indubbiamente, una tale situazione, rappresenterebbe una grande festa anche per il pollaio dei “rivisitatori del marxismo”; perché non c’è dubbio che una tale fantastica condizione in via del tutto astratta, farebbe “crollare” la teoria sul plusvalore di Karl Marx e quindi i meccanismi dello sfruttamento. 

Purtroppo per loro, la realtà è un’altra; perché il capitalista alla fine deve vendere la sua merce in cui è incorporato il lavoro pagato e quello non pagato appunto dal capitale variabile da cui egli ricava il profitto. Contrariamente a quanto pensano questi intellettuali, le stesse aziende produttrici di macchine ad alta automazione per l’industria 4.0, hanno alle proprie dipendenze centinaia di migliaia di operai, impiegati e tecnici. Cito soltanto alcuni esempi: COMAU (italiana) che fa parte del Gruppo FCA con oltre 14mila dipendenti – ABB (svizzero/svedese) con oltre 147mila dipendenti – KUKA Group (tedesca) con oltre 13mila dipendenti – Tesla con 71mila dipendenti e così via per tante altre aziende di questo settore, tra cui la stessa Amazon che risulta essere una di quelle aziende che ha investito molto nell’automazione e che ha aumentato molto anche il numero dei suoi dipendenti fino a raggiungere 1.300.000 unità. (https://www.discoveryplus.it/programmi/i-segreti-delle-megafabbriche, Titoli dei VideoTesla, strumenti musicali e pale eoliche” del 21 Gennaio 2020 cod. S01 E02 e Acciaieria, Amazon, tabasco e Kiadel 03.03.2020 cod. S01 E08 – RAI3: Trasmissione “Report” del 14.06.2021 https://www.rai.it/programmi/report/inchieste/Il-nostro-caro-Amazon-1ad001b0-ca68-4eeb-a2a7 a2b7fff1fb9e.html).

Lasciamo la fantasia da parte e torniamo con i piedi per terra nella realtà oggettiva; cioè, da quando i mezzi di produzione e le forze produttive sono passate sotto il comando unico del Capitale, i capitalisti che non sono affatto stupidi questo ragionamento l’hanno già fatto molto tempo prima e, da un certo punto di vista, in modo “marxista” molto più e meglio di certi “rivisitatori marxisti”. 

Ciò conferma che i mezzi di produzione (capitale costante) trasferiscono nel prodotto soltanto il loro valore d’uso e sono nel contempo strumenti di maggior produttività che serve a ridurre i tempi di lavoro della forza-lavoro (capitale variabile), che trasferisce nel prodotto finito tutto il lavoro pagato e non pagato e cioè il lavoro e il valore aggiunto che produce il profitto del capitalista. Per cui, in considerazione del fatto che le macchine riducono i tempi di lavoro per unità di prodotto, per il capitalista, diventano strumenti indispensabili per incrementare la produttività della forza-lavoro ed è in questa contraddizione dei rapporti di produzione capitalistici che nasce la necessità di rivendicare la riduzione dell’orario di lavoro, indipendentemente dal fatto se serve a ridurre o ad aumentare l’occupazione. Se, durante il loro ciclo di vita, le macchine vengono fermate per la loro manutenzione o per un guasto tecnico, per una riparazione o sostituzione di qualche loro componente, esse non cedono più neanche il loro valore d’uso, proprio perché sono ferme. Scrive Marx, le macchine:

“… Non aggiungono mai più valore di quanto non perdano in media per il loro logorio…” (Il Capitale – Cap. 13 – Trasmissione di valore dalle macchine al prodotto).

Ma certi “rivisitatori marxisti” insistono che “… Marx in realtà si sbagliava, perché le macchine consentono un plusvalore almeno in termini di risparmio iniziale rispetto alla concorrenza…”. Sarebbe sciocco negare che il capitalista che ha investito in macchine automatizzate è più competitivo degli altri; perché nel processo produttivo ha un riscontro di produttività maggiore, quindi dei costi di produzione inferiori con un relativo risparmio rispetto al capitalista che non ha fatto alcun investimento. Ma questo rientra nella normale logica dello sviluppo ineguale tra i capitalisti. Abbiamo visto che il risparmio determinato dalle macchine, anche le più sofisticate, non è plusvalore e credo che le questioni della concorrenza e del risparmio sono argomenti che, pur essendo collegati alle macchine e alla forza-lavoro, vanno trattati in modo differente. Mi limito a fare una battuta sulla concorrenza, Marx ci dice:

“[…] Nella produzione delle merci, il fatto che si adoperi per una merce soltanto il tempo di lavoro socialmente necessario per la sua produzione, si presenta in genere come costrizione esterna della concorrenza, perchè, per esprimerci superficialmente, ogni singolo produttore deve vendere la merce al suo prezzo di mercato. Invece nella manifattura la fornitura di una data quantità di prodotti entro un tempo di lavoro dato diventa legge tecnica dello stesso processo di produzione […], (“Il Capitale – Libro I – Sezione IV – La produzione del plusvalore relativo – Capitolo 12 – Divisione del lavoro e manifattura”).

Comunque l’argomento “concorrenza” è analizzata da K. Marx in modo molto approfondito in (Il Capitale – Libro III – Sezione II – Trasformazione del profitto in profitto medio – Capitolo 10 – Livellamento del saggio generale del profitto ad opera della concorrenza. Prezzi di mercato e valori di mercato. Sovraprofitto).

Concorrenza a parte, ritorniamo sull’argomento macchine e plusvalore con un esempio: una macchina altamente automatizzata di tipo CNC (Controllo Numerico Computerizzato) può produrre oggetti differenti impiegando tempi diversi a seconda delle materie prime utilizzate, della forza-lavoro impiegata, del tempo di lavoro necessario e del tipo di oggetto da produrre. 

Diversamente, macchine automatizzate assemblatrici dello stesso livello tecnologico, combinate tra loro possono produrre soltanto un singolo oggetto con le stesse caratteristiche con tempi di produzione, caratteristiche fisiche delle materie prime, della forza-lavoro impiegata, tempo di lavoro e tipo di oggetto prodotto diversi. In entrambi i casi queste macchine trasferiscono il loro valore d’uso ai prodotti finiti che avranno valori differenti tanto quanto il lavoro operaio che in essi è contenuto ed è determinato dal tempo di lavoro impiegato dalla forza-lavoro per produrre un determinato oggetto. Con un tornio o una fresa CNC si possono lavorare e trasformare diversi materiali (metalli, plastica, teflon, legno, ecc…) e produrre oggetti differenti (come ingranaggi, pulegge, pistoni, alberi a camme, molte parti di un orologio, gambe di un tavolo fino a pezzi di una scacchiera da gioco, ecc…). Ogni oggetto finito conterrà una quantità di lavoro operaio differente e, quindi, ogni prodotto avrà valori diversi e prezzi differenti nel mercato capitalistico.

Con il passaggio della manifattura all’industria, tutti i mestieri degli artigiani indipendenti, sono stati raggruppati e organizzati sotto il comando unico del Capitale in fabbrica per produrre una o più merci attraverso un insieme combinato di macchine, utilizzate anche per produrre altre nuove macchine. (Il Capitale – Libro I – Sezione IV – La produzione del plusvalore relativo – Capitolo 13 – Macchine e grande industria). Ovviamente, oggi possiamo aggiungere anche tutta la componentistica elettronica moderna, che in qualsiasi caso non modifica la natura economica di una macchina. Le macchine come capitale fisso, insieme le materie prime da trasformare e le fonti energetiche, rappresentano soltanto i mezzi di produzione che costituiscono il capitale costante che in questa società è di proprietà privata del capitalista. Gli strumenti di lavoro, dai più semplici come lo scalpello, il martello, il trapano a manovella, ecc., dell’artigiano, fino alla macchina più complessa altamente automatizzata concepita dall’industria 4.0, sono soltanto materie trasformate in mezzi di produzione che cedono il loro valore d’uso nel prodotto finito a differenza della forza-lavoro che cede valore aggiunto che diventa profitto per il capitale. Questo avviene; perché la quantità di lavoro necessaria alla riproduzione della forza-lavoro è inferiore alla quantità della sua giornata lavorativa composta da un certo numero di ore di lavoro. Nella parte eccedente del lavoro salariato che non riguarda più quella necessaria alla sussistenza del lavoratore è racchiuso il valore aggiunto di cui si appropria il capitalista, ovvero, il lavoro non pagato. Marx ci dice che:

“I differenti fattori del processo lavorativo prendono parte differente alla formazione del valore del prodotto. L’operaio aggiunge nuovo valore all’oggetto del lavoro, mediante l’aggiunta della sua determinata quantità di lavoro […]. Il valore dei mezzi di produzione viene dunque conservato attraverso il suo trasferimento nel prodotto. Questo trasferimento avviene nel processo lavorativo durante la trasformazione dei mezzi di produzione in prodotto…” (Il Capitale – Libro I – Sezione III – La produzione del plusvalore assoluto – Capitolo 6 – Capitale Costante e Capitale Variabile).

Non è un caso che il capitalista tende a prolungare la giornata di lavoro dell’operaio con l’aumento delle ore straordinarie o forme di cottimo sempre più intensi, come sta avvenendo in questa fase di crisi strutturale del sistema con il diffusissimo precariato (vedi call-center, riders, raccoglitori di pomodori, la stessa Amazon, cooperative di servizi e così via in tante altre fabbriche). 

Dopo l’accordo concertativo del luglio ‘93 che è servito agli industriali per tenere sotto controllo qualsiasi rivendicazione salariale, è importante ricordare che queste condizioni di super-sfruttamento che ci riportano a una forma di capitalismo primitivo e da sempre volute dalla destra, sono state fortemente favorite da leggi e accordi sindacali, in gran parte sostenute dal PDS-DS-PD e dalla “sinistra” come la 196/1997 di Treu, la 30/2003 di Biagi, il “patto per l’Italia” di Maroni e Berlusconi, la Bolkestein in Europa, la controriforma Fornero nel 2012, il decreto Poletti n. 34/2014 che ha preparato il terreno al famigerato “Jobs Act” di Renzi che ha abolito l’articolo 18 e destrutturato lo “Statuto dei Lavoratori”. 

Non è un caso che, in piena rivoluzione industriale 4.0, i capitalisti non solo comprimono i salari che sono fermi da venti anni, ma non vogliono neppure sentire parlare di riduzione dell’orario di lavoro a parità salariale degli operai. Marx ci spiega ancora che nel mercato capitalista la forza-lavoro è soggetta alle stesse leggi economiche a cui sono soggette tutte le altre, con la differenza che la forza-lavoro ha una particolarità nel processo di produzione; cioè, quella di produrre più di quanto serve alla sua riproduzione cosa che non può fare nessun’altra merce. Tolto il lavoro retribuito alla riproduzione della forza lavoro, proviamo ad immaginarci tutto il lavoro eccedente non pagato di un operaio in una giornata lavorativa; cioè, il pluslavoro che si trasforma in valore aggiunto di cui si appropria il capitalista, moltiplicato per il numero delle sue giornate lavorative nell’arco di un intero anno di produzione, per tutto il periodo di lavoro che egli svolge nei ca. 40 anni di lavoro per giungere alla pensione (quando ci arriva), e avremo una quantità di merci tali che lo stesso operaio con la sua famiglia e molte altre generazione successive, non riuscirebbero mai a consumare. Se poi moltiplichiamo questo dato per il numero totale dei lavoratori di una stessa fabbrica e poi ancora per tutte le fabbriche di un’intera nazione e nel mondo, ecco che avremo una dimensione del carattere sociale della produzione (quantitativa e qualitativa) talmente vasta e grande che può trovare la sua giustificazione soltanto nella gestione e nel controllo del lavoro e della produzione dei settori economici strategici soltanto attraverso la socializzazione dei mezzi di produzione in un sistema socialista gestito e controllato dalla Classe Operaia, dal suo Stato Socialista e dal suo Partito Comunista come avvenne con il P.C.B. nell’U.R.S.S. e come succede oggi, nella Repubblica Popolare Cinese e in altri paesi socialisti (Cuba, Vietnam, ecc.).

È in questo quadro che vanno valutati gli stessi C.C.N.L. firmati dalle confederazioni sindacali. Essi contengono grosse carenze e devono essere migliorati molto da un punto di vista di classe tra cui la riduzione di orario di lavoro e la richiesta di aumenti salariali, la sicurezza e il controllo sull’organizzazione del lavoro in un contesto altamente automatizzato. Questi contratti, soprattutto quelli firmati nell’ultimo ventennio, si sono conclusi, data la debolezza della classe operaia e i compromessi sempre più a ribasso dei vertici sindacali, in modo compatibile soprattutto con gli interessi e la crescita del profitto degli industriali. 

Detto questo, è necessario ribadire che l’istituto del CCNL va difeso; perché rappresenta una grande conquista dei lavoratori che, se ben organizzati con un sindacato di classe nella lotta contro lo sfruttamento dei capitalisti, possono modificare nella sostanza gli stessi contratti e ovviamente perché assicurano al lavoratore il minimo di sussistenza per sé e per la propria famiglia. Poiché le ore di lavoro pagate necessarie alla riproduzione della forza-lavoro sono inferiori alle ore previste in un contratto di lavoro, risulta che la retribuzione salariale sindacale che riceve un operaio corrisponde a ca. 50% delle 8 ore giornaliere prevista; mentre, l’altra metà di ca. il 50% è il lavoro non pagato. Questa sottrazione di lavoro eccedente è pluslavoro che l’operaio è costretto a cedere gratuitamente e di cui il capitalista si appropria attraverso lo stato borghese che permette questo furto legalizzato. Più si prolunga questa parte eccedente di lavoro e più si comprimono i salari, tanto più cresce il profitto del capitalista. Dice Marx:

“… In che modo ogni operaio fa questa aggiunta di tempo di lavoro e quindi di valore? Sempre e soltanto nella forma del suo modo particolare di lavoro. Il filatore aggiunge tempo di lavoro solo filando, il tessitore solo tessendo, il fabbro battendo il ferro. Ma i mezzi di produzione, cotone e fuso, refe e telaio, ferro e incudine, diventano elementi costitutivi d’un prodotto, d’un nuovo valore d’uso, appunto mediante la forma idonea a un fine nella quale filatore, tessitore, fabbro aggiungono lavoro in genere e quindi nuovo valore…” (Il Capitale – Libro I – Sezione III – La produzione del plusvalore assoluto – Capitolo 6 – Capitale Costante e Capitale Variabile).

Ecco, quindi, che tra le rivendicazioni della classe lavoratrice i comunisti devono ridefinire l’obiettivo della riduzione dell’orario di lavoro per renderlo concretamente realizzabile e ripulirlo dalle pastoie e illusioni socialdemocratiche (minimaliste e/o massimaliste) e umanitaristiche di stampo cattolico. 

A maggior ragione oggi che lo slogan sopra citato, assai accattivante tanto quanto astratto degli anni ’80 “lavorare meno, lavorare tutti”, è tornato di gran moda. Questa parola d’ordine, nata nell’ambito del sindacalismo cattolico, soprattutto durante la segreteria nazionale di Pierre Carniti della CISL, noto sostenitore dell’“accordo di San Valentino” del 14.02.1984 per il blocco della scala mobile, quindi di un consistente taglio salariale, è stato ripreso successivamente anche dall’anarco-sindacalista Fausto Bertinotti per indicare le mai raggiunte 35 ore settimanali. L’astrattezza di questo slogan consiste nel fatto di non tenere conto della realtà concreta dei rapporti di produzione capitalistici in cui “… lavorare meno…” non significa affatto e non si tradurrà mai in “… lavorare tutti…”, come vedremo più avanti. Allo stesso modo, non significa affatto che la rivendicata parità salariale che accompagna lo stesso slogan rappresenti una difesa reale dei salari di fronte all’elevato costo della vita che si è fortemente accentuato con l’euro e le politiche europee, che ha gettato i salari italiani nei gradini più bassi dell’UE. Quindi, si ripropone la questione salariale in tutta la sua pienezza! Partiamo dal concetto base che ci ha insegnato Marx: se i profitti salgono vuol dire che i salari si abbassano, al contrario se i salari salgono vuol dire che i profitti si abbassano; è una bilancia in cui è racchiusa tutta la questione salariale, in cui assume un ruolo fondamentale la forza contrattuale determinata dalla qualità e dalla quantità di lotte e di mobilitazioni reali che i lavoratori possono investire nel conflitto di classe contro il capitale.

Da un’elaborazione su dati OCSE, EUROSTAT, AMECO, INPS, MEF fatta dalla “Fondazione G. Di Vittorio” (Nicolò Giangrande, Fondazione Di Vittorio, La questione salariale in Italia. Un confronto con le maggiori economie dell’Eurozona – Novembre 2020 – www.fiomcgil.it), risulta che in 20 anni, dal 2000 al 2019:

– I salari lordi medi all’anno per un lavoratore dipendente a tempo pieno a prezzi costanti in euro (2019) nelle sei maggiori economie dell’UE negli anni 2000 e 2019 erano: Paesi Bassi 43.997, 48.359 – Belgio 43.414, 47.244 – Germania 35.835, 42.421 – Francia 32.200, 39.099 – Italia 29.124, 30.028 – Spagna 26.884, 27.468. 

Facendo il confronto solo tra l’Italia e la Germania come riferimento della maggiore economia dell’UE, in presenza di tassi di inflazione ai minimi storici, nel periodo dal 2010 al 2019, i salari in Germania crescono di +5.430 euro (+14,7%) mentre in Italia diminuiscono di -596 euro (-1,9%), ed è l’unico tra i sei Paesi dell’UE che non ha ancora recuperato il livello salariale precedente alla recessione del 2008. In aggiunta va considerato che, nel periodo dal 2000 al 2009, la media delle variazioni annuali dei prezzi al consumo in Italia è stata più alta (+2,3%) che in Germania (+1,6%).

– Il salario familiare netto selezionato tra otto situazioni tipo diverse, nelle sei maggiori economie dell’UE per l’anno 2019 per una coppia bireddito, entrambi al 100% del salario medio, con due figli era: Paesi Bassi 79.775 – Germania 69.075 – Belgio 65.626 – Francia 56.113 – Italia 45.227- Spagna 44.236. Inoltre, sui salari lordi italiani, già mediamente più bassi degli altri, grava una maggiore pressione fiscale.

– L’orario settimanale medio dei lavoratori dipendenti (full-time e part-time) nelle sei maggiori economie e nella media di 19 paesi dell’UE tra gli anni 2008 e 2019 è stato: per i 19 dell’UE 36,1 e 35,4 – Belgio 35,2 e 35,5 – Francia 36,6 e 36,3 – Italia 36,7 e 35,6 – Germania 34,5 e 34,2 – Spagna 38,0 e 36,4 – Paesi Bassi 29,7 e 29,3.  Nel 2019 le ore lavorate annualmente in Italia dai lavoratori dipendenti sono state 1.583, un livello decisamente superiore a quelle effettuate in Germania (+249), nei Paesi Bassi (+213), in Francia (+165) e in Belgio (+143).

– La quota salari in percentuale del Prodotto Interno Lordo (PIL) letto insieme alle ore lavorate annualmente, mette in evidenza come in Italia, benché si lavori molto di più rispetto agli altri paesi, la quota di reddito distribuito tramite i salari, sia la più bassa tra tutte quelle osservate. Dei 15,7 milioni di lavoratori dipendenti privati presenti nella banca dati dell’INPS relativa all’anno 2018, 12,4 milioni (il 78,7% del totale) hanno un salario inferiore al salario medio (30 mila euro) e soltanto 3,3 milioni (il 21,3%) hanno un salario sopra la media. L’Italia, oltre ad avere un alto numero medio di ore lavorate all’anno per dipendente allo stesso tempo ha la minor quota salariale in percentuale rispetto al PIL. In altre parole, in Italia si lavora di più – per la scarsa capacità tecnologica e i bassi investimenti in innovazione del nostro sistema economico; ma, si viene retribuiti molto meno. Ancor peggio se si aggiunge che, rispetto al 2017, l’incidenza del lavoro a tempo determinato, part-time e discontinuo (compreso il telelavoro oggi chiamato “smart working”, n.d.a.) è notevolmente cresciuta in percentuale sull’occupazione generale.

La compressione verso il basso del salario e dell’occupazione è il risultato delle politiche economiche dei governi sostenuti attivamente dalle imprese, a partire dal 2008, con l’obiettivo di recuperare competitività attraverso la pressione sui salari. Tale situazione ha rappresentato un ulteriore declino economico italiano rispetto alle altre maggiori economie dell’UE, dimostrando che la compressione salariale rappresenta sì un minor costo per la singola impresa; ma, a livello generale significa una forte riduzione dei consumi. Infine, la ricerca della “Fondazione Di Vittorio” su dati ISTAT del 2020 mette in evidenza che sulla già grave situazione salariale e occupazionale che interessano una platea di lavoratori dipendenti sempre più estesa, pesa molto il ritardo dei rinnovi dei CCNL.

Questo quadro, conferma che i lavoratori italiani nell’UE sono quelli che fanno più ore di lavoro con salari più bassi e questo è un elemento di riflessione che indica di non limitarsi a rivendicare una riduzione d’orario a parità salariale, perché, può trasformarsi invece in una riduzione del potere d’acquisto reale del salario. Tra l’altro viene confermato anche da un’altra ricerca di Gabriele Olini del centro studi CISL che, commentando la proposta di riduzione dell’orario del Segretario Generale della Fisac/CGIL Agostino Megale, scrive: “[…] Restando nello schema semplificato dell’aritmetica dell’orario di lavoro, la riduzione da 40 a 32 ore determinerebbe, se venisse effettuata a parità di retribuzione oraria, una riduzione del 20% della retribuzione mensile pro capite […]”. (Gabriele Olini, Osservazioni alla proposta Megale di orario 4×8 in: L’orario di lavoro nella trasformazione produttiva e antropologica degli anni Venti della Fondazione Ezio Tarantelli Centro Studi Ricerca e Formazione Cisl). 

Inoltre, va tenuto presente un altro fattore importante sul quale concordano quasi tutti gli economisti e ricercatori in materia di orario, ossia che la riduzione dell’orario di lavoro produce un aumento della produttività e per tale obiettivo il capitalista tenderà a usare i tradizionali mezzi di gestione per cancellare le ore meno produttive come le pause e i tempi cosiddetti morti, ad aumentare i ritmi di lavoro e le ore straordinarie, a riorganizzare il processo produttivo e a ridurre la manodopera, ecc. Questo significa che, di fronte a una riduzione delle ore lavorate, se il salario resterà invariato nominalmente, il suo potere reale d’acquisto si ridurrà. 

Quindi, lo slogan “lavorare meno, lavorare tutti” a parità salariale, sostanzialmente, non regge; perché non tiene conto di 3 fattori importanti: 1) viviamo in una società caratterizzata da rapporti di produzione capitalistici che sono dominanti e quindi, la tecnologia, che non è neutra, è gestita e controllata dai capitalisti che sono i proprietari e che la usano in funzione esclusiva del profitto. Infatti, la riduzione dell’orario di lavoro, in realtà, può produrre l’aumento della disoccupazione come è successo in Germania tra gli anni ’80 e ’90 dove, dopo una riduzione d’orario da 40 a 37,7 ore di lavoro settimanali a parità di salario, il numero dei disoccupati è aumentato sensibilmente. Anche in Canada è avvenuta la stessa cosa, cioè che alla fine degli anni ’90, con una riduzione del 20% dell’orario di lavoro, non c’è stato alcun aumento occupazionale e così in vari altri paesi; 2) come abbiamo visto, a fronte di una riduzione di orario di lavoro il capitalista tende a prolungare la giornata lavorativa, favorendo l’incremento incontrollato delle ore straordinarie, delle turnazioni, dei lavori precari, dei ritmi di lavoro, ecc.; 3) l’elemento più importante da considerare è dato dal fatto che la disoccupazione è un fenomeno congenito alla stessa natura del sistema capitalistico che Marx definiva “… esercito industriale di riserva…”, per indicare che il fenomeno della disoccupazione non è un fatto naturale, ma un prodotto necessario del profitto, determinato dai rapporti di produzione capitalistici in cui non c’è riduzione d’orario che possa mutare tale legge del mercato capitalistico. Dice Marx:

“[…] Tutto sommato i movimenti generali del salario sono regolati esclusivamente dall’espansione e dalla contrazione dell’esercito industriale di riserva, le quali corrispondono all’alternarsi dei periodi del ciclo industriale. Non sono dunque determinati dal movimento del numero assoluto della popolazione operaia, ma dalla mutevole proporzione in cui la classe operaia si scinde in esercito attivo e in esercito di riserva, dall’aumento e dalla diminuzione del volume relativo della sovrappopolazione, dal grado in cui questa viene ora assorbita ora di nuovo messa in libertà.[…]” – (K. Marx-F. Engels – Il Capitale – Libro I Sezione VII – Il processo di accumulazione del capitale – Capitolo 23 – La legge generale dell’accumulazione capitalistica – Opere Complete – Editori Riuniti).

Infatti, il capitale vuole e deve mantenere una parte di lavoratori e lavoratrici disoccupati/te; perché, questa rappresenta lo strumento più efficace per alimentare la concorrenza salariale, tra le forze produttive occupate e disoccupate, molto funzionale al controllo e al mantenimento dei bassi salari. Quindi, è necessario sgomberare il terreno da tutte quelle facili e superficiali illusioni sentimentali dello slogan “… lavorare meno…” relativo alla riduzione dell’orario di lavoro, che determinerebbe il “… lavorare tutti…”, ovvero che produrrebbe un aumento occupazionale, che è una cosa non vera. 

Un’eventuale riduzione dell’orario di lavoro, potrebbe tutt’al più mantenere per un certo tempo i livelli occupazionali esistenti, soltanto in presenza di un reale e forte movimento di lotta in grado di mantenere alta la forza contrattuale in campo. Quindi, il presupposto da cui partire è un altro; cioè, che il dato concreto in nostro possesso è fornito dalla forte crescita dello sviluppo tecnologico che permette di ridurre i tempi di lavoro e quindi di aver creato la condizione oggettiva per poter rivendicare una significativa riduzione dell’orario di lavoro che, come abbiamo visto, resta un obiettivo indipendente dalla lotta, che va fatta contemporaneamente contro le chiusure di fabbrica, le delocalizzazioni, ecc. per difendere i livelli occupazionali e ridurre la disoccupazione. 

Nel contempo, tale rivendicazione non può limitarsi alla richiesta di mantenere la parità salariale; ma, rivendicare con molta coerenza un forte aumento salariale per recuperare parte dell’erosione del potere d’acquisto reale dei salari avvenuta a seguito dell’aumento del costo della vita negli ultimi 30 anni di supersfruttamento della classe lavoratrice che ha visto un accentuato spostamento di una notevole massa salariale verso i profitti. Si calcola che la “distribuzione” dei redditi ha spostato in tre decenni quasi 200 miliardi annui dai lavoratori ai capitalisti.